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sabato 10 luglio 2010

La fortezza di Fenestrelle

«Uno dei più straordinari edifizi che possa aver mai immaginato un pittore di paesaggi fantastici: una sorta di gradinata titanica, come una cascata enorme di muraglie a scaglioni, un ammasso gigantesco e triste di costruzioni, che offriva non so che aspetto misto di sacro e di barbarico, come una necropoli guerresca o una rocca mostruosa, innalzata per arrestare un'invasione di popoli, o per contener col terrore milioni di ribelli. Una cosa strana, grande, bella davvero. Era la fortezza di Fenestrelle».


Così scriveva Edmondo De Amicis nel 1904 in “Alle porte d’Italia”. Parlava del Forte di Fenestrelle, una fortezza che si estende per tre chilometri con un dislivello di 635 metri e che occupa 1.300.000 metri quadrati con i suoi tre forti, con le sette ridotte e i 28 risalti collegati da due scale – una coperta di 4.000 gradini e una di 2.500 – e da 14 ponti.

 

- Il Palazzo degli Ufficiali -

Il Forte, che si trova nella parte più occidentale del Piemonte, a pochi chilometri dal confine francese, è una struttura serpentina degna del buzzatiano “Deserto dei Tartari”: costruito infatti per essere il corpo di guardia della Val Chisone nel 1727, pure non vi fu combattuta nessuna battaglia, a dispetto dei tre milioni di colpi di cannone che poteva sparare e dei cinque ponti levatoi che consentivano ai soldati di spostarsi agevolmente da una postazione all’altra. Si possono visitare anche le cucine, con i forni dove si cuoceva il pane, e la ghiacciaia, che veniva riempita con la neve impastata a paglia perché si potesse conversare nelle brevi estati montane. Il Palazzo degli Ufficiali ospita oggi gli uffici del Forte e il Museo del 3° Reggimento Alpini. Il Palazzo del Governatore è sede di mostre oltre alla permanente “Gli animali del Governatore”.

 

- La camera di prigionia del Cardinal Pecca -

Il lato oscuro del Forte di Fenestrelle è quello di carcere: sotto la dominazione napoleonica vi fu rinchiuso il cardinal Bartolomeo Pecca, segretario di papa Pio VII. Nel 1790 vi prestò servizio anche Xavier De Maistre, autore di “Viaggio intorno alla mia camera”. Vi passarono, nobili, monarchici, oppositori di Bonaparte, ecclesiastici. Tornato ai Savoia, ospitò prigionieri politici, carbonari e liberali. Nel 1863 divenne campo di concentramento, il primo lager italiano, a danno dei soldati papalini e napoletani catturati dai piemontesi. Tornò a essere carcere per oppositori – nel 1883 vi transitò anche Vincenzo Gioberti  - fino al 1920, persa ormai la sua importanza strategica: le sue armi furono smantellate durante la I Guerra Mondiale e furono inviate sul fronte orientale. Gli ultimi fuochi furono sussulti partigiani nel 1944, poi il degrado e la rovina, fino al 1990, quando l’Associazione Progetto San Carlo – una onlus formata da soli volontari – iniziò a prendersi cura del Forte e a portarlo agli splendori odierni.


 

- La scala coperta -


Però, lì nella Piazza d’armi, mentre soffia il vento fresco delle montagne, pare, come parve al De Amicis «di sentire ruggire di sotto le batterie, o di veder tra le casematte rimbalzar le granate degli assedianti sollevando tempeste di schegge, e soldati boccheggiar per le scale, e giù nella valle, e poi fianchi del monte, saltar in aria cassoni d'artiglieria, e masse di truppa sbaragliarsi urlando per i boschi, sparsi d'affusti stritolati e di membra umane».

Niente paura: una sosta al Café des Forçats ci ristorerà… allora, pronti alla visita? Scarpe comode e maglie da indossare nei sotterranei.


FORTEZZA DI FENESTRELLE image

Indirizzo:    Via del Forte – 10060  FENESTRELLE (TO) 
Telefono:    0121.83.600 
Fax:    0121.88.4642
  E-mail:    info@fortedifenestrelle.com

Da Settembre a Giugno
Lun - Giov - Ven - Sab - Dom: 09.00-18.00
Luglio e Agosto tutti i giorni con il medesimo orario.

COME ARRIVARCI: dalla tangenziale di Torino imboccando a Stupinigi la SS23 del Sestriere oppure l'autostrada di recente costruzione passante per Orbassano/Volvera. Dalla val di Susa immettersi sulla SS24 direzione Cesana Torinese quindi seguire la SS23 direzione Sestriere e proseguire verso Fenestrelle.

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LA FRASE DEL GIORNO
Buona guardia, vecchio gigante solitario. — Ma non è già solitario il vecchio gigante. La sua solitudine non è che apparenza. Egli ha delle corrispondenze segrete e degli accordi misteriosi.
EDMONDO DE AMICIS, Alle porte d’Italia

mercoledì 16 giugno 2010

Centrali sull’Adda


Il medio corso dell’Adda ospita alcune centrali idroelettriche, alimentate dal Naviglio di Paderno, che sfrutta le acque del fiume canalizzate grazie a una diga mobile lunga 130 metri. Fu il primo intervento di sfruttamento delle risorse idriche, avviato nel 1898 dal “Comitato per l’applicazione dell’energia elettrica in Italia”, divenuto poi Società Edison e ora semplicemente Edison. È in pratica un “museo all’aperto” di archeologia industriale.

La prima centrale fu la “Bertini”, attivata nel 1898 a Porto Inferiore, frazione di Cornate: un sobrio edificio funzionale a pianta rettangolare la cui unica concessione architettonica è un frontone in stile neoclassico. Le condotte in acciaio chiodato si servono di un dislivello di 28 metri producendo 9.600 Kw. In quel periodo fu la più potente centrale idroelettrica d’Europa. Forniva i primi lampioni elettrici e le prime linee tramviarie milanesi collegandosi alla centrale di Porta Volta grazie a un sistema aereo di alimentazione lungo 32 km.

 

La “Carlo Esterle” sorge sempre a Cornate d’Adda, in località Resega, ed è la più potente con i suoi 24.720 Kw. Risale al 1914 e appare come una villa decorata in stile Liberty con motivi geometrici e floreali, colonne, lampioni e grondaie in ferro battuto, finestre in stile neogotico.

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La “Taccani” fu costruita a Trezzo sull’Adda da Cristoforo Benigno Crespi, ideatore del “villaggio operaio” che prese il suo nome. È un edificio eretto tra il 1906 e il 1909, in modo da ricordare nello stile un castello feudale con tanto di merli e da armonizzarsi con i ruderi del castello e della torre del Barbarossa e da rispecchiarsi come un’unica struttura sul pelo del fiume. Delle tre è la meno potente, con i suoi 8.500 Kw.

L’itinerario per ammirarle è adatto a cicloturisti e pedoni: l’alzaia dell’Adda è infatti interdetta alle automobili. Il percorso si snoda tra le verdi sponde di robinie, sambuchi e castagni e il fiume, con suggestivi panorami. Purtroppo da circa un anno una frana ha interrotto la strada in località Rocchetta e i lavori per il ripristino sono ben lontani dall’essere anche solo iniziati. Si ipotizza di bypassare il tratto con un tunnel o una paratia in legno. Per questo le centrali non si possono più raggiungere dalle due discese a sinistra e a destra del ponte di Paderno: occorre arrivarci da Porto d’Adda, frazione di Cornate. Da lì si può discendere fino a Trezzo. Sono una decina di chilometri.

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COME ARRIVARE

Autostrada A4: Uscita Trezzo: si può raggiungere Cornate d’Adda attraversando Busnago.

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LA FRASE DEL GIORNO
Buona la forza, meglio l’ingegno.
PROVERBIO ITALIANO

venerdì 9 aprile 2010

Sant’Egidio a Fontanella

Da Sotto il Monte, il ridente paese adagiato tra il Monte Canto e l’Adda che ha dato i natali a Papa Giovanni XXIII, salendo per una stradina tutta curve che si inerpica tra i vigneti lontano dalle grandi vie di comunicazione, si arriva alla frazione di Fontanella. Qui ci si staglia davanti, quando la strada ormai finisce, la splendida Abbazia di Sant’Egidio, struttura superstite di un complesso cluniacense fondato nel 1080.

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La chiesa, edificata in stile romanico, consta di tre navate semicircolari con fregi e capitelli. All’edificio originario tra il 1130 e il 1373 si aggiunsero altre costruzioni, nel 1430 venne ripristinato il palazzo che affianca la chiesa e dove si possono ora ammirare strumenti della civiltà contadina. La torre campanaria risale alla fine del XV secolo, il portico e la sagrestia sono invece del Seicento.


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Numerosi affreschi decorano l’interno della chiesa: quelli più antichi, situati nella zona del presbiterio sono del 1100-1200; del 1400-1500 sono San Pietro attorniato dai Santi Sebastiano e Cristoforo, il Compianto del Cristo morto e il Cristo Pantocratore in trono.


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All’esterno, sul lato destro della chiesa, dove si apre il portico secentesco, c’è il sarcofago della regina Teoperga, opera quattrocentesca. Nel portico c’è anche una vetrinetta con i libri di Padre David Maria Turoldo, che si possono acquistare in loco: Sant’Egidio fu infatti la sua chiesa. Il centro di studi ecumenici “Giovanni XXIII” da lui fondato con la “Casa di Emmaus”, dove risiedeva, è pochi metri oltre Sant’Egidio.


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Fotografie © Daniele Riva

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LA FRASE DEL GIORNO 
Tu e lui, / null'altro. / Lui / il Tu senza risposte. 
DAVID MARIA TUROLDO, Canti ultimi

venerdì 4 dicembre 2009

Montepulciano

Città di origine etrusca, sull’estremo limite della provincia di Siena, Montepulciano era già nota nel 715 come "monte o castello Politiano". Le lotte medioevali tra Firenze e Siena per il suo possesso, risoltesi nel 1511 a favore del capoluogo toscano, non impedirono il fiorire dei commerci che garantirono ricchezza e fortuna alla città per tutto il Rinascimento.



La bellezza della cittadina, costruita su un crinale a S che si sviluppa dall’alto verso il basso, è opera di grandi architetti e artisti medioevali e rinascimentali, chiamati ad abbellire il suo centro storico. Lungo il Corso Centrale, cuore della città cinquecentesca, si susseguono imponenti edifici di tale periodo: Palazzo Avignonesi, Palazzo Cocconi, Palazzo Cervini, Palazzo Cagnoni-Grugni, Palazzo Benincasa. Elementi umanistici e tardo-gotici si sovrappongono nella Chiesa di Sant'Agostino, progettata da Michelozzo.


In Piazza Grande, ridisegnata dal Michelozzo, si erge il Palazzo Comunale, simile per le sue linee al Palazzo della Signoria di Firenze; il Palazzo del Capitano del Popolo è di impianto gotico; la cattedrale, con l'incompiuta facciata di muro grezzo, è una costruzione tardo rinascimentale sorta sul luogo dell'antica Pieve di Santa Maria.

Ma a Montepulciano è possibile visitare anche elementi caratteristici che ricordano le antiche corporazioni artigiane: la Città sotterranea, nata su una tomba etrusca, base di importanti edifici e destinata all’invecchiamento del vino Nobile di Montepulciano, ora ospita anche una mostra permanente di strumenti di ferro gotico-rinascimentali; l’Osteria della Porta di Bacco, antico corpo di guardia medicea, con la mostra delle armature e delle cinture di castità. E naturalmente si possono gustare i vini e i piatti tipici  dell’antica civiltà toscana: i pici, la ribollita, il pollo alla diavola,  i cantucci con il Vin Santo…



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LA FRASE DEL GIORNO
Il viaggio è un sentimento, non soltanto un fatto.
MARIO SOLDATI, Un viaggio a Lourdes

martedì 13 ottobre 2009

La Madonna del Ghisallo

C'è un posto caro a tutti i cicloamatori e ai ciclisti professionisti: è il Santuario della Madonna del Ghisallo, una piccola chiesetta alla cima di una salita (e poteva essere altrimenti?) che porta alla cima del colle dopo una serie di tornanti. La località è Magreglio, in provincia di Como. Ci si arriva da Canzo o da Bellagio, la splendida meta turistica situata proprio dove il Lario si divide in due rami. L’altitudine è di 754 metri.

La Madonna del Ghisallo compie sessant'anni da patrona dei ciclisti: fu infatti il 13 ottobre 1949 che papa Pio XII la proclamò tale. Un anno prima, nella stessa data, il pontefice accese la fiamma di una lampada che Gino Bartali e Fausto Coppi portarono al santuario: arde da allora.

 


La cappella originale sorse lungo la strada intorno all’anno Mille, con una icona posta a protezione dei viandanti: qui si rifugiò un certo conte Ghisallo, aggredito dai briganti durante una battuta di caccia nei boschi; salvatosi il conte, la tradizione popolare diede il suo nome alla piccola chiesa. L’edificio attuale risale al 1623, il portico a tre archi fu aggiunto nel 1681.


All'interno c'è la Madonna del Latte, un dipinto del XVI secolo che è una copia dell’antico affresco. Ma quello che i ciclisti cercano sono i cimeli lasciati in onore della Madonna in tanti anni dai campioni. Si possono ammirare fiaccole, gagliardetti, le biciclette, le maglie, le coppe e le medaglie lasciate da Bartali, Coppi, Motta, Gimondi, Merckx e dal compianto Casartelli, caduto sulle strade del Tour.



Il rettore del Santuario, don Luigi Farina, spiega così la devozione dei ciclisti alla Madonna del Ghisallo: «La strada, per i ciclisti, è un po’ come il deserto biblico: pedalano in solitudine e sanno che devono contare unicamente sulle loro forze. Mentre macinano chilometri e chilometri riflettono, pensano. Sono consapevoli che il pericolo potrebbe essere dietro l’angolo e in quei momenti dal loro cuore sgorga una preghiera alla loro Madonnina. Il ciclismo è uno sport duro, che tempra gli animi e porta alla religiosità. Dopo le gare, i ciclisti tornano in famiglia, dalla loro mamma; allo stesso modo vengono qui dalla loro Mamma Celeste. E quando vincono, lasciano sempre un ricordo».

  

 

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LA FRASE DEL GIORNO
La bicicletta è indice di equilibrio, suscitando il miracolo di Certi fatti nascosti, di mani occulte che sorreggono: la parabola evangelica del camminare sulle acque; se hai fede, i tuoi piedi calmano l'onde e cammini; se cessa la fede, sommergi. 
CESARE ANGELINI, La bicicletta, rondine d'argento

sabato 15 agosto 2009

Santuario del Perello


Visita al Santuario del Monte Perello, in località Algua, ma raggiungibile da Selvino a piedi con un percorso tra i boschi di quaranta minuti o in auto lungo una strada di montagna tutta curve in un quarto d'ora. 

Il santuario appare all'improvviso dopo l'ultima curva (in auto) o al termine della leggera salita (a piedi). Il campanile in ardesia grigia sembra dare un senso di fresco al villeggiante che raggiunge la meta. All'interno due cappelle: una, più grande, alla quale si accede salendo una scala di una decina di gradini e l'altra, più buia, che si raggiunge scendendo una scala di numerosi gradini; tra le due un corridoio tappezzato di ex voto e un affresco cinquecentesco in fase di restauro.

La prima cappella, quella in alto, è luminosa; è decorata a strisce orizzontali grigie e rosa con alcuni quadri di non eccelso valore. Accanto all'altare due statue rappresentano la scena del miracolo, avvenuto nel 1413: la Vergine appare a un contadino e fa germogliare un olivo da un tronco secco. È ben resa l'ingenuità del contadino che sfocia in un atto di devozione e sottomissione: egli è infatti inginocchiato. Davanti all'altare ardono parecchie candele accese dai pellegrini nel corso della giornata. La volta è rotonda con travi intagliate poste a distanza di circa un metro e mezzo l'una dall'altra.

Nella seconda cappella, protetta da un'inferriata, ancora la scena del miracolo: di fronte ad essa ardono lumini in contenitori di metallo rosso cremisi; la volta è affrescata e non molto alta. Una porticina con una feritoia a croce, al pari di altre due finestre, consente la visione sul cortile coperto di ghiaia.

Tra gli ex voto esposti nel corridoio, oltre a quelli ricamati a mano e ai molti che riportano fotografie di auto distrutte in incidenti stradali, ne spiccano alcuni dei primi anni del secolo: il ritratto di una miracolata, un uomo investito da una carrozza a cavalli, un altro caduto da un albero, un altro ancora salvatosi nelle trincee della prima guerra mondiale. In mezzo a tutti gli ex voto un grande cuore d'oro ricorda tutti i nostri Caduti.





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LA FRASE DEL GIORNO
Ma i cittadini italiani non sono da meno. Li ho visti, li ho visti in folla a Ferragosto. Erano l'immagine della frenesia più insolente. Ponevano un tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato di «raptus»: era difficile non considerarli spregevoli o comunque colpevolmente incoscienti.
PIER PAOLO PASOLINI, Lettere luterane

mercoledì 12 agosto 2009

Il romanico ad Arlate

Ad Arlate, frazione del comune di Calco, in provincia di Lecco, su un piccolo poggio che domina la vallata dell’Adda, sorge uno dei monumenti più importanti della zona: la chiesa dei Santi Gottardo e Colombano, un gioiello del romanico lombardo.



© Cruccone


Le prime notizie della chiesa, che allora faceva parte del monastero cluniacense di San Colombano, proprietà dell’Abbazia di Pontida, risalgono al 1162 e si suppone che la sua edificazione sia avvenuta intorno alla metà dell’XI secolo. Prima di allora però doveva esserci un sistema di fortificazione con torre di segnalazione allineata con il vicino castello di Cisano Bergamasco. Nel corso dei secoli vi furono anni di abbandono e di degrado, soprattutto dopo lo spostamento del monastero a Milano, seguiti a periodi di restauro e abbellimento, fino all’istituzione della chiesa in parrocchia autonoma nel vicariato di Brivio.

La costruzione, in pietra locale, ha una facciata a capanna con lesene e un portale sormontato da monofore. Una linea semplice e lineare che si ripete all’interno e invita alla preghiera e al raccoglimento. La navata centrale, ricoperta con capriate di legno, è la più larga; le due minori e il presbiterio sono voltati a crociera. Gli archi sono sorretti da pilastri in pietra viva. La navata di sinistra appare la parte più antica della chiesa. Sulla semicupola dell’abside si può ammirare quel che rimane di un affresco raffigurante il Cristo Pantocrator, restaurato una decina di anni fa, datato intorno alla fine del XIII secolo. Il campanile è opera del XIX secolo, ai tempi dell’istituzione in parrocchia.

La chiesa dei Santi Gottardo e Colombano è inserita nel “Cammino di Agostino” e merita una visita, magari durante una gita alle meraviglie del medio corso dell’Adda.

Immagine mappa


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LA FRASE DEL GIORNO
Diciamo così: Dio è il pittore, la nostra fede è la pittura, i colori sono la parola di Dio, il pennello è la Chiesa.
SAN FRANCESCO DI SALES, Controversie

venerdì 29 maggio 2009

Il Puente del Diablo a Tarragona

Il Puente del Diablo a Tarragona è un imponente acquedotto romano costruito nel I secolo dopo Cristo: sorge a 4 km dalla città catalana, nei pressi del fiume Francolí: lungo 217 metri e alto 27, porta al culmine di due ordini di arcate la conduttura dell’acqua, che in origine era coperta.

Il 20 maggio scorso sono iniziati i lavori per il restauro integrale: l’ambizioso progetto prevede di far passare l’acqua attraverso tutto il canale per mostrare ai visitatori la funzione originale dell’opera vecchia di duemila anni. Il costo dell’operazione è di 2,5 milioni di euro, che saranno finanziati per tre quarti dal Ministero del Turismo e per un quarto dal Municipio di Tarragona.

Non si tratterà solo di restaurare il "Puente del Diablo”: verranno recuperati i giardini romantici e pulito il bosco. Inoltre, l’architetto Joan Albert Adell, incaricato dei lavori, intende analizzare come e quando l’acquedotto è stato costruito. Il restauro avverrà a pezzi per non impedire ai turisti di visitare e fotografare il ponte: il progetto sarà infatti portato avanti per 26 mesi. Il “Puente del Diablo” tornerà come nuovo nel luglio del 2011.


Il Puente del Diablo (Fotografia © Joan Im)

 

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LA FRASE DEL GIORNO
La potenza romana poggia sui costumi e gli uomini antichi.
ENNIO, Annali

venerdì 15 maggio 2009

Tivoli, Villa d’Este

Lo scorso sabato ho visitato Villa d’Este a Tivoli, un’opera voluta dal cardinale Ippolito II d’Este, figlio di Alfonso I e di Lucrezia Borgia. Ippolito, papa mancato nel Conclave del 1550 che elesse Giulio III, fu ricompensato con la carica di governatore a Tivoli. Arrivatovi il 9 settembre, scoprì che la residenza del governatore era un antico convento: iniziò allora a concepire l’idea di edificare una villa gemella della residenza in costruzione a Roma e di dotarla di un ampio giardino. Quello di Villa d’Este, che è nella lista dei siti Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO, è il progenitore di tutti i “giardini all’italiana”.

L’architetto Pirro Ligorio sovrintese sia ai lavori della villa sia all’ideazione del giardino, affiancato da numerosi artigiani. Il cardinale acquistò terreni e due chiese per realizzare l’opera e fece convogliare le acque dell’Aniene per alimentare i giochi d’acqua. Se la villa è mirabile, il giardino è meraviglioso: si articola fra terrazze e pendii, con un asse longitudinale centrale e cinque assi trasversali principali, collegati e raccordati con scalinate che superano con maestria le diverse pendenze. I numeri sono impressionanti:  35.000 mq complessivi di giardini, 250 zampilli, 60 polle d’acqua, 255 cascate, 100 vasche, 50 fontane, 20 esedre e terrazze, 300 paratoie, 30.000 piante a rotazione stagionale, 150 piante secolari ad alto fusto, 15.000 piante ed alberi ornamentali perenni, 9.000 mq di viali, vialetti e rampe.

Le “Cento Fontane” lasciano a bocca aperta, come i mascheroni che riversano acqua e che fecero scrivere questi versi a Gabriele D’Annunzio nelle “Elegie romane”: “Parlan fra le non tocche verzure le Cento Fontane, / parlan soavi e piane come femminee bocche, mentre sui lor fastigi che il sole di porpora veste, / splendono (oh Gloria d’Este”) l’aquile e i fiordiligi”. Aquile e gigli, che sono nello stemma della famiglia d’Este, sono sparsi un po’ ovunque nel giardino: statue, mattonelle, bassorilievi .

Le “Cento Fontane”

Imponente la “Fontana dell’Organo”, che, attraverso un sistema idraulico, a ore stabilite permette a un organo di suonare automaticamente quattro arie rinascimentali. Analogamente la “Fontana della Civetta” aziona un automa musicale che consente agli uccellini di bronzo di pigolare all’arrivo di una civetta.

La “Fontana dell’Organo”, particolare

Nelle “Peschiere” si mescolano il cielo e le piante circostanti in un gioco sempre nuovo di riflessi. La “Fontana di Rometta” apre uno scorcio sulla città sottostante e riporta ancora una volta nella mitologia, così come la “Fontana di Nettuno”. Passeggiare nell’atmosfera rilassante del giardino significa entrare nella cultura classica, lanciarsi in un mondo di allegorie e miti: a Villa d’Este, nel meraviglioso connubio di arte e natura, si comprende la vera essenza del Rinascimento.

La “Fontana di Rometta”, particolare

DSC_0371 Le “Peschiere”

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Laudato si', mi Signore, per sor'acqua, la quale è molto utile et humele et pretiosa et casta.
SAN FRANCESCO D’ASSISI, Cantico delle Creature

martedì 14 aprile 2009

Adda, tra Leonardo e centrali


Approfittando della splendida giornata di sole che ha rallegrato il Lunedì dell'Angelo, ho seguito un buon tratto del medio corso dell'Adda, quello che forma  il Parco Adda Nord e che si estende da Lecco a Trezzo. Le auto, fortunatamente, non sono ammesse sull'alzaia del fiume, anche se occorre prestare attenzione ai ciclisti, spesso impegnati in corse a rotta di collo.

Il paesaggio offre scorci incantevoli, impreziositi da elementi architettonici di "archeologia industriale": le vecchie filande, i lavatoi, le centrali idroelettriche. A Brivio, lasciato il castello, ci si può avviare lungo l'Adda, costeggiando la palude di salici e sbucare, passando sotto il moderno ponte, in un tratto dove il fiume scorre placido. A Imbersago si può ammirare il traghetto detto "di Leonardo", in quanto il suo disegno è attribuito al genio di Vinci. Un uomo a forza di braccia lo trascina dolcemente lungo la catena da una sponda all'altra.


BRIVIO, Il ponte

IMBERSAGO, Il traghetto


Poco più su c'è il santuario della Madonna del Bosco, con la lunga scalinata che molti percorrono recitando un'Ave Maria per ogni gradino. Dal belvedere si può allungare lo sguardo sulle colline bergamasche; salendo lungo il bosco di castagni si può percorrere la Via Crucis.


IMBERSAGO, Madonna del Bosco, la scalinata

Paderno è nota per il ponte, coevo della Torre Eiffel e ugualmente ammirato: nella corsia superiore scorre il traffico, consentito solo alle auto e ai pedoni, in quella inferiore passa la ferrovia Bergamo-Carnate-Milano. L'opera di alta ingegneria fu realizzata in ferro nel 1889: il viadotto misura 266 metri, l'altezza dal pelo dell'acqua è di circa 80 metri. Ma a Paderno scorre anche il Naviglio e l'Adda si biforca prima di riunirsi più a valle: il tratto noto come "Adda vecchia" scorre tra scogli affioranti e rocce, generando un caratteristico paesaggio che si dice abbia suggerito a Leonardo lo sfondo della "Vergine delle rocce". Dell'antico sistema di navigazione, che dal 1777 consentiva il passaggio di imbarcazioni con il sistema di chiusura e apertura delle porte per superare il dislivello, restano solo le chiuse del Naviglio e un'incuria inconcepibile in un paese civile. Sempre a Paderno, lungo il fiume, nei pressi della centrale Edison è possibile visitare l'Ecomuseo Adda di Leonardo.


PADERNO D'ADDA, Il ponte

Qui l'archeologia industriale ha il suo santuario: tra Paderno e Trezzo, in rapida successione sono dislocate le centrali elettriche "Semenza" tra Robbiate e Paderno, "Bertini" a Porto d'Adda, "Esterle" a Cornate d'Adda e "Taccani" a Trezzo. A Trezzo si possono ammirare, proprio a ridosso del fiume, anche i ruderi dell'antico castello visconteo.


ROBBIATE, Centrale "Semenza"

CORNATE D'ADDA, "Centrale "Esterle"

Più avanti c'è il villaggio operaio di Crespi, di cui già si è parlato: è patrimonio dell'UNESCO e vale sicuramente una visita dettagliata, così come tutte le località citate in questo post.

CRESPI D'ADDA, Il palazzo padronale visto dall'Adda




COME RAGGIUNGERE LA ZONA:

Dalla Tangenziale Est di Milano: seguire la SP342 e poi le indicazioni per le singole località
Da Lecco: SP72 direzione Milano-Como-Bergamo
Da Bergamo: SP166, da Ponte San Pietro

In treno: FS Paderno-Robbiate (1 km dal fiume) sulla linea Milano-Carnate-Bergamo, Cernusco-Merate (5 km) sulla linea Milano-Lecco-Tirano - consentito trasporto biciclette





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LA FRASE DEL GIORNO
L'acqua che tocchi de' fiumi è l'ultima di quella che andò e la prima di quella che viene. Così il tempo presente.
LEONARDO DA VINCI, Aforismi, novelle e profezie

martedì 24 febbraio 2009

Consonno, Las Vegas fantasma


Adagiato tra le verdi colline della Brianza e l'Adda, nel territorio del comune di Olginate, a pochi chilometri da Lecco, sorge un paese fantasma, una follia a metà tra un'intuizione futurista e un sogno disneyano: è il villaggio di Consonno, che negli Anni '60 ebbe notorietà per un progetto fantastico e delirante: la trasformazione di un paesino in una città dei divertimenti, una piccola Las Vegas brianzola.

Fu all'inizio del 1962 che il conte Mario Bagno, un sessantenne nato a Vercelli si comprò tutte le case di Consonno, piccola frazione con radici nel medioevo, per la cifra di 22 milioni e mezzo di lire. L'esca appetibile che aveva usato per ottenerle fu la promessa di realizzare una strada che unisse il nuovo borgo con Olginate. In breve le ruspe e le gru si misero al lavoro con l'euforia e l'alacrità tipica degli Anni '60: il kitsch del conte Bagno, imprenditore edile che in un'intervista d'epoca a Camilla Cederna confessava di recuperare lì "tutto il materiale che ho in giro", era una ossessione pop. Sorsero un fortilizio marocchino, una balera a forma di Alhambra, un minareto che svettava sul palazzo orientale che fungeva da cimitero - in realtà era solo un sistema ingegnoso per nascondere il serbatoio dell'acqua - mischiati a una grotta con la Madonna, a pozzi medioevali, a colonne classiche e rocce finte, a una Venere dipinta di rosso, a macigni blu, a fioriere variopinte, a cascate policrome, paesaggi cinesi e giapponesi, scene da "Mille e una notte". Intanto gli abitanti del paese diventarono baraccati ed i primi turisti iniziarono a giungere, attratti da questo luna-park postmoderno non distante da Milano. Una distruzione ambientale e paesistica che oggi sarebbe inconcepibile.

Comunque, qualcosa non andò per il suo verso: arrivarono gli Anni '70 di crisi e di disagio. Una frana pose fine al progetto del conte Bagno, originata dalle colate di cemento riversate sulla collina: la strada che portava a Consonno fu interrotta, il paese dei divertimenti isolato. Bagno ormai era anziano, provò un'ultima carta negli Anni '80 per rilanciare l'idea e trasformare il parco del kitsch in una casa di riposo, prima di rinunciare e morire ultranoventenne. Qualche anno fa un "rave" portò ulteriore devastazione.

La frana fortunatamente ha risparmiato alla vista i nuovi progetti, rimasti sulla carta: un castello, un café chantant, un portico in stile tirolese. Ora qualcosa si muove, il comune di Olginate valuta come riqualificare il paesino, magari conservando qualche elemento del passato recente, aprendo ad una vocazione agrituristica. Una sfida per far dimenticare lo scempio ambientale e cancellare le rovine che fanno - al momento - della "Las Vegas brianzola" un paese fantasma. È da quello che è rimasto dell'antica frazione che Consonno dovrebbe rinascere: la chiesa di San Maurizio e la canonica, miracolosamente scampate al vanaglorioso programma del conte Bagno.




Il minareto di Consonno, oggi 
(Fotografia © Marco Sbroggiò)


UN SITO COMPLETO SU CONSONNO



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LA FRASE DEL GIORNO
C'è nei sogni, specialmente in quelli generosi, una qualità impulsiva e compromettente che spesso travolge anche coloro che vorrebbero mantenerli confinati nel limbo innocuo della più inerte fantasia.
ALBERTO MORAVIA, I racconti, L'avaro

mercoledì 11 febbraio 2009

Apologia dei portici


Sono stato a Busseto, ho camminato sotto i portici. Adoro camminare sotto i portici da sempre: credo che sia per quel senso di protezione che danno, per quel farti sentire in una casa.

La funzione dei portici non è altro che quella di porre in contatto lo spazio privato della casa con quello pubblico della strada: sono un luogo di incontro e di comunicazione, sicuro e ospitale. Non è un caso che i bar vi pongano i loro tavolini trasformandone ampi tratti in un salotto dove conversare.

Tutto il contrario di certi lunghi viali cittadini aperti al vento e agli elementi: lì si perde quella finalità, diventano solo vie di scorrimento, dove non si sosta, ma si percorre.

Ecco perché amo le città ed i paesi che conservano tratti porticati: mi vengono in mente Merano, Bolzano, San Pellegrino ma anche i portici più moderni di Lignano Pineta e di Corso Vittorio Emanuele a Milano. Tutto il fascino sta nel “tetto”, nelle colonne.


Merano, Via Portici / Laubenstrasse


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LA FRASE DEL GIORNO
Guardate cosa vuol dire l'arte! Sono quasi cinquant'anni che vedo tutti i santi giorni quel porticato, e soltanto adesso mi accorgo che è bello!
GIOVANNI GUARESCHI, Gente così

venerdì 23 gennaio 2009

In viaggio con Chatwin


Sono trascorsi vent'anni dalla scomparsa di Bruce Chatwin: lo scrittore inglese morì di AIDS a Nizza il 18 gennaio 1989, alla soglia dei cinquant'anni.

C'è un pensiero di Pascal - "La nostra natura consiste nel movimento. La quiete assoluta è morte" - inserito come prima tra tante citazioni nelle "Vie dei Canti", che descrive esattamente la sua indole di viaggiatore solitario. "Perché gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto all'altro?" è la domanda posta nel 1969 dallo scrittore inglese a Tom Maschler: Chatwin provò per tutta la vita a darvi una risposta.

In una bella intervista rilasciata su Tuttolibri a Umberto Rondi, la vedova Elizabeth Chanler, rimasta con lui per 23 anni, rivela quello che tutti i lettori di Chatwin sanno: la sua eredità è in ciò che ha insegnato attraverso i suoi libri. Chi ha letto "In Patagonia", ad esempio, la sua prima opera, ha subìto il fascino di quella terra lontana, ha avuto almeno per un istante il desiderio di viaggiare come Chatwin, di andare all'avventura per conoscere quei mondi e quelle persone diverse, per impossessarsi almeno qualche giorno di quegli usi e di quei costumi, dei loro miti e delle loro tradizioni.

Viaggiare soli, naturalmente, senza l'ingombro di compagnie, guide, organizzatori, gente da aspettare e da ascoltare: "Lui diceva che se fai un viaggio con più di una persona vicino non puoi davvero incontrare e scoprire la gente sul tuo cammino. Quindi era solo, o al massimo con un amico, o un'amica" spiega la signora Chanler. Viaggiare documentati, sapere quello che si può trovare, ma essere anche capaci di mutare idea sul posto, aprirsi alla nuova cultura: "Scrupolosamente si documentava su un numero infinito di libri; cercava in seguito di confrontare tutto quello che aveva appreso con ciò che incontrava durante il viaggio, integrando ed evolvendo di continuo quello che aveva studiato".


Eccola l'eredità di Bruce Chatwin, quello che possiamo imparare da lui: "Lasciarci incuriosire da tutto quello che si incontra in un viaggio: le persone, il Paese, quel che si mangia, persino gli imprevisti... Non come chi arriva in un posto e non è mai contento, comincia a sbuffare e a lamentarsi che la gente è brutta o antipatica, il posto non comodo, i cibi non abbastanza buoni: a Bruce non importavano queste cose".

Ricordiamoci di Chatwin nel nostro prossimo viaggio: guardiamo quel luogo con gli occhi del viaggiatore, non con quelli del turista.



Un celebre ritratto fotografico di Bruce Chatwin


BIBLIOGRAFIA DI BRUCE CHATWIN
In Patagonia, 1977
Il vicerè di Ouidah, 1980
Sulla collina nera, 1982
Ritorno in Patagonia, 1985 - con Paul Theroux
Le Vie dei Canti, 1987
Utz, 1988
Che ci faccio qui?, 1990
L'occhio assoluto, 1993
Anatomia dell'irrequietezza, 1997
Sentieri tortuosi, 1998



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LA FRASE DEL GIORNO
Discutemmo fino a tardi sulla possibilità di avere anche noi un itinerario di viaggi tracciato sul nostro sistema nervoso centrale: sarebbe l'unica spiegazione della nostra folle irrequietezza.
BRUCE CHATWIN, In Patagonia, 44




Charles Bruce Chatwin (Sheffield, 13 maggio 1940 – Nizza, 18 gennaio 1989), scrittore e viaggiatore britannico, autore di racconti di viaggio e romanzi. Conosciuto per il suo stile essenziale, lapidario e la sua innata abilità di narratore di storie,  ha esplorato diversi temi nel suo lavoro: irrequietezza umana e vagabondaggio; confini ed esilio; arte e oggetti.


domenica 7 dicembre 2008

Oh bej Oh bej


Non è più la stessa la "Fiera degli Oh bej Oh bej" a Milano. L'ultima violenza è stata il trasloco, da un paio d'anni, a Largo Cairoli, la piazza antistante il Castello Sforzesco, e all'interno del Parco Sempione - in verità solo il viale adiacente alle mura.

Era molto più raccolta e suggestiva nel suo scenario naturale, attorno alla Basilica di Sant'Ambrogio: nella piazza, in Largo Gemelli, Via Lanzone, Via Necchi e Via Santa Valeria. I lavori che bloccano da anni la piazza e gli scontri con gli autonomi hanno spinto la giunta Moratti al trasferimento.

Ora la "Fiera degli Oh bej Oh bej" con tutti quei gazebo bianchi è un asettico mercato come tanti se ne vedono nelle nostre città e i nostri paesi, solo un po' più grande. Gli antiquari, i rigattieri e i venditori di libri usati sono sempre meno, in compenso trionfano i venditori di "firuni", le classiche castagne cotte e conservate, legate in collane con lo spago. E questi possono ancora chiamarsi tradizionali. Legati al Natale sono i fioristi, con i loro abeti e i rami dorati, con le decorazioni per la casa e anche i mestieranti. Del tutto fuori luogo le bancarelle di pura merceologia, con i dimostratori dell'utensile per lavare i vetri o per tagliare le verdure o del panno magico.

Poi c'è la catena, una sorta di franchising, dei grandi camion di venditori di dolciumi, di panini alla piastra, di torroni. E accanto a loro i piccoli furgoni dei caldarrostai e dei venditori di frittelle calde. Tutti questi odori - il fritto, il fumo della carne arrostita, il tostato delle castagne, l'aroma delle olive ammassate in grandi recipienti - si mescolano nell'aria. Il sapore etnico è dato dai mercanti africani e sudamericani con i loro oggetti in legno, gli incensi, l'abbigliamento nazionale.

Le tradizioni milanesi - la Fiera risale al XVI secolo - vanno scomparendo, mentre altre, di recente origine, prosperano: intendo i mercatini di Natale dell'Alto Adige, nati solo nel 1989 ma già capaci di attirare gente a migliaia con le loro caratteristiche bancarelle. Gli "Oh bej Oh bej" hanno un non so che di stanco, di stantio, e non giova di certo il trasloco, se non per la più facile accessibilità dovuta allo spazio più largo. Il suk dei centri sociali e degli abusivi, che si estendeva nel budello di Via Caminadella, è stato definitivamente estirpato, anche se il primo giorno a Piazzale Cadorna si è verificato qualche contrasto con le forze dell'ordine.

La fiera rimane aperta dal 5 all'8 dicembre, la fermata della metropolitana è Cairoli, sulla Linea 1 rossa. Dal Castello si può raggiungere a piedi in pochi minuti il centro con i suoi ricchi negozi.


Foto: βΩχ


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LA FRASE DEL GIORNO

Rimpianto (s.m): ciò che si sedimenta nella coppa della vita.
AMBROSE BIERCE, Il dizionario del diavolo

venerdì 28 novembre 2008

Christmas Village


Ho visitato il Christmas Village di Agribrianza a Concorezzo, nella Brianza monzese a pochi chilometri da Milano. Se volete tuffarvi in un'atmosfera da favola natalizia, quello è il posto giusto.

Già dall'ingresso si è catapultati in un mondo fatato, con la neve, il ghiaccio, gli orsi polari e i pinguini, il pavimento ovattato e le luci basse: è solo l'anteprima di quello che ci aspetta dentro. Vi sono sale e sale di alberi di Natale di ogni tipo, decorazioni nei materiali e negli stili più svariati, con i colori abbinati in modo differente: palline e gocce di vetro colorato, angeli, uccellini, farfalle, rose - c'è anche l'albero dedicato alla Coca-Cola con orsi, piccole lattine e tappi. E poi le luci e i rami illuminati, tutto quello che si può desiderare per addobbare l'albero e arredare la casa per le feste: non solo festoni, ma anche vasi, centrotavola, candele, piatti, tovaglie...

Vi è poi un angolo per i bambini di ogni età, con i carillon e gli scenari automatici che riportano a età ormai perdute: sembra di essere all'interno del "Canto di Natale" di Dickens, osservando quelle scene illuminate di città in movimento, con i trenini, i pattinatori, gli artigiani che lavorano in un tipico ambiente anglosassone.

Da lì si entra nel presepe tradizionale, con statuine e capanne e accessori di ogni genere: le carte stellate, le fontanelle, gli stagni, fascine, paglia, carretti... C'è anche una sezione dedicata al presepe napoletano, con le ambientazioni complete e le statue: c'è anche Pulcinella. E uno scaffale presenta le statuine artigianali spagnoli, dai classici vestiti di tela indurita. Un altro ha tutto il materiale per i giochi di luce, le lanterne, il fuoco, l'alba e il tramonto.

Si esce con una gran voglia di Natale e naturalmente con il sacchetto degli acquisti, perché qualcosa ha attirato di certo la nostra attenzione...

AGRIBRIANZA CHRISTMAS VILLAGE
Concorezzo (Milano)
Via Dante, 191
sulla SP2, a pochi metri dall'uscita della Tangenziale Est di Carugate

Lunedì/sabato 8.30-12.30 / 14.30-19.00
Domenica 9.30-12.30 / 14.00-19.00
Orario continuato dal 28 novembre all'8 dicembre



Fotografia © DR



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LA FRASE DEL GIORNO
Natale... non è un avvenimento esterno, ma un pezzo della propria casa che ognuno porta nel cuore.
FREYA STARK, Time and Tide

domenica 9 novembre 2008

Agostino in Brianza


«Tuoi siamo, lo attestano le tue esortazioni e poi le tue consolazioni: fedele alle promesse, rendi a Verecondo, in cambio della sua campagna a Cassiciaco, ove riposammo in te dalla bufera del mondo, l'amenità in eterno verdeggiante del tuo paradiso, poiché gli hai rimesso i suoi peccati sulla terra, sulla montagna pingue, la tua montagna, la montagna ubertosa.»


Così Sant'Agostino nelle sue Confessioni (Libro IX) accenna al soggiorno in Brianza, identificato a Casatenovo o a Cassago. Il santo e filosofo, da poco abbandonata la dottrina manichea e convertito al cristianesimo di Ambrogio, durante l'autunno del 386 trascorre un breve periodo di riposo e convalescenza nella villa di campagna di Verecondo, a Cassiciacum. Lì, con la madre Monica e gli amici, si dedica esclusivamente a meditazioni filosofiche.

Ora, a proposito di Agostino e Brianza, voglio segnalare "Il Cammino di Sant'Agostino" un sito interessante e visionario, che propone un "cammino" come quello di Santiago de Compostela e come la Via Francigena, da percorrere seguendo i venticinque santuari mariani della Brianza, con un itinerario circolare che parte da Santa Maria delle Grazie a Monza, visita le chiese in un panorama spesso mozzafiato e a Monza ritorna dopo 14 giorni e 352,4 km percorsi.

Si viaggia tra le colline, si costeggiano il lago di Pusiano ed il Lario, si attraversano città (Monza, Cantù) e paesi, si cammina lungo il Lambro e l'Adda, si scorgono meraviglie quali Montevecchia e le archeologie industriali tra Paderno e Porto. Si passa per le province di Monza-Brianza, Como e Lecco. Non solo fede, anche turismo. È un progetto embrionale, al momento, ma non sarebbe male che i comuni e le parrocchie lungo il percorso si attivassero per valorizzarlo e mettere a disposizione alloggi e guide per i "pellegrini". Invece del sacco a pelo potrebbero comparire ostelli - il turismo, si sa, va incoraggiato.

A chi vuole fare comunque una gita ritengo di consigliare tutti e 25 i siti indicati da "Il cammino di Sant'Agostino" - ne vale davvero la pena:

- Maria della Misericordia, a Vedano al Lambro
- Madonna del Borgo, a Lissone
- Santa Maria Assunta, a Triuggio (Rancate)
- Madonna di Santa Valeria, a Seregno
- Madonna del Pellegrino, a Desio
- Santa Maria della Frasca, a Cesano Maderno
- Madonna della Neve, a Cucciago
- Madonna dei Miracoli, a Cantù
- Madonna di Rogoredo, ad Alzate Brianza
- Santa Maria della Noce, a Inverigo
- Nostra Signora di Lourdes, a Monguzzo
- Madonna di San Calogero, a Caslino d’Erba
- Madonna del Latte, a Valmadrera
- Santa Maria Madonna della Neve, a Pusiano
- Santa Maria Nascente, a Barzago (Bevera)
- Madonna di Czestochowa, a Valgreghentino
- Madonna Addolorata, ad Airuno
- Madonna del Sasso, a Colle Brianza
- Beata Vergine del Carmelo, a Montevecchia
- Santa Maria Nascente, a Merate (Sabbioncello)
- Madonna del Bosco, a Imbersago
- Madonna della Rocchetta, a Paderno d’Adda
- Beata Vergine del Lazzaretto, a Ornago
- Vergine del Rosario, a Vimercate
- Santa Maria delle Grazie, a Monza



Imbersago, Madonna del Bosco - Fotografia © Daniele Riva




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LA FRASE DEL GIORNO
Eppure gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell'Oceano, le orbite degli astri, mentre trascurano se stessi. Non li meraviglia ch'io parlassi di tutte queste cose senza vederle con gli occhi; eppure non avrei potuto parlare senza vedere i monti e le onde e i fiumi e gli astri che vidi e l'Oceano di cui sentii parlare, dentro di me, nella memoria tanto estesi come se li vedessi fuori di me.
SANT'AGOSTINO, Confessioni, Libro X

lunedì 7 luglio 2008

San Martino della Battaglia


Un luogo davvero interessante da visitare è il Sacrario di San Martino della Battaglia, in provincia di Brescia, a pochi chilometri dal lago di Garda.
La Torre, alta 74 metri, fu inaugurata nel 1893 da re Umberto I e venne eretta per ricordare i combattenti nelle tre Guerre d’Indipendenza, vi si può salire per ammirare gli affreschi e raggiungere il terrazzo alla sommità, dal quale si può osservare il vasto panorama.
Il Museo raccoglie cimeli della battaglia, armi, cannoni, divise, carte topografiche e piccole testimonianze della vita dei soldati: monete, bottoni, oggetti personali.


La Torre di San Martino (Fotografia © Daniele Riva)

Attraverso un viale alberato con cippi a ricordo dei reparti impegnati nella battaglia del 24 giugno 1859, si raggiunge la Chiesa Ossario, dove sono accatastati i teschi e le ossa di 2619 caduti italiani, francesi e austriaci. In quel combattimento, durante la II guerra d'indipendenza, morirono 7000 soldati. Ne sono rimasto molto colpito: quelle orbite vuote sembrano guardarti e dire tutta l'inutilità della guerra, la sua crudeltà.

Una lapide reca l'iscrizione

Indiscretis Militum Reliquis
Date Serta
Pia Diciate Verba
Hostes In Acie
Fratres in Pace Sepulcri
Una Quiescunt

Alle Commiste Reliquie dei Prodi
Porgete fiori
Recitate parole pie
Nemici in battaglia
Fratelli nel silenzio del Sepolcro
Riposano uniti.

In effetti i resti sono mischiati, deposti senza distinzione di nazionalità, riposano in un unico grande esercito senza nome e senza bandiere.
Proprio da quella carneficina Jean-Henri Dunant, sconvolto dal grande numero di feriti, ebbe l'idea di fondare la Croce Rossa Internazionale.


La Chiesa - Ossario (Fotografia © Zairon/Wikimedia Commons)



COME RAGGIUNGERE SAN MARTINO DELLA BATTAGLIA

Autostrada: A4 Milano Venezia
Uscita Sirmione/Desenzano del Garda
Seguire le indicazioni stradali (la Torre è visibile da lontano)
L’ingresso a Torre e Museo è di 5 €, quello alla Chiesa Ossario è gratuito.


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LA FRASE DEL GIORNO
La Verità è una donna nuda e, se per caso è tratta dal fondo del mare, spetta ad ogni gentiluomo di darle una sottana o di voltarsi verso il muro giurando di non aver visto nulla.
RUDYARD KIPLING, Il serpente di mare

domenica 29 giugno 2008

Il Museo della Guerra a Rovereto


Ho visitato il Museo della Guerra a Rovereto. È impressionante l’evolversi degli strumenti bellici, dalla spada medievale al lanciagranate. Mi ha colpito, ancora una volta, l’aspetto antropologico sociale, gli elementi della vita quotidiana dei soldati: le gavette, le razioni, gli strumenti di ogni giorno, dai bisturi degli ufficiali medici agli anelli ricavati dai proiettili nelle lunghe ore di trincea. Ma, soprattutto, il pane secco distribuito nei lager.


Il Museo, la cui sede è nel Castello quattrocentesco, fu inaugurato da Vittorio Emanuele III nel 1921. L’idea di realizzarlo era venuta due anni prima a un gruppo di reduci roveretani come “luogo della memoria” di una città bombardata e colpita da gravi perdite.

Oggi il Museo espone armi e uniformi, testimonianze fotografiche, dipinti, cimeli e documenti. L’esposizione si snoda sui piani del Castello ed è possibile anche accedere agli spalti, da dove si può ammirare il bel panorama della città. Nel rifugio antiaereo ai piedi del Castello ha sede la mostra "Le artiglierie della Grande Guerra". Nel 2008 sono state inaugurate nuove sale, aventi per tema le armate napoleoniche e la storia del Risorgimento Italiano .



IL SITO INTERNET

http://www.museodellaguerra.it/



INFORMAZIONI

Museo Storico Italiano della Guerra
via Castelbarco 7
38068 Rovereto
Tel. 0464 438100

Aperto da martedì a domenica
dalle 10.00 alle 18.00 (9.30-18.30 sabato e domenica)
dl 1° marzo al 23 dicembre

Da maggio a ottobre è visitabile anche la sezione artiglierie

Ingresso: € 5,50

Una visita completa richiede circa due ore

Mortaio nella sezione delle "Artiglierie"


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LA FRASE DEL GIORNO

Il dubbio è una passerella che trema tra l'errore e la verità.
GESUALDO BUFALINO, Il malpensante

sabato 28 giugno 2008

Scusi, dov’è il Muro?


Il Muro di Berlino… Sembrava un’indegnità insormontabile piazzata attraverso l’Europa, una cortina reale caduta a tagliare in due il continente: di qua l’Ovest con il suo progresso, il consumismo e le contraddizioni, di là l’Est con le sue Trabant, le statue agli operai e la libertà inesistente. Da una notte di agosto del 1961 era là, solido e invalicabile, tra le due Germanie.


La costruzione del Muro, 1961


Eppure, oggi che il Muro è caduto da neanche vent’anni - era il 9 di novembre del 1989 - a Berlino è difficile trovarne le vestigia: anche i tassisti faticano a scovarlo. Dei suoi 155 km originari non ne restano che 3, miseri tronconi che non sanno neppure lasciare immaginare l’orrore e il terrore che si doveva provare avvicinandosi al “corridoio della morte” sorvegliato dai temibili VoPos della Germania Orientale.

Le autorità berlinesi probabilmente rimpiangono di non aver conservato i resti del Muro: ma era doveroso abbattere completamente quell’infamia, rimuovere dal ricordo di un popolo quella divisione nata dalla disfatta nella Seconda Guerra Mondiale e dalle ceneri del terzo Reich. Il Municipio cittadino è così corso ai ripari, realizzando la “Mauerguide“, la guida del Muro: si tratta di un piccolo apparecchio simile alle guide audio dei musei, dotato però di un piccolo schermo e di un sistema GPS, che permette ai turisti di seguire virtualmente il tracciato del Muro, a piedi o in bicicletta, senza perdere le meraviglie architettoniche della città. Vi sono alcune tappe-chiave, immancabili per un visitatore che si rispetti: la Porta di Brandeburgo, simbolo della divisione prima e della riunificazione poi; il Checkpoint Charlie, unico punto autorizzato per il passaggio tra Est e Ovest; la East Side Gallery, la galleria d’arte all’aperto dipinta su ciò che resta del Muro.



Immagine © Hanisau Land


La Mauerguide consente anche di prendere parte a un gioco interattivo, di vedere testimonianze inedite e filmati d’archivio. La responsabile del progetto, Eva Wesemann, della società Antenna Audio, ne spiega la filosofia: “Il nostro scopo è di ricostruire un’atmosfera facendo appello all’emozione”.
Senza dimenticare le 1100 persone uccise mentre tentavano di raggiungere l’Occidente e la libertà scavalcando il Muro.




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LA FRASE DEL GIORNO
In una parola, tutto si può dire della storia universale, tutto quel che può venire in mente alla più sfrenata immaginazione. Una sola cosa non si può dire: che sia ragionevole.
FEDOR DOSTOEVSKIJ, Memorie dal sottosuolo

martedì 27 maggio 2008

Crespi d'Adda


Sulla sponda orientale dell'Adda, nel comune di Capriate San Gervasio, in provincia di Bergamo, sorge una meravigliosa "macchina del tempo", considerata dall'UNESCO "Patrimonio mondiale dell'umanità": è il villaggio operaio di Crespi d'Adda, un museo all'aperto di archeologia industriale.

A partire dal 1892, dall'idea di Silvio Benigno Crespi, figlio del fondatore dell'azienda e direttore dello stabilimento di Capriate, sorse un villaggio di case tutte uguali, poste alla stessa distanza e in file ripetitive su tre viali paralleli alla fabbrica ed al fiume. Tetti spioventi, coppi rossi, finestre incorniciate da mattoni, persiane di legno verniciate di verde, ogni edificio era destinato ad ospitare una o due famiglie di operai, raramente tre, con ingressi indipendenti. A poco a poco si realizzò una cittadella industriale, simile a quelle che il Crespi aveva visto nei suoi viaggi in Inghilterra e in Germania, a Manteceun, a Willebroek e a Essen.
Le case a due piani furono subito sovrastate dai simboli del potere: la chiesa, completata nel 1893, esatta riproduzione della bramantesca Santa Maria in Piazza di Busto Arsizio, luogo di origine dei fondatori, e la villa padronale, realizzata in stile neomedievale con torri merlate, scuderie e giardini, eretta nel 1897. Lavatoi, bagni pubblici, forni per la pasta e il pane, asilo, scuole, caserma dei vigili del fuoco e addirittura un piccolo ospedale completarono il villaggio prima del nuovo secolo.
L'acqua ricavata da un canale industriale, aperto per un chilometro a fianco dell'Adda, forniva elettricità allo stabilimento, che in breve passò da una lavorazione di 5.000 fusi a una di 20.000.


Il villaggio operaio di Crespi in una foto d'epoca

"La casa operaia modello deve contenere una sola famiglia ed essere circondata da un piccolo orto, separata da ogni comunione con altri..." spiegò Silvio Benigno Crespi ad un convegno milanese nel 1894: in effetti il prezzo per questa autonomia era una specie di controllo sui lavoratori, che dovevano mantenere sempre ordinati i giardini ed erano inquadrati sin dall'asilo in una logica produttiva. Allo svago pensarono la Società Sportiva Uniti e Forti, fondata nel 1910, la banda composta dagli operai, le gite sociali ed il teatro. I sindacati erano del tutto assenti: quando sorsero le leghe bianche e rosse, Silvio Benigno Crespi, divenuto nel frattempo senatore, fece trasferire in paese la caserma dei Carabinieri e aumentò la sorveglianza. Durante il fascismo, con il progresso del settore, ai margini dell'abitato sorsero le case per gli impiegati, asimmetriche, con il ceppo dell'Adda a simulare il bugnato su elementi di legno, maiolica e calce.

Oggi, visitare Crespi d'Adda è compiere un tuffo nel passato: si passeggia per quei viali ordinati, si osservano gli stabilimenti, le ciminiere, quei giardini perfettamente curati, le architetture, i fregi. Si guarda il castello padronale riflettersi nelle acque verdi del fiume con le sue colonne e le sue decorazioni. Si entra nel cimitero e si onorano quei cippi tutti uguali, ogni pietra un operaio o una moglie o un figlio; si guarda sullo sfondo il ciclopico mausoleo dei Crespi, che ospita chi coraggiosamente riuscì a mettere in pratica questa utopia.

Crespi, dove il tempo sembra essersi fermato.


Villa Crespi vista dall'Adda


LINK:




COME RAGGIUNGERE CRESPI:

Autostrada A4 Milano - Venezia: Uscita di Capriate, a 2,5 km
(da aprile a ottobre la domenica pomeriggio a Crespi è interdetto l'accesso ai veicoli, parcheggio a 800 metri)

Si possono percorrere anche le strade provinciali:
SP2 Monza - Trezzo, attraversare il ponte sull'Adda
SP 170 Calusco - Capriate

In bicicletta o a piedi lungo l'Adda o il Canale della Martesana: attraversare la passerella al Santuario di Concesa di Trezzo e dirigersi verso destra.


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LA FRASE DEL GIORNO
L'arte trova la propria perfezione all'interno e non all'esterno di se stessa. Essa non va giudicata secondo alcun criterio esterno di somiglianza. È un velo, piuttosto che uno specchio.
OSCAR WILDE, La decadenza della menzogna