giovedì 30 aprile 2020

Quattro stagioni


DYLAN THOMAS

QUI IN PRIMAVERA

Qui in primavera, le stelle navigano il vuoto;
Qui nell’inverno ornamentale
Il nudo cielo viene giù a rovesci;
L’estate seppellisce l’uccello nato in primavera.

I simboli provengono dal lento costeggiare dell’anno
Le rive di quattro stagioni;
Fuochi di tre stagioni insegnano in autunno
E note di quattro uccelli.

Dovrei distinguere l’estate dagli alberi, i vermi,
Se lo fanno, narrano le tempeste dell’inverno
O il funerale del sole;
Dovrei imparare la primavera dal canto del cuculo
E la lumaca mi dovrebbe insegnare distruzione.

Un verme racconta l’estate meglio dell’orologio,
La lumaca è un vivente calendario di giorni;
Che cosa mi dirà se un insetto senza tempo
Dice che il mondo lentamente si consuma?


(Here in this spring, da 25 poesie, 1936)

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Il poeta gallese Dylan Thomas in questa specie di sermone sul tempo che scorre, elenca simboli che rappresentano il corso delle stagioni, il processo di crescita e distruzione e rinascita che fa parte del mondo naturale. Eppure, dice, sembra difficile afferrare che anche l’uomo è parte di questo ciclo di decadimento.

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FOTOGRAFIA © WALLPAPERMANIA

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LA FRASE DEL GIORNO
La sostanza della vita è e sarà sempre per me meno dell'irrealtà
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DYLAN THOMAS, Lettere




Dylan Marlais Thomas (Swansea, 27 ottobre 1914 – New York, 9 novembre 1953), poeta gallese. Surrealismo, simbolismo, neoromanticismo, modernismo risultano variegati nel suo corpus poetico senza però risaltare in quel suo modo di scrivere oscuro in cui morte, natura e amore si mescolano in un gioco di analogie e associazioni talora labirintiche e apertamente visionarie.


mercoledì 29 aprile 2020

Gli specchi nelle cornici


OSIP EMIL’EVIČ MANDEL’ŠTAM

DELLA STERILE E TETRA VITA VENEZIANA

Della sterile e tetra vita veneziana
m’è chiaro il senso.
Ecco che guarda con un frigido sorriso
dal decrepito vetro azzurro.


L’aria tersa della pelle. Le venature azzurre.
La candida neve. Il verde broccato.
Si viene tutti distesi su lettighe di cipresso,
assonnati, caldi si viene tratti dal sudario.


E ardono, ardono nei canestri le candele,
come se una colomba fosse entrata nell’arca.
A teatro e in oziosa pubblica assemblea
un uomo sta morendo.


Poiché non v’è scampo dall’amore e dalla paura:
è più greve del platino l’anello di Saturno!
Di nero velluto è parato il patibolo
e il viso meraviglioso.


Sono grevi, o Venezia, i tuoi paramenti,
gli specchi nelle cornici di cipresso.
Sfaccettata la tua aria. Nell’alcova si sciolgono i monti
di decrepito azzurro.


Solo tra le dita una rosa o un’ampolla,
o verde Adriatico, perdona!
Perché mai taci, dimmi, o veneziana,
come sfuggire a questa morte festosa?


Tremola nello specchio il Vespro nero.
Tutto passa. La verità è oscura.
L’uomo nasce. La perla muore.
E Susanna deve attendere i vecchioni.


1920

(da Poesia, 344, Gennaio 2019 – Traduzione di Gario Zappi)




Nell’opera poetica di Osip Ėmil'evič Mandel'štam ombre e luce si susseguono, così come l’acqua e la terra: come poteva Venezia – visitata nel 1910, mentre era ricoverato nel sanatorio di Zelendorf – essere incapace di ammaliarlo? È una Venezia autunnale, decadente, una città che muore lentamente, dolcemente e inevitabilmente precipitando nei suoi canali, simile alla Venezia vista da Thomas Mann: “La bella lusinghiera e ambigua, la città metà fiaba e metà trappola, nella cui atmosfera corrotta l' arte un tempo si sviluppò rigogliosa, e che suggerì ai musicisti melodie che cullano in sonni voluttuosi”.

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ACQUARELLO DI TONI BELOBRAJIDIC

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LA FRASE DEL GIORNO
Perché questa [Venezia] è la città dell'occhio: le altre facoltà vengono in seconda linea, e molto distanziate.
IOSIF BRODSKIJ, Fondamenta degli incurabili




Osip Ėmil'evič Mandel'štam (Varsavia, 15 gennaio 1891 – Vladivostok, 27 dicembre 1938), poeta, letterato e saggista russo. Prosatore e saggista, esponente di spicco dell'acmeismo e vittima delle Grandi purghe staliniane: arrestato per una critica a Stalin e condannato ai lavori forzati in Siberia, morì nel campo di transito di Vladivostok.


martedì 28 aprile 2020

La cartolina tra i raggi


LUCIANO ERBA

QUALE MILANO?

La cartolina tra i raggi della ruota
imitava un suono di motore
quando in via XX Settembre
si scendeva dal Parco in bicicletta:
perché a Milano, per biliardo che sia
vi sono strade in salita e in discesa
più frequenti nei sogni e nei ricordi
specie se legate a un primo incontro
a un saluto guantato di viola.


(da L’ippopotamo, Einaudi, 1989)

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Una Milano perduta, Milano della memoria, emerge dai frammenti di universo sospesi tra ricordo e nostalgia che formano molta dell’opera poetica di Luciano Erba: una Milano di quando era un adolescente, con la cartolina legata con una molletta da bucato alla forcella della bicicletta perché imitasse il suono del motore passando tra i raggi. In quell’Arcadia personale risorge dalla memoria anche l’emozione amorosa dei primi incontri con le ragazze.

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DIPINTO DI MOTOKO KAMADA

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LA FRASE DEL GIORNO
Milano, l'antica Mediolanum, è la terra di mezzo, quella che io vado cercando senza nemmeno accorgermi che è a mia portata di mano.
LUCIANO ERBA, Presenza, 2003




Luciano Erba (Milano, 18 settembre 1922 – 3 agosto 2010), poeta, critico letterario, traduttore del secondo Novecento, appartenente alla Quarta generazione della Linea Lombarda. Insegnò Letteratura Francese e Letterature Comparate  all’Università Cattolica di Milano.


lunedì 27 aprile 2020

Crepuscolo sul lago


JIM HARRISON

CREPUSCOLO

Crepuscolo sul lago,
nuvole galleggianti
lampi di calore
un incubo dietro i rami;
dalla palude
l'odore di cedro e felce,
il lungo lamento
circolare della strolaga -
l'uccello paffuto desidera i pesci,
che scenda la notte.

Poi diventa così buio
e immobile
che frantumo la luna con un remo.


(da Canzone semplice, 1965)

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La poetica dello statunitense Jim Harrison è permeata da uno stretto rapporto tra l’uomo e la natura: in essa vi è in particolare un senso del luogo – un luogo preciso nel Michigan settentrionale – “l’unico luogo che conosco”, dove si realizza l’armonia. È il caso, ad esempio, di questo crepuscolo su uno dei tanti laghi che circondano il territorio di Grayling, a ridosso del grande lago Michigan: Harrison è parte di quella natura, si mimetizza come un camaleonte con le nuvole che si sdoppiano nell’acqua, con i richiami della strolaga, con la palude che scivola lentamente nel buio.
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FOTOGRAFIA © ANTZA2

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LA FRASE DEL GIORNO
Con la testa sul tavolo / scrivo, / il braccio disteso, in un altro campo / di grano più opulento.
JIM HARRISON, Canzone semplice




James Harrison detto Jim (Grayling, Michigan, 11 dicembre 1937 – Patagonia, Arizona, 26 marzo 2016), poeta e scrittore statunitense. La sua poesia, influenzata dal buddhismo e dallo zen, verte principalmente sulla natura e sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda.

domenica 26 aprile 2020

E sotto, come un sogno


JUAN RAMÓN JIMÉNEZ

IL DORMIRE È COME UN PONTE

Il dormire è come un ponte
che va dall’oggi al domani.
E sotto, come un sogno,
scorre l’acqua.

(da Eternità, 1918 – Traduzione di Claudio Rendina)

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Il Premio Nobel spagnolo Juan Ramón Jiménez si barcamena tra verità e menzogna, tra realtà e sogno, tra giorno e notte. Chiaramente non può essere che il ponte il simbolo del passaggio tra queste duplici entità, come esplica benissimo il suo Epitaffio di me, vivo, sempre da Eternità: “Morii nel sogno. / Risuscitai nella vita”.

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DIPINTO DI ROB GONSALVES

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LA FRASE DEL GIORNO
Oblii di questi io / che, un attimo, credetti eterni! / Che infinito tesoro di io vivi!
JUAN RAMÓN JIMÉNEZ, Eternità




JimenezJuan Ramón Jiménez (Palos de Moguer, 24 dicembre 1881 - San Juan, Portorico, 29 maggio 1958), poeta spagnolo premiato con il Nobel nel 1956, fu uno dei principali esponenti della Generazione del ’14 e del Modernismo. La sua ricerca poetica lo portò a privilegiare la poesia nuda ed essenziale, fatta solo di immagine e di parola al di là della musicalità esteriore.

sabato 25 aprile 2020

Ecco, la guerra è finita


DINO BUZZATI

APRILE 1945


Ecco, la guerra è finita. Si è fatto silenzio sull’Europa. E sui mari intorno ricominciano di notte a navigare i lumi. Dal letto dove sono disteso posso finalmente guardare le stelle. Come siamo felici. A metà del pranzo la mamma si è messa improvvisamente a piangere per la gioia, nessuno era più capace di andare avanti a parlare. Che da stasera la gente ricominci a essere buona? Spari di gioia per le vie, finestre accese a sterminio, tutti sono diventati pazzi, ridono, si abbracciano, i più duri tipi dicono strane parole dimenticate. Felicità su tutto il mondo è pace! Infatti quante cose orribili passate per sempre. Non udremo più misteriosi schianti nella notte che gelano il sangue e al rombo ansimante dei motori le case non saranno mai più cosi immobili e nere. Non arriveranno più piccoli biglietti colorati con sentenze fatali, Non più al davanzale per ore, mesi, anni, aspettando lui che ritorni. Non più le Moire lanciate sul mondo a prendere uno qua uno là senza preavviso, e sentirle perennemente nell'aria, notte e dì, capricciose tiranne. Non più, non più, ecco tutto; Dio come siamo felici. E non avremo più gli anni di ieri, non incespicheremo più per le scale col batticuore insorgente, non fisseremo più le altre facce, tacendo al fioco lume, tra gli stillicidi di salnitro, in attesa del colpo, ambigue parole di ufficiali in coperta non ci daranno più l’orgasmo, per tutta la restante vita non sirene, né detonazioni, né fughe, né notti insonni di paura. Addio dunque per sempre. Ricominciamo, o amici, a dormire senza soprassalti, a dire “domani”, a dimenticare la morte. Ecco tutto. Ieri, ancora eravamo giovani, bene o male pronti alla sorte, da stasera non più. Buon riposo, pane bianco, ristoranti illuminati sul golfo, eccetera, dolci cose di un tempo andato, e sia pure!, ma una fossa nera ci separa, e qui abbiamo lasciato la vita. Giovani fino a ieri, da stasera vecchi e prudenti, e lo dovevamo sapere, ce lo potevamo aspettare, idioti che non siamo altro. Che felicità, vero? Ma perché queste facce? Perché non ridete dunque? Fate il vostro dovere.

(da In quel preciso momento, Neri Pozza, 1950)

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C’è questo brano di Dino Buzzati che gira in rete, mutilato dopo il “Dio come siamo felici”, arbitrariamente separato in versi e spacciato per una sua poesia. In realtà è un brano di diario che testimonia quei giorni di aprile del 1945 che portarono alla Liberazione dell’Italia, che si celebra oggi, alla fine di Mussolini, alla caduta di Hitler e alla resa della Germania. È la fotografia di un momento storico e celebra quel senso di libertà che tutti quanti provarono quel 25 aprile, tra “spari di gioia per le vie e finestre accese a sterminio” dopo i lunghissimi anni dell’oscuramento e del timore che i bombardieri venissero a lanciare il loro carico sulle città. Ma Buzzati pensa anche al futuro – una situazione che, molto più in piccolo è la nostra di adesso, con il Covid-19 e i timori per l’avvenire economico: la guerra è finita, dice lo scrittore bellunese, che allora ha 39 anni, ed è stata uno spartiacque tra la gioventù e l’età adulta.

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LA FRASE DEL GIORNO
Cessati l'assalto al potere e la smania del predominio, si vide che dovunque si stabilivano automaticamente la giustizia e la pace.

DINO BUZZATI, Il colombre e altri racconti




Dino Buzzati, all'anagrafe Dino Buzzati Traverso (San Pellegrino di Belluno, 16 ottobre 1906 – Milano, 28 gennaio 1972), scrittore, giornalista, pittore, drammaturgo e poeta italiano. Fu cronista e redattore del Corriere della Sera. Autore di un grande numero di romanzi e racconti surreali e realistico-magici, è celebre per il suo romanzo  Il deserto dei Tartari.


venerdì 24 aprile 2020

La mia nave


SANDRO PENNA

NEL CHIUSO LAGO

Nel chiuso lago, sola, senza vento
la mia nave trascorre, ad ora ad ora.
Fremono i fiori sotto i ponti. Sento
la mia tristezza accendersi ancora.


(da Croce e delizia, Longanesi, 1958)

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È un autoritratto con paesaggio lacustre quello che dipinge con quattro endecasillabi il poeta Sandro Penna: un bozzetto assolutamente limpido in cui l’ingenuità della visione poetica assume i contorni di un’eleganza lineare, non ricercata, e affiora ancora una volta la malinconica coscienza del peccato.

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FOTOGRAFIA DA PINTEREST

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LA FRASE DEL GIORNO
Ha la mia vita intorno a sé colori / che io non vedo.
SANDRO PENNA, Poesie




Sandro Penna (Perugia, 12 giugno 1906 – Roma, 21 gennaio 1977), poeta italiano. Con toni epigrammatici, le sue poesie esprimono spesso un’intenso desiderio sensoriale di vita talora malinconico e cantano l’amore omosessuale (“Poeta esclusivo d’amore”, si definì egli stesso).

giovedì 23 aprile 2020

Geografia ignota


GHIANNIS RITSOS

CORPO NUDO

Corpo nudo
coricato o eretto
geografia ignota
studiata mille volte
appresa a memoria
ignota –
ho udito il colpo –
chi ha gettato i dadi
sulle mattonelle del bagno?

(da Erotica, Crocetti, 1981)

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La poesia di Ghiannis Ritsos per esprimere la sua modernità attinge spesso ai miti classici della sua terra. In questo caso esalta la bellezza sensuale del corpo, caratteristica tenuta molto in considerazione nella Grecia antica, se è vero che i canoni estetici furono stabiliti già nel V secolo avanti Cristo: grazia, misura e proporzione.

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PRASSITELE, "AFRODITE CNIDIA", COPIA ROMANA

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LA FRASE DEL GIORNO
Tutti i corpi che ho toccato, che ho visto, che ho preso, che ho sognato, / tutti addensati nel tuo corpo.
GHIANNIS RITSOS, Erotica




Ghiannis Ritsos (Monemvasia, 1º maggio 1909 – Atene, 11 novembre 1990), poeta greco tra i maggiori del XX secolo. Fu candidato nove volte al Premio Nobel. La sua vita fu animata da un'incrollabile fede negli ideali marxisti e nelle virtù catartiche della poesia.


mercoledì 22 aprile 2020

Cose leggere e vaganti


UMBERTO SABA

RITRATTO DELLA MIA BAMBINA

La mia bambina con la palla in mano,
con gli occhi grandi colore del cielo
e dell’estiva vesticciola: «Babbo
– mi disse – voglio uscire oggi con te».
Ed io pensavo: Di tante parvenze
che s’ammirano al mondo, io ben so quali
posso la mia bambina assomigliare.
Certo alla schiuma, alla marina schiuma
che sull’onde biancheggia, a quella scia
ch’esce azzurra dai tetti e il vento sperde;
anche alle nubi, insensibili nubi
che si fanno e disfanno in chiaro cielo;
e ad altre cose leggere e vaganti.


(da Cose leggere e vaganti, 1920)

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La guerra è finita da due anni ormai, il poeta triestino Umberto Saba, superata la crisi coniugale con la moglie, ha aperto una libreria antiquaria e vive un periodo relativamente tranquillo: può pensare agli affetti, può pensare a quelle “cose leggere e vaganti” che di fronte alle difficoltà permettono di sopravvivere, come la frase della bambina che smuove l’emozione del padre e lo fa pensare a immagini leggere e cristalline.

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JOHN DUNCAN, "BABA E BILLY"

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LA FRASE DEL GIORNO

Il poeta è un bambino che si meraviglia delle cose che accadono a lui stesso, diventato adulto.
UMBERTO SABA, Scorciatoie e raccontini




Umberto Saba, pseudonimo di Umberto Poli (Trieste, 9 marzo 1883 – Gorizia, 25 agosto 1957), poeta italiano tra i massimi del ‘900. Di famiglia ebraica, fu avviato agli studî commerciali, e fu per lunghi anni direttore e proprietario di una libreria antiquaria a Trieste. La sua poesia, quasi intimo diario e confessione, indaga le cose ultime, la donna, l’amore, il senso atavico del dolore. La sua opera è raccolta nel Canzoniere.


martedì 21 aprile 2020

Centenario di Nelo Risi


Il poeta Nelo Risi, regista in proprio e fratello e zio dei registi Dino e Marco, nasceva a Milano il 21 aprile di cento anni fa. Laureato in Medicina, non praticò mai la professione. Combattente sul fronte russo e poi internato in Svizzera, nel dopoguerra girò l’Europa e l’Africa occupandosi di film documentari e cortometraggi, tra i quali Il delitto Matteotti del 1959. Passò poi ai lungometraggi, tra i quali spiccano Diario di una schizofrenica del 1968 e La colonna infame del 1973. La sua poesia, dall’esordio montaliano del 1941 con Le opere e i giorni cresce su un piano più prettamente ideologico destrutturando la lingua poetica e portandola verso il discorso e la forma diaristica per arrivare, come scrive Giovanni Raboni, ad “avviare un discorso di moralità e di giudizio sul reale, fino a giungere, negli ultimi anni, al ripensamento psico-sociale di tutto il vissuto (non escluso il suo passato di borghese lombardo)”. Nelo Risi è morto novantacinquenne a Roma il 17 settembre 2015.

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IL CONTROMEMORIALE, I

Sto imparando a disamare
macchina indietro
a tutto pudore.
Il cielo anche se basso
non si cancella
eppure mai è stato tanto basso
tanto chiuso.
Come la seppia che a difesa
si spreme e si consuma
conosco l’arte della fuga
a mie spese
nel buio.


(da Pensieri elementari, Mondadori, 1961)

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VALI PIÙ TU

Vali più tu
coi tuoi piedini piatti d'orsacchiotta
coi tuoi occhi asimmetrici
col tuo codino d'anatroccola che alzo
quando bacio la tua nuca
vali più tu con tutti i tuoi malanni
i tuoi veri spaventi immaginari
con la tua contezza appresa dalla vita
(e non ti fu mai tenera!)
                                      vali più tu
indifesa di me che mi difendo
vale più un tuo sfogo del mio stare zitto
vale più un tuo sogno di una mia conquista
vale più un tuo sabath  di una mia domenica
vale più la tua fame del mio appetito
vale più un tuo detto di un mio verso
vale più un tuo accento sghembo  di una mia rima
vale più la tua mente fresca della mia mente libresca
vali più tu che canti la tua Tosca
vali anche più tu con me vicino.


(da Di certe cose, Mondadori, 1970)

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A SERVIZIO

Non siamo in un rapporto giusto con l’epoca
non riceviamo visite alle quattro del mattino
non affolliamo stadi guardati a vista
non conosciamo campi di transito
non viaggiamo su binari morti
stivati come bestie da trent’anni a questa parte

Nessuno ci ha ancora incerottato la bocca
nessuno fruga tra le nostre carte
nessuno mette un timbro a piè di pagina
nessuno brucia in piazza le nostre opere
nessuno scrive col sangue sul muro
non c’è neanche un Ovidio con le sue Amarezze

Le nostre collere sono bolle di sapone
che il potere corazzato lascia correre
compagni miei di versi


(da Amica mia nemica, Mondadori, 1976)

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia non si arrende all’evidenza ed è capace di rinuncia, conosce la vanità del tutto e ha in orrore di illudere.
NELO RISI




Nelo Risi (Milano, 21 aprile 1920 - Roma. 17 settembre 2015), poeta e regista italiano. Laureato in Medicina, non praticò mai la professione. Partito da una lezione montaliana, si staccò dall’ermetismo trovando il suo spazio espressivo in uno spirito critico, spesso ideologico, capace di indagare con una precisione nitida e scrupolosa gli aspetti psicologici e sociali del vivere.


lunedì 20 aprile 2020

Dove l’amore signoreggia


BERNARD O’DONOGHUE

DEFINIZIONE DI AMORE

Strano, considerando quanto sull'amore
è stato scritto, che nessuno lo abbia detto
dove l'amore signoreggia: non nel sesso,
né nel volere il bene degli altri,
ma nell'occupare tutto il tempo a cena,
in apparenza assorti nel discorso,
a cercare invero di far prendere coraggio
alla mano affinché oltrepassi l'invisibile spada
sulla tovaglia e tocchi un dito in equilibrio sul tessuto.

A un giovane curato di una parrocchia di West Cork
fu detto che sua madre era gravemente ammalata
e che lui doveva venire a casa a Boherbue
(di fatto era già morta, ma l'intendimento era
di attenuare il colpo). Corse in auto mezzo Kerry
spericolatamente, per schiantarsi e lì morire
nella bella valle di Glenflesk.
Così avvenne, per quel suo fantasticare vano
di toccarle un'ultima volta le dita della mano.


(da Poesia, 330, Ottobre 2017 - Traduzione di Alessandro Gentili)

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Per definire l’amore il poeta irlandese Bernard O’Donoghue si serve di due esempi: il primo è l’amore di coppia che si realizza non nel sesso ma nella tenerezza dello stare insieme, nel timido primo tentativo di toccare la mano dell’amata o dell’amato; il secondo è l’amore filiale, che sfocia nel tragico episodio del giovane curato di West Cork, che muore nella folle corsa per stringere la mano della madre morente.


HENRI CARTIER-BRESSON, “CAFFÈ, GERMANIA, 1962”

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LA FRASE DEL GIORNO
Questo è amore: volare verso un cielo segreto, far cadere cento veli in ogni momento. Prima lasciarsi andare alla vita. Infine, compiere un passo senza usare i piedi.
GIALAL AL-DIN RUMI




Bernard O'Donoghue (Cullen, 1945), poeta irlandese. Insegnante di Inglese antico e medievale, di Storia della Lingua inglese e di Letteratura irlandese, ha caratterizzato la sua poesia con ritratti di personaggi còlti in momenti di intensità emotiva.


domenica 19 aprile 2020

La ragazza che mi ruba il sonno


JOSEP PALAU I FABRE

BALLATA

La ragazza che mi ruba il sonno
aveva occhi scuri, molto scuri.
Al tramontare del sole
diventavano anche più scuri.

La ragazza che mi ruba il cuore
ha le mani bianche, molto bianche.
Tutto in me si mutava in oro
se mi toccava con le mani bianche.

La ragazza che si è presa tutto
ha un segreto nel suo intimo,
per questo veglio sul mio sonno
e medito alte lune.


(da Poesie dell’alchimista, 1943)

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Della ballata tradizionale questa poesia di Josep Palau i Fabre conserva alcune peculiarità: la ripetizione innanzitutto, il brusco salto temporale e quel tono popolare di fondo. Il poeta catalano la adatta alla sua ricerca alchemica dell’amore e della poesia.

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ILLUSTRAZIONE DI CHRISTIAN SCHLOE

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LA FRASE DEL GIORNO
Quante donne dormono / nei miei versi, ah, / per sempre…
JOSEP PALAU I FABRE, Poesie dell’alchimista




Josep Palau i Fabre (Barcellona, 21 aprile 1917 – 23 febbraio 2008), narratore, drammaturgo, saggista, massimo esperto di Picasso. Fu il principale esponente della letteratura in lingua catalana del dopoguerra. Ammaliato dall’alchimia, la applica alla poesia, intesa non “come fine a se stessa, ma come mezzo d’esplorazione, o di sperimentazione”.

sabato 18 aprile 2020

Una valanga di stelle


BLAGA DIMITROVA

FRA LE STELLE

L'uno ancora dall'altra lontani camminavamo.
Con le sue ombre il bosco ci ha inseguito.
Alzammo però lo sguardo… E nel cielo in un istante
una valanga di stelle ci ha trascinato.

Involontariamente allora mi sono stretta a te
per non perdermi nella via Lattea.
E tu con mano forte mi hai preso per mano -
perché le infinite stelle non ci dividano.

Così da allora siamo rimasti in due.
E sempre penso: se l'uno
dall'altra si staccasse appena,
nel grande mondo non ci troveremmo.


1959


(da A domani, 1959 - Traduzione di Valeria Salvini)

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Una bella poesia d’amore di Blaga Dimitrova. La poetessa bulgara pone l’accento sulla dipendenza che insorge tra due innamorati, su  quel bisogno di essere in due, di sentirsi reciprocamente protetti all’interno della coppia. Così piccoli davanti all’universo, alle stelle infinite della Via Lattea eppure così grandi nell’unione di due cuori.

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IMMAGINE © LITTLEPAWZ/TUMBLR

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LA FRASE DEL GIORNO
E spalla a spalla due giovani / vanno con passo cauto e lento – / per non disperdere questa luce / che da cuore a cuore trabocca.
BLAGA DIMITROVA,  All’aperto




Blaga Nikolova Dimitrova (Bjala Slatina, 2 gennaio 1922 – Sofia, 2 maggio 2003), poetessa, scrittrice e politica bulgara, vicepresidente della Bulgaria dal gennaio 1992 al luglio 1993. Nel tempo la sua poetica passò da tematiche sentimentali che la portarono a scrivere prevalentemente liriche d'amore ad un maggiore impegno sociale e politico.

venerdì 17 aprile 2020

Mi svesto mi vesto


SARAH KIRSCH

CHICCHI NERI

Il pomeriggio prendo un libro in mano
il pomeriggio metto via un libro
il pomeriggio ricordo che c’è guerra
il pomeriggio dimentico ogni guerra
il pomeriggio macino il caffè
il pomeriggio ricompongo
il caffè macinato
a ritroso bei
chicchi neri
il pomeriggio mi svesto mi vesto
prima mi trucco poi mi lavo
canto sto muta.


(da Incantesimi, 1973)

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Cominciamo subito con il dire che ho scelto questa poesia perché bene si attaglia ai tempi del coronavirus: è un’impietosa fotografia delle vite di molti di noi, stravolte dalla forzata presenza a casa. Ma c’è ben altro nei versi della poetessa tedesca Sarah Kirsch, c’è una sottile noia, una paziente sofferenza di vivere che trova nei gesti della quotidianità una specie di conforto, "scomponendo il mondo in variopinte tessere emotive", come nota Michele Sisto.

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FELICE CASORATI, “RITRATTO DI SIGNORA”

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LA FRASE DEL GIORNO
Nella routine c’è un certo conforto.
JOHN STEINBECK





Sarah Kirsch, pseudonimo di Ingrid Hella Irmelinde Bernstein (Limlingerode, 16 aprile 1935 – Heide, 5 maggio 2013), poetessa tedesca. Figlia di un nazista convinto, cambiò il suo nome Ingrid in uno ebraico per protestare contro l’antisemitismo. Tedesca dell’est, discriminata per aver firmato una lettera di protesta, riparò a Berlino ovest nel 1977.


giovedì 16 aprile 2020

I giorni non tornano



JOSÉ EMILIO PACHECO

SUCCESSIONE


Anche se il sole torna a sorgere
i giorni non tornano.

(da Andrai e non tornerai, 1973)
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Sembra quasi banale questa brevissima poesia di José Emilio Pacheco. In realtà nelle pochissime parole del poeta messicano, nella cui poetica lo scorrere del tempo riveste una parte fondamentale, si nasconde il segreto della nostra vita, questa successione di giorni che in ventiquattro ore si concludono e che ammucchiamo come le casse di un racconto di Dino Buzzati, quelli che il ricco Ernest Kazirra nella sua lussuosa villa vede portare via da un uomo con un camion:
- Ti ho visto portar fuori quella cassa dal mio parco. Cosa c’era dentro? E cosa sono tutte queste casse?
Quello lo guardò e sorrise:
- Ne ho ancora sul camion da buttare. Non sai? Sono i giorni.
- Che giorni?
- I giorni tuoi.
- I miei giorni?
- I tuoi giorni perduti. I giorni che hai perso. Li aspettavi, vero? Sono venuti. Che ne hai fatto? Guardali, intatti, ancora gonfi. E adesso?”

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA
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LA FRASE DEL GIORNO
Corre il tempo, vola e va leggero, non tornerà.

MIGUEL DE CERVANTES, Don Chisciotte




José Emilio Pacheco Berny (Città del Messico, 30 giugno 1939 - 26 gennaio 2014), scrittore, poeta, saggista e traduttore messicano. Fu parte integrante della Generazione dei ‘50. La sua poesia concentra l’attenzione sulla storia, sulla ciclicità del tempo, sull’universo dell’infanzia e sulla vita nel mondo moderno.


mercoledì 15 aprile 2020

Quella fedeltà


CATULLO

CARME 87

Nessuna donna potrà dire «Sono stata amata»
più di quanto io ti ho amato, Lesbia mia.
Nessun legame avrà mai quella fedeltà
che nel mio amore io ti ho portato.


Nulla potest mulier tantum se dicere amatam
vere, quantum a me Lesbia amata mea est.
Nulla fides ullo fuit umquam foedere tanta,
quanta in amore tuo ex parte reperta mea est.

(da Carmina – Traduzione di Mario Ramous)

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La poesia di Ernesto Cardenal postata ieri ricordava un carme di Catullo, che mi sono accorto non essere ancora presente in queste pagine. Il carme 87 è una dichiarazione d’amore in piena regola, sebbene postuma, successiva alla rottura intervenuta per colpa dell’amata Lesbia. Una constatazione che più volte ricorre nell’opera del poeta veronese: “Povero Catullo, basta con le illusioni: / se muore, credimi, ogni cosa è perduta. / I tuoi giorni felici li hai consumati / quando correvi dove voleva il tuo amore, / amato come amata non sarà nessuna” e ancora “Tutto il bene che a un essere umano è possibile / fare o dire, tu l'hai detto e fatto: e tutto / si è perduto nell'ingratitudine di un cuore. / Perché dunque continui a tormentarti?”. Eppure, nemmeno dopo che lei gli ha spezzato  il cuore riesce ad odiarla: Ora so chi sei: e anche se più intenso è il desiderio / ti sei ridotta per me sempre più insignificante e vile. / Queste offese costringono, / vedi, ad amare di più, ma con minore amore”.

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LAWRENCE ALMA-TADEMA, "IL POETA GALLO SOGNA"

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LA FRASE DEL GIORNO
Non chiedo più che lei ricambi il mio amore, / né l'impossibile, che mi rimanga fedele: / voglio solo guarire e scordarmi di questo male oscuro.
CATULLO, Carme 76




Gaio Valerio Catullo (Verona, 84 a.C. – Roma, 54 a.C.), poeta romano. È noto per l'intensità delle passioni amorose espresse, per la prima volta nella letteratura latina, nel suo Catulli Veronensis Liber, in cui l'amore ha una parte preponderante, sia nei componimenti più leggeri che negli epilli ispirati alla poesia di Callimaco e degli Alessandrini in generale.

martedì 14 aprile 2020

Come io ti ho amata


ERNESTO CARDENAL

PERDENDOTI

Perdendoti, io e te abbiamo perso:
io, perché tu eri quella che io amavo di più
e tu perché io ero quello che ti amava di più.
Però di noi tu perdi più di me:
perché io potrei amare le altre come amavo te,
però nessuno ti amerà come io ti ho amata.


(da Epigrammi, 1961)

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Un po’ caustico e presuntuosetto come tutti gli epigrammi, con un punto di vista assolutamente unilaterale – del resto è proprio il genere letterario che contempla queste caratteristiche, si pensi a Marziale per esempio. Così il poeta nicaraguense Ernesto Cardenal riecheggia un celebre carme di Catullo, quello indicato con il numero 87: “Nessuna donna potrà dire «Sono stata / amata» / più di quanto io ti ho amato, Lesbia mia. / Nessun legame avrà mai quella fedeltà / che nel mio amore io ti ho portato”.
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HENRI CARTIER-BRESSON, "CAFFÈ, GERMANIA, 1962"

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LA FRASE DEL GIORNO
E se l’amore che dettò questi versi tu lo disprezzi / altre sogneranno con questo amore che non era per loro
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ERNESTO CARDENAL, Epigrammi




Ernesto Cardenal Martínez (Granada, Nicaragua, 20 gennaio 1925 – Managua, 1° marzo 2020) poeta, presbitero e teologo nicaraguense. Protagonista della rivoluzione in Nicaragua del 1979, fu tra i massimi esponenti della teologia della liberazione: è stato il fondatore della comunità religiosa di Solentiname.

lunedì 13 aprile 2020

Gli angeli


EMILY DICKINSON

CHI NON HA TROVATO IL CIELO

Chi non ha trovato il Cielo - quaggiù -
Lo mancherà lassù -
Perché gli Angeli affittano Casa vicino alla nostra,
Ovunque ci spostiamo -

1883

(da Poesie)

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Lunedì dell’Angelo. Partiamo dal racconto evangelico: Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Salome “Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d'una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui”. Quel giovane vestito di bianco porta il messaggio principale della cristianità e anche quel “Non abbiate paura!”: è il conforto che la poetessa statunitense Emily Dickinson trova nelle persone a lei vicine – la poesia conclude una lettera alla nipote Martha e all’amica Sally Jenkins in cui scrive tra l’altro “Se mai il Mondo dovesse arrabbiarsi con voi - è vecchio lo sapete - dategli un Bacio, e lo rabbonirete - se no - ditegli da parte mia”. Di questi versi esiste anche una versione differente, forse anche più profonda: “Chi non ha trovato il Cielo quaggiù, / Lo mancherà lassù. / La residenza di Dio è accanto alla mia, / L'arredo è amore”.
Così spesso troviamo gli angeli tra di noi, magari in vesti azzurre o verdoline di medici e di infermieri o arancioni o blu di soccorritori, come accade in questi mesi in cui il Covid-19 ha travolto e stravolto le nostre vite.

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ANNIBALE CARRACCI, "LE TRE MARIE AL SANTO SEPOLCRO"

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LA FRASE DEL GIORNO
Angeli
vedi nella prima luce / tra la rugiada curvarsi, / Cogliere e volar via con un sorriso: / crescon per loro i fiori?
EMILY DICKINSON, Poesie




Emily Elizabeth Dickinson (Amherst, 10 dicembre 1830 –15 maggio 1886), poetessa statunitense, è considerata tra i migliori lirici del XIX secolo. La sua vita fu priva di eventi esteriori: dopo i trent'anni scelse un volontario isolamento nella casa paterna. La sua poesia spazia dalle piccole cose della vita quotidiana – la natura, le stagioni – ai grandi temi dell’anima innestati sul tema della solitudine.


domenica 12 aprile 2020

Il richiamo di Pasqua


GUIDO GOZZANO

PASQUA

A festoni la grigia parietaria
come una bimba gracile s'affaccia
ai muri della casa centenaria.

Il ciel di pioggia è tutto una minaccia
sul bosco triste, ché lo intrica il rovo
spietatamente, con tenaci braccia.

Quand'ecco dai pollai sereno e nuovo
il richiamo di Pasqua empie la terra
con l'antica pia favola dell'ovo.


(da Le dolci rime, in Opere, Volume V, Treves, 1937)

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Tra le “Dolci rime” di Guido Gozzano ve ne sono di dedicate alle feste della tradizione. È lo sguardo di un agnostico turbato dalla fede, da una certa nostalgia del divino, di uno spiritualista panteista che tornò a Dio sulla finire dei suoi giorni. Protagonista è l’ambiente canavesano, la villa del Meleto forse, capace di assurgere a un lirico mito della natura, dove il giorno di Pasqua è ritratto attraverso un angolo di giardino: il cielo è cupo, nuvole cariche di pioggia incombono, ma dal pollaio il canto di una gallina che ha fatto l’uovo apre un raggio di sole quasi a emblema della Resurrezione.

Nonostante le restrizioni imposteci a causa del coronavirus, spero che passiate comunque  una buona Pasqua, lettori del Canto delle Sirene!

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FOTOGRAFIA © ISO

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LA FRASE DEL GIORNO
Era la domenica di Pasqua. Gli alberi in fiore / riempivano tutta l'aria di profumo e di gioia.
HENRY LONGFELLOW, Lo studente spagnolo




Guido Gustavo Gozzano (Torino, 19 dicembre 1883 – 9 agosto 1916),   poeta italiano, fu il capostipite della corrente letteraria post-decadente del crepuscolarismo. Inizialmente si dedicò alla poesia nell'emulazione di D'Annunzio e del suo mito del dandy. Successivamente, la scoperta delle liriche di Giovanni Pascoli lo avvicinò alla cerchia di poeti intimisti, accomunati dall'attenzione per "le buone cose di pessimo gusto". Morì di tisi a 32 anni.


sabato 11 aprile 2020

La ragazza dal bracciale


JAROSLAV SEIFERT

DI POMERIGGIO UNO SCROSCIO DI PIOGGIA

Di pomeriggio uno scroscio di pioggia
fece profumare anche l’erba pesta
e la sera, piena di primaverile malinconia,
lenta s’univa alla notte.

L’organetto tagliuzzava da tempo
una nuova canzone
quando tra le ali del cigno
entrò la ragazza dal bracciale d’argento.

Notai il suo polso
perché abbracciò il collo del cigno
e i suoi occhi
schivavano il mio sguardo avido.

Finalmente mi lanciò un’occhiata
ed ebbe un piccolo sorriso
per farmi poi un cenno con la mano
e infine mandarmi un bacio.
Fu tutto lì.

Aspettai che apparisse di nuovo
per saltar su da lei durante la corsa,
ma le ali restarono vuote.

Talvolta gli amori sembrano un fiore
di papavero selvatico,
non riesci a portarteli a casa.

Quella volta però le due lampade
sibilavano come serpe contro serpe,
due serpenti l’uno verso l’altro,
e io invano corsi
dietro le sue gambe

nel vasto buio.

(da La colonna della peste, 1980 -Traduzione di Alena Wildová Tosi)

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Un quadretto malinconico, una sera piovosa di primavera in cui suona una nuova canzone. Poi d’improvviso come il lampo del suo braccialetto d’argento, entra una ragazza nel locale, nella sera, nella vita del poeta ceco Jaroslav Seifert: il vecchio gioco degli sguardi, la seduzione che sfodera le sue armi per poi svanire ancora una volta. E rincorrerla, ahimè – è vano.

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FOTOGRAFIA DI HENRI CARTIER BRESSON

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LA FRASE DEL GIORNO
Anche le donne ho cantato. / Accecato dall'amore, / nella vita ho brancolato, / inciampando in un fiore perduto / o gradino d'antica cattedrale.
JAROSLAV SEIFERT, La colata delle campane





Jaroslav Seifert (Praga, 23 settembre 1901 – 10 gennaio 1986), poeta e giornalista ceco. Nel 1984 fu insignito del Premio Nobel per la Letteratura, “per la sua opera poetica che, dotata di grande freschezza, di sensualità e di una ricca immaginazione, fornisce un’immagine liberatoria dello spirito indomabile e della versatilità umana”.

venerdì 10 aprile 2020

Cosa ne è stato di Barabba


ZBIGNIEW HERBERT

IPOTESI SU BARABBA

Cosa ne è stato di Barabba. Ho chiesto nessuno lo sa
Libero da catene uscì sulla bianca via
poteva svoltare a destra proseguire dritto svoltare a sinistra
girare in cerchio erompere in un canto di festa come un gallo
Egli Imperatore delle proprie mani della propria testa
Egli Governatore del proprio respiro

Lo chiedo perché in certo modo ho preso parte all’affare
Attratto dalla folla davanti al palazzo di Pilato gridavo
così come gli altri libera Barabba Barabba
Acclamavano tutti se io solo avessi taciuto
sarebbe accaduto esattamente quello che doveva accadere

E forse Barabba è tornato alla sua banda
Sulle montagne uccide rapido saccheggia per bene
Oppure ha messo su un negozio, fa ceramiche
e monda nell’argilla della creazione
le mani macchiate dal delitto
È portatore d’acqua mulattiere usuraio
proprietario di navi – su di una Paolo faceva vela per Corinto

oppure – cosa non da escludersi
è diventato una spia preziosa al soldo dei Romani

Guardate e ammirate il gioco da vertigine del destino
su possibilità potenze sorriso della fortuna

E il Nazareno
è rimasto solo
senza alternativa
con uno scosceso
sentiero
di sangue.


(da Elegia per l’addio, 1990 - traduzione di Valeria Rossella)

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Il poeta polacco Zbigniew Herbert nelle sue poesie ama presentare i protagonisti da una prospettiva intellettuale che mette in risalto la dignità degli esseri umani, rappresentandoli come inconsapevoli ingranaggi della macchina del destino: è il caso del Barabba raffigurato in questa “Ipotesi”, che ho scelto come personaggio sotto la lente della poesia in questo Venerdì Santo: «Il governatore era solito, per ciascuna festa di Pasqua, rilasciare al popolo un prigioniero, a loro scelta. Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, detto Barabba. Mentre quindi si trovavano riuniti, Pilato disse loro: “Chi volete che vi rilasci: Barabba o Gesù chiamato il Cristo?”» (Mt, 27,15-17).
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ANTONIO CISERI, "ECCE HOMO"

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LA FRASE DEL GIORNO
Accettare / ma al tempo stesso / distinguere dentro di sé / e possibilmente / trasformare la materia della sofferenza / in qualcosa o qualcuno.
ZBIGNIEW HERBERT, Rapporto dalla città assediata




Zbigniew Herbert (Leopoli, Ucraina, 29 ottobre 1924 – Varsavia, 28 giugno 1998), poeta, saggista e drammaturgo polacco. Discendente del poeta inglese George Herbert, durante la Seconda guerra mondiale prese parte alla Resistenza contro i nazisti. Esordì nel 1950 e la sua opera più nota è Il signor Cogito. Esule a Parigi dal 1986 al 1992 , tornò in Polonia dopo il trionfo di Solidarność.


giovedì 9 aprile 2020

Nostalgia di te


KO UN

COME LE RONDINI CHE TORNANO

Come le rondini che tornano
anch’io ho un motivo per vivere
come quel mare
che le rondini attraversano nel ritorno
ha una sponda a sud
così io ho un motivo per aspettare il domani

io ho un motivo per avere nostalgia di te.


(da Fiori d’un istante, 2001 – Traduzione di Vincenza d’Urso)

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Un motivo per aspettare il domani: tutti abbiamo questa molla che ci carica e ci fa andare avanti, che sia speranza o amore. E ogni volta che ci pensiamo è come una nuova primavera, è un volare di rondini che rallegra il nostro cielo. Per il poeta sudcoreano Ko Un questo motivo è la nostalgia dell’amata.

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ILLUSTRAZIONE DI CHRISTIAN SCHLOE

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LA FRASE DEL GIORNO
Come possono esistere solo fiori? / da quella parte / osserva anche l’arido letto del fiume / niente degno di essere visto / quello potrebbe essere il tuo amore.
KO UN




Ko UnKo Un (Kunsan, 1° agosto 1933), è il massimo poeta sudcoreano del XX secolo. Monaco buddista, tornò allo stato laicale disgustato dalla corruzione del clero. Prese parte alla lotta per i diritti umani nel suo paese negli anni del regime militare, finendo anche in carcere. Sposatosi nel 1983, la sua vita si fece più tranquilla. È stato più volte candidato al Premio Nobel.

mercoledì 8 aprile 2020

Che la notte finisca


DAVID MARIA TUROLDO

CHE NON SIA PIÙ NOTTE

La notte è avanzata:
Dio, fa' che la notte finisca,
che non sia più Notte!


(da O sensi miei, 1990)

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Quindici parole bastano a David Maria Turoldo per elevare questa sua-preghiera a Dio. La sua notte è quella lontana da Dio e l’alba è la sua rivelazione, si noti la sottile differenza tra la notte e la Notte con la maiuscola che regge tutta quanta la poesia: certo è diversa da questa notte che viviamo noi adesso, la notte del Covid-19 e delle libertà assenti, di questa dittatura sanitaria imposta dalla necessità. Ma ugualmente facciamo nostra la supplica di padre Turoldo: “fa’ che la notte finisca”.

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FOTOGRAFIA © FREE STOCK FOOTAGE

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LA FRASE DEL GIORNO
«Facciamolo ancora!». / Bello e meraviglioso sarà / oriens ex alto: / luce da luce / splenderà più del sole.
DAVID MARIA TUROLDO, O sensi miei




David Maria Turoldo, al secolo Giuseppe Turoldo (Coderno, 22 novembre 1916 – Milano, 6 febbraio 1992), presbitero, teologo, filosofo, scrittore e poeta italiano, membro dell'Ordine dei servi di Maria. Fu sostenitore delle istanze di rinnovamento culturale e religioso della Chiesa, di ispirazione conciliare.


martedì 7 aprile 2020

Cosa avete fatto al mondo?



CAROL ANN DUFFY

LA DONNA DELLA LUNA

Carissime, vi scrivo dalla luna
dove mi nascondo dietro la famosa luce.
Come potevate mai pensare un uomo quassù?
Una mucca ha fatto un salto. Il piatto è scappato

col cucchiaio. Ciò che mi è giunto da voi sono gioie, i lutti,
le risate, le perdite, i sogni, le vostre vite
brevi, la mia lunga, una geniale solitudine. Devo avere
un migliaio di nomi per la terra, mia vocazione azzurra.

Me ne vado in giro, la luna dieta di luce, un filo di pera,
spicchio di limone, fetta di melone, mezza arancia,
cipolla d’argento; il vostro suono umano cade nello spazio,
la canzone della nascita, la canzone dell’amante, la canzone della morte.

Affezionata come le parole alle cose, io fisso attonita, truce; deserti
dove c’erano foreste, mari malsani. Quando scende la notte, vi vedo
ricambiare lo sguardo come se udiste il mio
Carissime,
cosa avete fatto, cosa avete fatto al mondo?


(da Le api, Le Lettere, 2014 – Traduzione di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti).

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“Cosa avete fatto, cosa avete fatto al mondo?” dice sconsolata la donna della luna, punto di vista femminile e distaccato in questi versi della poetessa scozzese Carol Ann Duffy. Davvero, possiamo dirlo anche noi, soprattutto in questo periodo in cui il Covid-19 imperversa e la nostra immobilità forzata ha permesso all’aria di ripulirsi e agli animali di riprendere possesso della natura. Cosa abbiamo fatto, cosa abbiamo fatto al mondo?

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ILLUSTRAZIONE DI CHRISTIAN SCHLOE

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia e la preghiera sono molto simili.
CAROL ANN DUFFY, The Guardian, 4 dicembre 2005

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Carol Ann Duffy (Glasgow, 23 dicembre 1955), poetessa e drammaturga scozzese, direttrice dei corsi di scrittura creativa presso la Manchester Metropolitan University e, dal 1º maggio 2009 Poeta Laureato del Regno Unito. Nelle sue poesie dà spesso voce a personaggi di outsiders.

lunedì 6 aprile 2020

La più ricca


BLAGA DIMITROVA

AMORE

Ho perso l'andatura trascurata,
ho perso la mia risata presuntuosa
e il silenzio mite dell'anima,
e la freschezza nello sguardo distratto,
e di notte il sonno.

Ho perso i sentieri che mi attiravano,
la ribellione, e la libertà,
l'imprevisto, e il suono dei canti -
ho perso tutto, ma sono la più ricca
la più prodiga del mondo.


1956


(da A domani, 1959 – Traduzione di Valeria Salvini)

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Amare – dice la poetessa bulgara Blaga Dimitrova – è perdere qualcosa: la libertà, il sonno, l’andatura spensierata. Ma è altresì guadagnare e donare qualcosa di infinitamente più alto: “La lontananza inspiravo in un sorso enorme / Premevo vento, nubi e stelle al mio petto. / E nel cerchio stretto di un abbraccio / ho rinchiuso l'infinito intero del mondo”.

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HENRY NELSON O'NEIL" DONNA INNAMORATA"

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LA FRASE DEL GIORNO
Così da allora siamo rimasti in due. / E sempre penso: se l'uno / dall'altra si staccasse appena, / nel grande mondo non ci troveremmo.
BLAGA DIMITROVA,  A domani




Blaga Nikolova Dimitrova (Bjala Slatina, 2 gennaio 1922 – Sofia, 2 maggio 2003), poetessa, scrittrice e politica bulgara, vicepresidente della Bulgaria dal gennaio 1992 al luglio 1993. Nel tempo la sua poetica passò da tematiche sentimentali che la portarono a scrivere prevalentemente liriche d'amore ad un maggiore impegno sociale e politico.


domenica 5 aprile 2020

Una gran festa di campane


GIOVANNI TITTA ROSA

LA DOMENICA DELLE PALME

La Domenica delle Palme s'annunziava
con una gran festa di campane.
Cominciava il campanone della parrocchia,
che suonava in tre riprese lasciando
ogni volta nell'aria un vasto ronzio bronzeo
che si sperdeva sulle case e sugli orti
Fra l'una e l'altra ripresa tintinnava ilare e gentile
la campana d'argento della chiesetta di Santa Maria.
Squillava con un suono petulante e gioioso,
in quell'asciutto mezzogiorno che intiepidiva
l'aria col primo fiato di primavera…
Ogni cosa pareva ascoltasse immota;
gli alberi e le case, nella luce,
stavano come in una vuota attesa.

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È una Domenica delle Palme della memoria quella che disegna il critico letterario e poeta in proprio Giovanni Titta Rosa: un po’ come la nostra di questo 2020, cancellata dalle restrizioni dovute alla pandemia di Covid-19. E se ogni cosa pare ascoltare immobile nell’aria che finalmente si è fatta di primavera, resta questo senso dell’attesa che non è solo quella della Pasqua imminente, ma anche, per noi imprigionati dal virus nelle nostre case, quella della liberazione dall’incubo distopico che esso ha generato.

DISEGNO © FOX HOLLOW STUDIOS

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LA FRASE DEL GIORNO
il colore del passato / che ritorna ben vestito, / il color dell'infinito / e di ciò che non è stato.
MARINO MORETTI, Poesie scritte col lapis




Giovanni Battista Rosa, noto come Giovanni Titta Rosa (Santa Maria del Ponte, 5 marzo 1891 – Milano, 7 gennaio 1972), scrittore, poeta e critico letterario italiano. Collaborò con il Corriere della Sera, La Stampa, il Corriere Padano, Lacerba. Autore di prose e di poesie, fu insigne studioso del Manzoni e commentatore dei Promessi sposi.