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sabato 26 gennaio 2013

Tridentina, avanti!

 

NELSON CENCI

A UN AMICO LASCIATO SUL DON

Non ti ritrovai oltre il fiume
di ghiaccio e di morte,
quella notte di luna,
senza voce di vento
ma con parlare sommesso
tra gli aridi cespugli
ad attendere ombre
per un cammino di speranza.

Non ti vidi sulle piste segnate da croci
nel fragore d'armi e di grida,
dove tempo non v'era
per la pietà e il dolore.
Di questi lontani giorni
perduta è in altri ogni memoria
e sepolte sono le remote ansie.
Ma in questo mutare di cieli
io ascolto il buio
con stelle d'inverno a segnare le notti
e nei sogni dell'alba,
in questi risvegli di sole,
dopo lunghi silenzi ora ti ritrovo nel nostro verde vivere.
Non con la pioggia che batte sui vetri
lacrime di addio
ma con l'azzurro di giovani vite
a salutare il giorno.
Non più mani gonfie di gelo,
volto scavato di fame,
occhi perduti nel vuoto.

Non più scarponi di ghiaccio
a trascinare per strade di neve
il grande desiderio di morte
con l'acuto ricordo di giovani vite
perdute a rattristare il cuore.
Anche se il tempo oscura i ricordi
e qualcosa ogni giorno muore,
sotto queste foglie d'autunno
che coprono nella scavata terra
profumo di nuova erba e di fiori,
sempre viva resta la memoria
di Voi che abitate le notti.

(da Il passato che torna, 2001)

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Il 26 gennaio 1943 si combatteva a Nikolajewka la sanguinosa battaglia con cui gli italiani – tecnicamente invasori a fianco dell’esercito tedesco – dopo un’epica marcia di due settimane con temperature intorno ai 30° sotto zero dal Don verso le retrovie di Rossosch -riuscirono a sfondare l’accerchiamento sovietico e a uscire dalla sacca per poter finalmente tornare in patria.

Così raccontava Giulio Bedeschi in Centomila gavette di ghiaccio, un libro che può essere considerato, come Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, l’Anabasi di quella ritirata, di quella sconfitta miracolosamente trasformata in vittoria: “Un uomo, un solo uomo sommò nell'animo la disperata angoscia di tutti, vedendo i suoi alpini retrocedere combattendo sulla neve; i suoi alpini, poiché egli era il generale Reverberi comandante la Tridentina; e dalla somma di dolore gli scaturì dall'anima un gesto ed un grido. Fu una cosa semplice, ma condotta a cavalcioni della morte. Esisteva ancora un rugginoso carro blindato germanico in grado di rotolare i suoi cingoli sulla neve grazie a pochi litri di carburante residuo; su quello il generale si slanciò, salì ritto sul tetto, diede un secco ordine al guidatore, il carro si mosse avanzando verso i battaglioni in ripiegamento e verso il nemico. — Tridentina...! Tridentina avanti..! — gridò con forza selvaggia il generale Reverberi dall'alto del carro in movimento, indicando col braccio puntato Nikolajewka. Non fu lasciato avanzare solo: i suoi alpini, riserva disarmata, si gettarono avanti seguendo il carro; generale e soldati raggiunsero i battaglioni che, elettrizzati, fecero massa compatta: il carro sopravanzò trascinando seco il cuore e l'ansito dell'intera divisione; quell'uomo ritto sul tetto metallico non cadde, non fu trapassato, Iddio lo lasciò in piedi, gli consentì di guidare gli alpini fin sulle difese nemiche, di travolgerle in uno slancio furibondo, di rovesciare i cannoni fumanti, di porre in fuga i russi conquistando Nikolajewka e aprendo il varco entro cui dal costone, come richiamata dalle soglie della morte, irruppe la marea d'uomini dilagando nel paese”.

Settant’anni sono tanti, sono una vita compiuta. Molti dei testimoni dei fatti accaduti allora nella steppa russa – ucraina, per la precisione – sono passati nel paradiso di Cantore, come dicono gli Alpini: pochi mesi fa se n’è andato anche Nelson Cenci, il “tenente Cenci” del Sergente nella neve, medico, scrittore e poeta, autore dei versi proposti per questo anniversario. Gli anni trascorsi hanno trasformato i nemici in amici, i gesti di solidarietà verso quelle popolazioni “nemiche” ma mai considerate tali si sono succeduti negli anni. E ora, appurata infine l’inutilità di tutte le guerre, i caduti di ogni parte sono accomunati sotto un’unica bandiera, quella della memoria.

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LA FRASE DEL GIORNO
Il messaggio dei superstiti fu la condanna dell'assurda politica di guerra del fascismo. Questo spiega perché le popolazioni delle valli che avevano visto morire i loro figli in Russia si schierarono subito, d'istinto, con la Resistenza. I partigiani lottarono contro i nazi-fascisti anche per conto dei fratelli, dei figli, degli amici che erano morti in Russia.
NUTO REVELLI, La Stampa, 23 gennaio 1963




Nelson Cenci
(Rimini, 21 febbraio 1919 – Cologne, 3 settembre 2012), scrittore italiano. Nel 1942 partì per la campagna di Russia con la Tridentina - è il "tenente Cenci" del Sergente nella neve di Rigoni Stern. Dopo la guerra divenne medico e pubblicò memoriali, tra i quali Ritorno, poesie e racconti.


giovedì 26 gennaio 2012

Nikolajewka


“Per le strade passavano in silenzio slitte e gruppi di uomini.
Sembravano ombre che uscivano dalla neve”.
MARIO RIGONI STERN

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.Oggi, invece della poesia, un canto straziante costituito da una sola parola ripetuta su una melodia che ha qualcosa delle antiche canzoni russe. Non è un canto di guerra, sebbene a una dolorosa vicenda bellica – la Ritirata di Russia del gennaio 1943 - si riferisca, ma un omaggio reso sul finire degli Anni ‘60 dal rivoluzionario direttore di cori Bepi De Marzi. Ascoltandolo, sembra di vedere quella lunga marcia di soldati male armati, male equipaggiati, con i piedi congelati, le barbe ispide coperte di ghiaccio, assediati dalla fame e dal gelo. Avevano abbandonato l’ansa del Don per ripiegare, i russi li avevano accerchiati ma loro non lo sapevano, credevano di trovare gli alleati tedeschi ad attenderli con camion e aerei. Invece il 26 gennaio 1943 arrivarono al sottopassaggio della ferrovia di Nikolajewka e dovettero combattere per uscire dalla sacca e riguadagnare la strada verso l’Italia, verso le case e le famiglie lontane migliaia di chilometri, maledicendo anche chi li aveva mandati in quel macello.

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Sentite che cosa raccontava sulla Stampa del 23 gennaio 1963 Nuto Revelli, che fu ufficiale alpino del Tirano in quella ritirata e poi partigiano: «Tutti eravamo più o meno congelati. Il nostro equipaggiamento, già disastroso all'inizio della ritirata, era ridotto a brandelli. Durante gli otto giorni di marcia, quasi tutti avevano gettato gli scarponi di tipo "standard", uguali per la Russia come per l'Africa, perché i piedi congelati gonfiavano, e li avevano sostituiti con strisce o involti di coperte. C'era anche gente scalza o con i piedi fasciati di paglia. Sotto i cappotti con l'interno di pelliccia indossavamo divise di falsa lana, dura come spilli. Gli unici indumenti caldi erano le calze e le maglie che c'eravamo portati da casa nostra al momento della partenza dall'Italia. (…)

Nella notte fra il 25 e il 26 gennaio, la temperatura riprese a scendere e ritornò quella degli altri giorni, sui 30° sottozero. Io dormivo in un'isba alla periferia di Nikitowka, verso Arnautowo. Eravamo una trentina, accatastati uno sull'altro. Con me stavano il comandante della compagnia, tenente Giuseppe Grandi, di 29 anni, di Limone Piemonte, e i sottotenenti Antonio De Minerbi, di Roma, Mario Torelli, genovese, e Raffaele De Filippis, di Campobasso. Verso l'una sentimmo gli scoppi vicini, come di bombe a mano. Qualcuno disse che c'era l'allarme, ma eravamo disfatti e nessuno ebbe la forza di alzarsi. In quel momento era iniziata la battaglia per Nikolajewka. (…) Lo scontro durò violentissimo sino alla tarda mattinata. Gli ufficiali andarono all'assalto alla testa dei loro alpini, con le armi che per il gelo si inceppavano.

Mentre si combatteva sotto il tiro degli anticarro e delle mitragliere russe cercando di superare il terrapieno, il generale Nasci ordinò di gettare in avanti tutto il peso della sterminata colonna degli sbandati. Migliaia di uomini, in uno spaventoso groviglio di slitte e muli, rotolarono urlando verso il trincerone della ferrovia. Alla testa erano i generali Reverberi e Giulio Martinat, capo di Stato Maggiore del Corpo d'Armata Alpino. Con loro erano i capitani Giovan Battista Stucchi e Giuseppe Novello e altri ufficiali della "Tridentina". (…)

Verso le 18, l'enorme colonna, superato convulsamente il trincerone della ferrovia, travolse la linea di resistenza sovietica e si gettò verso le isbe ancora difese da centri di fuoco nemici. Non si sapeva dove alloggiare le centinaia di feriti, perché tutte le case erano invase dagli sbandati oppure occupate dai soldati russi. Anche per i sovietici, sopraffatti dalla massa enorme di italiani piombata sulla città, esisteva il problema della sopravvivenza. Anche loro erano provati dai combattimenti, con molti feriti, paralizzati come noi dalla temperatura a 30° sottozero. (...)

In questo ambiente, in certi settori della città si stabilì quasi una tregua forzata. Lo scrittore Mario Rigoni Stern, allora sergente maggiore della 55ª del "Vestone", entrò in un'isba occupata da soldati russi. Aveva fame. Una donna gli porse un piatto di latte e miglio. Rigoni Stern mangiò sotto lo sguardo dei sovietici, poi ringraziò e uscì.

Lo sbarramento principale era stato superato. Camminammo ancora per cinque giorni e cinque notti, nel freddo polare e nella tormenta, incontrando diversi centri di resistenza nemici, sotto i continui attacchi della caccia sovietica. I piloti russi volavano indisturbati: mai, dall'inizio della ritirata, era comparso anche un solo aereo italiano, neppure per cercarci. In testa continuò a marciare la "Tridentina" , seguita dalla colonna ininterrotta degli sbandati che si allungava nella steppa per una profondità di circa 30 chilometri.

Il 31 gennaio, presso Wosnessenoeka, trovammo pochissime ambulanze con il generale Gariboldi, comandante dell'Armir. Caricammo sui veicoli i feriti più gravi. (…) Come straccioni, passammo davanti al generale Gariboldi, curvi, a gruppetti, con le coperte sulla testa. Ci guardò. Sfilavano i resti della sua armata. Con noi c'era anche suo figlio, sottotenente del 5° Alpini. (…)

Nikolajewka fu una grande vittoria, la vittoria della disperazione. La battaglia venne combattuta e vinta dalla “Tridentina”, ma anche la "Cuneense", la "Julia" e la "Vicenza" contribuirono con il loro sacrificio alla salvezza del grosso del Corpo d'Armata Alpino. (…) I superstiti del Corpo d'Armata Alpino, tornati in Italia, raccontarono la loro esperienza. Parlavano con entusiasmo della popolazione ucraina e con odio degli "alleati" tedeschi. (…) Ricordo che il 30 gennaio, appena fuori dalla sacca, i tedeschi delle retrovie si divertivano a fotografarci. Era quasi come se il nostro disastro fosse una loro vittoria e ci segnavano a dito con disprezzo. Il 9 marzo, a Slobin, il maggiore Gerardo Zaccardo adunò il Battaglione "Tirano" e ci parlò della tragedia e della ritirata: "È un insulto per i nostri morti parlare ancora di alleanza con i tedeschi: dopo la ritirata, i tedeschi sono nostri nemici, più che nella guerra del 1915"».

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Russia04

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Ecco perché quella parola è ripetuta allora: come un monito per i vivi, come una memoria per quei fratelli rimasti nella neve e poi, quando la neve si è sciolta nel breve inverno ucraino, nei campi di girasoli. Il mantra di chi è tornato dall’orrore, da una moderna anabasi nell’inferno di ghiaccio: come recitano i versi di una poesia di Nelson Cenci, anch’egli tenente in quell’epica ritirata, “La pista si è fatta di stelle / e cristalli di luna si spengono / su misere croci senza nome”.

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LA FRASE DEL GIORNO
Qualcuno ci aveva detto di andare oltre ma il nostro cuore ci ha portati qua. Si avanzava per andare a baita. Allora sì che abbiamo lottato per la nostra Italia, per le nostre valli, i nostri campi, le nostre donne.
MARIO RIGONI STERN, Epoca, 28 giugno 1959

sabato 5 febbraio 2011

Con me e con gli alpini


Piero Jahier aveva una grande serietà morale che gli derivava dall’educazione religiosa – suo padre era un pastore valdese e lui stesso aveva studiato teologia alla facoltà valdese di Firenze. Questo suo rigorismo diventa solidarietà con i popoli oppressi e si trasforma in un impegno civile che lo porterà a partecipare come interventista alla Prima guerra mondiale. Il contatto con i contadini e con i montanari che si trovano a soffrire con lui nelle trincee gli suscitano un’accorata solidarietà per questi poveracci di cui la Patria si ricorda soltanto quando servono allo scopo, quando diventano carne da macello da mandare in prima linea. È questa comunanza, un allargamento della sua umanità che permea le pagine di Con me e con gli alpini, edito nel 1919 ma scritto nel 1916: Jahier riscopre sotto i panni grigioverdi del soldato il bracciante, l’emigrante, il boscaiolo, entra in contatto con quelle vite abituate a una lotta quotidiana contro la fame e la miseria, ne conosce l’analfabetismo che li mortifica. E ne trae un atto d’accusa contro l’altra Italia, quella che li sfrutta e li tratta da sudditi più che da cittadini. Il suo dire diventa così aspro, a scatti; le parti in prosa si alternano a quelle in poesia, le poesie stesse mischiano versi e prosa, si interrompono, riprendono, significano la pietà, la commozione, il rancore, lo sdegno.

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SILENZIO


Tutto il giorno questo scansarsi reverente,
tutto il giorno questi lunghi saluti:
tre passi prima la mano alla visiera,
quattro passi durante lo sguardo fitto in cuore.
E chi sono io, superiore?
Questi saluti chi li ha meritati?
Ma la sera, giornata finita,
traversando i cortili annerati
son io che sull'attenti, rigido,
la mano alla tesa
tutti e ciascuno
per questa notte e per questa vita
vi saluto, miei soldati.

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GIORNI


che la minima buona azione
vale la più bella poesia.


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DIALETTO


Bisogna farli parlare.
Non la risposta alle interrogazioni, ma quello che sentono e dicon tra loro è prezioso sapere.
Mi volto alle parole più concitate di qualche gruppo e provo a chiedere: cosa? ma sorridono e si ritirano rispettosi.
Bisogna imparare il dialetto, unica lingua dei loro pensieri.
Far presto a imparare questo dialetto, anzi lingua veneta, così armoniosa e sensitiva.
Io che vorrei sapere tutti i dialetti d'Italia, anziché il dialetto toscano dei letterati.
Ogni dialetto rappresenta una terra e un sangue che deve trovar luogo così nella patria come nella lingua italiana.
E che potenza e che varietà di creazione i dialetti di questo popolo ramingo che ha un piede sui ghiacci dell’Alpi e uno sulle lave dei vulcani!
Unità della lingua vuol dir questa contribuzione.

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LO GRIDERÒ


perché non son mai stato felice.
È la prima volta che sono felice.
Sono tranquillo e felice.
Come mi amano: mi covano; come un re, proprio.
Corrono a regger la frasca che vuol sferzarmi in viso; mi levano il sasso scomodo di sotto i piedi.
È un peso tremendo questo amore.
Ciascuno è pronto a morir per me volentieri.
Ma sono tranquillo e felice,
Perché anch'io per ciascuno di loro.

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MATTINA DOPO


che ricalco la via vuoto e fiaccato.
Noi amiamo troppo, noialtri italiani.
Bisogna vincere, no amare.
Come sopporteresti allora di vederli morire?
Amare toccherà a quelli dopo.
Ho sbagliato: è stata la gioia di ritrovar questo popolo cosi puro.
Carezzavo ogni suo bambino per strada: anch'io son tuo figliolo.
Ora intanto, non potrai più amar come prima, il primo amore passato.
La disciplina invece, quella dura.
È vero. Ma come sopporteremmo noialtri di morir senza amore?
Noi dobbiam fare la guerra come abbiamo fatto la vita.
E mentre ragiono, un militare appare in cima alla strada.
Schiacciato dallo zaino immenso, stenta a muovere piede; le sue lunghe cannucce tremanti abbandonano il peso ogni volta sul pistocco fedele.
Stramazzerà se si ferma un minuto.
Ma non si fermerà: nei rivi di sudore il suo viso disperato serra un'estrema risoluzione.
Vuol partir coi compagni il polmonitico appena rientrato.
«Ah! signor tenente, signor tenente…» Ma avanza, ma, mentre guardo, mi ha già oltrepassato.
«Fistarol, grido, figliuol mio, marca visita: è il tuo tenente che te lo chiede. La patria questo non te lo può domandare» .
O Signore, Signore, una sola cosa: rimaner degno di questo soldato fino alla fine.

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Jahier, primo a sinistra, con alcuni alpini e la mascotte (Pubblico Dominio)

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LA FRASE DEL GIORNO
Mi sforzo di mettermi al loro livello, di farmi le loro vere obiezioni. Ma ecco scopro che salgo di livello io, che proprio io divento più vero.
PIERO JAHIER, Con me e con gli alpini




Piero Jahier (Genova, 11 aprile 1884 – Firenze, 19 novembre 1966), scrittore, poeta e traduttore italiano. La sua poesia possiede un tono biblico e profetico che egli assume sia dalla versione latina e italiana delle Sacre Scritture sia dalle cadenze di Walt Whitman e di Paul Claudel (che lo scrittore ebbe modo di tradurre) e ancora dal futurismo. Le immagini che propone sono di una forte moralità e si rifanno alla vita contadina e agli affetti domestici.


mercoledì 26 gennaio 2011

Il vento della steppa


NELSON CENCI

FRATELLI MIEI

Scendeste, Fratelli, dalle Vostre
montagne di verità e di ghiaccio,
dai boschi, dalle riarse pietraie,
dai Vostri azzurri cieli lontani.
Ma ora un manto di neve copre
il Vostro sonno
e persi si sono gli sterminati
orizzonti di sole.
Ora il vento della steppa
accompagna il Vostro viaggio
e dimenticate voci si alzano
dal soffice silenzio della notte.

O tu Padre che chino ascoltasti
la flebile voce dei moribondi,
che confortasti la loro solitudine
hai udito
questo addolorato suono di campana
che segna la sera?

Destatevi Fratelli e torni la vita
su queste abbandonate croci.
Anche se i giovani sogni
si sono perduti
io Vi cercherò, soldati ignoti:
Vi cercherò nella polvere del tempo,
nei detriti del passato,
nelle dimenticate storie
e racconterò alla notte
la mia tristezza senza più lacrime.

(da Quando scende la sera)

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La ritirata di Russia è uno degli episodi più noti della Seconda guerra mondiale. Il 26 gennaio 1943 le truppe italiane, inviate senza adeguato equipaggiamento nel gelo della steppa russa a sostegno dell’esercito tedesco, dopo dieci giorni di ritirata a piedi dal Don verso Rossosch, sulla neve ghiacciata, con temperature attorno ai -30°, circondate dall’Armata Rossa e assalite dai partigiani ucraini, riuscirono a venir fuori dalla sacca in cui erano rimaste imbottigliate grazie alla sanguinosa battaglia di Nikolajewka: quel giorno gli alpini, guidati dal generale Reverberi, espugnarono il villaggio a colpi di fucile e di bombe a mano, consentendo alla “lunga fila di fantasmi in grigioverde” di sfuggire all’accerchiamento e di oltrepassare le linee nemiche. Da lì i superstiti passarono a Kharkov, dove intrapresero un’altra lunga marcia prima di trovare le tradotte che li avrebbero riportati in Italia.

A ricordare i fratelli caduti nella steppa, gli esausti che si fermavano bocconi nella neve e là rimanevano per sempre, i feriti trasportati sulle slitte, i cappellani che confortavano i moribondi, è Nelson Cenci, tenente di Mario Rigoni Stern, anch’egli ferito durante la Campagna di Russia. Le sue parole, scritte a distanza di anni, sono cariche di un affetto che ora risuona paterno: il ricordo si trasforma in doveroso omaggio, è un modo per far rivivere ancora quei sogni spezzati dall’orrore della guerra come dei fiori di campo recisi dalla falce.

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I Crodaioli di Bepi De Marzi–l’ultima notte
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LA FRASE DEL GIORNO
Si andava con la testa bassa, uno dietro l’altro, muti come ombre. Era freddo, molto freddo. (…) Si levò il vento. Dapprima quasi insensibile, poi forte fino a diventare tormenta. Veniva libero, immenso, dalla steppa senza limiti. Nel buio freddo trovava noi, povere piccole cose sperdute nella guerra, ci scuoteva, ci faceva barcollare.
MARIO RIGONI STERN, Il sergente nella neve




Nelson Cenci
(Rimini, 21 febbraio 1919), scrittore italiano. Nel 1942 partì per la campagna di Russia con la Tridentina - è il "tenente Cenci" del Sergente nella neve di Rigoni Stern. Dopo la guerra divenne medico e pubblicò memoriali, tra i quali Ritorno, poesie e racconti.


lunedì 10 maggio 2010

Bergamo 2010, lunga emozione

C’è voluta più di un’ora per compiere il lungo percorso della sfilata per le vie di Bergamo in occasione della 83a Adunata Nazionale degli Alpini di ieri. Con senso dell’ospitalità, il cielo orobico ha consentito a chi veniva da lontano di sfilare sotto il sole, inondando solo emiliani e lombardi con una pioggia dapprima fine, poi più sostenuta.

I quattro chilometri della sfilata sono stati per me un’ora vissuta come un incessante brivido, una pelle d’oca continua e indescrivibile, una lunga emozione che conserverò tra i miei ricordi più belli. Sfilare tra due ali di folla che inneggia e canta insieme a te nonostante la pioggia è un evento davvero impagabile.

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Preceduti dalla fanfara di Esino Lario marciavamo cantando “Aprite le porte”, “La bandiera dei tre colori”, “Valore alpino” e tutta la città cantava al nostro passaggio. “E la bandie-e-ra dei tre colo-o-ri / è sempre stata la più bella, / noi vogliamo sempre quella, / noi vogliam la libertà, / la libertà, la libertà”, la voce mi si incrinava nel canto, le gocce sulla mia faccia non si poteva capire se fossero pioggia o lacrime. “Ecco l’Italia che vogliamo” titola oggi l’editoriale dell’Eco di Bergamo: è quello che ho pensato sfilando, guardando i volti delle persone assiepate dietro le transenne, incuranti del maltempo, che si sgolavano a incitare e si spellavano le mani per applaudire, le ragazze e i ragazzi che sono rimasti per ore a seguire la sfilata, gli immigrati che si mescolavano ai bergamaschi, ai lombardi, ai piemontesi, ai friulani. È quello che mi sono detto ogni volta che alzavo una mano per salutare chi era affacciato alle finestre, a chi sventolava il tricolore dai balconi, a chi urlava “Viva gli Alpini!” e se era una signora, si rispondeva di rimando “Viva le mamme!”. Un’Italia che sa quali sono i valori da applicare ma che troppo spesso lo dimentica. Non è un caso che gli unici fischi siano venuti quando due politici hanno solo tentato di indossare il cappello alpino non avendone il diritto: il ministro della difesa Ignazio La Russa, arrivato con l’accoglienza delle Frecce Tricolori e partito un’ora dopo per Beirut, e Antonio Di Pietro; “Nooo! Nooo!” si è levato dalle schiere che passavano salutando il Labaro. Mancava l’alpino DOC Franco Marini, bloccato dalla nube islandese, ma per tutte le 12 ore e mezza del corteo è rimasto al suo posto il Carabiniere Giovanardi. A sfilare siamo stati in 100.000 ma in città, tra amici, mogli, fidanzate e simpatizzanti sono affluiti in 500.000.

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Al termine di Via Angelo Maj, dove la sfilata entrava nel suo clou imboccando il lungo Viale Papa Giovanni XXIII, Bergamo mostrava i suoi impareggiabili effetti speciali: sullo sfondo Città Alta con le Mura venete pavesate di tricolori e Porta San Giacomo illuminata di bianco, rosso e verde, più indietro le colonne di Porta Nuova rivestite con i colori della bandiera, ma soprattutto la gente ammassata sulle tribune con impermeabili, giacche antipioggia e ombrelli. È lì che l’emozione ha raggiunto il suo picco: era ormai scesa la sera. E la pioggia, la maledetta pioggia che da tre ore ci inzuppava, ha aggiunto un tocco di magia con i riflessi delle luci sull’asfalto, e un pizzico di eroismo per quanti hanno sfidato gli elementi per rendere omaggio a ciò che il Corpo rappresenta: la memoria storica, la solidarietà, il volontariato. “E gli Alpini dissero: donare vuol dire amare” recitava uno striscione. La gente sugli spalti lo sapeva, e lo sapevano quelli sulle tribune, i politici regionali che molto devono alle penne nere soprattutto in fatto di protezione civile. Faceva un certo effetto vederli ritmare con le mani il nostro passo, le nostre canzoni, con un’allegria che vorremmo vedere più spesso sulle loro facce. Così come l’emozione: è accaduto quando un reduce della guerra d’Abissinia, un novantasettenne di Asiago, ha voluto alzarsi dalla sua carrozzina per compiere a piedi una decina di metri della sfilata davanti al Labaro nazionale decorato da centinaia di medaglie d’oro: per onorare il loro sacrificio, avrà pensato, questo che io compio è solo un piccolo sacrificio, ma non posso fare a meno di compierlo.

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A noi di Lecco, cui è toccato sfilare per ultimi tra le sezioni italiane, un privilegio raro: precedere la sezione ospitante. Dietro di noi si accendeva il boato della folla – quasi un urlo da stadio – all’arrivo dei Gruppi di Bergamo: “Bèrghem! Bèrghem!” si levava dalle transenne, “Bèrghem! Bèrghem!” rispondeva la massa che sfilava in ordinate file da nove, ed erano più di 10.000 gli alpini orobici. Dopo l’ammainabandiera, conclusa la festa e passata la “stecca” a Torino, che ci ospiterà il 6, 7 e 8 maggio 2011 nell’ambito dei festeggiamenti per il Cinquecentenario dell’Unità, è stato il momento di riprendere il treno con un po’ di magone e tornare a casa. E lì sono venute le dolenti note, dalle Ferrovie: treni strapieni e inadeguati, orari assolutamente folli, mancanza di informazioni e maleducazione. La Polizia Ferroviaria ci ha “consigliato” di girare per la stazione e per i sottopassaggi fino all’arrivo del treno, due ore dopo! Non dovevamo intasare l’atrio. Abbiamo telefonato a famigliari e amici per farci venire a prendere in auto. Aspettandoli, commentavamo: certo, se a far funzionare gli apparati statali ci fossero gli Alpini, tutto questo macello non sarebbe accaduto…

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LA FRASE DEL GIORNO
Berghem de sass.
MOTTO DEL GRUPPO ARTIGLIERIA DA MONTAGNA “BERGAMO”

sabato 8 maggio 2010

Alpini a Bergamo

È in corso a Bergamo l’83a Adunata Nazionale degli Alpini, che farà probabilmente segnare un inarrivabile record di presenze: in città per domani, giornata che culminerà con la lunghissima sfilata per le vie del centro, sono attese almeno cinquecentomila persone. Tutti i palazzi, tutte le strade sono pavesate di tricolori ormai da settimane, e non solo a Bergamo, ma in tutta la provincia e nelle zone limitrofe. Una bella risposta a chi non crede nel Centocinquantenario dell’Unità d’Italia viene proprio dalla Città dei Mille, che fornì il maggior numero di volontari alla spedizione di Garibaldi del 1859. E infatti l’Adunata del 2011 si terrà a Torino, il 7 e 8 maggio, nell’ambito dei festeggiamenti ufficiali.


Perché gli Alpini amano l’Italia, questa loro Patria, rigorosamente in maiuscolo, che si traduce in migliaia di comuni dove la presenza delle “penne nere” è da sempre sinonimo di altruismo, di solidarietà, di pace. Sì, di pace: perché come è evidenziato in moltissimi canti alpini, in loro non c’è odio, non c’è tracotanza, non c’è spirito guerriero nel senso peggiore. C’è amore alla vita, c’è la rassegnata accettazione del dovere, c’è il ricordo dei propri famigliari, c’è la perenne memoria dei commilitoni lasciati sui campi di battaglia, c’è la solidarietà, c’è il senso dell’onore, c’è un sentimento religioso che si esprime nella frase evangelica “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”.

Un amore che va anche contro gli ostacoli apparentemente insormontabili, contro la rassegnazione e l’indifferenza, contro i soprusi, come recitano questi versi della “Preghiera del Ribelle”, scritta dal Beato Teresio Olivelli, sacerdote che passò dall’impegno nel fascismo alla guerriglia partigiana sui monti e che finì i suoi giorni in un campo di sterminio nazista: “Sui monti ventosi e nelle catacombe delle città, / dal fondo delle prigioni / noi Ti preghiamo. / Sia in noi la pace che Tu solo puoi dare. / Dio della pace e degli eserciti, / Signore che porti la spada e la gioia / ascolta la preghiera di noi / ribelli per amore”.

Ecco perché gli Alpini sono in prima linea quando c’è da ricostruire. L’elenco delle catastrofi in cui sono intervenuti comincia ad essere ahimè molto lungo: Friuli 1976, Valtellina 1987, Armenia 1989, Piemonte 1994, Abruzzo 2009 solo per citare le più note. Dove c’è bisogno l’Alpino c’è, dove c’è da dare una mano, è presente, perché è nel suo DNA questo sacrificarsi per gli altri, caratteristica comune alle genti di montagna. Colletta alimentare, iniziative locali, l’Ospedale da campo, la Protezione civile, pulizia di boschi e di torrenti, ripristino di sentieri e strade segnati dalle frane: l’Alpino non lesina i suoi aiuti, si mette a disposizione.

E allora oggi e domani eccoci a fare festa, a incontrare vecchi amici, a socializzare con la gente del posto: a Bergamo è facile, sono tutti Alpini! Ma le Adunate che più mi sono rimaste nel cuore sono quelle lontane, quelle che mi hanno riempito di gioia per l’affetto della gente. Pescara nel 1989, Bari nel 1993, Catania nel 2002, Latina nel 2009. Mio papà ricorda commosso quella di Napoli del 1974. Perché non è un mettersi in mostra, non vuol dire sfilare per essere ringraziati, è un messaggio alla nazione: ovunque c’è bisogno, potete contare su di noi, dalle Alpi a Lampedusa.


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Fotografie e loghi © ANA

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LA FRASE DEL GIORNO
Vi diranno che sono patrioti. Ma se gli chiedete della Patria, vi parlano del loro pae­se. Come si può fare sulle Alpi a riconoscere le patrie? Di qua o di là della frontiera al diritto o all'inverso della montagna. Lo stesso cielo, lo stesso bosco, lo stesso pra­to. E se si confina coi tedeschi si parla anche tedesco, se coi francesi si parla anche francese. Le patrie si imparano a scuola, si conoscono nelle storie. 
DNA ALPINO, ispirato a uno scritto di Curzio Malaparte

martedì 26 gennaio 2010

Nikolajewka, fuori dalla sacca

È il terzo anno che questo blog celebra l’anniversario della battaglia di Nikolajewka, una delle pagine più epiche della storia degli Alpini. L’uscita dalla sacca, spezzato l’accerchiamento dei sovietici, costò altri uomini, dopo quelli abbandonatisi stremati nel ghiaccio della steppa e quelli caduti sui campi di battaglia nel corso di oltre un anno sulla linea del Don.
Dopo le memorie cronachistiche di Mario Rigoni Stern e il malinconico e struggente canto “L’ultima notte”, quest’anno ho deciso di dare la parola alla poesia: naturalmente poesia della memoria, quella di un reduce che con fierezza ed emozione testimonia ancora oggi a novant’anni la sua presenza nel gelo infernale e il ricordo degli amici e dei commilitoni che non sono tornati. Quel reduce dai lunghi capelli bianchi e dalla voce ferma è Nelson Cenci, tenente del Vestone con Rigoni Stern.



NELSON CENCI

NIKOLAJEWKA

Un'alba che nell'anima del sole
aveva la speranza.
Per immensi pascoli di neve
sotto un cielo arato di morte
più volte sui tuoi dossi
si logorò l'audacia
a cercarvi la vita.
Solo al finire del giorno,
con disperato grido, epica schiera di fantasmi
passò tra mesto mormorio di preghiere.
Scende ora il sole sull'alto del crinale
bagnando di luce i tuoi morti
e, in un vento di nuvole, fugge
il tuo solitario pianto
verso cieli lontani.
Non più aspre terre e profili di monti
nei loro occhi di vetro
ma lunghe file mute di uomini
su sentieri di ghiaccio.
La pista si è fatta di stelle
e cristalli di luna si spengono
su misere croci senza nome.





Nelson Cenci, nella prefazione alle sue memorie di quegli eventi, intitolate come l’Anabasi di Senofonte, “Il ritorno”, nel 1996 scriveva: “Ma per noi, non più giovani, il ritornare al passato vuol dire spesso riuscire a dare di esso una immagine ed un giu­dizio meno turbati dalle animosità di allora delle quali il trascorrere degli anni ha spesso attenuato le asprezze; vuol dire mantenere vivo il ricordo, e quindi onorare la memoria, dei molti compagni che ebbero a lasciare la loro esuberante giovinezza in terre così lontane per un profondo e radicato amore di Patria; vuol dire asciugare le lacrime di quelle madri che consumarono gli anni sperando e pregando per un loro impossibile ritorno; vuol dire infine insegnare ai giovani l'amo­re, cercando di trasferire in essi il nostro grande desiderio di pace. Sì perché solo chi ha sopportato le miserie e le angosce di una guerra, solo chi ne ha vissuto il dolore e le privazioni ed ha visto questa umanità sconvolta, indifesa, sperduta cercare disperatamente conforto, solo chi ha sofferto tutto questo, meglio di ogni altro può indicare quali siano le vie dell'altru­ismo, della fratellanza, della pacifica convivenza perché qua­lunque sia la fede che ci guida, qualunque il pensiero, il volto, la stirpe dalla quale discendiamo, siamo, in questa microsco­pica parte dell'universo, accomunati in un unico, uguale destino”..




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LA FRASE DEL GIORNO
Ci hanno detto che fummo meravigliosi. Forse sarà vero ma una lunga strada è stata segnata: ossa, zaini, scarponi, armi e sangue. Ora su queste cose il vento dondola i grani.
MARIO RIGONI STERN, Epoca, n. 456, 28 giugno 1959




Nelson Cenci
(Rimini, 21 febbraio 1919), scrittore italiano. Nel 1942 partì per la campagna di Russia con la Tridentina - è il "tenente Cenci" del Sergente nella neve di Rigoni Stern. Dopo la guerra divenne medico e pubblicò memoriali, tra i quali Ritorno, poesie e racconti.


domenica 25 ottobre 2009

L’imprenditore della carità

Don Carlo Gnocchi oggi sale agli onori degli altari: l’arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, lo proclama beato. Quello che in molti già facevano senza attendere l’approvazione ecclesiastica, come uno dei suoi mutilatini che il giorno dei funerali in Piazza del Duomo il 1° marzo 1956 lo salutò così: “Prima ti dicevo: «Ciao, don Carlo». oggi ti dico «Ciao, San Carlo». In quella stessa piazza, cinquantatré anni dopo gli alpini, i donatori d’organi, le associazioni che si occupano di volontariato, di malati terminali, di disabili si raccolgono per celebrare questo “imprenditore della carità”, questo “eroe della solidarietà” che, tornando dagli orrori della guerra, decise di realizzare un’opera per “servire per tutta la vita i poveri di Dio”.


Don Carlo, già nel 1943, prima di appoggiare la Resistenza trovando un rifugio sicuro per gli ebrei e aiutando i partigiani tanto da essere arrestato e rinchiuso a San Vittore, si recò dai familiari dei caduti, dai reduci di guerra e cominciò a raccogliere gli orfani e i bambini mutilati, avviando l’Opera che porta il suo nome: una riabilitazione che pone l’uomo al centro del processo terapeutico e segna un’avanguardia nelle cure con il “Centro pilota”, iniziato nel 1955, i cui lavori non riuscì a vedere terminati. Don Gnocchi infatti muore il 28 febbraio 1956, stroncato a 54 anni da un tumore.

Questo brano, tratto da “Cristo con gli alpini”, il memoriale della drammatica esperienza di cappellano in terra di Russia, è un lampante esempio dell’umanità e della dedizione agli altri di don Carlo Gnocchi:

“Quando venne alla Casa degli Orfani, fragile e incerto, pareva un uccellino sperduto nella bufera. Lo portava un'infermiera dell'ospedale e, consegnandocelo, disse: «Ha sei anni. Il papà deve essere stato fucilato dai tedeschi; a ogni modo era militare e, dopo l'8 settembre, non se ne seppe più nulla. La mamma, poveretta, è morta al sanatorio, e anche questo piccino (senta che cuore) deve averne patite delle privazioni». Aveva infatti un cuoricino singhiozzante che lo si vedeva sussultare anche di sotto la camicina stinta. Il dottore, quando lo vide, disse subito: «Tenetelo ben guardato. Se gli sopravviene una malattia non regge». E così fu difatti.

Povero Giorgino. Aveva una gran fame di tenerezza. L'implorava tacitamente con gli occhi, i suoi piccoli occhi di acqua dolce, illuminati da un chiarore fermo e vesperale. La mendicava da tutti. E se tu fossi venuto all'Istituto, te lo saresti trovato inavvertitamente daccanto a prenderti leggermente la mano per carezzarsene la guancia morbida e pallida. Teneramente. Ma venne l'urto tanto temuto e, dopo penosa resistenza, morì che era tutto un male. Fu soltanto sul letto di morte, piccola bambola di cera, che io lo riconobbi. Perché tocca alla morte rivelare profonde e arcane somiglianze.

Aveva la terrea nudità degli uccellini caduti dal tetto per fame o per la bufera. Quante volte l'avevo già incontrato nella mia vita di guerra. Nella ferale teoria dei fanciulli in attesa degli avanzi del rancio o randagi a cercarlo fra le immondizie; nei bambini febbricitanti e morenti sui miserabili giacigli delle isbe russe o dei tuguri albanesi; nei cadaveri stecchiti dei bimbi morti di fame o di pestilenza, sulle strade della Russia, della Croazia o della Grecia. In tutti i bambini insomma travolti dalla guerra. Esercito di piccole vittime innocenti, di cui Giorgio era la retroguardia.

Tanto più lacrimevole, in quanto la guerra era finita e per molti ormai lontana. La malattia l'aveva ridotto a un fragile scheletrino. Non doveva pesare più di una foglia. Eppure riempiva di sé tutta la casa. È vero che i morti sono tutti di piombo e tengono sempre un gran posto, così che, quando escono dalla stanza per la sepoltura, vi lasciano una gran piazza immensamente vuota e silenziosa. Ma Giorgio pesava quasi come il corpo di un misterioso reato. Non era stato abbattuto dalla cieca bufera, povero uccellino tremante, ma dal piombo degli uomini in lotta ...

E se non m'inganno, anche quelli che seguivano commossi il suo funerale pareva sentissero il peso di questa oscura e comune colpevolezza. Pareva dicessero: Ecco un'altra vittima, e la più innocente, dei nostri peccati. Che ne sapeva lui, povero piccino dolce e sognante, delle nostre ambizioni di grandi, dei nostri stupidi sogni di potenza, degli interessi e delle cose politiche che ci mettono gli uni contro gli altri così accanitamente? Eppure per tutto questo egli ha sofferto ed è morto... Perché continuiamo ancora a dilaniarci, a contenderci avidamente i pochi metri di questa lurida terra? Pazienza pagassimo soltanto noi, ma invece sono questi piccini, questi innocenti che pagano per le colpe di tutti...”



“Imprenditore della carità” è stato definito questo uomo che seppe costruire dal nulla una vasta rete che ora conta 28 Centri e quaranta ambulatori territoriali sparsi in nove regioni d’Italia, con 3700 posti letto e 5400 operatori. Come scrisse lui stesso in una lettera al cugino Mario Biassoni nel 1942, “Dio è tutto qui: nel fare del bene a quelli che soffrono ed hanno bisogno di un aiuto materiale o morale. Il cristianesimo, e il Vangelo, a quelli che lo capiscono veramente non comanda altro. Tutto il resto viene dopo e viene da sé”.


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LA FRASE DEL GIORNO
L'uomo è un pellegrino malato di infinito, incamminato verso l'eternità.
DON CARLO GNOCCHI, Restaurazione della persona umana




Carlo Gnocchi
(San Colombano al Lambro, 25 ottobre 1902 – Milano, 28 febbraio 1956), presbitero, educatore, attivista e scrittore italiano beatificato da papa Benedetto XVI nel 2009. Fu cappellano militare degli alpini durante la Seconda guerra mondiale e, a seguito della tragica esperienza della guerra, si adoperò ad alleviare le piaghe di sofferenza e di miseria create da quest'ultima.


lunedì 20 luglio 2009

Don Gnocchi ricordato da un amico



Il 25 ottobre prossimo a Milano don Carlo Gnocchi sarà proclamato beato. Sul portale della diocesi ambrosiana c’è una bella intervista a Don Giovanni Barbareschi, il giovane sacerdote conosciuto da don Gnocchi alla stazione di Udine nel 1943, al ritorno dalla Russia, e divenuto suo amico e confidente.

Don Barbareschi, medaglia d’argento della Guerra di Liberazione, rimase a fianco del “papà dei mutilatini” durante la fulminante malattia che lo colpì alla fine del 1955 e che lo portò alla morte nel febbraio del 1956. Convocato alla clinica Columbus, il giovane prete si sentì dire da don Gnocchi: «Voglio prepararmi a vivere la mia morte ri­cordando e rivivendo la mia vita». E obbedì, portandogli nastri di musica classica, libri di poesia e di teologia, da David Turoldo a Teilhard de Chardin, conversando con lui per ore, parlando di fede e ricordando figure amate, come la madre di don Gnocchi.

Così racconta Don Giovanni Barbareschi: Sono stato con don Carlo giorno e notte nel corso dell’ultimo mese, fino alla sua morte: per me è stata l’esperienza più forte e più significativa della mia umana vicenda. Quando la gravità del male fece capire che ormai i giorni erano pochi, don Carlo volle celebrare quella che sarebbe stata la sua ultima Messa. Lui a letto con addosso la vestaglia blu che metteva solo e unicamente nei momenti più importanti, io all’altarino da campo, sul quale c’erano come calice la sua teca e una piccola reliquia di Santa Teresa del Bambino Gesù - oggetti a lui molto cari, perché li aveva sempre tenuti con sé quando era cappellano militare in Grecia e in Russia - e il crocefisso che la mamma gli aveva regalato per la sua prima Messa. «Adesso domandiamo perdono a Dio con le nostre parole», e ciascuno disse le sue parole. Iniziammo con la parola dell’uomo. Leggemmo un passo di Teilhard de Chardin. Gesuita, teologo, scienziato, aveva espresso un desiderio: «Sarei felice di poter morire il giorno di Pasqua». Fu proprio così: morì la domenica di Pasqua, 15 marzo 1955. E don Carlo mi disse: «Io a Pasqua non ci arrivo». Era la fine di febbraio. Poi volle che leggessi il capitolo 13 della lettera ai Corinti, l’Inno alla carità, e il Vangelo di Giovanni 15,13: «Nessuno ha un amore più grande di colui che dà la vita per le persone che ama». Prima della consacrazione, secondo il vecchio canone, il memento dei vivi. Ciascuno ricordò una persona e lui i suoi mutilatini, «la mia baracca». Usava proprio queste parole. Poi il memento dei morti: la mamma e il papà («non l’ho conosciuto bene, lo conoscerò in Paradiso»). I commenti li faceva durante la celebrazione. «E poi - disse a me -, e poi il tuo papà». E i preti che avevamo conosciuto, ricordava ciascuno. Terminata la consacrazione, volle che io portassi la cassetta con inciso un coro di monaci che cantava: adoro Te devote latens Deitas. Chiese che venissero ripetute le parole in cruce latebat sola Deitas. Finita la Messa, dopo dieci minuti di silenzio contemplativo, mi disse: «Manca ancora qualcosa». Allora gli feci ascoltare Stelutis alpinis, la canzone dei morti, dei suoi alpini morti. Così fu l’ultima Messa di don Carlo.

LINK: L’INTERVISTA A DON GIOVANNI BARBARESCHI


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LA FRASE DEL GIORNO
Ogni disordine morale è un atto di guerra. La vita invece deve rinascere e con essa la dolcezza dell’amicizia. In un mondo come il nostro, inaridito, agitato, maniaco, è necessario mettere olio d’amore sugli ingranaggi dei rapporti sociali e formare nuclei di pensiero e di resistenza morale, per non essere travolti
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DON CARLO GNOCCHI, Restaurazione della persona umana

giovedì 14 maggio 2009

Latina 2009, emozioni

Ogni Adunata nazionale degli alpini lascia le sue emozioni: anche Latina 2009 non ha fatto eccezione. Mi sono portato a casa il groppo in gola nel vedere Nelson Cenci, Carlo Vicentini e il generale Luigi Morena reggere il Labaro dell’Associazione con le medaglie d’oro; mi sono portato via il calore della gente e negli occhi ho ancora i tricolori che pavesavano la città. Una sfilata di oltre due chilometri sotto un sole cocente mitigato appena da un venticello che arrivava dal mare. Goduta metro dopo metro, passo dopo passo, viso dopo viso oltre le transenne.

E il sabato l’incontro con gli amici dell’Abruzzo, conosciuti quattro anni fa. Questa volta è stato più difficile ridere e scherzare, ma abbiamo sentito più saldo il legame che ci stringe mentre il fumo degli arrosticini che cuocevano sulla brace si diffondeva per i locali della Fiera. Si è finiti per cantare tutti insieme con un’incrinatura nella voce quando si è intonato “Abbruzze mè” e “Reginella campagnola”.

Per nuove emozioni, tutti a Bergamo l’8 e 9 maggio del 2010…

 DSC_0465 DSC_0505 DSC_0506 DSC_0510DSC_0520DSC_0524Dall’alto in basso: Un momento di allegria alla Fiera / La Torre civica di Latina / La Fontana con la sfera / Il benvenuto della città / Una fanfara durante la sfilata / Il ministro della Difesa Ignazio La Russa tra gli alpini di Lecco.

 

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LA FRASE DEL GIORNO
I veci che recentemente abbiamo ammirato per l’abnegazione ed il coraggio con cui sono intervenuti per fornire soccorso e sostegno alle genti d’Abruzzo, costituiscono esempio e guida per tutti gli uomini e le donne della specialità che servono l’Italia nelle missioni internazionali per la stabilità e la pace.
GIORGIO NAPOLITANO, Messaggio all’A.N.A., 8 maggio 2009

sabato 9 maggio 2009

Il cappello alpino

Mi trovo a Latina per l’82a Adunata Nazionale degli Alpini: il tema scelto quest’anno per le cerimonie e per la lunga sfilata che inizierà alle otto di domani per terminare dieci ore dopo è “Dai ghiacciai alle paludi con tenacia a difesa del dovere” ed è arricchito da un senso di fratellanza con gli abruzzesi, popolazione di montagna e quindi vasto serbatoio delle truppe alpine.

Per spiegare cosa significhi essere alpino, riporto una delle più belle descrizioni del cappello alpino, rinvenuta nelle tasche di un caduto in Grecia:


SAPETE COS’È UN CAPPELLO ALPINO?

E' il mio sudore che l'ha bagnato e le lacrime che gli occhi piangevano e tu dicevi: "nebbia schifa".
Polvere di strade, sole di estati, pioggia e fango di terre balorde, gli hanno dato il colore.
Neve e vento e freddo di notti infinite, pesi di zaini e sacchi, colpi d'armi e impronte di sassi, gli hanno dato la forma.
Un cappello così hanno messo sulle croci dei morti, sepolti nella terra scura, lo hanno baciato i moribondi come baciano la mamma.
L'han tenuto come una bandiera.
Lo hanno portato sempre.
Insegna nel combattimento e guanciale per le notti.
Vangelo per i giuramenti e coppa per la sete.
Amore per il cuore e canzone di dolore.
Per un Alpino il suo CAPPELLO E' TUTTO.

alpini

 

È una poesia che spiega bene il senso di appartenenza che lega chi ha servito in questo corpo e che tuttora "serve" facendo quello che può e quello che sa, molto spesso più del necessario. Non è solo quello che viene definito "spirito di corpo", è qualcosa che va oltre, è un temperamento che si è venuto formando, che ha forgiato il carattere. E sì, c'entrano anche le montagne, o meglio la disciplina e i sacrifici che la montagna esige, perché lassù nulla si improvvisa e nulla si lascia al caso.

E allora quando c'è da rimboccarsi le maniche, che sia per un'emergenza come quella del sisma in Abruzzo, come furono quelle dei terremoti in Friuli, in Armenia e in Umbria, o per un gesto di riconoscenza come la costruzione di un asilo a Rossosch, in Ucraina, dove si svolse la tremenda ritirata del 1942-43, o ancora per l'attivazione di un ospedale da campo sempre pronto quale è quello dell'A.N.A., l'alpino c'è. Ma anche per quelle che possono sembrare piccole cose, come le raccolte di fondi per le associazioni umanitarie o la Colletta Alimentare di fine novembre. C'è, l'alpino, con il suo cappello e la sua gentilezza un po' rude delle genti di montagna. C'è e se deve dare una mano non lesina a muoversi in prima persona. Orgoglioso di quel cappello che ne ha viste tante: no, non le guerre e i loro orrori, ma certamente le piogge e il fango delle marce e delle alluvioni, la polvere dei sentieri e dei terremoti, il sole a picco delle giornate passate con la Protezione Civile. Quel cappello che onora perché tanti con esso hanno sofferto.


 

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LA FRASE DEL GIORNO
Buoni e semplici come eroi e fanciulli; audaci e prudenti come soldati di razza; robusti, resistenti come il granito dei loro monti; calmi, sereni come pensatori o filosofi; col cuore pieno di passione malgrado la fredda scorza esteriore, al pari  di vulcani coperti di ghiacci e di neve tali apparvero, nell'alpe nostra gli alpini d' Italia.
CESARE BATTISTI (il patriota, non il brigatista)

domenica 26 aprile 2009

Nelson Cenci


L’altra sera ho conosciuto Nelson Cenci, il “tenente Cenci” di cui narra nel “Sergente nella neve” Mario Rigoni Stern: “Aveva una tana tutta bianca scavata nel gesso (…) sorridente, mi aspettava in piedi nella divisa pulita e con il passamontagna bianco risvoltato intorno al capo…”
Il Professor Cenci, animo di poeta, un arzillo sorridente novantenne dai lunghi capelli bianchi e dai modi gentili, ha raccontato come è ritornato dalla campagna di Russia nel gennaio 1943: “Ritorno” è il titolo del libro memoriale su quel periodo, che ha pubblicato nel 1981. “Ritorno”, come l’Odissea, come l’Anabasi di Senofonte.
Sentirlo parlare era ben diverso che leggere testi sull’argomento: era la Storia con la S maiuscola che si manifestava, i campi di girasole della campagna ucraina, il freddo impossibile della lunga marcia nella steppa, 400 km percorsi in dieci giorni con temperature di -40°.
Animo di poeta, ho scritto sopra: Nelson Cenci è autore di raffinate e commoventi poesie che rivelano la sua sensibilità e un’abitudine con il dolore derivata sia dalla tragica esperienza della ritirata sia dalla professione di medico esercitata per anni in ospedale. Ne propongo qualcuna:


da “Quando scende la sera” (2004)

RIMANETE FRATELLI

II silenzio di ombre che copre la notte
accompagna lo spegnersi di ogni stella
nel chiarore dell'alba.
Ignote voci si odono nel bosco di ulivi
dove ribollì la terra e si aprì la vita.
E' tempo di amari ricordi
con allora presagi di sventura.
Mentre questo accade
un velo di lacrime mi copre l'anima.
Rimanete Fratelli sui gialli campi
di girasoli, ora ridestati a nuova vita,
ad ascoltare la nostra preghiera.

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CIELO DI PIOGGIA SUL MARE

La voce quieta del mare
in questo cielo oscurato
da nuvole di pioggia
ti porta lontane memorie
e meno triste appare
il buio della sera.

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Il Don, oggi – Fotografia: Alpini in Carnia


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LA FRASE DEL GIORNO
Solo chi ha sopportato le miserie e le angosce di una guerra, solo chi ne ha vissuto il dolore e le privazioni ed ha visto questa umanità sconvolta, indifesa, sperduta cercare disperatamente conforto, solo chi ha sofferto tutto questo, meglio di ogni altro può indicare quali siano le vie dell'altru­ismo, della fratellanza, della pacifica convivenza perché qua­lunque sia la fede, che ci guida, qualunque il pensiero, il volto, la stirpe dalla quale discendiamo, siamo, in questa microsco­pica parte dell'universo, accomunati in un unico, uguale destino.
NELSON CENCI, Prefazione a “Ritorno”




Nelson Cenci
(Rimini, 21 febbraio 1919), scrittore italiano. Nel 1942 partì per la campagna di Russia con la Tridentina - è il "tenente Cenci" del Sergente nella neve di Rigoni Stern. Dopo la guerra divenne medico e pubblicò memoriali, tra i quali Ritorno, poesie e racconti.


domenica 19 aprile 2009

19 aprile 1989


Consentitemi un ricordo personale: l'ultima notte di naja, vent'anni fa...

Il CAR: Merano, Caserma Rossi


Non potevamo dormire quella notte. Aspettavamo ansiosi che venisse l’alba: il nuovo sole avrebbe portato la libertà, una svolta nelle nostre vite dopo un anno trascorso lontano da casa. Ero arrivato il giorno prima alla caserma “Leone Bosin”, ritornatovi dopo nove mesi alla “Battisti”, distante meno di un chilometro, dove ero stato aggregato per prestare servizio come scritturale alla Delegazione Presidiaria. Non avevo un posto dove dormire, ma i compagni della mia vecchia camerata mi riservarono la branda di Grandi, che si congedava quel giorno. Anzi, fu lo stesso Grandi a cedermi il suo posto, io mi limitai a rifornirmi di lenzuola, cuscino e coperta al magazzino.

Quel giorno avevamo riconsegnato tutto: le divise, lo zaino, gli anfibi: eravamo dei civili in caserma, i “fantasmi”, come si definivano i congedanti, quelli che c’erano ma non si vedevano. Subito dopo pranzo qualcuno entrò in camerata sventolando una manciata di permessi: il comandante ci concedeva la libera uscita. Eravamo in panciolle sulle brande rifatte, sdraiati sulla rete, appoggiati al “cubo” come a un enorme cuscino di divano, con i nostri jeans e i nostri maglioncini. Prendemmo i giubbini ed uscimmo nel sole di Merano. Percorremmo la Marlingerstrasse soffermandoci a guardare gli enormi macchinari che piantavano dei giganteschi tronchi nel greto del Passirio, sostammo sulle panchine davanti alla Chiesa Evangelica, raggiungemmo il centro e ci fermammo in una gelateria di Corso della Libertà. Attaccammo il lucchetto dello zaino alla ringhiera verde del Ponte del Teatro, seguendo un’antica tradizione.

Vagabondammo a lungo, quasi volessimo salutare i luoghi. Parlammo di quello che era accaduto, ricordavamo e progettavamo il futuro. Cenammo al Gasthof Rainer, sotto i Portici, poi abbandonai la compagnia per un appuntamento con gli amici della Battisti, gli amici di tutti i giorni, che mi aspettavano alla Gelateria Rosy, ritrovo abituale di tutte le sere: c’erano Danilo Rossi e Fabrizio Ferrario, Donato Bettoni, Carlo Perego, Roberto Cantoni. Offrii loro una coppa, la signora Rosy volle offrire la mia. Ero felice perché tornavo a casa, ma dispiaciuto di perdere gli amici. Ci salutammo e rientrai in caserma. Cominciava “la notte”. Non potevamo dormire. L’adrenalina, l’ansia, l’angoscia consentivano solo brevi sonni intermittenti. E parlavamo, sottovoce.

Finalmente dalla grande finestra della camerata, che dava sul giardinetto interno, a Oriente, entrò la prima luce. «È finita! È finita!» si sentiva gridare, «Finita! Finita!» replicavano altre voci, «È finita!» gridai anch’io entusiasta. Ci lavammo e ci vestimmo, c’era da aspettare le dieci, l’incontro con il comandante.

Facemmo colazione, pensando che per l’ultima volta avremmo avuto quella scodella di metallo, quei biscotti secchi confezionati in cubi di stagnola, quel succo di frutta da stappare con il manico della forchetta. E poi fu l’adunata, l’ultima. Noi, vestiti in borghese, con il cappello alpino in testa, sull’attenti mentre suonava l’inno, mentre la bandiera era issata sul pennone. «Rompete le righe!», l’ultimo comando. Quindi in camerata a prendere materasso e lenzuola per riconsegnarle in magazzino. «È finita!»

Il comandante ci aspettava per le dieci nel salone ricreativo, o meglio noi aspettammo lui e il maggiore Cornacchione. Vennero con i congedi, ed uno per uno firmammo e fummo salutati calorosamente. Il colonnello Dupadi, temutissimo, si rivelò cordiale - anche con me, che conosceva poco, essendo io rimasto alla “Leone Bosin” per soli quaranta giorni, comprendendo i dieci del campo estivo a Ponte di Legno. Il maggiore Cornacchione ci tenne un discorsetto sul futuro, su quello che ci aspettava fuori di lì, su quello che ci si aspettava da noi, e ci consigliò di iscriverci all’Associazione Nazionale Alpini.

Fummo liberi di andare con il nostro foglio arrotolato in mano. Corremmo in camerata a prendere le nostre borse e uscimmo con il cappello alpino in testa dal passo carraio un’ultima volta, guardando indietro le sentinelle che rimanevano al loro posto, i camion che viaggiavano per i viali della caserma, la corvée che ramazzava i marciapiedi, la vita che continuava immutabile in quel piccolo mondo. Il fiume gorgogliava oltre Marlingerstrasse, il sole scintillava. Erano da poco passate le dieci. Ed era «Finita!».


Merano, Delegazione Presidiaria




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LA FRASE DEL GIORNO
Si può essere felici della propria libertà perché quando diventa pericolosa si trova rifugio nei doveri.
ERNEST HEMINGWAY, Vero all'alba

lunedì 26 gennaio 2009

L'ultima notte


"L'ultima battaglia della nostra ritirata di Russia, la battaglia della disperazione e della salvezza per sfondare lo sbarramento sovietico a Nikolajewka, iniziò all'una di notte del 26 gennaio 1943".
NUTO REVELLI, La Stampa, 23 gennaio 1963

Il 26 gennaio 1943 è una data sacra per gli Alpini: è il lunghissimo giorno in cui, dopo dieci giorni di marcia nel gelo della steppa ucraina, riuscirono a sfondare la linea nemica al ponte della ferrovia di Nikolajewka e a uscire dalla sacca in cui si erano trovati rinchiusi. È una battaglia di un'epica antica, rivestita di follia e di coraggio.

Ne avevo già parlato lo scorso anno, in occasione del 65° anniversario. Ora voglio inquadrare quell'evento partendo da un diverso punto di vista, un canto. Si tratta di un brano del repertorio dei Crodaioli, scritto da Carlo Geminiani sulla base dei testi di Giulio Bedeschi e musicato dal maestro Bepi De Marzi:


L'ULTIMA NOTTE

Era la notte bianca di Natale
ed era l’ultima notte degli alpini;
silenzioso come frullo d’ale
c’era il fuoco grande nei camini.

Nella pianura grande e sconfinata
e lungo il fiume - parea come un lamento -
una nenia triste e desolata
che piangeva sull’alito del vento.

Cammina cammina
la casa è lontana
la morte è vicina
e c’è una campana
che suona, che suona:
Din don, dan...
Che suona, che suona:
Din don, dan...

(Recitato)
Mormorando, stremata, centomila
voci stanche di un coro che si perde
fino al cielo, avanzava in lunga fila
la marcia dei fantasmi in grigioverde.
Non è il sole che illumina gli stanchi
gigli di neve sulla terra rossa.
Gli alpini vanno come angeli bianchi
e ad ogni passo coprono una fossa.

(Cantato)
Tutto ora tace. A illuminar la neve
neppure s’alza l’ombra di una voce
lo zaino è divenuto un peso greve;
ora l’arma s’è mutata in croce.

Lungo le piste sporche e insanguinate
son mille e mille croci degli alpini,
cantate piano, non li disturbate,
ora dormono il sonno dei bambini.

Cammina cammina
la guerra è lontana
la casa è vicina
e c’è una campana
che suona, ma piano:
Din, don, dan...
Che suona, ma piano:
Din, don, dan...



Esecuzione: Coro Monte Pasubio


Ci sono periodi come questo, nel quale la ascolto abbastanza spesso: non riesco a non pensare alle enormi sofferenze che patirono quei giovani italiani, acuite dalla sprovvedutezza del governo fascista. Non erano equipaggiati, non erano adatti a quel terreno pianeggiante, non era colpa loro se l'Italia era alleata della Germania e Mussolini non perdeva occasione di compiacere Hitler, trovatosi impantanato nell'inverno russo come già Napoleone. Dalle trincee scavate nel ghiaccio ma riscaldate in riva al Don, dove si trovavano il 16 gennaio - a Novo Kalitva, a Kulakovka, a Pavlovsk, a Belogorie, a Karabut - questa massa di soldati in ritirata nell'inferno bianco percorse centinaia e centinaia di chilometri, un passo dopo l'altro nella tormenta a - 30 gradi, "le barbe lunghe incrostate di ghiaccio, gli occhi cisposi", come racconta Egisto Corradi.


Ascolto "L'ultima notte" e cammino anch'io con quei soldati, con i sergenti e i capitani che ancora incitano a resistere, con chi ha perso il suo plotone ed è sbandato, con la coperta troppo leggera sulle spalle e un bastone in mano, con il fucile che sega il braccio. Cammino e guardo chi si è fermato per sempre bocconi nella neve sognando l'Italia lontana, chi dà fuori di matto e gioca con la rivoltella, chi butta via tutte le scartoffie della fureria che portava sulla slitta e ci mette i feriti, li copre come può e li trasporta aiutato dal mulo fedele. Centomila, forse più, in marcia nel deserto bianco, tra un giorno e l'altro, tra una notte e l'altra, un po' di riposo in un'isba affollata, a litigare con i tedeschi che vogliono per loro i posti migliori. E poi gli scontri con i partigiani russi, il parabellum e la stufa, il grasso dei mitragliatori.

Nella testa un pensiero solo: casa. La casa, l'Italia, le valli di montagna, i paesi di campagna, le città. La mamma, la moglie, la fidanzata. Casa. Per andare avanti, per non fermarsi e diventare un'altra croce che poi i girasoli copriranno nell'estate russa.

E alla fine, dopo l'ultimo combattimento a Nikolajewka, che oggi è un misero villaggio chiamato Livenka, ecco la meta: C'è il generale Reverberi in piedi su un cingolato tedesco a salutare gli eroici superstiti. Eroici perché sono rimasti vivi: il bollettino delle autorità russe lo conferma: "Il Corpo d'Armato Alpina deve considerarsi imbattuto in terra di Russia". Erano partiti in 60.000, ne sono tornati solo 12.000. Ma ce n'è di strada da percorrere: prima a piedi nella campagna Ucraina, poi sui camion, infine sui treni, per poter arrivare in Italia, a Bolzano, e non essere neanche ringraziati...




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LA FRASE DEL GIORNO
Ma, in una dura giornata di guerra, io credo fermamente di averti intravisto o Signore. Era un ferito grave e già presso a morire. Quando gli tolsero adagio, devotamente, la giubba lacera e sporca apparve la veste atroce e gioconda del sangue che, come un velo liquido e vivo, gli fasciava e rendeva brillanti le membra vigorose e straziate.
Senza parlare mi guardò. I suoi occhi erano colmi di dolore e di pietà, di volontà decisa e di dolcezza infantile. Al fondo vi tremava, attenuandosi, la luce di visioni beate e lontane. Come di bimbo che si addormenta poco a poco. Non altrimenti dovette guardare Gesù dall'altro della croce.

DON CARLO GNOCCHI, Penna nera delle Grigne 140-141, aprile-maggio 1966

lunedì 12 maggio 2008

Gli alpini oggi


"Alpini di pace”, perché in un tempo nel quale l’Italia non ha vissuto esperienze belliche “dirette”, ad opere di pace si sono dedicati; “alpini di pace”, perché nei loro cuori c’è sempre stato il desiderio di vivere in pace con tutti, e con se stessi naturalmente, per prima cosa.
Le loro opere, le loro operazioni, le loro imprese, dal 1945 ad oggi, parlano soltanto di pace e di solidarietà.

GIOVANNI LUGARESI, Alpini di pace. Mezzo secolo sul fronte della solidarietà



Oltre quattrocentomila alpini ieri hanno "invaso" Bassano del Grappa e sfilato per oltre dieci ore nelle strade della città in occasione della loro 81ª adunata nazionale. Una parata che non ha nulla di bellico, ma che è festosamente improntata sulla memoria e sulla solidarietà: infatti, ad aprire ogni raggruppamento regionale c'erano le divise fosforescenti della protezione civile, i cani da soccorso, i volontari che si prodigano non solo nelle zone colpite da calamità, ma anche sul territorio con interventi di tipo ambientale e di sicurezza. Dietro di loro le migliaia e migliaia di alpini in congedo, che marciavano al passo tipico cadenzato dalle bande e dalle fanfare, mentre un immenso coro intonava canti di montagna, ripresi dalla gente che dietro le transenne assisteva, anzi partecipava all'adunata con bandiere tricolori.

Questi sono gli alpini oggi: hanno riversato quel loro innato spirito di corpo che nelle guerre in cui furono comandati di combattere consentì di scrivere pagine di epico sacrificio in un altruismo che amano chiamare con un neologismo "alpinità". Così si spiegano i milioni di ore spesi per la solidarietà, i sei milioni di euro raccolti in un anno e destinati a infrastrutture in paesi poveri - l'ultimo beneficiario è stato il Mozambico.

"L'Italia semplice, che crede nell'uomo senza considerarlo per i soldi che ha in tasca, che sente l'amicizia nel modo autentico, che tiene conto della sacralità della patria, che ha passione per la montagna, si ritrova, la domenica mattina, a formare i blocchi di sfilamento. E per ore ed ore, col sole o con la pioggia, è felice di percorrere i viali imbandierati e respirare un'aria diversa dalla mortificante quotidianità cui sembriamo essere condannati" scrive il direttore Vittorio Brunello nell'editoriale di aprile del mensile "L'Alpino".

Perché non fanno politica gli alpini: è espressamente sancito dallo statuto dell'associazione: non chiedono al loro prossimo di che colore sia, lo aiutano e basta. E questo è un grande pregio: i fondi dell'amministrazione statunitense stanziati nel 1976 per le popolazioni terremotate del Friuli non furono consegnati nelle mani dello stato italiano, ma in quelle generose dei vertici dell'Associazione Nazionale Alpini.

Memoria si era detto: tramandare le tradizioni e non dimenticare chi ha dato la vita per l'Italia, anche vanamente, anche per fini sbagliati - le campagne in Grecia e Albania nel 1941 e quella tragica di Russia nel 1942-43, per esempio - è uno dei doveri impostisi dall'associazione. "«Ricordate!» ci comandano questi ventenni fermati in quel tempo, che oggi ai giovani sembra remotissimo e a noi vecchi dell'altroieri" scrisse Mario Rigoni Stern sulla "Stampa" del 23 maggio 2005. Ecco perché è stata scelta Bassano del Grappa, ecco perché furono scelte Asiago nel 2006 e Cuneo nel 2007.

L'appuntamento per il prossimo anno è a Latina, il 9 e 10 maggio. Con lo stesso spirito che nel marzo 1918 faceva scrivere al poeta Piero Jahier, tenente degli alpini, questi versi:

Uno per uno
bastone alla mano
e alla salita cantiamo

Se chiedi le reni rotte alla mina
se chiedi il polso della gravina
se chiedi il ginocchio piegato a salire
se chiedi l'amore pronto a patire:
son io, l'alpino, rispondiamo
e all'adunata corriamo
.

da "Prima marcia alpina", in "Con me e con gli alpini", 1919




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LA FRASE DEL GIORNO
Non bisogna dire, gli altri ce la facciano, bisogna aiutarli.
CESARE PAVESE, La luna e i falò