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giovedì 27 ottobre 2011

Piuttosto che

 

“Non c’è giorno che dall’audio della televisione non ci arrivino attestazioni del piuttosto che alla moda, spesso ammannito in serie a raffica: «... piuttosto che ... piuttosto che ... piuttosto che ...», oppure «... piuttosto  che ... o ... o ... », e via con le altre combinazioni possibili. Dalla ribalta televisiva il nuovo modulo ha fatto presto a scendere sulle pagine dei giornali: ormai non c’è lettura di quotidiano o di rivista in cui non si abbia occasione d’incontrarlo. E purtroppo la discutibile voga ha cominciato a infiltrarsi anche in usi e scritture a priori insospettabili (d’altra parte, se ha prontamente contagiato gli studenti universitari, come pensare che i docenti, in particolare i meno anziani,  ne restino indenni?)”. Così si esprimeva già nell’ottobre 2002 Ornella Castellani Polidori su La Crusca per voi, organo di stampa dell’Accademia della Crusca rispondendo alla domanda di una signora perplessa dall’uso di “piuttosto che” come disgiuntiva.

Ora, sappiatelo, a me dà molto fastidio questo modo di esprimersi. E questo non sarebbe nulla, perché tante altre cose mi danno fastidio, anche se perfettamente lecite: ma usare “piuttosto che” al posto di “o” è un errore. La Treccani, che è più fine, segnala questa insana abitudine come “impropria”. In effetti, piuttosto introduce una comparazione tra due parti uguali del discorso (due aggettivi, due verbi, ecc.): sono zone in cui fa piuttosto caldo che freddo; lo direi sfacciato piuttosto che disinvolto; chiederebbe l’elemosina piuttosto che rivolgersi a lui per aiuto. È chiaro che usare il “piuttosto che” in funzione disgiuntiva non può fare altro che generare confusione. Non ci credete? Sentite questa frase estrapolata da L’Espresso del 25 maggio 2001 – pagina 35, articolo Il cretino locale sulla fuga dei cervelli, (già allora!) - «È stupefacente riscontrare quanti italiani trentenni e quarantenni popolino le grandi università americane, piuttosto che gli istituti di ricerca e le industrie ad avanzata tecnologia nella Silicon Valley». “Piuttosto che” in questo caso significa che i cervelli in fuga italiani se ne sbattono della Silicon Valley, della Apple, dell’informatica tutta e puntano solo alle grandi università americane. Ma non era quello che il redattore intendeva dire.

Non è un modo di parlare elegante, sebbene si dice sia un vezzo esportato da famiglie “agiate” della bella vita settentrionale, in particolare milanese e torinese. Che vuol dire? Gianni Agnelli portava con classe infinita l’orologio d’oro sul polsino della camicia. Se lo facciamo noi con i nostri Swatch, sembriamo solo dei pitocchi…

 

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LA FRASE DEL GIORNO
I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo.
LUDWIG WITTGENSTEIN, Tractatus logicus-philosophicus

lunedì 23 maggio 2011

Punto, punto e virgola, due punti

 

A me piace scrivere usando tutti i segni di punteggiatura perché, se ci sono, vanno usati. Oggi però la fretta, che sembra essere l’unico scopo delle nostre vite, sorvola su queste minuzie: il linguaggio stesso assume nuove forme come quella degli SMS o dei social network e diventa sempre meno accurato, sempre più selvaggio.

Eppure i segni della punteggiatura hanno un valore notevole, possono dare un’intonazione diversa a una frase. Celebre è il responso che la Sibilla Cumana offriva ai soldati che ne richiedevano l’oracolo: “Ibis redibis non in bello peribis”; a seconda di dove si pone la virgola, muta notevolmente il significato – “sibillino” deriva proprio da questa interpretazione variabile: infatti se la virgola è prima del “non” si avrà “Andrai, tornerai, non morirai in guerra”, se posta prima si otterrà “Andrai, non tornerai, morirai in guerra”.

C’è un solo libro che non sono riuscito a finire: è l’Ulisse di James Joyce. L’ultimo capitolo, dopo già tante traversie linguistiche per oltre 700 pagine, non ha punteggiatura e non si riesce a raccapezzarsi. Un piccolo esempio: “frsiiiiiiifronnnnnng treno che fischia da qualche parte che forza han dentro quelle macchine come grossi giganti e l’acqua che bolle dappertutto e esce da tutte le parti come la fine d’Amore la dolce vecchia canzonnnnnnnn quei poveracci che devono star fuori tutta notte lontani dalle mogli e dalle famiglie ad arrostire su quelle macchine si soffocava oggi contenta d’aver bruciato la metà di quei vecchi Freeman e Photo Bits lasciarmi tutta quella roba in giro sta diventando trascuratissimo e il resto l’ho messo nel WC me li farò tagliare domani invece di serbarli fino all’anno prossimo…”

E allora ecco il punto, ora di moda, perché efficace, perché permette frasi brevi, utili in questi tempi veloci dove si deve passare subito ad altro, perfetto per gli slogan pubblicitari. Di moda sono anche i due punti: servono a chiarire, enumerare, incolonnare, introdurre un concetto, un discorso. E i puntini di sospensione – vanno sempre in tre, mai di più - spesso abusati, ma comodi per esprimere un attimo di tregua, per dare all’interlocutore tempo di pensare e di replicare. Poi, naturalmente, la virgola, che è il sale del discorso, è il direttore d’orchestra che mette a spartito le parole, il maestro di cerimonia che assegna i posti. Il punto e virgola è un vecchio signore elegante e un po’ blasé che si vede sempre meno di frequente alle feste. Le virgolette servono sempre, per introdurre i discorsi, per segnalare una parola fuori dal suo contesto (mi raccomando, non fatele all’americana con le dita quando parlate, altrimenti sembrate dei coniglietti – tanto si capisce lo stesso da come lo dite). Il trattino da molti non è considerato neanche un segno di interpunzione, ma a me piace la sua modernità e lo uso spesso. Le parentesi mi fanno pensare a un prendere da parte il lettore per fargli una confidenza, se posso preferisco sostituirle appunto con il trattino. E infine i fratelli punto esclamativo e punto di domanda, che danno intonazione: il primo è mal sopportato, soprattutto quando se ne abusa, ma talvolta è indispensabile per esprimere compiutamente uno stato d’animo.

Per concludere, ricorderei una statistica significativa, redatta dagli antropologi: nel mondo la scrittura senza segni di punteggiatura prevale dove più alto è il tasso di analfabetismo.

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La celebre scena della lettera dettata in Totò, Peppino e la Malafemmena © Titanus

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LA FRASE DEL GIORNO  
Buona parte di logica potrebbe ridursi a un trattato delle virgole.
 
NICCOLÒ TOMMASEO

domenica 26 settembre 2010

Il futuro della lingua italiana


L’italiano è una lingua molto facile da colonizzare, a differenza del francese e dello spagnolo: dev’essere un gene che abbiamo nel nostro DNA. Neppure il fascismo riuscì a estirpare questo brutto vizio, nonostante abbia provato con risultati talora ridicoli come per il cognac (arzente), l’alcool (alcole), la soubrette (brillante), il whisky (spirito d’avena) e soprattutto il pied-à-terre (fuggicasa), la garçonniere (giovanottiera) e i cotillons (cotiglioni). Ma molti dei vocaboli tradotti li usiamo ancora oggi: tramezzino per sandwich, rimessa per garage, cravattino per papillon.

Il fatto è che ci appropriamo dei tecnicismi o dei vocaboli appartenenti a un determinato gergo senza fare il minimo sforzo di tradurli, neppure quando è semplicissimo: forse perché così ci sembra di appartenere ad un’élite, come nel caso dei linguaggi giovanili – celebre è il vocabolario paninaro degli Anni ‘80, sebbene quello creasse neologismi spesso basati comunque sulla lingua italiana: “gallo”, “sfitinzia”, “appiovrare”, “tarocco”…

Penso invece ai termini del computer (i francesi lo hanno tradotto in “ordinateur”, più o meno come se noi lo chiamassimo “processore”): ecco allora il software, l’hardware, il browser, e qui ancora andiamo bene, essendo vocaboli inglesi. Dove davvero ci facciamo male è nei verbi: “crackare” per dire che si supera il codice di protezione, “downloadare” per significare il semplice scaricamento di dati, “uploadare” per l’operazione inversa.

O ancora il gergo del poker Texas Hold’em: foldare, raisare, collare, checkare, tribettare – solo perché a Las Vegas dicono fold, raise, call, check e tribet per significare che si rinuncia al gioco, si rilancia, si chiama, si continua e si triplica la scommessa. E “bluffare” già esiste da tanto tempo nella nostra lingua, tanto da avere assunto anche un’accezione figurata, fuori dall’ambito del tappeto verde.

Avevo parlato tempo fa del caso di “ringare”, verbo apparso in una pubblicità radiofonica nel senso di “telefonare”, di “chippare” relativamente all’operazione con cui si mette un microchip a un cane e di “filmato” come “avvolto in pellicola”; e ancora di aggettivi strani come “allettato” riferito a un paziente immobilizzato a letto, “carrellato” per un estintore su rotelle, “allarmata” nel caso di una porta con antifurto. Quello che mi fa più ridere è “ivato”, letto più volte nelle fatture: “IVA compresa” non usa più…

Quale sarà allora l’evoluzione della lingua? Non è difficile pensare male, anche perché l’italiano è divenuto solo da poco tempo l’idioma del paese per legge, neanche a quello avevamo pensato: già a Bruxelles l’Unione Europea ci discrimina usando solo francese, tedesco e inglese. Se va avanti così, nel corso di un paio di secoli dalle Alpi a Lampedusa quel che resterà dell’italiano, massacrato dalle abbreviazioni e dall’uso sempre meno frequente del congiuntivo, dall’importazione discriminata di termini esotici e dal disinteresse per la grammatica, non sarà altro che un dialetto locale.

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Fotografia © Ciro Fusco

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LA FRASE DEL GIORNO
Il linguaggio è la madre, non l’ancella del pensiero.
KARL KRAUS, Dell’artista

sabato 7 agosto 2010

Locuzioni pronte all’uso

Giornali e televisioni hanno da tempo nel loro modo di esporre i fatti un corrispettivo del luogo comune: certi aggettivi che si “incollano” automaticamente al sostantivo. Il linguaggio giornalistico diventa così molto spesso monotono e prevedibile. La lingua risulta come “prefabbricata”, simile a quelle casette che si montano in pochi giorni, e non ci arreca neanche più quasi fastidio: si fa l’abitudine a tutto.


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Capito cosa intendo? Sì? No? Io, per non sbagliare, vado con gli esempi:

  • splendida cornice
  • toccante episodio
  • zona malfamata
  • gesto disperato
  • raccapricciante incidente
  • rocambolesca evasione
  • cauto ottimismo
  • abbondante libagione
  • ingente bottino
  • vasta battuta
  • ridente località
  • amanti diabolici
  • sentenza esemplare
  • corpo contundente
Queste le ha suggerite Adriano Parracciani via Facebook:
  • male incurabile
  • montagna assassina
  • insano gesto


Eppure, basterebbe prestare più attenzione al vocabolario e all’uso dei sinonimi per scrivere in modo più lineare, senza cadere nei tranelli delle locuzioni pronte all’uso.

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Fotografia © Consiglio Regionale Calabria

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LA FRASE DEL GIORNO
Un vero giornalista: spiega benissimo quello che non sa.
LEO LONGANESI, La sua signora

giovedì 8 luglio 2010

Scioglilingua italiani

Lo scioglilingua è un gioco di parole costituito da una frase o serie di vocaboli, che con frequenti allitterazioni e con gruppi consonantici complicati, non può essere pronunciata in fretta senza andare incontro a inciampi verbali. Il senso della frase non riveste molta importanza, in effetti costituisce un gioco o un esercizio per superare difficoltà di pronuncia. I dialetti ci vanno a nozze, e vi sono anche casi sorprendenti, come il bergamasco e il cagliaritano privi di consonanti…

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DALL’ANTICA ROMA

O Tite tute Tati tibi tanta tyranne tulisti. (Ennio, Annali, I)

O Tito Tazio, tiranno, tu ti attirasti disgrazie tanto grandi!

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DALL’ITALIA

Trentatré trentini entrarono in Trento tutti e trentatré trotterellando.

Apelle figlio d'Apollo fece una palla di pelle di pollo, tutti i pesci vennero a galla per vedere la palla di pelle di pollo fatta da Apelle figlio d'Apollo.

Sopra la panca la capra campa, sotto la panca la capra crepa.

Se l'arcivescovo di Costantinopoli si disarcivesconstantinopolizzasse Voi, vi disarcivescostantinopolizzereste come si è disarcivescostantinopolizzato lui?

Se oggi seren non è doman seren sarà, se non sarà seren si rasserenerà.

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DA MILANO

Ti che te tachet i tacch tàcum i tacch a mi - mi tacàtt i tacch a ti ti che tachet i tacch? Tàcheti ti i tò tacch ti che te tachet i tacch.

Tu che attacchi i tacchi attaccami i tacchi – io attaccare i tacchi a te che attacchi i tacchi? Attàccateli tu i tuoi tacchi, tu che attacchi i tacchi.

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DA BERGAMO

A’ chela aca là' che la a' en chela ca' là.

Guarda quella vacca là che entra in quella casa.

A o a ae, e öe i ae ie!

Vado ad api e voglio le api vive.

L'öle l'è lé, l'ula l'è là. Ol löm gh'l'al lé lü?

L’olio è lì, l’ampolla è là. Il lume ce l’ha lì lei?

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DA GENOVA

In sciû meu neu gh'e noe nai neue.

Sul molo nuovo ci sono nove navi nuove.

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DA VENEZIA

I gà igà i gài ai pài pèi pòi.

Hanno legato i galli ai pali per i polli.

Ti che te tachi i tachi, ti me tachi i me tachi? Mi tacarte i tachi a ti? Tachite ti i to tachi che mi me taco i me tachi.

Tu che attacchi i tacchi mi attacchi i miei tacchi? Io attaccare i tacchi a te? Attàccateli tu i tuoi tacchi, che io attacco i miei.

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DA TRIESTE

Cossa ocori che te cori cò no ocori che te cori, cò ocori che te cori no te cori.

A cosa serve che tu corra quando non serve correre, quando occorre correre non corri.

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DA BOLOGNA

Te ti tott ont int un tacc.

Sei tutto unto in un tacco.

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DALLA TOSCANA

O Tito, tu t'ha' ritinto i' tetto, ma tu 'un t'intendi tanto di tetti ritinti.

O Tito, tu hai ridipinto il tetto, ma tu non ti intendi tanto di tetti ridipinti.

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DA NAPOLI

A ccuoppo cupo poco pepe cape.

In un cartoccio stretto poco pepe entra.

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DA BARI

Ce 'nge namascì sciamaninn', ce non 'nge namascì non ge ne sim' scenn'!

Se dobbiamo andare, andiamo! Ma se non dobbiamo andare, non andiamocene!

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DA LECCE

Tritici cicerieddhri intr'a tritici piatticeddhri.

Tredici ceci piccoli in tredici piatti piccoli.

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DALLA CALABRIA

Aju u vaju u viju duv'aju u vaju u jocu.

Devo andare a vedere dove devo andare a giocare.

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DALLA SICILIA

Sasà savia a susiri e sei, sunnu i sei e sei, sa si sasà si susiu e sei.

Sasà doveva alzarsi alle sei, sono le sei e sei, chissà se Sasà si è alzato alle sei.

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DA CAGLIARI

Eu oi oìa u ou e u oìa.

Io oggi vorrei un uovo e un’oliva.


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LA FRASE DEL GIORNO
Il linguaggio è un labirinto di strade. Vieni da una parte e ti sai orientare; giungi allo stesso punto da un'altra parte, e non ti raccapezzi più.
LUDWIG WITTGENSTEIN, Ricerche filosofiche

martedì 9 febbraio 2010

Cinquanta parole da salvare

Cinquanta parole da salvare, scelte dagli insegnanti dopo una scrematura che le ha ridotte da 2.880 a 200 e infine a questo elenco:

  • 1. Zotico - 209 voti
  • 2. Uggioso - 205 voti
  • 3. Artefice - 201 voti
  • 4. Oblio - 186 voti
  • 5. Abominio - 173 voti
  • 6. Arduo - 169 voti
  • 7. Duttile - 162 voti
  • 8. Ameno - 159 voti
  • 9. Bislacco - 158 voti
  • 10. Ciarpame - 148 voti
  • 11. Accozzaglia - 148 voti
  • 12. Blaterare - 147 voti
  • 13. Becero - 130 voti
  • 14. Ineffabile - 127 voti
  • 15. Angusto - 125 voti
  • 16. Consono - 123 voti
  • 17. Nefando - 121 voti
  • 18. Terso - 118 voti
  • 19. Ebbro - 117 voti
  • 20. Vaghezza - 116 voti
  • 21. Culmine - 115 voti
  • 22. Blando - 115 voti
  • 23. Ceruleo - 114 voti
  • 24. Recondito - 114 voti
  • 25. Dovizia - 113 voti
  • 26. Brama - 113 voti
  • 27. Panacea - 112 voti
  • 28. Vessare - 111 voti
  • 29. Venale - 110 voti
  • 30. Indole - 110 voti
  • 31. Repentino - 110 voti
  • 32. Ghiribizzo - 109 voti
  • 33. Bailamme - 109 voti
  • 34. Cavillo - 109 voti
  • 35. Forbito - 108 voti
  • 36. Disputa - 107 voti
  • 37. Sagace - 107 voti
  • 38. Furtivo - 106 voti
  • 39. Agognare - 105 voti
  • 40. Intonso - 103 voti
  • 41. Agiato - 103 voti
  • 42. Tedio - 102 voti
  • 43. Caterva - 101 voti
  • 44. Ghiotto - 101 voti
  • 45. Stratagemma - 101 voti
  • 46. Cocciuto - 101 voti
  • 47. Eloquio - 100 voti
  • 48. Madido - 99 voti
  • 49. Canuto - 99 voti
  • 50. Flebile - 98 voti

È un’iniziativa della casa editrice Zanichelli in occasione del 150° anniversario del suo catalogo. Agli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado è stato dedicato un concorso, prorogato fino al 15 marzo: utilizzando dieci di queste parole i ragazzi devono immaginare il ruolo che potrebbero ancora avere in un contesto futuro.

Cosa non semplice se gli studenti di un liceo classico di Torino così rispondono alla giornalista della Stampa che li interroga: “E cavillo e ghiribizzo? Andrea e Camilla si guardano prima stupiti e poi scoppiano a ridere: «Eh, no, però così non è giusto, non valgono trappole. La prova va fatta solo con le parole che esistono per davvero»”.

Esistono, esistono… Il vocabolario ne è pieno, basta cercarle. E non appiattirsi in un linguaggio che conosce solo la monotonia – la ricerca calcola che i ragazzi di oggi abbiano, per quantità di lemmi, un vocabolario simile a quello di un pastore sardo degli Anni Trenta. Concordo con Italo Calvino: Mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato e ne provo un fastidio intollerabile”.

E comunque, se ci sono le sfumature, è bello usarle, sottraendoci così all’uniformità, all’anonimato grigio per cui un pomeriggio può essere solo noioso e non invece generare “tedio” perché “uggioso” e, se si desidera qualcosa intensamente, allora lo si “agogna”. Dopo una corsa si può essere “madidi” anziché sudati e, se a qualcuno magari viene ancora il “ghiribizzo” e si mette a litigare con un altro sul significato di una parola, ne nasce una “disputa”… A meno che non sia considerato un tipo davvero “bislacco”, capace di un “eloquio” così “forbito”, una persona da destinare all’”oblio”.


Opera di Emilio Isgrò


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LA FRASE DEL GIORNO
Il linguaggio è la veste del pensiero.
SAMUEL JOHNSON

martedì 19 gennaio 2010

L’uso politico delle parole

Le parole non sono né di destra né di sinistra e tantomeno di centro: sono pure e semplici parole, convenzioni fonetiche che servono ad esprimere fino nei più piccoli dettagli le sfaccettature della realtà visibile e invisibile nella quale siamo immersi. Però la politica le piega ai suoi scopi, così come piega anche le coscienze, e non solo quelle.

Prendiamo “laico”: è un periodo in cui molti si proclamano laici, intendendo dire che sono atei e non gliene frega niente della Chiesa Cattolica e vorrebbero che la Chiesa Cattolica non si interessasse a loro. Sono fatti personali. Però in termini strettamente semantici “laico” significa “non consacrato” e perciò in effetti tutto il mondo è composto da laici, anche i credenti. Gli unici a non potersi dire “laici” sono i preti, le suore, i vescovi, i cardinali, il papa. La radice etimologica di “laico” risale al greco “laós”, popolo, contrapposto a “klêros”, parte eletta della comunità. Cioè, laico è chi non riveste cariche.

Da un po’ di tempo, rilanciata anche dalla Chiesa, in particolare dalla CEI, c’è poi la parola “migranti”, opposta a “clandestini” e a “extracomunitari”: i disperati che lasciano la povertà e la fame africana per venire in Italia su barche di fortuna a soffrire una nuova fame e una nuova povertà. A seconda del giornale o del parlante, si riesce a capire per chi vota alle elezioni. Così è anche per l’uso della definizione “governo di Tel Aviv” o “governo di Gerusalemme”: un giornale di sinistra scriverà la prima per indicare Israele, uno di destra la seconda, è in ballo il riconoscimento del diritto dello stato ebraico a esistere. Punti di vista, sponde opposte…

Poi c’è un uso strumentale delle parole, ed è quello di non farsi comprendere, di lasciare aperte alternative e scappatoie, di pararsi con la via di fuga della smentita. C’è una bellissima tabella dell’italianista Cesare Marchi in cui le varie frasi possono essere mescolate a piacere, il “Prontuario di frasi a tutti gli usi per riempire il vuoto di nulla”. Qui il generatore online. Si può ottenere ad esempio questa bella frasetta:

La valenza epidemiologica
prefigura
la ricognizione del bisogno emergente e della domanda non soddisfatta
senza precostituzione delle risposte
non sottacendo ma anzi puntualizzando
quale sua premessa indispensabile e condizionante
il coinvolgimento attivo di operatori ed utenti…

Politici veri e propri, ma anche politici sportivi, come il presidente della Lega Calcio, Giancarlo Abete: qualche sera fa l’ho sentito rispondere all’intervistatore sul problema del razzismo negli stadi. Non ci ho capito niente ed è proprio quello che voleva: non scontentare i tifosi, le società e i giocatori. C’è riuscito perfettamente, peccato che così si mantiene sempre lo status quo. Politica…

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LA FRASE DEL GIORNO
Nelle parole c’è qualcosa d’impudico.
CESARE PAVESE, La casa in collina

giovedì 7 gennaio 2010

Il nome della neve

Sul principio di questo 2010 un bel post di Vincenzo Moretti sul suo blog “Della leggerezza” riguardante i vari vocaboli napoletani per definire i modi di piovere mi ha fatto riflettere sul fatto che ora, in questi tempi tecnologici, non avvertiamo più la necessità di sottolineare queste sfumature semantiche. Se a Napoli dicono o almeno dicevano schezzechea, chiovellechea, cernoleia, trubbeia, in Sicilia sbrizzìa e piove ad assuppa viddrano  e a Milano sbrisìga, sgutìnna e sgrimùssa, evidentemente c’era, se non il bisogno di definire l’intensità del fenomeno, almeno un gusto poetico di cogliere la realtà nelle sue differenti espressioni.

Gli inuit, popolo della Groenlandia spesso indicato con l’errato “eschimesi”, si dice abbiano una quarantina di termini per descrivere la neve. Mario Rigoni Stern, nel suo piccolo mondo dei cimbri che popolano l’altopiano di Asiago e i Sette Comuni, descrisse in "Sentieri sotto la neve”, edito da Einaudi nel 1998, i vari nomi che la neve assume in quelle lande. Anch’egli lamentava il fatto che queste denominazioni vanno perdendosi, se dell’ultima, che vedremo poi, neppure lui era in grado di fornire il nome esatto. E dunque ecco i nomi della neve che Rigoni Stern cita in “Nevi”, racconto dell’opera citata:

BRÜSKALAN, la prima neve dell’anno, dunque in autunno, quella vera: “Lo si sentiva nell’aria l’odore della prima neve, un odore pulito, leggero, più buono e grato di quello della nebbia”. È la neve che copre i campi, li infarina, che avvolge ogni cosa di un velo bianco.

SNEEA, “neve abbondante e leggera giù dal molino del cielo”: le voci si affievoliscono, il mondo diventa ovattato. È neve da sci e slittini, da caldo del focolare e della “stua”.

HAAPAR, neve di fine inverno, che si scioglie al sole e lascia intravedere il terreno sottostante. Le prime allodole cantano all’imminente primavera.

HAARNUST, “neve vecchia che verso primavera, nelle ore calde, il sole ammorbidisce in superficie e che poi il freddo della notte indurisce”. Neve per escursioni fuori pista a piedi o con gli sci, ma solo fino a metà mattina, fino a che sopporta il peso senza cedere: vi si cammina come sospesi.

SWALBALASNEEA, “la neve della rondine, la neve di marzo che è sempre puntuale nei secoli”, soffice o bagnata, larga o simile a tormenta, volubile come il clima di marzo, neve che è l’ultima resistenza dell’inverno.

KUKSNEEA, la neve di aprile: “Sui prati che incominciano a rinverdire e dove sono fioriti i crochi non si ferma molto perché ancora prima del sole la terra in amore la fa sciogliere”. Neve effimera, neve di fine stagione.

BÀCHTALASNEEA, la neve della quaglia, neve di maggio, non frequente, ma neppure rara: la temperatura cala bruscamente, una grossa nuvola si avvicina e per poche ore butta la neve sui tarassachi e sui miosotidi, allarmando i caprioli, spaventando gli uccelli e uccidendo le api avventuratesi nei prati.

KUASNEEA, la neve delle vacche, la rara neve d’estate, che fa scendere urlanti dai pascoli le vacche affamate: Rigoni Stern dice di averla vista nel 1983 e di non essere sicuro del nome…

“Ho tante nevi nella memoria: nevi di slavine, nevi di alte quote, nevi di montagne albanesi, di steppe russe, di lande polacche. Ma non di queste intendo parlare, dirò di come le nevi un tempo venivano indicate dalle mie parti: nevi dai più nomi, nevi d'antan, non considerate nei bollettini della stazioni meteorologiche”. Così introduceva Rigoni Stern questo racconto di antichi nomi: già a lui, nato nel 1920, risultavano quasi estranei. Perdere questi patrimoni linguistici è davvero un peccato, ma sembra purtroppo inevitabile: a noi basta dire “nevica” oppure “piove” e tutto è risolto, abbiamo ormai sacrificato anche la poesia del vivere sull'altare del progresso.

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Walter Elmer Schofield, “Morning light”, 1922

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LA FRASE DEL GIORNO
La neve è una poesia. Una poesia che cade dalle nuvole in fiocchi bianchi e leggeri. Questa poesia arriva dalle labbra del cielo, dalla mano di Dio. .
MAXENCE FERMINE, Neve




Mario Rigoni Stern (Asiago, 1º novembre 1921 – 16 giugno 2008), scrittore italiano. I suoi testi, di cui il più noto è il romanzo Il sergente nella neve, piccola Anabasi di un gruppo di alpini italiani sul fronte del Don, nel secondo conflitto mondiale, hanno doti di freschezza e d'immediatezza lirica decantata in coscienza morale.


domenica 18 ottobre 2009

Neologismi 2010

Ottobre è tempo di funghi, castagne e… neologismi. Infatti esce lo Zingarelli e tutti corrono a verificare quali siano le nuove parole ammesse di diritto nel vocabolario.

Lo scorso anno toccò ad esempio a adsl, paparazzare, ecopass, onlus, black-bloc… Insomma la solita miscela di parole inutili del gossip, prestiti dall’inglese, mostri linguistici burocratici e orrendi termini politici. Quest’anno ci risiamo daccapo: ecco nimby, acronimo che sta per “Not In My Back Yard”, non nel mio giardino, ovvero la pretesa che la TAV, il ponte, la strada, il pozzo petrolifero, l’impianto eolico venga fatto altrove, non nel proprio paesello –  e spostale di giardino in giardino va a finire che le opere pubbliche le faremo in Svizzera, in Francia, in Austria, in Libia (oops, l’autostrada la facciamo davvero lì). Poi ci sono termini da coatti dell’happy hour: acchiappo per tentativo di seduzione, vipperia per designare un gruppo di persone che dovrebbero essere conosciute (ma se mi chiedete il nome di un tronista, al massimo rispondo che non so neppure cosa sia, un fabbricatore di sedie regali?) E ancora orribili usi della lingua italiana, direi qui violentata: traduttese per dire di  una traduzione troppo letterale e contorta, ottista a indicare lo studente che ha tutti otto e che per una strana legge può saltare un anno, e spreferito per significare il meno gradito, mah… C’è la social card voluta dal governo per i pensionati meno agiati, in compagnia di un’altra parola inglese come pump, un tipo di ginnastica. Ci sono i due schieramenti pro choice e pro life, nati in seguito all’animato dibattito sul “trattamento di fine vita” dovuto anche al caso di Eluana e la famiglia omogenitoriale, fonte di altre polemiche.  Dalla Cina viene il feng shui, disciplina ora nota anche agli architetti e agli arredatori, che ne seguono i dettami per orientare al meglio gli arredi. Dalla burocrazia arriva lo scontrino parlante: è quello che rilascia il farmacista per le detrazioni fiscali. La fisica risarcisce il professor Nicola Cabibbo, espropriato del premio Nobel nel 2008: l’angolo di Cabibbo porta il suo nome nel vocabolario. Infine segnalo il pangramma: altro non è che una frase che contenga tutte le lettere dell’alfabeto una sola volta, come l’inglese “The quick brown fox jumps over the lazy dog” e l’italiana “Quel fez sghembo copre davanti”.

Oltre ai neologismi lo Zingarelli lancia anche le “parole da salvare”, ben 2800, che sembrano ormai desuete dalle bocche e dalle penne degli italiani, adusi al migliaio di lemmi propinati dalla televisione. Se volete notare la finezza, ne ho usata qualcuna nel periodo qui sopra. Comunque, tra i nuovi “panda” della lingua ci sono parole che sanno di poesia: l’onusto di Saba, il ciarpame di Montale, il garrulo di Pascoli e termini di uso comune come egregio ed esimio. Nelle scuole però scommetterei che solo le mosche bianche conoscono il significato di abominio, zotico, alacre, foriero, laconico, pervicace, visibilio.

Ah, già che ci siamo: un’altra campagna del nuovo Zingarelli è quella a favore del punto e virgola: per favore usiamolo, è anche simpatico, perché negli emoticon strizza l’occhiolino; più che una virgola, meno di un punto, una via di mezzo…




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LA FRASE DEL GIORNO
Il libro per l’isola? Un vocabolario.
GESUALDO BUFALINO, Il malpensante

venerdì 18 settembre 2009

Parole antiche: gaggio

GAGGIO (s.m) deriva dal francese gage, a sua volta dal francone waddi, pegno, affine al latino vas, garante. È appunto il pegno, la caparra, tanto che “pagare a gaggio” significava pagare a usura. Il Pucci raccontava: “Sessantamila doble e più d’assai / gli prestò senz’alcun gaggio volere”. Per estensione indicava anche l’ostaggio: Giovanni Villani, cronista del Trecento, scrisse “Messer Marco non volle ritornare a Lucca, perocchè era in gaggio per lo Bavero a’ Cavalieri del Cerruglio”. E “penna a gaggio” significa  scrittore prezzolato. Direi che adesso ce ne sono molti, viste le recenti polemiche che hanno coinvolto Repubblica, Espresso, Giornale e Avvenire.

Una seconda accezione è quella del soldo, la paga ai militari che si arruolavano volontariamente negli antichi eserciti, passato a indicare con il tempo qualsiasi tipo di stipendio. Così scriveva ad esempio ancora Giovanni Villani: “Dugento migliaia di fiorini d’oro , che davano al Duca per suo gaggio”.

E ancora, per estensione il gaggio è un premio, una ricompensa, come appare chiaro in questa terzina dal VI canto del “Paradiso” di Dante: “Nel commensurar d’i nostri gaggi / col merto è parte di nostra letizia / perché non li vedem minor né maggi”.

Oggi non è più usata, ma ha avuto un ritorno di fiamma nel linguaggio dei paninari degli Anni ‘80: “gaggio” era il metallaro. Il dizionario storico dei linguaggi giovanili scritto nel 2004 da Renzo Ambrogio e Giovanni Casalegno si intitola per l’appunto “Scrostati, gaggio!”.

 

© Zoonar

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Dopo circa quaranta secoli di civiltà orale la Parola è una moneta inflazionata
JEAN GUITTON, Il genio di Teresa di Lisieux

lunedì 10 agosto 2009

Andavo, anzi, essendomi recato


"Il brigadiere è davanti alla macchina da scrivere. L'interrogato, seduto davanti a lui, risponde alle domande un po' balbettando, ma attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo: "Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata". Impassibile, il brigadiere batte veloce sui tasti la sua fedele trascrizione: "Il sottoscritto essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l'avviamento dell'impianto termico, dichiara d'essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l'asportazione di uno dei detti articoli nell'intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell'avvenuta effrazione dell'esercizio soprastante".


Ovvero, quando invece di una semplice parola si usa una parafrasi per sembrare colti e si finisce invece per ingarbugliare inutilmente il discorso. Un linguaggio parallelo all’italiano che diventa di volta in volta “burocratese”, “politichese” o “legalese”. Il brano riportato qui sopra risale a più di quarant’anni fa ed è un articolo di Italo Calvino pubblicato sul “Giorno” del 3 febbraio 1965. Settantadue parole usate dal solerte brigadiere invece delle quarantadue adoperate dall’interrogato, invero alquanto sospetto, ma sicuramente non reo di violentare l’italiano.

L’antilingua, come lo stesso Calvino la ribattezzò: "Ogni giorno, soprattutto da cent'anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un'antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d'amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell'antilingua. Caratteristica principale dell'antilingua è quello che definirei il "terrore semantico", cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato […]. Nell'antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente […]
Chi parla l'antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: "io parlo di queste cose per caso, ma la mia funzione è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia funzione è più in alto di tutto, anche di me stesso". La motivazione psicologica dell'antilingua è la mancanza d'un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l'odio per se stessi. La lingua invece vive solo d'un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d'una pienezza esistenziale che diventa espressione. Perciò dove trionfa l'antilingua - l'italiano di chi non sa dire "ho fatto" ma deve dire "ho effettuato" - la lingua viene uccisa."

I governi succedutisi nel nuovo millennio hanno tentato di estirpare questo malanno, ma basta andare, anzi “recarsi” in qualsiasi ufficio pubblico e avere bisogno di qualche documento per rendersi conto che la malerba è ancora ben radicata. Basta leggere questo verbale di multa: “Poiché tale fatto costituisce violazione dell’art. 157 del Decreto legislativo 285/92 il trasgressore può interrompere il procedimento ed estinguere l’obbligazione, con il versamento della somma totale di €… entro 5 giorni dal presente accertamento di cui €… per la violazione alla lettera a) e di €… per quella alla lettera b), avvalendosi…”. Occorre tradurre… Per fortuna c’è il dizionario burocratese-italiano.




Alberto Sordi nel film “Il vigile”


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LA FRASE DEL GIORNO
Ho avuto un incubo: l'ipertrofia della burocrazia in uno Stato che ha appena liquidato l'analfabetismo.
STANISLAW JERZY LEC, Pensieri spettinati




Italo Calvino (Santiago de Las Vegas de La Habana, Cuba, 15 ottobre 1923 – Siena, 19 settembre 1985), scrittore italiano. Intellettuale di grande impegno politico, civile e culturale, è stato uno dei narratori italiani più importanti del secondo Novecento. Ha seguito molte delle principali tendenze letterarie a lui coeve, dal neorealismo al postmoderno, ma tenendo sempre una certa distanza da esse e svolgendo un percorso di ricerca personale e coerente.




lunedì 13 luglio 2009

Parole antiche: zendado

Ci sono parole che nei dizionari restano un po’ come cimeli: lemmi che non si usano da secoli e che vengono segnalati di solito con alcune abbreviazioni: arc., lett. e poet., ovvero arcaico, letterario e poetico. “Il canto delle sirene” inizia oggi a riscoprirli inaugurando la nuova etichetta “parole antiche”. Iniziamo con “zendado”.

ZENDADO (meno usato ZENDALE) è un sostantivo maschile di etimologia dubbia. Secondo alcuni deriverebbe dal greco σινδών (sindón), tessuto sottile di lino, con il suffisso veneto –ado. Ha due accezioni, delle quali una deriva dall’altra: lo zendado è un tessuto leggero e molto pregiato, preferibilmente di seta. Di conseguenza, designava anche il velo o lo scialle usato anticamente dalle donne per coprirsi il capo, oltre all’ampio scialle veneziano, nero a lunghe frange.

Qualche esempio letterario:

  • “Poi l’avvolse / in un zendado dall’arcion pendente”. (Torquato Tasso, “Gerusalemme liberata”)
  • “Bandère con coverte a molti 'ntagli /di zendadi e di tutti li colori”. (Folgore da San Gimignano, “Sonetti dei mesi”, Di maggio)

  • “Trovarono, in un gran viluppo di zendado fasciata, una piccola cassettina”. (Giovanni Boccaccio, “Decamerone”)
  • “Veste di zendado”. (Gabriele D’Annunzio)
  • “Donne la più parte, coperte il volto d’ampi zendali”. (Alessandro Manzoni, “I promessi sposi”)
  • “La Pisana vestita a nero, …coi capelli disciolti e il solo zendado sul capo, mi si gettò fra le braccia gridando che la salvassi”. (Ippolito Nievo, “Le confessioni di un italiano”)

Una parola antica dunque, che ridisegna mondi di donne con il capo coperto, di teli preziosi in cui avvolgere oggetti altrettanto preziosi, di nobildonne veneziane altere ed eleganti che si avvolgono nello scialle in un’umida notte della laguna… Oggi viene usata dalle sartorie che cuciono abiti per il Carnevale veneziano: è l’accessorio da accompagnare alla “bautta”, la tipica maschera anonima usata tutto l’anno dai nobili della Serenissima.


Zendado (zendale) © The Universum Compendium


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LA FRASE DEL GIORNO
Come la parola sa varcare il tempo! Essa stessa avvenimento che si riallaccia agli avvenimenti.
ITALO SVEVO, La coscienza di Zeno

venerdì 22 maggio 2009

L'apocope

Uno degli orrori più frequenti che vengono a violentare la grammatica italiana è quello di trovare scritto «pò» anziché «po'»: purtroppo anche l'infame meccanismo di scrittura automatica dei telefonini, il T9 tende a diffonderlo. E i giornali non sono da meno. Si spera che gli insegnanti siano ancora in grado di correggerlo.

Questo preambolo per esemplificare l'apocope, che altro non è se non la caduta della sillaba finale, indipendentemente dalla lettera iniziale della parola seguente. Un altro errore che è capitato in tempi recenti va ascritto alla canzone scritta da Claudio Baglioni per le Olimpiadi di Torino del 2006: si intitolava «Và» e non «Va'» come sarebbe stato giusto. Il cantautore si è poi riabilitato, inserendo il brano con il titolo corretto nel cofanetto "Gli altri tutti qui".

Dunque l'apocope è indicata con l'apostrofo e non con l'accento, a segnalare che dopo quella sillaba ce n'era un'altra: «po'» era «poco»; «va'» era «vai». Altri imperativi ne sono soggetti: «da'» e «fa'» per «dai» e «fai»; «di'» per il suo antenato latino «dic», il colloquiale «ve'» per «vedi». Altri casi non vi sono, se non l'uso obsoleto di certe forme di preposizioni articolate, diffuso nelle poesie anteriori al Novecento: "Sotto i limpidi soli e tra le molli / ombre de' lauri a' mormorii de l'acque" scriveva ad esempio Giosue Carducci nel sonetto "Val d'Arno" e quel «de'» e quell'«a'» erano due casi di apocope.

 

Fotografia: Photo.Spriggs

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Chiunque può sbagliare; ma nessuno, se non è uno sciocco, persevera nell'errore.
CICERONE, Filippiche, XII, 5

giovedì 21 maggio 2009

Il tentativo (inutile) del Dossi

"La desinenza in A" di Carlo Dossi è un romanzo didascalico che vorrebbe descrivere attraverso vari bozzetti il genere femminile: dipingendo svariate scene l'autore mostra sfaccettate figure di donne, dall'educanda alla meretrice, dalla suora all'adultera, dalla giovane in cerca di marito all'amante sfrenata.

Insomma, il Dossi si muove tra Decadentismo e Scapigliatura. Ma l'aspetto interessante di quest'opera, che risale al 1884, è il tentativo del Dossi di riformare la punteggiatura della lingua italiana: infatti vengono adottate alcune norme di base per regolamentare il testo scritto:

1) l'accento grave obbligatorio su tutte le parole ad eccezione di quelle piane - quindi tronche, semitronche, sdrucciole, bisdrucciole e trisdrucciole.

2) l'uso del punto interrogativo e del punto esclamativo all'inizio di una frase interrogativa o esclamativa, come avviene nella lingua spagnola.

3) un nuovo segno di punteggiatura, il "due virgole", indicato da due virgole sovrapposte, a indicare una pausa intermedia tra la virgola e il punto e virgola.

Il testo è, sulla base di queste norme, all'inizio francamente illeggibile, poi si riesce a fare l'abitudine.

Un esempio:

O Pùbblico, o solo mio Rè, si fà porta. Due lire e tu sei in teatro. !Ànimo! risparmia un pajo di guanti, un nastro, un fiore, un sacchettino di dolci, e ardisci di non scroccarmi il biglietto. ¿Chi è mai, che con un cinque-centèsimi in tasca avrebbe tanta impudenza di domandare, per grazia, a un panettiere un panuccio?

Una riforma a ben guardare inutile, vanamente studiata per complicare le cose semplici. Pensare di usare tutti quegli accenti e quei segni di interpunzione fa passare la voglia di scrivere...

 

Immagine da Pinterest

 


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LA FRASE DEL GIORNO
L'originalità in arte ha più spesso radici in difetti che non in virtù.
CARLO DOSSI, La desinenza in A, Margine




Alberto Carlo Felice Pisani Dossi (Zenevredo, 27 marzo 1849 – Cardina, 17 novembre 1910), scrittore, diplomatico e archeologo italiano. Tra i più importanti esponenti della scapigliatura milanese, apprezzato per il  linguaggio ricercato ma comprensibile a tutti, le sperimentazioni linguistiche dialettali milanesi e la spiccata ironia con la quale mosse critica al suo tempo e alla sua società, sia in ambito politico che sociale.


martedì 12 maggio 2009

Acronimi

Non ho mai amato gli acronimi, così come le abbreviazioni. Ma adesso, in questo mondo che va di fretta, con un'ansia di consumare tutto velocemente, anche i sentimenti e le emozioni, sono diffusissimi.

T.V.T.B. è un acronimo, come ACAB, RAM e TAC. Piccole paroline o sigle formate dalle iniziali di altre parole, per brevità. Quindi "Ti Voglio Tanto Bene", "All Cops Are Bastard", "Random Access Memory" e "Tomografia Assiale Computerizzata". Il termine deriva dal greco: άκρος (ákros), "la parte più alta o più estrema", è unito a όνομα (ónoma), "nome".

Non è, come può sembrare, una novità moderna: i latini, al termine o all'inizio di una lettera scrivevano il nome del mittente con il nome del destinatario e SPD (salutem plurimam dicit): "Cicero Attico S.P.D.", Cicerone saluta molto cordialmente Attico. Come saluto conclusivo ponevano la sigla SVBEEV, "Si vales bene est ego valeo", se sei in salute va bene, io sto bene.

In tempi più recenti c'è un acronimo che ricorda l'ACAB di cui sopra, ovvero usato in ragione cospirativa: durante il Risorgimento italiano, quando Milano era occupata dagli austriaci, la scritta W VERDI nascondeva sotto l'innocua forma di una lode al noto musicista, l'esaltazione dell'Unità d'Italia: Viva Vittorio Emanuele Re D'Italia.

Ora è tutto un fiorire di acronimi: la maggior parte delle televisioni vengono indicate così (RAI, BBC, CNN, ZDF) e anche molte società (FIAT, ENI, IRI, BMW), applicazioni scientifiche e tecnologiche (CD, DVD, HD, DDT), enti e prodotti finanziari (SPA, SRL, BOT, CCT), partiti politici (PDL, PD, DC, PRI), organismi internazionali (NATO, ONU, OCSE, UE), agenzie governative (CIA, FBI, MI6, DIA) interi stati (USA, EAU), oggetti d'uso comune (CPU è il computer, per i francesi VTT è la mountain bike). Quelli militari (PAO, CPS, CPR, SRCM) con la sospensione della leva sono in disuso.



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LA FRASE DEL GIORNO
Quel che è buono, se è breve, diventa buono il doppio; e perfino il male, se è poco, pare minore: fanno più le quintessenze che le farragini.
BALTASAR GRACIÁN, Oracolo manuale e arte di prudenza

sabato 18 aprile 2009

Tic linguistici

I tic linguistici sono caratteristica del linguaggio parlato: sono parole che non dicono nulla e infarciscono il discorso quotidiano come dei ritornelli, dei rassicuranti mantra. E ora sono oggetto di un pamphlet del critico letterario Filippo La Porta, edito da Gaffi, intitolato non a caso "È un problema tuo".
Partiamo proprio da qui: "è un problema tuo" penso che risuoni molto spesso in quei finti talk-show del pomeriggio dove c'è gente che si scanna o finge di scannarsi a parole dibattendo di un argomento (finto) che si basa su fondamenta d'argilla. Così come "non c'è problema" e una foresta di "un attimino". Diffusissimo, ma anch'esso di ambito televisivo è "esatto" usato invece di sì. Siamo tutti concorrenti dell'«Eredità» e di «Chi vuol essere milionario?». Anche "assolutamente" ha il suo largo bacino: ma "assolutamente sì" o "assolutamente no"?


"Niente..."
rende bene l'idea di cosa sia un tic linguistico, appare improvviso e quasi automatico all'inizio di una frase: "Niente... mi sono fratturato l'omero". È un minimizzare, un rassicurare che alla fine può avere l'effetto opposto. Ugualmente "in qualche modo" serve a esprimere una sospensione di giudizio, un incensamento del genio italico (Italia, terra del "malgrado" titolò "Time" negli Anni '90): capita spesso ai telecronisti di dire che un difensore "rinvia la palla in qualche modo", mentre in realtà non ha fatto altro che calciarla lontano in un solo modo, alla "vivailparroco".

Il gergo ci mette del suo: il romanesco "mi rimbalza" sembra un po' in disgrazia, resiste invece "non me ne può fregare di meno", "alla grande" va ancora... alla grande. Si registra la novità del "tuttaposto", frequente soprattutto nei social network e nei blog. "Tipo che..." congela una decisione in un'ipotesi, come se non si fosse tanto sicuri della proposta o si vivesse ancora nel mondo dorato dell'infanzia: "Facciamo che...". Così ora si dice "tipo che domani ci incontriamo alle cinque a Piazza Duomo..."


"Come dire?" è più subdolo, soppianta il già inutile "voglio dire" di molti film di Woody Allen e sembra lasciare intendere che la testa del parlante sia così piena di idee e di termini al punto da non riuscire a scegliere quale esporre. La Porta commenta: "Forse si è compiutamente realizzato quello che aveva predetto Flaiano quando osservò che il cretino è pieno di idee".




Immagine: Dario Frascoli


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LA FRASE DEL GIORNO
Infatti come si dice che ci sono delle donne disadorne, che da ciò ricavano pregio, così questa maniera del parlare tenue, sebbene disadorno, piace; e in entrambi i casi si attua un non so che per cui si determina una certa eleganza che però non dà nell'occhio.
CICERONE, Orator, LXXVIII

sabato 4 aprile 2009

Grana Padano filmato

In un supermercato Auchan ieri ho visto un cartello molto strano: "Grana Padano filmato". Oddio, mi sono detto, sta' a vedere che con quello che costa il formaggio, adesso te lo fanno solo vedere, magari ti noleggiano un DVD dove ti mostrano la produzione. C'è voluto un istante a capire, una volta affacciatomi al banco frigo che conteneva un centinaio di spicchi di Grana Padano. "Filmato" voleva semplicemente dire, con un orrendo ed errato neologismo inventato da chissà chi, "avvolto nella pellicola", in inglese "film".

L'antilingua di Calvino, già ampiamente trattata in questo blog, non è morta, anzi è imperante. Sempre ieri, giornata evidentemente propizia all'ascolto di simili idiozie, mi è capitato di sentire alla radio la pubblicità di uno di quei famosi numeri telefonici di informazioni, credo fosse il 12.40: ebbene, il verbo "chiamare" è ormai superato, ora si "ringa", con un ridicolo mostro linguistico formato sull'inglese (e ridagli!) "ring".

Avevo già parlato dei cani da "chippare", verbo che appartiene anch'esso alla categoria qui presente, che rende italiano un verbo inglese affibbiandogli la coniugazione in -are. Se "flirtare" è diventato d'uso comune, "crackare" è caro agli informatici e "scannerizzare" è impropriamente usato per "scansionare", le vie del calco sull'inglese sono ancora tutte da percorrere: potremmo magari "hurlare", gettare qualcosa con violenza, magari un urlo di fronte alla prossima chimera linguistica.




Fotografia © Bongetta


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LA FRASE DEL GIORNO
L'Italia è il paese del luogo comune. La pigrizia mentale, l'ignoranza e la natura ignorante spingono l'italiano a contentarsi di entusiasmi accademici.
MARIO SIRONI, Scritti editi e inediti

mercoledì 18 marzo 2009

Vive la différence!


L'ansia regolamentatrice dell'Unione Europea sta per colpire ancora: dopo la misura minima per cui una zucchina o una banana possano chiamarsi tali, dopo i colori delle bandiere, ora tocca alle lingue. Quella che sembra una guerra al maschilismo idiomatico, ma che in realtà è un altro ridicolo esercizio dei burocrati di Bruxelles, esce dall'opuscolo "Gender-Neutral Language".

Secondo questa bella pensata, che vorrebbe togliere al linguaggio la patina che lo definisce nei generi maschile e femminile, alle deputate europee inviti, lettere, missive, plichi devono essere inviati senza l'indicazione pertinente Miss, Mrs., Frau, Fraulein, Madame, Mademoiselle, Signora, Signorina, Señora, Señorita. E la cortesia? Quella certamente a Bruxelles e a Strasburgo non risiede. Dai tempi dei Romani, in quelle terre sono barbari.

Ma non finisce qui: gli anglosassoni sono furibondi. Nella trovata del "Gender-Neutral Language" vengono aboliti anche vocaboli di uso comune, da sostituire spesso con lunghe perifrasi: non si possono più chiamare gli sportivi "sportsmen", sono genericamente "athletes"; gli statisti - "statesmen" - diventano "political leaders"; l'aggettivo "man-made", fatto dall'uomo, diventa "artificial" o "synthetic", che poi non lo rispecchia fedelmente. Gli inglesi vanno a perdere anche gli amati "firemen", i pompieri, e i "male nurses", gli infermieri. Di riflesso sono privati delle "hostess", delle "manageress" e delle "usherettes", le maschere dei cinema.

Come per l'italianizzazione tentata dal fascismo si scade in effetti di una comicità dirompente. Il linguista Gianluigi Beccaria commenta: "Ogni lingua è una convenzione e una tradizione e va accettata così com'è senza tentare di razionalizzarla. Se si cominciasse a mettere mano a qualche lingua, la si dovrebbe riformare non solo su questo piano, ma anche su quello morfologico. Ma la lingua non è un computer".

E allora viva la sentinella, che sia un soldato o una soldatessa. E viva Miss Marple e Madame Bovary. Viva Mr. Hyde e il Signor Rossi. Vive la différence!




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LA FRASE DEL GIORNO
Le lingue, come le religioni, vivono di eresie.
MIGUEL DE UNAMUNO

lunedì 2 marzo 2009

Il destino del dialetto


Il dialetto è lingua o un retaggio del passato che è bene far scomparire? E, con il passare del tempo, non sarà poi l'italiano il dialetto e l'inglese la lingua? Sono temi attuali, questi, che il 23 febbraio hanno trovato spazio anche su Avvenire, quotidiano dal quale ho tratto questa intervista di Ilario Lombardo a Davide Van De Sfroos, cantore del dialetto "laghée".






Davide Van de Sfroos 
«È l’anima nobile di un popolo, guai a vergognarsene» 
Ci fosse una Nashville italiana lui salirebbe sul palco acclamato come Johnny Cash. Non canta però le vallate del Tennessee come i folk singer o i menestrelli country: la sua musica si porta dietro invece gli umori della sua gente e le storie che i venti tramandano sulle coste del lago di Como. Davide Van de Sfroos, nato Davide Bernasconi, porta già nel nome d’arte il dialetto come lingua d’elezione delle sue ballate. «Vanno di contrabbando» o «vanno di frodo», questo significa: un riferimento esplicito a quei mitici avventurieri che lungo il confine tra la Svizzera e il comasco, facevano del contrabbando un’arte e un mestiere. Cantautore osannato come un mito locale dai lariani, Van de Sfroos fa il balzo verso una platea nazionale con il suo ultimo album Pica!. E l’Italia fa la conoscenza del laghée.

È una variante del comasco, ma quale è la sua particolarità?
«È fantastico dal punto di vista metrico e ritmico. È diretto, più duro, con le "u" simili al sardo o al rumeno, è molto roots, radicale. Ti permette di sperimentare vie musicali ardite. Ha sfumature rock ’n roll, oniriche, etniche. È fatto di magia e di mistero. Ha ascendenze francesi, spagnole, celtiche. Ha tante influenze dentro, eppure è qualcosa di unico. Le sue vocali molto trascinate e le forti troncature possono ricordare alcune varianti del francese. A New Orleans pensavano fosse il cajun dei francesi canadesi immigrati in Louisiana, oppure, visto il cognome, il fiammingo».

Come lei, molti altri musicisti che cantano in dialetto sono in prima fila nella difesa della propria lingua territoriale. Il miglior modo per preservarla?
«Il dialetto è una lingua che è esistita prima di noi. Ha un retaggio di influenze e di testimonianze immenso. Sarebbe un errore collocare il dialetto dentro una bacheca perché non sarebbe più una cosa viva. È chiaro che se tieni alla conservazione del territorio, al patrimonio culturale e naturale, non puoi non fare la stessa cosa con il dialetto che è l’anima nobile di un popolo. L’errore che si fa è quello di accomunarlo al popolaresco o al vezzo goliardico, invece c’è tutto un mondo che in dialetto si esprime: c’è gente che è nata, vissuta e morta parlando il dialetto, che ha tramandato storie del luogo in questa lingua perché ha tutta una gamma di espressioni e di sfumature adatte. È popolare e con l’espressività immediata delle persone che si trovano in uno stato confidenziale. Parlarlo per tenerlo vivo: è l’unico modo per salvare il dialetto».

Chi sono i nemici del dialetto?
«Prima il dialetto veniva associato alla vergogna. Oggi invece nelle scuole mi invitano a parlare dell’importanza culturale del dialetto. E spesso a invitarmi sono le stesse maestre che prima si raccomandavano con i genitori di non parlare in dialetto per evitare gli strafalcioni in italiano dei figli. Forse si sono rese conto di cosa potevano perdere. Il problema oggi è che sta diventando una cosa di nicchia destinata a scomparire, e custodirlo è difficile perché con l’avvento dei nuovi media si parla tanto l’inglese»

Pensa che solo il dialetto possa raccontare le storie delle sue canzoni?
«Appena entri in un paese la prima cosa che noti è l’accento e la cadenza. Ecco, il dialetto è la credibilità necessaria per raccontare in maniera iperrealista la storia avvenuta in quel luogo. E nelle mie storie i personaggi sono eroi semplici, persone al limite della legalità e della società, borderlines, sciagurati dalla vita politicamente scorretta ma con una visione della vita affascinante e che a modo loro hanno lasciato dei segni. Il dialetto è l’integrità di questa tradizione».

Nel mondo della discografia, però, la canzone dialettale sembra considerata, con diffidenza, musica in italiano minore. Forse perché c’è un limite regionale nel comprenderla?
«Non credo. L’errore delle radio e dei produttori di dischi è quello di fare l’equazione dialetto=canto delle mondine e folklore di paese. Invece basta pensare a cosa ha fatto De André con il gallurese e il genovese. Il dialetto è identità ma non è un muro di divisione. In tutte le regioni dove siamo stati in concerto, abbiamo avuto successo e affetto. Guardavano a noi con la curiosità che si riserva a musicisti che vengono da un determinato territorio e si esprimono nella lingua di quel territorio. È un destino comune a tutti i cantanti dialettali. Poi se guardi a nomi come i 99 Posse, iTazenda, i vari gruppi salentini, noti come le contaminazioni rock, blues, reggae li fanno amare anche fuori dalla propria regione. Anche all’estero, dove ognuno porta un pezzo d’Italia. Fa ridere, ma una volta mi trovavo in una radio di Berlino e mi hanno paragonato a Youssou N’Dour: io che in Italia sono considerato un cantante del profondo nord».



In questi tempi di triste omologazione, dove si globalizza tutto, dall'abbigliamento dei ragazzi alle catene di "ristoranti" con cibo predeterminato uguale in tutto il mondo, persistono eroici resistenti: che siano i paladini del "mangiare lento" (ma perché battezzarsi "slow food"?) o i difensori della lingua ancestrale che ognuno di noi si porta dentro. Contaminati già dall'italiano, i dialetti scompariranno, diverranno lingue morte senza l'autorevolezza del greco e del latino. E nessuno canterà più in napoletano o in milanese o nel laghée di Van De Sfroos: il mondo perderà quel tocco non "folkloristico" ma puramente emozionale, il legame con un passato che ha memoria di campi lavorati e di antichi borghi operai. Anch'io - e un po' mi vergogno a dirlo - non penso in dialetto, ma in italiano, ed è sempre stato così, dai tempi dell'asilo: siamo stati programmati a parlare una lingua che non è quella dei nostri avi in nome di un interesse superiore. Ma questo non vuol dire dover abbandonare alla deriva culturale i dialetti: sarebbe come cedere la gestione della cucina italiana a Mac Donald's. Esagerazione? Sentite cosa scrisse lo storico Giuseppe Galasso sul Corriere della Sera del 27 novembre 2007: "L'ultimo grido della moda universitaria sembra sia la rinuncia alle lingue nazionali. Tutto in inglese. Così, si dice, si attirano gli studenti stranieri e gli studenti locali fanno un percorso, da subito; internazionale. Sarà, ma qualcosa mi preoccupa. Adeguarsi a una lingua imperiale è un atto saggio e funzionale a molti scopi pratici. Ma così la tutela delle culture europee perde di senso, e il plurilinguismo non è una risposta. Le lingue sono l'essenza di tradizioni e culture: via le lingue, addio".  





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LA FRASE DEL GIORNO
Un populu | mittitulu a catina | spugghiatulu | attuppatici a vucca | è ancora libiru. || Livatici u travagghiu | u passaportu | a tavola unni mancia | u lettu unni dormi | è ancora riccu. || Un populu, diventa poviru e servu | quannu ci arrubbano a lingua | addutata di patri: è persu pi sempri. (Un popolo rimane libero anche se lo mettono in catene, se lo spogliano di tutto, se gli chiudono la bocca; un popolo rimane ricco anche se gli tolgono il lavoro, il passaporto, la tavola su cui mangia, il letto in cui dorme. Un popolo diventa povero e servo quando gli rubano la lingua ereditata dai padri: allora sì, è perso per sempre!)
IGNAZIO BUTTITTA, Lingua e dialettu

mercoledì 18 febbraio 2009

L'anacoluto


Talvolta anche un errore può diventare forma artistica. Quando un periodo viene iniziato con un costrutto sintattico e poi prosegue con un altro differente, si ha in grammatica l'anacoluto

Il termine, come per tutte le figure retoriche e grammaticali, deriva dal greco: in questo caso dall'unione del prefisso negativo αν e dall'aggettivo ακόλουθος, ovverosia "che non segue", "inconseguente". È un errore di sintassi, un parlare campato in aria, un accavallarsi di frasi che qualsiasi insegnante correggerebbe in un tema. Ma... 

"- O in Milano, o nel suo scellerato palazzo, o in capo al mondo, o a casa del diavolo, lo troverò quel furfante che ci ha separati; quel birbone che, se non fosse stato lui, Lucia sarebbe mia da venti mesi..."

Chi oserebbe correggere Alessandro Manzoni, che fa parlare così Renzo Tramaglino nel capitolo XXXV dei "Promessi sposi"? Nessuno: è un artificio letterario, un'idea geniale per esprimere al meglio la passione violenta di Renzo, quell'odio sordo verso Don Rodrigo che lo ha tenuto lontano a lungo dall'amata Lucia e lo ha costretto a vivere dolori e peripezie. L'anacoluto "quel birbone che, se non fosse stato lui, Lucia sarebbe mia da venti mesi" serve a rendere la foga, la poca lucidità di Renzo nel dire quelle frasi, nel far seguire al pronome "che" un nuovo soggetto con il suo predicato. 

E quell'errore sintattico è quanto di meglio si poteva fare: in questo caso non seguire le regole diventa potenza espressiva. Romanzi e racconti possono fornire esempi infiniti, non altrettanto la poesia, più meditata, più vicina all'emozione: lì la forza dell'espressione è affidata in gran parte alle immagini. Nonostante questo, c'è un verso di "Romagna" di Giovanni Pascoli che così recita: "Io, la mia patria or è dove si vive"...


Immagine da ASCAS



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LA FRASE DEL GIORNO
La passione ottunde la facoltà di discernere, e cede in tutta serietà a stimoli che a mente fredda giudicheremmo umoristici o respingeremmo con disgusto.
THOMAS MANN, La morte a Venezia