29 febbraio 2020

Centenario di Howard Nemerov


Il 29 febbraio 1920 nasceva a New York il poeta Howard Nemerov. Figlio di emigranti ebrei russi, si laureò a Harvard. Durante la seconda guerra mondiale prestò servizio come pilota d’aereo nell’aviazione canadese prima e in quella americana poi. Dopo il conflitto intraprese la carriera di docente universitario di letteratura inglese. La sua poesia è di stampo formale, meticolosamente costruita quanto a tecnica e metrica, capace di assurgere a risultati raffinati e talora giocosi: dopo gli esordi modernisti raggiunge una nuova sensibilità riguardo al mondo naturale assumendo spesso i toni di una riflessione esistenziale.

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PERCHÉ HAI DOMANDATO DEL CONFINE TRA PROSA E POESIA

I passeri si nutrivano in una leggera pioviggine
che, mentre guardavi, si è trasformata in fiocchi di neve
cavalcando lenta un’invisibile pendenza
da un argento obliquo a un bianco casuale.

Arrivò un momento che non l’avresti detto.
E poi chiaramente volarono via invece di cadere.


(da Sentenze, 1980)

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ALBERI

Essere un gigante e non parlarne,
rimanere al proprio posto;
significare la presenza costante del processo
e sembrare sempre lo stesso;
essere saldo come roccia e sempre tremante,
avere insieme duro aspetto di morte...
E la tenera, fluida essenza del crescere,
il proprio Essere ingannevolmente coperto di corazza,
il proprio divenire ingannevolmente vulnerabile;
Essere così resistente e ricevere così bene la luce,
generosamente offrendo conoscenza proibita
di tante cose del cielo e della terra
per le quali altrimenti non avremmo parole —

Le poesie e le persone raramente sono così belle,
e anche quando hanno grandi qualità
più che a dare esempio, hanno tendenza a dirti
quello che credono sia il loro ruolo nella vita,
mentre dal mosso silenzio degli alberi,
in quiete o tempesta, con fronde o spogli,
notte o giorno, deriviamo conclusioni personali,
vitali e inosservate come il nostro respiro,
e anche pericolose — sebbene non ci sia mai stato
un albero sofistico— riguardo alla natura delle cose.


(da Specchi e finestre, 1958)

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LA FRASE DEL GIORNO
Penso che ci sia una cosa che distingue la nostra arte: noi non consideriamo. Noi non pensiamo Scriviamo un piccolo verso perché ci viene in mente.
HOWARD NEMEROV




Howard Nemerov (New York, 29 febbraio 1920 – University City, Missouri, 5 luglio 1991), poeta statunitense nominato per due volte Poeta laureato degli Stati Uniti, dal 1963 al 1964 e dal 1988 al 1990. Formalista, scrisse versi con forma e metrica ben definita e tecnica meticolosa e raffinata. Nel 1978 vinse il Premio Pulitzer.


28 febbraio 2020

Straniero


JOSEP PALAU I FABRE

L’IDENTITÀ

- Di che paese sei, straniero?
– Non lo so.
– Come ti chiami?
– Non lo so.
– Che cosa fai? Qual è la tua lingua?
– Non lo so.
– Come ti chiami, buon uomo?
– ...
- Da che paese vieni? Dove vai?
– Sono di qui. Sono straniero.


(da Poesie dell’alchimista, 1952)

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CHARLES BAUDELAIRE
LO STRANIERO


- Dimmi, enigmatico uomo, chi ami di più? tuo padre, tua madre, tua sorella o tuo fratello?
- Non ho né padre, né madre, né sorella, né fratello.
– I tuoi amici?
– Usate una parola il cui senso mi è rimasto fino ad oggi sconosciuto.
– La patria?
– Non so sotto quale latitudine si trovi.
– La bellezza?
– L’amerei volentieri, ma dea e immortale.
– L’oro? 
– Lo odio come voi odiate Dio.
- Ma allora che cosa ami, meraviglioso straniero?
– Amo le nuvole… Le nuvole che passano… laggiù… Le meravigliose nuvole!



L'ÉTRANGER

-Qui aimes-tu le mieux, homme énigmatique, dis? ton 
père, ta mère, ta soeur ou ton frère? 
-Je n'ai ni père, ni mère, ni soeur, ni frère. 
-Tes amis?
-Vous vous servez là d'une parole dont le sens m'est 
resté jusqu'à ce jour inconnu. 
-Ta patrie? 
-J'ignore sous quelle latitude elle est située. 
-La beauté? 
-Ja l'aimerais volontiers, déesse et immortelle. 
-L'or? 
-Je la hais comme vous haïssez Dieu. 
-Eh! qu'aimes-tu donc, estraordinaire étranger? 
-J'aime les nuages... les nuages qui passent... là-bas... 
les merveilleux nuages...

(da Le Spleen de Paris, 1869)

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Josep Palau i Fabre, poeta catalano, voleva tradurre una poesia di Charles Baudelaire, L’étranger. Nessuna traduzione perciò lo soddisfaceva, così provò a riscriverla interpretandone il senso. E il risultato è questa poesia, dove i confini vanno sbiadendosi, così come le certezze, e il senso di appartenenza svanisce mentre in Baudelaire l’accento è posato più sull’enigmaticità e sull’incomunicabilità.

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GIORGIO DE CHIRICO, "IL FIGLIOL PRODIGO"

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LA FRASE DEL GIORNO
Tutte le poesie sono traduzioni. Ogni poesia è la traduzione di una poesia vivente generata nello spirito.
JOSEP PALAU I FABRE




Josep Palau i Fabre (Barcellona, 21 aprile 1917 – 23 febbraio 2008), narratore, drammaturgo, saggista, massimo esperto di Picasso. Fu il principale esponente della letteratura in lingua catalana del dopoguerra. Ammaliato dall’alchimia, la applica alla poesia, intesa non “come fine a se stessa, ma come mezzo d’esplorazione, o di sperimentazione”.


Charles Baudelaire (Parigi, 7 aprile 1821 - 31 agosto 1867), poeta francese, considerato il padre del Simbolismo. Dopo un viaggio in Oriente, trascorse quasi tutta la vita a Parigi in un alternanza di droghe, alcool, disordini e aspirazioni ideali. La sua poesia verte sull'uomo, le sue cadute e i suoi tentativi di rialzarsi tra spleen e ideale.


27 febbraio 2020

Tra maschere


MARIA LUISA SPAZIANI

CARNEVALE DI NIZZA

Tra maschere che vanno su piedistalli mobili,
con pattini a rotelle, follemente
volte a mete irrisorie o che ci sfuggono,
ecco talora il volto, il volto atteso,
l’improbabile, il piccolo messia.
Dove cammina gli alberi respirano,
l’aria si fa cristallo, si rapprende
il senso occulto della nostra vita
che incauta andava a perdersi in rigagnoli,
in giocosi deserti.
(O forse sono
quei volti ardenti simili alle stelle
e nella spaventosa solitudine
captano i nostri raggi? È nostra dunque
la gloria che c’incanta?)


(da Transito con catene, Mondadori, 1977)

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Il Carnevale di Nizza è uno dei più famosi al mondo: carri burleschi, personaggi, artisti di strada sfilano in Place Masséna: la poetessa torinese Maria Luisa Spaziani vi assiste, mescolata tra la folla, e si ritrova a meditare sul mascherarsi e sul senso della vita, sull’apparire e sull’essere che si cela dietro ogni maschera.

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FOTOGRAFIA © PUNX/PIXABAY

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LA FRASE DEL GIORNO
L'uomo è poco se stesso quando parla in prima persona. Dategli una maschera e vi dirà la verità.
OSCAR WILDE, Il critico come artista




Maria Luisa Spaziani (Torino, 7 dicembre 1922 – Roma, 30 giugno 2014), poetessa italiana formatasi nel clima postermetico di chiara ascendenza montaliana. La sua poesia è venuta via via distendendosi dal mottetto o epigramma a forme narrativo-discorsive.


26 febbraio 2020

Centenario di Gisèle Prassinos


Nasceva a Istanbul il 26 febbraio 1920 la poetessa surrealista francese Gisèle Prassinos. Sorella del pittore Mario Prassinos, fu scoperta da André Breton, che ne fu colpito per “il tono unico delle immagini da due soldi della sua poesia”, ottenuta con il procedimento della scrittura automatica, e  la considerò una ragazza prodigio. Dopo i primi versi pubblicati nel 1934 su riviste, apparve nel 1935 la sua prima raccolta “La cavalletta artritica“ con prefazione di Paul Éluard. Nel 1939 si allontanò dal Surrealismo e si dedicò alla traduzione delle opere di Nikos Kazantzakis, per ritornare poi alla poesia nel 1975. È nota anche come autrice di opere plastiche realizzate con ritagli di tessuto.
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VIENI SU DI ME


Vieni su di me senza i tuoi ginocchi vuoti
Cerca senza le dita che ti bacio
Di aprire il lettino tutto candido
Ci ho messo della brace
Un soffio caldo di quelli che si trovano in campagna
Lo riempie e ce lo fa amare
Il mattino sempre ci si immerge
Con fiori e carta d’argento
Sotto la tela c’è odore di legna tagliata
Che dà alla testa a chi la guarda
Ascoltami non divertirti a scacciarmi da te
Ammira un po’ un oggetto
Che ho confezionato con la mia pelle e il mio corpo intorpidito
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LA RIVA E LA ROSA


La Riva e la Rosa sono femmine
Invece i tuoi capelli sono belli
Amo i capelli e la tela è più bella
E più belli ancora sono gli animali
Tra le tue braccia c’è qualcosa che ha dei baffi
Un naso degli occhi e a volte una coda
Ma siccome non vuoi prendermi
Sei molto soddisfatta


(da La cavalletta artritica, 1935 - Traduzione di Paola Décina Lombardi)
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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è difficile, molto difficile. Più del romanzo. È un restringimento dei sentimenti.
GISÈLE PRASSINOS




Gisèle Prassinos (Istanbul, 26 febbraio 1920 – Parigi, 15 novembre 2015), poetessa e scrittrice francese di origini greche. Le prime poesie, scritte a 14 anni, furono apprezzate dai surrealisti. In seguito si dedicò all’arazzo e al libro-oggetto, per ritornare nel 1979 a indagare in poesia l’espressione primaria del subcosciente.


25 febbraio 2020

Kikí Dimulà


La maggiore poetessa greca contemporanea, Kikí Dimulà, è morta sabato sera in un ospedale di Atene, dove era ricoverata da venti giorni per una grave infezione respiratoria. Nata il 19 giugno 1931, ha lavorato per tutta la vita come impiegata alla Banca Nazionale Greca. Moglie del poeta Athos Dimulas, esordì con una sua raccolta nel 1952. Il suo mondo poetico, che si avvale di parole comuni e di immagini moderne, come il telefonino e l’uomo della Marlboro, oscilla tra memoria e nostalgia, intese come emblema non solo dello scorrere del tempo ma anche della dissoluzione esistenziale.

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COGNAC A ZERO STELLE¹


Vanno del tutto perdute le parole delle lacrime.
Quando parla il disordine, l’ordine taccia
– è ricca di esperienza la perdita.
a dobbiamo essere solidali
con l’inutile.
Piano piano ritroverà la parola la memoria
e a ciò che è morto darà
buoni consigli di longevità.

Siamo solidali ora con questa piccola
fotografia
che è ancora nel fiore del suo futuro:
giovani vanamente un po’ abbracciati
davanti a una spiaggia anonimamente gioiosa.
Nafplio Eubea Skòpelos?
Dirai
ma dove non era allora mare.


¹Dopo la sepoltura, è usanza greca offrire al bar del cimitero ad amici e parenti caffè e cognac di qualità economica. I cognac greci, almeno i più costosi, si contraddistinguono per il numero di stelle segnate sull’etichetta della bottiglia. Qui ci si riferisce a questo cognac economico e quindi “senza nessuna stella”.


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CRAVATTA NERA

Innaffia tu la pianta
e lasciami piangere.
Scrivi però le ragioni,
forse devo altro dolore.
Voglio avere la coscienza in pace
di avere sofferto per tutto.

Scrivi che piango per uno specchio.
Un tempo oggetto ornamentale,
oggi oracolo.
Per la brusca buonanotte
che danno le poche possibilità
e si dileguano.
Scrivi che piango per la tua finestra,
chiusa e senza saluti,
melanconica per nascita.
Per gli uccelli dell’ultimo decennio.
Il loro terrore delle antenne televisive.
Per il loro adattarsi
e svolazzare
tra questi alberi di ferro.

Scrivi.
Per questo sabato sera sepolto
tra due cipressi
nella chiesa di campagna.
Per la luna in lutto – indossa
una cravatta nera nuvola,
scrivi che piange.
Piango perché mi hai chiesto
se ho visto la luna piena.
No, non ho visto niente di pieno, non ho vissuto.
Piango perché i ragazzi portano lo zaino
come una conoscenza già completa,
e non entrano nel tenero rassicurante
delle ore ancora acerbe
e non giocano.

Scrivi che piango per le madri.
Le più antiche madri.
Belle ed esili,
amanti delle finestre,
arpiste della vedetta
che la morte ha colto impreparate
e sono longeve materne
nelle fotografie del salotto
e nei ricami.

Piango perché hanno acceso le luci
e la domenica gatta raggomitolata
sulla mia finestra.
Scrivi che piango per le bufere,
il poco cibo,
per tutto il Poco,
per i terremoti
senza preavviso.
Piango perché va sprecata
la notizia che mi hai dato
della prima farfalla vista ieri.
Piango perché non fa notizia l’effimero.

Scrivi. Piango
perché la sorte si è chiusa in casa,
la dilazione è arrivata al boia,
la borraccia è arrivata nel deserto,
la gioventù nella fotografia .
Piango perché chissà chi chiuderà
dei miei giorni gli occhi.

Innaffia tu la pianta
e lasciami piangere perché…


(da L’adolescenza dell’oblio, Crocetti, 2000 – Traduzione di Paola Maria Minucci)
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LA FRASE DEL GIORNO
Mi espando e vivo / illegalmente / in aree che gli altri / non riconoscono reali.
KIKÍ DIMULÀ, L’adolescenza dell’oblio




Vasiliki “Kikí” Dimulà nata Radou (Atene, 19 giugno 1931 – 22 febbraio 2020), poetessa greca. Impiegata a lungo presso il Banco di Grecia, fu ammessa all’Accademia di Atene nel 2002. La sua poesia tratta l’assenza, la perdita, la società, la solitudine e il tempo con la personalizzazione di concetti astratti e l’uso insolito di parole comuni, spesso con un velo di amara ironia.

24 febbraio 2020

Le lune del cuore


PAUL CELAN

SEMPRE E MAI

Di notte, quando l’amore come un pendolo
oscilla tra Sempre e Mai
la tua parola incrocia le lune del cuore
e il tuo occhio grigio e azzurro
dona alla terra lo sguardo del cielo.

Dal bosco lontano, nero
di sogno, ci arriva il vento
di ciò che è passato,
e quello che abbiamo dimenticato
ci gira intorno,
enorme
come sa esserlo solo
lo spettro di ciò che sarà.

Quello che ora si leva e discende
riguarda ciò che è più profondamente nascosto:
è così che il tempo – cieco come lo sguardo che ci offriamo –
ci bacia sulla bocca.


(da Papavero e memoria, 1952)

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È un pendolo particolare quello che il poeta rumeno di lingua tedesca Paul Celan definisce “tempo del cuore” in un’altra poesia, dedicata anch’essa a Ingebor Bachmann, poetessa con cui ebbe una breve relazione: è un tempo fatto di amore e di sogno, di desiderio e di appagamento, un tempo che travalica la convenzione e gira sui cardini del Sempre e del Mai.

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DIPINTO DI MARC CHAGALL

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LA FRASE DEL GIORNO
Quanto lontana o quanto vicina sei, Ingeborg? Dimmelo, così saprò se tu chiudi gli occhi, quando io adesso ti bacio.
PAUL CELAN, Lettera a Ingebor Bachmann




Paul Celan, nato Paul Antschel (Cernauți, 23 novembre 1920 – Parigi, 20 aprile 1970), poeta rumeno di origine ebraica, nato nel capoluogo della Bucovina settentrionale, oggi parte dell'Ucraina. Tormentato da crisi di angoscia, dopo numerosi ricoveri in cliniche psichiatriche, si uccise gettandosi nella Senna.


23 febbraio 2020

Una gioia semplice


ROBERT CREELEY

SE LA FELICITÀ

Se la felicità fosse
una gioia semplice, uccello,

animale o fiore
fosse il cosiddetto mondo

qui ovunque
intorno a noi,

allora l’amore sarebbe vero
come l’aria, come l’acqua -

come la luce del cielo, la solidità
della terra, la durezza della pietra,

per noi, di noi,
in noi.

(da Specchi, 1983)

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“Se la felicità fosse una gioia semplice”, immagina il poeta statunitense Robert Creeley, allora sarebbe ovunque e l’amore avrebbe la solidità delle rocce e lo splendore della luce. Certo, dipende da noi, essere in grado di accoglierla, di scoprirla tutto intorno a noi: il problema è che spesso non la cerchiamo nella semplicità, ma crediamo si trovi nella grandiosità.

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FOTOGRAFIA DA PINTEREST

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LA FRASE DEL GIORNO
La scrittura è  come la musica. È nel modo in cui la pronunci, in cui trattieni la nota, la pieghi, la modelli, quindi la rilasci. E ciò che non suoni è importante quanto quello che dici.
ROBERT CREELEY




Robert Creeley (Arlington, Massachusetts, 21 maggio 1926 – Odessa, Texas, 2 aprile 2005), poeta statunitense, tra i maggiori esponenti della lirica postmoderna. Viaggiò in Europa e Asia vivendo per quarant’anni in Giappone, dove apprese la filosofia buddhista e lo zen. È spesso accostato ai poeti della Black Mountain, pur essendone lontano stilisticamente.

22 febbraio 2020

Signore della geografia


JOSEFA PARRA

HAI CAMBIATO ANCORA IL CORSO DEI FIUMI

Hai cambiato ancora il corso dei fiumi
e hai spostato tutte le montagne
soltanto con lo sguardo dei tuoi occhi di ghiaccio
sfiorando con le dita i mappamondi.
Signore degli amori e della geografia,
grandissimo furfante e Onnipotente
ignaro, adesso devi riscrivere tutti i libri
e nel mio corpo nudo
è tuo dovere segnare di nuovo i confini.


(da Geografia carnale, 1997)

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Il dio della “Geografia carnale” di Josefa Parra è un amante che guida il gioco e ridefinisce il rapporto talvolta senza neppure saperlo. E la poetessa spagnola lo chiama a rinominare questo universo d’amore e d’eros, a riscrivere sul suo corpo le frontiere della sensualità e i confini tra corpo e spirito, a rivedere ogni dettaglio come una nuova scoperta: “Salvami con la luce che hanno le tue dita / quando mi toccano”.

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ILLUSTRAZIONE DI FERNANDO VICENTE

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LA FRASE DEL GIORNO
Ma vivere, amore, è molto più di questo; / è crescere e dormire e invecchiare con te, / litigare e scherzare, e a volte non vederci, / o certe mattine vederci come due estranei.
JOSEFA PARRA, Alcova dell’acqua




Josefa Parra Ramos, (Jerez de la Frontera, 7 febbraio 1965), poetessa spagnola: Laureata in Filologia, ha ricevuto il Premio Cernuda nel 2000. Il suo tema principale è l’amore, declinato nel fuoco vivo della passione e dell’erotismo, nelle braci dell’assenza e nelle ceneri della nostalgia.

21 febbraio 2020

Schizzando inchiostro


NINA CASSIAN

LI AMO

Poeti
i misteriosi,
gli schietti,
una scatola cranica per elmo,
per scudo un velo di cellofan,
poeti,
queste specie, queste seppie
che si difendono
schizzando inchiostro.

(da C’è modo e modo di sparire, Adelphi, 2013 – Trad. A.N. Bernacchia e O. Fatica)

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I poeti – dice la poetessa rumena Nina Cassian – sono alla fine come dei cavalieri erranti che vagano per le sconfinate lande del visibile alla ricerca dell’invisibile. La loro non è però una scelta, è un modo di vivere, una specie di missione: “Saggio tra i denti una sillaba di eternità / come se fosse una moneta dubbia. // Sono la scimmia condannata a scrivere”, come dice in un’altra poesia aggiungendosi alle celebri tre scimmie sagge della tradizione giapponese.


ILLUSTRAZIONE DI CHRISTIAN SCHLOE

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LA FRASE DEL GIORNO
La mia protesta linguistica / non ha potere. / Il nemico è analfabeta.
NINA CASSIAN




Nina Cassian, pseudonimo di Renée Annie Cassian-Mătăsaru (Galați, 27 novembre 1924 – New York, 15 aprile 2014), poetessa, scrittrice e traduttrice rumena. Esponeste del Modernismo, nel 1985 si rifugiò negli Stati Uniti per sfuggire alla repressione del regime di Ceausescu, e lì rimase non solo a vivere, ma anche a scrivere poesie nella lingua del suo nuovo paese.


20 febbraio 2020

Un amore che urge


ELIO PAGLIARANI

TI DICEVO AL TELEFONO

Ti dicevo al telefono (di cui
più mi prendono le pause, gl’imbarazzi
docili, e se ci udiamo respirare)
ti dicevo al telefono un amore
che urge, e perché.


(da Inventario privato, 1959)

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Una poesia di Elio Pagliarani prima dei tempi della sperimentazione e del Gruppo 63, uno dei classici frammenti che vanno a costituire  un cosmo da cui emerge la vita quotidiana – in questo caso non il lavoro o i rapporti tra le classi – ma l’amore, la situazione sentimentale. E sembra di vederlo farfugliare al telefono, tacere all’improvviso, perdere il filo del discorso, non trovare il coraggio di una parola…

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FOTOGRAFIA © VIDEOBLOCKS

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LA FRASE DEL GIORNO
Ti ho perduta / per troppo amore, come per fame l’affamato / che rovescia la ciotola col tremito.
ELIO PAGLIARANI, Inventario privato




Elio Pagliarani (Viserba, 25 maggio 1927 – Roma, 8 marzo 2012), poeta e critico teatrale italiano. Tra i principali esponenti della neoavanguardia, fu uno dei protagonisti del Gruppo '63, all'interno del quale occupò tuttavia una posizione autonoma e personale. La sua poesia nasce dalla cronaca e dalla vita quotidiana.


19 febbraio 2020

Vent’anni di attesa


GHIANNIS RITSOS

LA DISPERAZIONE DI PENELOPE

Non era possibile che non lo riconoscesse alla luce del focolare; non c’erano
i panni logori del mendicante, il travestimento, no; segni certi:
la cicatrice sul ginocchio, la forza, la furbizia nell’occhio. Terrorizzata,
appoggiando la schiena al muro, cercava una giustificazione,
ancora un intervallo di tempo di breve durata, per non rispondere,
per non tradirsi. Per lui, dunque, aveva speso vent’anni,
venti anni di attesa e di sogni, per quest’infelice,
per questo vecchio grondante sangue? Si lasciò cadere su una sedia
guardò lentamente i pretendenti morti sul pavimento, come se guardasse
i suoi propri desideri morti. E: ”Bentornato”, gli disse,
sentendo estranea, lontana la sua voce. Sulle ginocchia il telaio suo
riempiva il soffitto di ombre a forma di grata; e quanti uccelli aveva tessuto
con cuciture rosse lucenti su fogliame verde, all’improvviso,
quella notte del ritorno, finirono in nera cenere
volando basso nel cielo piatto dell’estrema sofferenza.


(da Pietre, Sbarre, Ripetizioni, Einaudi, 1978) – Traduzione di Nicola Crocetti)

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Non c’è l’omerico test cui Penelope sottomette il marito tornato dopo vent’anni di avventure per i  mari: nella rivisitazione di Ghiannis Ritsos, Penelope riconosce subito Odisseo, ma improvvisamente riconosce anche tutti quegli anni perduti, tutti quei sogni esauriti, quei desideri che, in una bellissima metafora, giacciono morti come i pretendenti passati per la spada dal marito, divenuto per lei ormai un estraneo.

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DORA WHEELER KEITH, "PENELOPE DISFA LA SUA TELA DI NOTTE"

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LA FRASE DEL GIORNO
Ah, Nessuno, ma nessuno ha mai saputo / che il temporaneo passa nel mito.
GHIANNIS RITSOS, Molto tardi nella notte




Ghiannis Ritsos (Monemvasia, 1º maggio 1909 – Atene, 11 novembre 1990), poeta greco tra i maggiori del XX secolo. Fu candidato nove volte al Premio Nobel. La sua vita fu animata da un'incrollabile fede negli ideali marxisti e nelle virtù catartiche della poesia.


18 febbraio 2020

Queste sei righe


HENRIK NORDBRANDT

AGORAFILIA

Tu sei il mio amore e la mia disperazione.
Tu sei la mia follia e la mia saggezza.
E sei tutti i luoghi in cui non sono stato

e che mi chiamano da tutti gli angoli del mondo.
Tu sei queste sei righe
cui devo limitarmi per non gridare.

(da Ode alla piovra e altre poesie d'amore, 1975 – Traduzione di Bruno Berni)

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“Tu sei queste sei righe / cui devo limitarmi per non gridare”: è una dichiarazione sul senso del suo scrivere poesie quella di Henrik Nordbrandt. Con un afflato metapoetico – cioè di poesia che parla di poesia, il poeta danese esprime l’intensità del suo amore.

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ILLUSTRAZIONE DI PAVEL KUCZYNSKI

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LA FRASE DEL GIORNO
Ora non posso più usarti / come una rosa nelle mie poesie d'amore: / sei troppo grande, troppo bella / e troppo, troppo te stessa.
HENRIK NORDBRANDT, Ode alla piovra e altre poesie d’amore




Henrik Nordbrandt (Fredericksberg, 21 marzo 1945), poeta, scrittore e saggista danese, debuttò nel 1966 con Poesie. La sua lirica raffinata riflette i temi del Mediterraneo (Italia, Grecia e Turchia) dove soggiorna a lungo assorbendone colori, suoni e paesaggi, sulla passione erotica e l’assenza dell’amata.


17 febbraio 2020

Sorride ai sogni la tua bocca


MARIÀ MANENT

MATTINA

Sei uscita dal sogno come dal mare. Ancora bagnata,
sorride ai sogni la tua bocca, con dolcezza.
Brilla il sole tra l’erba, ma tu vedi l’argento
della luna, che dorme nell’acqua.

Una luce di smeraldo quasi offusca i tuoi occhi;
profumi di quel mare ha la tua argilla fine;
e una grande perla chiara porti sotto i riccioli,
ondulati come un’alga tranquilla.

(da L’ombra e altre poesie, 1931)

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Un’Afrodite che nasce dal sogno e dal mare contemporaneamente: così il poeta catalano Marià Manent immagina la poesia. Ed è uno sfolgorare di luci e di colori, uno scintillio come di pietre preziose in cui la bellezza del mondo si manifesta attraverso il linguaggio e l’immaginazione.

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SANDRO BOTTICELLI, "NASCITA DI VENERE", FIRENZE, UFFIZI

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LA FRASE DEL GIORNO
Dietro il tuo sorriso leggero si indovina / l’anima ardente / come ad aprile, nel pomeriggio tempestoso, / il tramonto dorato risplende dietro un glicine.
MARIÀ MANENT, Le acacie selvagge




manent_mariaMarià Manent i Cisa (Barcellona, 27 novembre 1898 – 24 novembre 1988), poeta, prosatore e critico letterario, memorialista, traduttore e attivista culturale. Figura chiave della cultura catalana del XX secolo, si formò nel Novecentismo spagnolo, virando poi verso il simbolismo e la poesia pura.

16 febbraio 2020

Democrazia con l’intimità



GEORGINA HERRERA

IL POETA, L’AMORE, LA POESIA

Noi poeti
facciamo democrazia con l’intimità.
Rimuoviamo controsoffitti,
apriamo le finestre,
scassiniamo
serrature incredibili…
Esce così la poesia,
il nostro modo
di far sapere quanto siamo grandi
talvolta, a esseri tanto piccoli.


(da Sensazioni piaciute, 1996)

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La poesia liberata dal poeta: è l’immagine, calzante, che sceglie la poetessa cubana Georgina Herrera. chi scrive poesie quindi in certo modo fa evadere quell’emozione trattenuta da una dittatura di soffitti e di finestre, di tetti e di chiavistelli, e la fa volare libera per il mondo.

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DIPINTO DI VLADIMIR KUSH

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LA FRASE DEL GIORNO
Per me scrivere una poesia è come scattare una fotografia. Lascia il segno, soprattutto se scatti al momento giusto.
GEORGINA HERRERA, The Collegian, 6 marzo 2016




Georgina Herrera (Jovellanos, 23 aprile 1936), scrittrice e poetessa cubana, autrice di romanzi, racconti, testi teatrali e serie televisive. Negli Anni ‘60 appartenne al gruppo El Ponte, represso dal regime castrista, che tentò di creare uno spazio per l’arte e la letteratura al di fuori del dominio ufficiale.


15 febbraio 2020

Centenario di René Guy Cadou


Nasceva il 15 febbraio del 1920 il poeta francese René Guy Cadou. Ragazzo reso malinconico dalla precoce scomparsa della madre, portò nella sua poesia quella nostalgia di lei, del paese di Sainte-Reine e di quell’infanzia bucolica e felice, in seguito affiancate dal tema della città e della sua vita operaia. Le sue prime poesie sono  influenzate dallo stile di Pierre Reverdy, ma la guerra e l’incontro con Max Jacob fanno evolvere i suoi versi su una china più struggente. Una delle sue poesie di questi anni, “I fucilati di Chateaubriant” racconta un episodio della barbarie nazista cui assistette di persona. Con un gruppo di giovani poeti di Rochefort-sur-Loire, in rottura con il conformismo letterario imposto dal regime di Vichy, rivendicò allora il diritto di cantare l’amore per la vita, la libertà, la fraternità umana. Nel 1943 incontrò Hélène Laurent, poetessa, con la quale iniziò una corrispondenza letteraria e amorosa; la sposò nel 1946 e  la cantò in versi in “Hélène o il regno vegetale”. Maestro di scuola a Louisfert, vi morì di cancro a soli 31 anni.

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LA POESIA

Ti cerco sotto le radici del mio cuore
come un bambino dall’intelligenza ritardata che ha paura
di entrare in acqua e parla da suolo e agita le mani
«Dio mio, fa’ che quest’acqua non mi schiacci come il Tuo Mulino»
Io indugio risoluto presso i colchici e i salici
Lasciami guardare da sopra la tua spalla
la strada luccicante e l’erba verde
senza desiderare mai altro che questo
Ma Dio che non sentiva l’amore da quell’orecchio
«Tu scenderai fino al fondo  di te e io guarderò
il tuo andare e venire. Tu dovrai trovare
nell’acqua dei miei sguardi la nocciola caduta»
Gli occhi vaghi come una guardia di frontiera
di fantasticherie malate e sensi rovinati
immergo con dolcezza le mani nella luce
senza pensare un istante a ritrarle
perché mi piace aiutare un corpo che si avventura
e cerca là la sua forma prediletta
lo spettacolo di un’anima cieca che sussurra
lungo il muro di pietra dell’eternità.

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L’AMORE

La duplice pesca dei tuoi seni
nella coppa della giornata
ecco sollevarsi il tuo ventre
tra i rami del fico
ecco la stanza che pulsa
come una tempia delicata
e un versante del cielo che inonda
la più bella al mondo adagiata
sotto la dolce tua mano stesa
simile a felci ricurve
penetrerò il mistero
di una carne all’anima conquistata
come un’acqua freschissima che si trae
lentamente dal fondo del pozzo
ti ricopri d’un velo di vapore
che dissimula il tuo sorriso
Le mie dita conoscono il sistema
per svegliarti e farti fiorire
per perderti prima di dormire
come una bimba nella foresta.


(da I sette peccati capitali, 1949)

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LA FRASE DEL GIORNO
Mi piacerebbe molto questa critica della poesia: la poesia è inutile come la pioggia.
RENÉ GUY CADOU




René Guy Cadou (Sante-Reine-de-Bretagne, 15 febbraio 1920 – Louisfert, 20 marzo 1951), poeta francese. Ragazzo malinconico, portò quella sua nostalgia nella sua poesia. Tra i suoi temi la vita, l’amore, la fraternità e il ricordo dell’infanzia vista come un tempo felice.


14 febbraio 2020

Brama d’amore


ARCHILOCO

TALE BRAMA D’AMORE

Tale brama d’amore
che nel mio cuore s’è insinuata
versò sui miei occhi densa nebbia
rubando dal petto l’anima fragile.


τοῖος γὰρ φιλότητος ἔρως ὑπὸ καρδίην ἐλυσθεὶς
πολλὴν κατ' ἀχλὺν ὀμμάτων ἔχευεν,
κλέψας ἐκ στηθέων ἀπαλὰς φρένας

(da La poesia d’amore antica, Bur, 2008 - Traduzione di Nicoletta Russello)

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Per questo San Valentino sono andato a pescare una poesia d’amore di ben 2700 anni fa, il frammento 191 del lirico greco Archiloco, di cui probabilmente è protagonista quella stessa Neobùle che “giocherellava tenendo fra le dita un ramo di mirto e un bocciolo di rosa… sciolti portava i capelli alle spalle e alla schiena facevano ombra”. È il sentimento che prorompe inarrestabile, acceca, toglie saggezza, scaglia verso l’oggetto amoroso facendo divampare la passione, facendo ardere il desiderio.

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IMMAGINE DA PINTEREST

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LA FRASE DEL GIORNO

La fatica amorosa è questo: una fame che non viene saziata, un amore che rimane aperto.
ROLAND BARTHES, Frammenti di un discorso amoroso




Archiloco (Paro, 680 a.C. circa – 645 a.C. circa), poeta greco, è considerato il primo grande lirico. Si guadagnò da vivere facendo il mercenario e la leggenda narra che morì in combattimento nella guerra contro Nasso. È celebre per il suo uso versatile e innovativo della metrica ed è il primo autore a usare il tema delle proprie emozioni ed esperienze.


13 febbraio 2020

Ti accarezzavo la schiena


RUTGER KOPLAND

LA TUA SCHIENA

Finché ti vedevo la schiena - come se tu volessi qualcosa da me

ecco perché ti accarezzavo la schiena con gli occhi
oh, da quanto la conoscevo

non mi andava di pensarlo, quel luogo comune
ma erano i miei occhi a pensarlo
tutto in noi è storia tutto

dev’esserci stato un tempo in cui noi
ancora non esistevamo, un tempo lontano

volevo accarezzare la tua schiena senza cercare me stesso
sotto la tua pelle e non vi cercavo neppure te
là nessuno ci trova

amore è una parola per qualcosa di diverso
da ciò che cercavo, non è stato l’amore a farci
ci ha fatti uno strumento noncurante attento
paziente, lo stesso
che tornerà ad annientarci

conosciamo le taciturne stampe anatomiche
che mostrano come si è

le vertebre bianche le costole le scapole
bianco scheletro indifeso con cui
si comincia e si finisce

ecco perché ti accarezzavo la schiena con gli occhi

(Je Rug, da Finché saremo liberati, 1997 – Traduzione di G. Faggin e G. Nadiani)

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Il poeta olandese Rutger Kopland con il suo stile piano e amante della parola comune, pratica spesso il tema sentimentale enfatizzando un momento comune e costruendovi sopra una riflessione sulla transitorietà dell’essere umano. Come in questo caso, dove la schiena della moglie diventa il trampolino di lancio per una meditazione sull’amore e sulla provvisorietà del vivere.

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DIPINTO DI ROB HEFFERAN

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LA FRASE DEL GIORNO
Se non mescoli la tua anima con un bastone ogni giorno, si congela.
RUTGER KOPLAND




Rutger Kopland, pseudonimo di Rudi van den Hoofdakker (Goor, 4 agosto 1934, – Glimmen, 11 luglio 2012), poeta olandese. Ottenne grande popolarità per il suo stile accessibile, premuroso, la sua leggera ironia, il suo sentimentalismo.


12 febbraio 2020

Quella che sei


IVÁN TUBAU

NON SEI QUELLO CHE DICI

«Quella che sei mi distrae da quello che dici»
                                               Pedro Salinas

L’ho scoperto anni fa, a Ibiza: non sei
quella che parla con me come una professoressa,
quella che dice parole come stratigrafia,
sovradimensionare e finalità ludiche,

ma quella che percorre i miei caldi recessi
con una mano sapiente e amorevole sempre bagnata,
quella che impregna la mia lingua con i suoi succhi segreti,
quella che geme con dolcezza, quella che grida molto forte
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(da Il mento di Orce, 1997)

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Siamo tutti così, come la donna amata dal poeta spagnolo Iván Tubau: abbiamo una parte pubblica e una, per così dire, privata, o ancora meglio, intima; abbiamo un volto che indossiamo quando ci poniamo in relazione con il mondo, con il nostro lavoro, con la vita quotidiana, e ne abbiamo un altro che si esprime nella più completa intimità.

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FOTOGRAFIA DA PINTEREST

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LA FRASE DEL GIORNO
Quanto è terribile la vita / di un uomo la cui pelle / nessuno tocca mai.
IVÁN TUBAU, Verranno i mesi con la erre




Iván Tubau Comamala (Barcellona, 17 agosto 1937 – 13 novembre 2016), poeta, giornalista e presentatore televisivo spagnolo. Insegnò giornalismo all’Università Autonoma di Barcellona e scrisse per El Mundo.


11 febbraio 2020

L’urgenza dell’infinito


PENELOPE ROSEMONT

LA PRATERIA, O AMORE A PRIMA VISTA

L’aria
s’increspa come seta
o salamandra
intorno alle mie labbra dischiuse

Tra le mie dita
scivolano
flessibili gli alberi da frutta
del vento

Dentro le ginocchia
l’urgenza
dell’infinito

La luce
trova il suo doppio


(da Antologia dei poeti surrealisti americani, 2002 – Traduzione di Francesca Spinelli)

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Il corpo e la prateria, nulla più. Ma basta questo alla poetessa statunitense Penelope Rosemont per imbastire una poesia in cui l’affascinante bellezza del paesaggio si interseca con le emozioni del corpo grazie a immagini tipicamente surrealiste.

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Molte meravigliose idee si possono trovare nel passato, ma la nostra enfasi deve puntare sulla critica e sulla trasformazione del presente.
PENELOPE ROSEMONT, Intervista a Free Associations Radio




Penelope Rosemont (Chicago, 1942), poetessa, scrittrice, pittrice e saggista statunitense. Autrice di collage di ispirazione surrealista, ha pubblicato due raccolte poetiche: Athanor nel 1975 e Attenzione al ghiaccio nel 1995.


10 febbraio 2020

Questa conversazione


ARUNDHATHI SUBRAMANIAM

LA FINE DEL MONDO

La fine del mondo
è la scala mobile che va indietro

l'uccello che si abbandona
nella foglia

la tartaruga che si congela
sulla roccia

i sorsi sincopati
delle ragazze della televisione indiana
che si dissolvono
in uno stagno rosa di Revlon.

La fine del mondo
siamo io e te, amore,
che chiudiamo questa conversazione


(da Amore senza una storia, 2019)

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La fine del mondo? Semplicemente la chiusura di una conversazione tra due innamorati, il tempo che non passano insieme, così come le metafore scelte dalla poetessa indiana Arundhathi Subramaniam. Nulla di nuovo, comunque, se già Victor Hugo nell’Uomo che ride scriveva che “Nel destino di ogni uomo può esserci una fine del mondo fatta solo per lui. Si chiama disperazione. L'anima è piena di stelle cadenti” e se nel 1963 Skeeter Davis cantava “Why do the birds go on singing? / Why do the stars glow above? / Don't they know it's the end of the world? / It ended when I lost your love”.

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ANDY LLOYD, "APPESI AL TELEFONO"

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LA FRASE DEL GIORNO
La storia del desiderio / e dell’unione / è surriscaldata. / Davvero irrilevante.
ARUNDHATHI SUBRAMANIAM, Amore senza una storia




SubramaniamArundhathi Subramaniam (Mumbai, 1967), poetessa, artista e scrittrice su temi di spiritualità e cultura. Ha lavorato negli anni come editrice e curatrice di poesia e giornalista culturale. Vive tra Mumbai e il centro Yoga di Coimbatore. Tra le sue opere Dove vivo (2009), Quando Dio è un viaggiatore (2014), e Amore senza una storia (2019).


9 febbraio 2020

Usali come piume


GIORGIO MANGANELLI

SCRIVI, SCRIVI

Scrivi, scrivi;
se soffri, adopera il tuo dolore:
prendilo in mano, toccalo,
maneggialo come un mattone,
un martello, un chiodo,
una corda, una lama;
un utensile, insomma.
Se sei pazzo, come certamente sei,
usa la tua pazzia: i fantasmi
che affollano la tua strada
usali come piume per farne materassi;
o come lenzuoli pregiati
per notti d’amore;
o come bandiere di sterminati
reggimenti di bersaglieri.

(da Poesie, Crocetti, 2006)

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Il poeta è un fingitore. / Finge così completamente / che arriva a fingere che è dolore / il dolore che davvero sente”: è affine a Fernando Pessoa il poeta milanese Giorgio Manganelli – non a caso secondo lui compito della letteratura è trasformare la realtà in menzogna, in scandalo e in mistificazione. Ma è anche consapevole che fare poesia è liberarsi, è analizzarsi, è appunto “adoperare il dolore”.

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DIPINTO DI MIHAI CRISTE

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LA FRASE DEL GIORNO
Perché io scrivo? Confesso di non saperlo, di non averne la minima idea e anche che la domanda è insieme buffa e sconvolgente. Come domanda buffa, avrà certamente delle risposte buffe: ad esempio, che scrivo perché non so fare altro; o perché sono troppo disonesto per mettermi a lavorare.
GIORGIO MANGANELLI, Il rumore sottile della prosa




Giorgio Manganelli (Milano, 15 novembre 1922 – Roma, 28 maggio 1990), poeta, scrittore, traduttore, giornalista, critico letterario italiano, tra i teorici più coerenti della neoavanguardia. Nelle sue opere parodia e sarcasmo si intersecano in forme letterarie raffinate.


8 febbraio 2020

La sua ragione d’essere


ALFONSO GATTO

LA PANCHINA DI VAN GOGH

Capiterà l’errante col suo forte
spessore di capelli, il viso stretto
per gli occhi vuoti, le due mani attorte.
Le scatole veementi del colore
gli frusteranno l’albero del petto,
pugno di scaglie al prendere del fuoco
che lo divampa.
                              L’allegria del gioco
irrompe ad accerchiarlo perché sale
tutto il dolore al vertice del male,
ai grandi spazi della mente, al sole
delle prime parole.
Ora ascolta ammansito dal fragore,
albero e vento: come una foresta,
la sua fatica, e questa calma nuova
che lo sorprende a mettere la testa
sul braccio, sul profilo dell’amore.
Così dipingerà prova su prova
la sua ragione d’essere nel fiore,
nel seme, nella terra, nella morte.


(da Rime di viaggio per la terra dipinta, 1969)

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Il poeta salernitano Alfonso Gatto era anche pittore, tanto che Rime di viaggio per la terra dipinta è una raccolta di poesie sulle sue stesse opere pittoriche, di stile chiarista. Tra queste risalta una panchina con un grande albero alle spalle, omaggio a Vincent Van Gogh, colto a ritrarre una delle panchine del giardino nell’ospedale di Saint-Remy de Provence, dove si esiliò volontariamente tra il 1889 e il 1890. Nel dipinto del fiammingo quel fuoco che lo brucia dentro passa naturalmente anche nelle pennellate, diventa un mare di lava che inghiotte gli alberi e la panchina.

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VINCENT VAN GOGH, “PANCHINA DI PIETRA NELL’OSPEDALE DI SAINT-REMY”

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LA FRASE DEL GIORNO
La meraviglia - gridala - è del cielo / aperto a dirsi cielo dentro il cielo.
ALFONSO GATTO, Rime di viaggio per la terra dipinta





Alfonso Gatto (Salerno, 17 luglio 1909 – Orbetello, 8 marzo 1976), poeta e scrittore italiano. Ermetico, ma di confine, giornalista e pittore, insegnante di Letteratura all'Accademia di Belle Arti, collaboratore di “Campo di Marte”, la sua poesia è caratterizzata da un senso di morte che si intreccia al vivere.

7 febbraio 2020

Quello che non dico


RAFAEL CADENAS

QUELLO CHE NON DICO MI INSEGUE

Quello che non dico mi insegue
si installa nel giorno,
lo corrode.
L’acido che doveva diventare inchiostro
mi si diffonde dentro
dove stancano i silenzi.


(da Intorno a Basho e altre questioni, 2016)

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Il poeta deve dire, deve esprimere l’emozione che prova, deve trasformare in inchiostro quel sentimento: non è un caso che molte volte in queste pagine appaia la parola profeta accostata a poeta, è come se la poesia fosse un assunto che viene manifestato da una divinità. Così il poeta venezuelano Rafael Cadenas si macera nel non detto, tenta di buttarlo fuori da sé.

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DIPINTO DI MIHAI CRISTE

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LA FRASE DEL GIORNO
La cosa più importante è quella che non può essere trovata.
RAFAEL CADENAS, Annotazioni




Rafael Cadenas (Barquisimeto, 8 aprile 1930), poeta, saggista e docente universitario venezuelano. Fece parte del gruppo «Tavola Rotonda. Dotato di una raffinata sensibilità poetica, ha creato un’opera vincolata al pensiero filosofico.

6 febbraio 2020

Il peso del dio


FRANCO FORTINI

LA VETTA DELL’ALBERO

Stasera ci vedremo. Ci diremo
parole che potrebbero portarci
per sempre lontani da noi. Ma anche è possibile
che dopo il sonno e dopo molti sonni
si venga a una notte chiarissima, a un’altra
giornata da intraprendere.
                                           E ora mi chiedo
dov’è la forza che prego per noi.
Se tra i miei occhi alla radice della fronte
o sotto lo sterno dove il sussulto si ostina
o nella vetta dell’albero che spia la pioggia
o in te che patisci sulle piccole spalle
il peso del dio senza conoscerlo.


4 giugno 1981


(da Paesaggio con serpente, Einaudi, 1984)

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La vita è indirettamente protagonista di questi versi del poeta fiorentino Franco Fortini: quella vita che è pensiero e forza intellettuale, che è attività poetica, che è tessuto di rapporti umani ma anche il vivere fisico, i respiri, i battiti del cuore, quel resistere che oggi va sotto il nome di “resilienza” e che è così simile a quella vetta d’albero che si piega nella pioggia.

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FOTOGRAFIA © LUM3N/PIXABAY

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LA FRASE DEL GIORNO
Perché alla fine che cos’è / tutto il genere umano a paragone / della natura e della universalità delle cose?.
FRANCO FORTINI, Paesaggio con serpente




Franco Fortini, nato Franco Lattes (Firenze, 10 settembre 1917 – Milano, 28 novembre 1994), poeta, critico letterario, saggista e intellettuale italiano. La sua poesia è testimonianza anche ideologica delle lotte di classe del primo dopoguerra, voce progressista e coscienza critica del fallimento degli ideali.


5 febbraio 2020

Pesantezza di luce


NIKIFÒROS VRETTÀKOS

LE MANI VUOTE

“Io non ho da darti nulla”, hai detto. “
Nulla, sono vuote le mie mani”.
                                              Ma
il cielo sopra di me, eri tu che me lo portavi.
E la città era bella quella sera.
E tutto aveva un’aria tenera e serena. E la pioggia
come luce cristallina cadeva: fine, delicata,
come dolcezza che piove sui fiori. Una treccia di seta
stillava fin dentro il mio cuore.
Ma camminavamo lenti sulla strada, perché tu
portavi pesantezza di luce, come di granito. Perché tu
avevi le mani piene. A tal punto che
riuscivi appena a sollevare il peso. A stento
potevi muovere i passi.
                                   Perché avevi le mani
cariche di pietre tagliate dalla
latomia del sole.
                         Da domani
comincerò a costruire.


(da L’abisso del mondo, 1961 - Traduzione di Gilda Tentorio)

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La poesia di  Nikifòros Vrettàkos è tesa alla scoperta del mondo: attraverso l'uso dei sensi ricostruisce pezzo a pezzo l'universo. Qui interagisce camminando con una persona, forse un amico, forse lo stesso di cui scrisse "Vedo le tue mani pronte a farsi grandi / per suonarmi una canzone. Le tue mani / che hai dimenticato là dove eravamo seduti, in riva / al mare. Le tue mani che hai dimenticato / tra i fiori di campo, una mattina che eravamo seduti sull’erba". Ed è un vuoto che in realtà è un pieno, è una base su cui cominciare a edificare.

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ELABORAZIONE GRAFICA © DANIELE RIVA
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LA FRASE DEL GIORNO
Che le mie parole zampillino / acqua ed erba. Zampillino vivente / silenzio e sorriso.
NIKIFÒROS VRETTÀKOS, L’abisso del mondo




Nikifòros Vrettàkos (Krokeès, 1° gennaio 1912 – Plumitsa, 4 agosto 1991), scrittore e poeta greco. Partito per Atene alla scoperta del mondo, ne fu deluso. Prese parte in prima linea alla Seconda guerra mondiale e alla resistenza. Espulso dal Partito Comunista per il suo umanesimo di pace, visse in esilio la dittatura dei colonnelli. Tra le sue opere: Le smorfie dell’uomo, 1940, L’abisso del mondo, 1961, Itinerario, 1972, Protesta, 1974, Eliotropio pomeridiano, 1977, La filosofia dei fiori, 1988.