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venerdì 15 novembre 2013

I debiti, le tasse, l’ansia

 

NANOS VALAORITIS

COSA ABBIAMO PERDUTO COSA ABBIAMO GUADAGNATO

Abbiamo perduto tutto - le fabbriche le case
le automobili - gli stipendi - la nostra indipendenza
gli impieghi nell’amministrazione pubblica -
la dignità - la pensione -
le vacanze - le indennità - il lavoro -
le gratifiche di Pasqua e di Natale
la speranza nel futuro nostro
e dei nostri figli - la reputazione
la credibilità - le azioni societarie -
il nostro Paese - le obbligazioni e gli euro
ci sono rimasti i debiti - le tasse - l’ansia -
l’umiliazione - gli annunci di ricerca
dei posti di lavoro - la disperazione -
e gli anniversari - i compleanni
le feste di Pasqua e di Natale
gli onomastici - i matrimoni
i battesimi - i funerali - il cinema - le soap-opera
le commemorazioni dei defunti - i divorzi
il totocalcio - la lotteria. I prestiti - l’amarezza -
l’affitto - le bollette della luce con in più -
le imposte sugli immobili - le bollette
del telefono e dell’acqua, le spese condominiali
le tasse scolastiche per i figli
e i libri che per loro non ci sono -
e la nostra Malinconia per le
cose mondane - la tristezza - il calcio!
le barzellette - le frecciatine - i litigi
le zuffe - le commedie
le tragedie - le isole - i monti
il cielo - il mare
non seminato
sul lido del mare infecondo
di Omero

11 novembre 2011

(da Carnevale amaro, 2013 - Traduzione di Nicola Crocetti)

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“Ogni poesia dovrebbe intitolarsi Attimo” chiosava Wislawa Szymborska. A maggior ragione vale per questa, che ho trovato sul numero 287 di Poesia: è un istant book della crisi economica che attanaglia il mondo e che ha colpito in particolar modo certi paesi, come la Grecia, sull’orlo del tracollo nel 2011: Nanos Valaoritis, novantaduenne poeta greco, osserva dal di dentro il disgregarsi del suo paese sotto i colpi di mannaia dei vari governi succedutisi, agli stipendi, all’economia, alla pubblica amministrazione ellenica. Il suo elenco è un registro del dare e dell’avere e rappresenta una situazione desolante: “Scrivo come dopo l’esplosione di un vulcano. Le mie poesie sono come i residui della lava nei campi, e di muovono tra le città devastate - Santorini, Pompei - in rapporto alla catastrofe odierna”.

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greece-euro

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LA FRASE DEL GIORNO
I poeti hanno detto: basta / con gli encomi agli opliti - / lanciamo anche noi poeti / un eroico assalto.
NANOS VALAORITIS, Carnevale amaro




Ioannis Valaoritis detto Nanos (Losanna, 5 luglio 1921), poeta e scrittore greco. Cresciuto in una famiglia cosmopolita con radici nella Guerra d'indipendenza greca ma costretto due volte all'esilio dagli eventi, Valaoritis ha vissuto in Grecia, Regno Unito, Francia e Stati Uniti. È stato definito come il poeta più importante della diaspora ellenica dai tempi di Kavafis.


domenica 25 novembre 2012

Come una vena tagliata


MARAM AL-MASRI

LE DONNE COME ME

Le donne come me
non sanno parlare;
la parola rimane loro di traverso in gola
come una lisca
che preferiscono inghiottire.
Le donne come me
sanno soltanto piangere
a lacrime restie
che improvvisamente
rompono e sgorgano
come una vena tagliata.
Le donne come me
sopportano gli schiaffi,
senza osare renderli.
Tremano di rabbia
e la reprimono.
Come leoni in gabbia,
le donne come me
sognano
di libertà…

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Una poesia che non ha bisogno di commento, oggi. Il commento è nelle cronache che sempre più spesso riempiono i quotidiani e i telegiornali e che purtroppo talvolta restano nascoste nelle case, non denunciate, non riferite. Questi versi della poetessa siriana Maram al-Masri sono qui oggi, giornata internazionale dedicata all’eliminazione della violenza sulle donne, per far riflettere soprattutto noi maschi, in particolare quelli che credono di essere al centro dell’universo e non si rassegnano ai no, alla fine di un amore. Un’ultima cosa: ho detto che oggi è la giornata “dedicata”, naturalmente dovrebbe esserlo ogni giorno che Dio manda in terra, come per ogni altra ricorrenza speciale, l’8 marzo, la festa della mamma, la giornata della memoria, quella del ricordo eccetera…

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LA FRASE DEL GIORNO
L'amore è figlio della libertà, mai del dominio.
ERICH FROMM, L'arte di amare




Maram al-Masri (Latakia, 2 agosto 1962), scrittrice siriana emigrata in Francia. La sua poesia è "una scrittura diretta e disadorna, con la sua enfasi sul quotidiano", dove "l'utilizzo di metafore semplici, contrasta nettamente con le convenzioni della tradizionale poesia d'amore araba".



mercoledì 23 maggio 2012

Per Giovanni Falcone

 

ALDA MERINI

PER GIOVANNI FALCONE

La mafia sbanda,
la mafia scolora
la mafia scommette,
la mafia giura
che l'esistenza non esiste,
che la cultura non c'è,
che l'uomo non è amico dell'uomo.

La mafia è il cavallo nero
dell'apocalisse che porta in sella
un relitto mortale,
la mafia accusa i suoi morti.

La mafia li commemora
con ciclopici funerali:
così è stato per te, Giovanni,
trasportato a braccia da quelli
che ti avevano ucciso
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(da Ipotenusa d'amore, La Vita Felice, 1994)

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Sembravano lontani quegli Anni ‘90 delle stragi mafiose, degli assassini di Falcone e  Borsellino, dell’attentato all’Accademia dei Georgofili. Invece sabato scorso il vile attacco alla scuola di Brindisi dedicata a Francesca Laura Morvillo, la moglie di Falcone, ci ha riportati tutti indietro di vent’anni, come il rigurgito terroristico ci fa ripensare con orrore agli Anni ‘70. Questo post, in occasione dei vent’anni dalla strage di Capaci del 23 maggio 1992, grazie alla poesia di Alda Merini vuole essere un omaggio a Giovanni Falcone, a Francesca Laura Morvillo, a Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo, gli uomini della scorta che persero la vita quando la mafia fece esplodere 500 kg di tritolo. Voglio raccontare dello sgomento di quando appresi la notizia, un tardo pomeriggio dolcissimo di maggio, e si poteva sentire il “paese devastato dal dolore” come aveva cantato l’anno precedente Franco Battiato in Povera patria.

E a sottolineare le parole di Giovanni Falcone “la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine” voglio ricordare il coraggio della giovane vedova di Vito Schifani, Rosaria, e il suo discorso letto ai funerali: “Io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare... Ma loro non cambiano... loro non vogliono cambiare”. Non cambieranno, ma il coraggio ha sempre la meglio sulla viltà. Sempre.

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LA FRASE DEL GIORNO
Possiamo sempre fare qualcosa: massima che andrebbe scolpita sullo scranno di ogni magistrato e di ogni poliziotto.
GIOVANNI FALCONE, Cose di Cosa Nostra




Alda Giuseppina Angela Merini (Milano, 21 marzo 1931 - 1º novembre 2009),  poetessa, aforista e scrittrice italiana. Vide pubblicate le prime poesie a diciannove anni. L’amore agitato con Giorgio Manganelli riportò alla luce i disagi psichici: dal 1965 al 1972 fu internata in ospedale psichiatrico. Dimessa, visse nella sua casa sui Navigli, spesso in stato di emarginazione, circondandosi di artisti.



lunedì 15 agosto 2011

Buon Ferragosto, allora…

 

ALFONSO GATTO

L'ESTATE SUI CAMPI

Splende a distesa il giorno
rosato alla pianura,
la tremula calura
richiama a lungo intorno
dall'alto il visibilio
dei passeri nel sole.

Il grano trema e nere
si schiudono farfalle
all'afa azzurra; d'oro,
riversa a quel ristoro
di luce, nelle gialle
stoppie bisbiglia l'aria.

Così morbido e solo
scorre sul fiume il verde
silenzio che alle valli
odoroso si perde.
Restano i campi gialli,
monotona campagna
dei grilli e della sera.

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Ferragosto. C’è chi lo onora più del Natale in una sorta di rito pagano: in realtà non fa altro che celebrare la fine dell’estate, come l’ultima sera di una vacanza. Al tavolo è già seduta anche la malinconia di settembre, lo scoprire le prime foglie gialle o un mattino appena nebbioso quando capita di alzarsi un po’ prima del solito.

Ma anche il rito è stato corrotto e modificato dallo scorrere del tempo, dal cambio delle abitudini: ormai le città non sono più vuote come le cantava Mina o come appaiono in due film ambientati a Ferragosto come
Il sorpasso di Dino Risi e Un sacco bello di Carlo Verdone. Le grandi fabbriche scandiscono le ferie durante l’anno, l’esodo verso il sud, verso le proprie radici, non è più così obbligato. E poi mettiamoci anche la crisi che da qualche anno, e in particolare in questo agosto, attanaglia le famiglie e le costringe a tagliare in primis certe spese di viaggio.

Però, non affliggiamoci e, come Orazio, affidiamoci al carpe diem, gustiamoci questa giornata di festa, questo sprazzo di cielo d’estate così bello e tranquillo. Tuffiamoci tra le onde oppure passeggiamo nel silenzio dei boschi, mangiamo le cose che ci siamo portati nel cesto o che abbiamo apparecchiato con cura sul tavolo, magari in balcone o sul giardino. E ridiamo e scherziamo e giochiamo a carte e mangiamo l’anguria con chi condivide con noi questo Ferragosto. Perché è così bella l’estate, è proprio come l’ha descritta il poeta Alfonso Gatto

Buon Ferragosto, amici del Canto delle Sirene…

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CAMPI DI SICILIA / FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA



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LA FRASE DEL GIORNO
No, io t'avevo telefonato pe’ sapé come t'eri messo per Ferragosto perché c’avevo un progetto abbastanza ra... Ah, lo passi co’ tu' moje! Vabbè... vabbè... eh, sarà per n'altra volta... d'accordo... buon Ferragosto, allora…
L. BENVENUTI, P. DE BERNARDI, C. VERDONE, Un sacco bello




Alfonso Gatto (Salerno, 17 luglio 1909 – Orbetello, 8 marzo 1976), poeta e scrittore italiano. Ermetico, ma di confine, giornalista e pittore, insegnante di Letteratura all'Accademia di Belle Arti, collaboratore di “Campo di Marte”, la sua poesia è caratterizzata da un senso di morte che si intreccia al vivere.


domenica 11 aprile 2010

Ode alla moka

Lo stabilimento Bialetti di Crusinallo di Omegna, in provincia di Vercelli, chiude. Produceva le caffettiere per la moka, quelle che recano sull’alluminio lucido l’omino con i baffi, carissimo amico di chi si ricorda ancora i tempi di Carosello: era uno dei sodali di Miguel Son Mi e di Carmencita, di Calimero e di Joe Condor.

Il problema è che ora va di moda il caffè “come al bar”, che poi è un’emerita sciocchezza, perché se vuoi il caffè del bar è al bar che devi andare a berlo. Quello che puoi ottenere in casa con la macchinetta e le cialde è solo un’imitazione, alla quale manca comunque l’atmosfera del bar con quell’odore nell’aria di centinaia di caffè e di altre bevande, con il rumore della macchina dell’espresso e delle pagine dei giornali sfogliate, con il chiacchiericcio di sottofondo e il clangore dei cucchiaini nelle tazzine.

Ma non è questo il problema: il “caffè come al bar” continua per la sua strada con George Clooney e Paolo Bonolis come testimonial. Il problema è la moka (sì, anche gli operai della Bialetti che perdono il loro posto di lavoro, ma questo lo davo per scontato). La moka è poesia e i miei amici napoletani lo possono capire più di tutti. È il rito della preparazione: l’acqua fino al limite della valvola, poi il serbatoio dove si pone la preziosa miscela macinata – e lì le varie scuole di pensiero: si pressa, non si pressa, ci si fanno dei buchini con uno stuzzicadenti. Quando la si pone sul gas comincia la poesia dell’attesa, finché non si sente il caffè gorgogliare e, mentre la moka si riempie, l’aroma si spande per la cucina, avvolge le narici con il suo profumo dorato, il colore della schiuma che si viene formando sulla superficie.

Ah, il caffè è pronto… E allora versiamolo nelle tazzine, sì, quelle di porcellana della festa, quelle con il bordino dorato, questa in fondo è un’ode alla moka. Avete messo lo zucchero direttamente nella caffettiera? Ho visto in un film di Mario Martone, “L’amore molesto”, che alcuni fanno così. No? Allora, se volete mettetecene quanto vi pare. Bevetelo anche amaro, se vi piace così, se siete dei puristi. Per me un cucchiaino basta…

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LA FRASE DEL GIORNO
Nero. Più nero. Troppo nero. / Moka.
LUCIANO FOLGORE, Ponti sull’Oceano

martedì 6 aprile 2010

L’Aquila, un anno dopo


Un anno. Trecentosessantacinque giorni che hanno contenuto immenso dolore, solidarietà, eroici gesti, i funerali strazianti alla caserma di Coppito, il G8, i grandi del mondo a spasso tra le macerie con il caschetto in testa, le  fotografie con i potenti, la ricostruzione, le polemiche, chi ha avuto, chi vuole di più, chi non ha avuto, una canzone così così incisa da alcuni dei migliori cantanti italiani.

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Un anno con Bertolaso e Berlusconi, con i volontari della Protezione Civile, con la Croce Rossa, con la gente prima ospitata nelle tendopoli e negli alberghi della costa (dove, per la verità molti risiedono ancora) e poi nelle casette antisismiche costruite a tempo di record e arredate e fornite di bottiglia di spumante per brindare davanti alle telecamere, con Stefania Pezzopane, presidente – ora ex -della provincia ridente negli scatti con Obama, George Clooney, Bill Murray…

Un anno dal terremoto dell’Aquila che ci ha colpito enormemente. È tanto un anno? È poco? Cosa si può fare in un anno? Il centro della città è ancora come allora, ci vorrà tempo per spostare quattro milioni di tonnellate di macerie, rimettere in sicurezza, ricostruire. Ci vorrà tempo per ripristinare un gioiello calpestato da un rullo compressore. Si può capire l’impazienza degli abitanti, si deve comprendere l’attaccamento alla città. Ci sono i vincoli paesaggistici e artistici, c’è da recuperare l’amianto. Le autorità che si rimpallano la responsabilità di intervenire – alla fine sembra che spetti agli enti locali – dovrebbero almeno gettare il seme della speranza: basta poco per riaccendere la fiamma, via qualche maceria, su qualche cantiere. Con equilibrio e senza strumentalizzazioni, come spiega il prefetto Gabrielli: «Come al solito l’Italia si divide in due curve di ultras, c’è chi dice che è stato fatto tutto e chi dice che non è stato fatto niente. Io rivendico il diritto a una via di mezzo e dico: molto è stato fatto, moltissimo resta da fare». Avanti, allora: facciamo: lo dobbiamo alla gente dell’Aquila, lo dobbiamo al loro futuro, a quel “Domani” frettolosamente cantato all’indomani del terremoto…

 


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LA FRASE DEL GIORNO
Dove è il dolore, là il suolo è sacro.
OSCAR WILDE, De Profundis

sabato 6 marzo 2010

Il Giappone di Enakapata

“Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti. Storie di città invisibili. Di luoghi ritrovati. Di luoghi da ritrovare. Forse da cercare…”

“Per genio e per caso”: questa è la linea guida di “Enakapata – Storie di strada e di scienza da Secondigliano a Tokyo”, agile reportage che si situa tra il memoriale di viaggio, la ricerca sociologica e il diario di bordo di due vite. Gli autori sono Il sociologo Vincenzo Moretti, che dirige la sezione Società, Culture e Innovazione alla Fondazione Giuseppe Di Vittorio e insegna Sociologia dell’Organizzazione all’Università di Salerno, e suo figlio Luca, che lavora alla Feltrinelli Express di Napoli, suona il basso nel gruppo napoletano dei Motor Sound e ha compiuto studi di fisica e di culture orientali.


Gli autori (al centro) durante una presentazione © Enakapata


“Per genio e per caso”, si è detto: in una lettera a Voltaire il sovrano di Prussia Federico il Grande scrisse che al caso sono dovuti tre quarti buoni del nostro universo. Non so se è così tanto, ma è certo che nella vita umana e nelle sue scoperte esso gioca un ruolo determinante. Non ci credete? Provate a pensare come avete conosciuto l'amore della vostra vita e iniziate a giocare a ritroso con i se. Ecco, ora vi siete convinti. Il caso, dunque, quella che in termini scientifici è la “serendipity”. Così Moretti nel libro: “Il punto di partenza è dato dal concetto di «serendipity», sconosciuto ai più, buffo anzichenò, con un certo non so che di magico, una sorta di supercalifragilistichespiralidoso della ricerca sociologica che dobbiamo al genio di Robert K. Merton. Quello di arrivo, dalla possibilità che l’interazione di menti preparate in ambienti sociocognitivi «serendipitosi» moltiplichi ed acceleri le opportunità per tutti quei soggetti – città, università, imprese – che intendono puntare sull’innovazione, scrutare i segni del tempo, ridefinire il proprio ruolo nella società, conquistare nuovi spazi di mercato”.

Si cerca qualcosa e se ne trova un’altra: il Teflon, per esempio, è stato scoperto così. Anche il Prozac, la penicillina e la dinamite. A Vincenzo Moretti, che nel 2008 scrive sull’edizione online della “Stampa”, capita di intervistare lo scienziato triestino Piero Carninci, che coordina il Fantom International Consortium. Da cosa nasce cosa e in breve i due Moretti si trovano a intraprendere questa avventura, “scoprendo” una realtà molto diversa da quella italiana: il Giappone ipertecnologico e produttivo dove la ricerca si sviluppa, anche grazie all'unione del genio e del caso, in modo lineare e produttivo, dove il merito e il talento vanno di pari passo e le menti si affinano nel confronto e nella collaborazione – in particolare qui si tratta di studi sull’RNA e sul genoma al Riken di Tokyo, istituto diretto dal Premio Nobel Riojy Noyori.


Il Premio Nobel Riojy Noyori e Vincenzo Moretti © Enakapata

“Enakapata” ospita anche lui, insieme ad altri validissimi ricercatori europei ma anche alle “ragazze” che gestiscono un caffè, ancora di salvezza per due italiani all’estero. Anche per questo il viaggio all’interno dell’universo del Riken è affascinante nonostante l’aridità scientifica del tema trattato: padre e figlio riescono a dipingere l’insieme con pennellate che attingono al gusto del ricordo e della nostalgia, unendo alla fierezza e alla voglia di conoscere l’umanità degli incontri e le uscite alla scoperta della città. Ci sono i treni superveloci a monorotaia, i templi, l’isola di Odaiba, i centri commerciali di Roppongi, i ciliegi in fiore. Ma anche i parenti e gli amici rimasti in Italia, contattati via Skype, personaggi come don Peppe detto «Testolina» e zio Peppino. Alla fine sogni una ricerca scientifica come quella nipponica anche in Italia e ti viene voglia di visitare il Giappone e di fare una capatina a Secondigliano…


VINCENZO E LUCA MORETTI
ENAKAPATA – STORIE DI STRADA E DI SCIENZA DA SECONDIGLIANO A TOKYO
EDIESSE
Euro 10,00

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“Enakapata” è anche un blog dove Vincenzo Moretti racconta con arte affabulatoria tutta partenopea quello che gli passa per la testa: i rapporti che legano la gente, processi sociali, nuove tecnologie (eh be’, è sociologo…), ricordi, gente di Secondigliano. E da poco ha inaugurato uno spazio dove giocare intelligentemente, la sezione “Pazzianno pazzianno”: ci si può dilettare con i tautogrammi, gli acrostici e la scrittura creativa partendo proprio dalle pagine di “Enakapata”.

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Shinjuku © Enakapata

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LA FRASE DEL GIORNO
Visitare terre lontane e conversare con genti diverse rende saggi gli uomini.
MIGUEL DE CERVANTES, Novelle esemplari

mercoledì 16 settembre 2009

Malati di Internet

È indubbio che la tecnologia si sta ritagliando sempre più spazio nelle nostre vite sottraendo tempo alle attività di svago. Twitter, Facebook, i blog, i giochi online, gli SMS rischiano di renderci dipendenti da computer e telefonini. Ci sono alcuni internauti che sono oramai incapaci di “staccare”, di rimanere privi anche solo per pochi giorni e per poche ore dello strumento. Il sito americano ReSTART, che ha un programma per il recupero da questo tipo di dipendenza, ha stilato alcuni test per farci comprendere se siamo in grado di usare responsabilmente la rete e i computer.

Questo è il test per scoprire se si è “malati di Internet”:

• Navigare nel tuo sito preferito ti fa sentire meglio?
• Trascorri sempre più tempo online?
• Stai diventando sempre più irritabile?
• Stai perdendo interesse per qualsiasi attività che non sia il web?
• Trascuri gli amici e la famiglia per stare al computer?
• Ti senti inquieto quando non puoi usare Internet?
• Hai imparato a mentire su quante volte clicchi per vedere i tuoi video preferiti?
• L’uso del computer interferisce con il lavoro e il rendimento scolastico?
• Ti senti in colpa quando sei online?
• Dormi sempre meno per poterti connettere?
• Hai avuto bruschi cambiamenti di peso, soffri di mal di schiena, emicranie, o hai dolori alla mano e al braccio?
• Pensi a come connetterti anche quando stai facendo altro?

Chi ha risposto sì a tre o quattro di questi sintomi è a rischio dipendenza, chi ha risposto sì a cinque o più è già dipendente.

Come per tutte le cose, è l’abuso a causare danni. Troppo sale sui cibi aumenta la pressione arteriosa, troppi grassi il colesterolo, troppo vino porta alla dipendenza da alcol. Sarebbe saggio spegnere il computer ogni tanto e andare a farsi una passeggiata o leggere un buon libro. Adesso, ad esempio, mi formicola la mano destra… Arrivederci… 



Immagine © Free PNG img

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Vent’anni fa nessuno avrebbe potuto immaginare gli effetti che Internet avrebbe avuto: intere relazioni che fioriscono, amicizie che prosperano… C’è una nuova immensa intimità e poesia casuale, per non nominare la pornografia più strana. L’intera esperienza umana sembra svelare se stessa come la superficie di un nuovo pianeta.
J. G. BALLARD, Intervista a “The Guardian”, 22 giugno 2004

domenica 16 agosto 2009

L’esistenza delle Sirene

Questo blog si chiama “Il canto delle Sirene” in onore all’Odissea, a quell’episodio celebre nel quale Odisseo, legato all’albero maestro ascolta il canto melodioso delle Sirene, mentre i suoi compagni, con la cera nelle orecchie per non essere ammaliati e condannati a sfasciare la nave sugli scogli, danno con forza ai remi e superano l’ostacolo. Delle Sirene ho già parlato in questo post.

È chiaro che non potevo passare sotto silenzio questa notizia, giunta qualche giorno fa da Gerusalemme: il piccolo comune di Kiryat Yam, che si trova nei pressi di Haifa, ha promosso un’iniziativa sorprendente, ha offerto un premio di un milione di dollari, pari a più di 700.000 euro, a chi sarà in grado di provare l’esistenza delle Sirene! Questo in seguito a numerosi avvistamenti da parte di privati cittadini della mitologica creatura mezzo pesce e mezza donna – ma in realtà abbiamo visto nel post citato che le Sirene erano metà donne e metà uccelli rapaci.

«Molte persone ci dicono che sono certe di aver visto una sirena e si tratta di persone che non hanno alcun rapporto tra loro» ha dichiarato il portavoce del consiglio comunale di Kiryat Yam, Natti Zilberman, aggiungendo:  «La gente  dice di aver visto una figura femminile, metà giovane donna e metà pesce che salta come un delfino e compie diverse acrobazie prima di scomparire». Kiryat Yam è una località sulla costa: incentivare il turismo è un fine, il mezzo è l’espediente pubblicitario. O davvero le Sirene (che non esistono) sguazzano come tonni nel mare davanti a Israele?


Immagine da Pinterest


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LA FRASE DEL GIORNO
Ho fatto naufragio per amore di una sirena. Ho visitato i mari più lontani e sconfinati, e nessuno era grande come il nostro prato.
STEFANO BENNI, Margherita dolcevita

lunedì 20 luglio 2009

Don Gnocchi ricordato da un amico



Il 25 ottobre prossimo a Milano don Carlo Gnocchi sarà proclamato beato. Sul portale della diocesi ambrosiana c’è una bella intervista a Don Giovanni Barbareschi, il giovane sacerdote conosciuto da don Gnocchi alla stazione di Udine nel 1943, al ritorno dalla Russia, e divenuto suo amico e confidente.

Don Barbareschi, medaglia d’argento della Guerra di Liberazione, rimase a fianco del “papà dei mutilatini” durante la fulminante malattia che lo colpì alla fine del 1955 e che lo portò alla morte nel febbraio del 1956. Convocato alla clinica Columbus, il giovane prete si sentì dire da don Gnocchi: «Voglio prepararmi a vivere la mia morte ri­cordando e rivivendo la mia vita». E obbedì, portandogli nastri di musica classica, libri di poesia e di teologia, da David Turoldo a Teilhard de Chardin, conversando con lui per ore, parlando di fede e ricordando figure amate, come la madre di don Gnocchi.

Così racconta Don Giovanni Barbareschi: Sono stato con don Carlo giorno e notte nel corso dell’ultimo mese, fino alla sua morte: per me è stata l’esperienza più forte e più significativa della mia umana vicenda. Quando la gravità del male fece capire che ormai i giorni erano pochi, don Carlo volle celebrare quella che sarebbe stata la sua ultima Messa. Lui a letto con addosso la vestaglia blu che metteva solo e unicamente nei momenti più importanti, io all’altarino da campo, sul quale c’erano come calice la sua teca e una piccola reliquia di Santa Teresa del Bambino Gesù - oggetti a lui molto cari, perché li aveva sempre tenuti con sé quando era cappellano militare in Grecia e in Russia - e il crocefisso che la mamma gli aveva regalato per la sua prima Messa. «Adesso domandiamo perdono a Dio con le nostre parole», e ciascuno disse le sue parole. Iniziammo con la parola dell’uomo. Leggemmo un passo di Teilhard de Chardin. Gesuita, teologo, scienziato, aveva espresso un desiderio: «Sarei felice di poter morire il giorno di Pasqua». Fu proprio così: morì la domenica di Pasqua, 15 marzo 1955. E don Carlo mi disse: «Io a Pasqua non ci arrivo». Era la fine di febbraio. Poi volle che leggessi il capitolo 13 della lettera ai Corinti, l’Inno alla carità, e il Vangelo di Giovanni 15,13: «Nessuno ha un amore più grande di colui che dà la vita per le persone che ama». Prima della consacrazione, secondo il vecchio canone, il memento dei vivi. Ciascuno ricordò una persona e lui i suoi mutilatini, «la mia baracca». Usava proprio queste parole. Poi il memento dei morti: la mamma e il papà («non l’ho conosciuto bene, lo conoscerò in Paradiso»). I commenti li faceva durante la celebrazione. «E poi - disse a me -, e poi il tuo papà». E i preti che avevamo conosciuto, ricordava ciascuno. Terminata la consacrazione, volle che io portassi la cassetta con inciso un coro di monaci che cantava: adoro Te devote latens Deitas. Chiese che venissero ripetute le parole in cruce latebat sola Deitas. Finita la Messa, dopo dieci minuti di silenzio contemplativo, mi disse: «Manca ancora qualcosa». Allora gli feci ascoltare Stelutis alpinis, la canzone dei morti, dei suoi alpini morti. Così fu l’ultima Messa di don Carlo.

LINK: L’INTERVISTA A DON GIOVANNI BARBARESCHI


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LA FRASE DEL GIORNO
Ogni disordine morale è un atto di guerra. La vita invece deve rinascere e con essa la dolcezza dell’amicizia. In un mondo come il nostro, inaridito, agitato, maniaco, è necessario mettere olio d’amore sugli ingranaggi dei rapporti sociali e formare nuclei di pensiero e di resistenza morale, per non essere travolti
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DON CARLO GNOCCHI, Restaurazione della persona umana

venerdì 26 giugno 2009

Innamoramento e amore

Innamoramento e amore: che bel tema hanno scelto quest’anno gli esperti del ministero dell’Istruzione per la maturità. Un argomento su cui tutti noi abbiamo da dire, di cui tutti noi abbiamo esperienza, “Perché, ditemi, chi non si è mai innamorato di quella del primo banco?” come cantava Antonello Venditti, iniziando con una citazione “bassa” che va a controbilanciare le poesie di Catullo, Dante, Leopardi, Gozzano e Cardarelli indicate come tracce da seguire nel testo ministeriale.



Antonio Canova, “Amore e Psiche”

Certo, le nostre esperienze hanno modi e toni diversi da quelli dei grandi poeti citati: i nostri sentimenti forse non viaggiano con i versi sublimi, si accontentano di SMS, di bigliettini, di messaggi su Facebook, magari qualche nostalgico arriva a lanciarsi in una lettera, qualche altro si esprime con una scritta a vernice spray su un muro; ma sono le stesse emozioni che provarono i grandi. Loro avevano Lesbia, Beatrice, Silvia, Felicita, a noi sono date Paola, Marta, Francesca, Massimo, Matteo, Daniele, ma l’amore che provarono loro è quello che proviamo noi: quel senso di inebetimento che prende, l’annebbiamento simile a febbre che ottenebra i sensi e poi li esalta, quell’euforia che fa camminare sollevati dal suolo, l’amore insomma, lo sapete bene cos’è! Il motore che fa girare il mondo, che ci libera da noi stessi e ci eleva in un’altra dimensione, la follia che fa sragionare i saggi…

E l’innamoramento non è che l’apprendistato dell’amore, il rendersi conto che siamo innamorati di un’altra persona, comprendere che ci è impossibile vivere senza di lei: è un processo che può durare molto tempo e instaurarsi giorno dopo giorno o che scoppia improvviso come un temporale d’estate, il famoso “colpo di fulmine”.

Il testo di Francesco Alberoni citato nel documento a corredo del tema non mi trova completamente d’accordo: “Noi desideriamo, vogliamo assolutamente qualcosa per noi. Tutto ciò che facciamo per la persona amata non è far qualcosa d’altro e per qualcun altro, è farlo per noi, per essere felici”. L’amore può talora essere la più egoistica delle passioni, ma sicuramente è la più altruista, anche cristianamente parlando, visto che è alla base del precetto evangelico: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Detto così invece sembra un volgarissimo do ut des, uno scambio commerciale…

Molto meglio crucciarsi con Catullo, inebriarsi con Dante, illudersi con Gozzano, filosofare con Leopardi e soffrire con Cardarelli. Molto meglio immaginare ed emozionarsi con il dipinto di Magritte e  con la scultura di Canova raffigurante “Amore e Psiche”…


René Magritte, “Les amants”

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LA FRASE DEL GIORNO
Amor, ch’a nullo amato amar perdona
mi prese del costui piacer sì forte, 
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
DANTE ALIGHIERI, Inferno, V, 103-105

mercoledì 17 giugno 2009

Grisham e Amanda

Il lungo processo in corso a Perugia che intende fare luce sull’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, ha una vasta eco mediatica in Gran Bretagna ma soprattutto negli Stati Uniti, patria di Amanda Knox, imputata con l’italiano Raffaele Sollecito e l’ivoriano Rudy Guedé. Oltreoceano si appassionano al processo e con uno sciovinismo tipicamente americano l’opinione pubblica si è schierata per l’innocenza di Amanda: giornali e televisioni cavalcano lo scoop, ma certamente in pochi saranno in grado di comprendere i meccanismi complicati della giustizia italiana e le sue lungaggini burocratiche.

Il re del legal thriller, John Grisham, autore di raffinati best seller incentrati non solo sui ricchi e potenti studi legali ma anche su avvocati di strada e alle prime armi, è in Italia per presentare “Il ricatto”, sua ultima fatica editoriale. Intervistato da Maria Corbi per “La Stampa”, confessa di seguire con interesse il processo per l’assassinio di Meredith e di essere intenzionato a scrivere un libro sulla vicenda: “Negli Stati Uniti la seguiamo molto, ha attirato la mia attenzione, vorrei capirne di più. E se scriverò il libro verrò spesso in Italia, a Perugia, per raccogliere materiale”. Grisham si dice “tendenzialmente innocentista” nei confronti di Amanda, ma ammette che vi siano molte prove a carico della studentessa di Seattle e che “appaia una ragazzina stupida”.

Lo scrittore americano, che prima di dedicarsi alla letteratura era avvocato, si stupisce della lunghezza del processo. Questo, anziché deprimerlo, lo intriga: “Anche per questo mi piacerebbe ambientare un libro da voi per paragonare i due sistemi”. Grisham, del resto, ama molto l’Italia, avendo già ambientato a Bologna “Il broker” e a Parma “Il professionista”, due romanzi che esulano però dal genere legale. Se scriverà davvero la storia del processo di Perugia, c’è da contare che sarà un nuovo successo.

 


John Grisham 

 

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LA FRASE DEL GIORNO
Il dovere dei giudici è di applicare la giustizia; il loro mestiere è di ritardarla, ciascuno conoscendo il proprio dovere e facendo il proprio mestiere.nostro cuore dimora dell'Infinito.
JEAN DE LA BRUYÈRE, Caractères

giovedì 28 maggio 2009

Stile Oxford


“I poeti che brutte creature” recita un verso di una canzone di Francesco De Gregori. E in un’altra il cantautore romano parla ancora di loro: “ipocriti e gelosi come gatti, / sognano di premi letterari / e pugnalano alle spalle gli amici più cari”. Sembra impossibile che creature capaci di elevare le parole, di dare un tocco etereo a ciò che scrivono, possano finire preda dei peggiori istinti umani. Eppure la rivalità tra Montale e Ungaretti è notoria: non si potevano sopportare.

È dell’altro ieri la notizia di un’incresciosa bega tra poeti capitata a Oxford: la Facoltà di Poesia, una delle più prestigiose dell’Università inglese, era stata assegnata neanche una settimana fa per la prima volta in 301 anni a una donna, Ruth Padel, poetessa che tra i suoi avi conta nientemeno che Charles Darwin. All’ultimo momento era stata preferita al più accreditato Derek Walcott, settantanovenne poeta e drammaturgo caraibico, premiato con il Nobel per la Letteratura nel 1992. Il peso sulla bilancia che ha fatto propendere per la Padel è stata una denuncia per molestie sessuali intentata a Walcott da un’allieva nel lontano 1982, quando il poeta di Saint Lucia insegnava negli Stati Uniti. Ampi stralci del libro in cui Walcott veniva accusato sono stati pubblicati sui quotidiani britannici. Screditato il Premio Nobel, l’Accademia che doveva affidare l’incarico ha dovuto ripiegare sulla seconda in graduatoria, Ruth Padel.

Ebbene, Ruth Padel, dopo pochi giorni sulla prestigiosa cattedra, ha confessato di essere stata lei a far avere ad alcuni amici giornalisti la notizia delle molestie di Walcott: pensava che costoro avrebbero “seguito la storia in maniera responsabile”. Dei giornalisti! Risultato: in seguito alla campagna diffamatoria da lei orchestrata contro Derek Walcott, la Padel si è dimessa, gettando le paladine femministe nello sconforto – non credevano che si sarebbe comportata come un uomo…


Oxford (Fotografia Public Domain Pictures)


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LA FRASE DEL GIORNO
Si può essere più furbi di un altro, ma non più furbi di tutti gli altri.
FRANÇOIS DE LA ROCHEFOUCAULD, Massime e riflessioni, 394

mercoledì 15 aprile 2009

Sciacalli


Lo sciacallo, colui che approfitta delle disgrazie e del dolore della gente per il proprio tornaconto personale, è sicuramente l'essere più ignobile che esista. Le autorità comunicano di avere individuato in Abruzzo dei veri e propri professionisti dello sciacallaggio, giunti da ogni parte d'Italia: arrivano e asportano gioielli, computer, televisori, denaro dalle case pericolanti abbandonate in fretta e furia dagli abitanti.

Negli alberghi della costa dove hanno trovato riparo gli sfollati, la protezione civile ha scoperto dei rom che si mescolavano ai veri terremotati per scroccare l'alloggio in hotel: li hanno stanati e cacciati via. Altri sciacalli hanno tentato la via telematica, provando a spillare soldi in favore dei senzatetto su Facebook e su altri siti; altri ancora hanno semplicemente seminato il panico annunciando scosse sia attraverso Internet sia per le strade - è accaduto a Sora, nel Frusinate. L'Italia è indignata del fatto che sul suo territorio ci sia gente simile, il governo ha previsto l'introduzione sacrosanta del reato di sciacallaggio con pene molto elevate.

È una figura con la quale abbiamo a che fare tutti i giorni: basta salire in metropolitana per essere assaliti da voci fintamente pietose che raccontano sempre la solita nenia: "Famiglia povera, senza casa, senza lavoro, per favore un piccolo aiuto" tendendo un lercio bicchierino di carta del Mac Donald's. Ricordiamoci tutti che le famiglie povere senza casa, senza lavoro, hanno altri referenti - come la Caritas o la Croce Rossa Italiana - e soprattutto una dignità che non le spinge a chiedere l'elemosina sui vagoni della metropolitana.

Molto meglio i cani: quelli che annusavano tra le macerie e quelli, fedeli, che vagavano cercando i padroni, quella salvata dopo otto giorni sotto i detriti che non finiva più di leccare il viso dei suoi "famigliari" ritrovati. Loro sì che sono più umani di certe persone...




Fotografia © Internet Geography


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LA FRASE DEL GIORNO
Spesso una goccia di male contamina la sostanza più pura.
WILLIAM SHAKESPEARE, Amleto, I, IV

giovedì 9 aprile 2009

Frenetica vita


Si vive di fretta, si mangia di fretta, si ama di fretta. Tutto di corsa, senza fermarsi a riflettere, senza gustare il silenzio e la lentezza. È quello che la società ci chiede: un quarantenne è già bruciato per il lavoro, se perde il posto non lo ritroverà. Le aziende vogliono trentenni con esperienza ventennale, giovani che siano già vecchi. L'Unione Europea non ha tempo di aspettare che maturino le arance, autorizza l'uso degli aromi per realizzare le aranciate. E dei trucioli di legno per invecchiare subito un vino, senza aspettare che gli anni facciano il loro dovere.

Questa frenesia ci condurrà allo sfacelo, questa accelerazione del vivere ci allontana dall'umanità, ci automatizza. 

"C'è un'eccitatissima perversione della vita ed è la necessità di compiere qualcosa in un tempo minore di quanto in realtà ne occorrerebbe". Sono parole di Ernest Hemingway, scritte in "Verdi colline d'Africa", romanzo del 1935, attraversato da aspre osservazioni letterarie e sociali.

Quello che era vero allora, lo diviene ancora di più adesso, in questi tempi tecnologici: tutto viene bruciato in un attimo, le canzoni alla radio, i programmi televisivi, i discorsi politici. Tutto viene sacrificato alla velocità, sembra che vivere sia diventato una gara in cui battere primati. Gli ostacoli che si pongono sul nostro cammino devono essere abbattuti, non ci si ferma a ragionare sul come farlo: si prende il bulldozer e li si spiana. Forse la crisi economica, frutto di questa rincorsa sfrenata al successo e alla ricchezza, potrebbe avere anche qualche lato positivo.




Dipinto di Andy Denzler



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LA FRASE DEL GIORNO
C’è un legame stretto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio.
MILAN KUNDERA, La lentezza

mercoledì 8 aprile 2009

Terremoti


Ci sono tragedie che ci colpiscono più di altre. I terremoti, certo. Chi sopravvive nella maggior parte dei casi perde tutto: famigliari, casa, auto. Si trova come una foglia in balia degli elementi, deve ricorrere alla solidarietà dello stato e della gente. Chi è rimasto sotto le macerie ha provato una delle peggiori paure ancestrali dell'uomo: quella di rimanere sepolto vivo. Le immagini di quel ragazzo in slip strappato ai ruderi della sua casa dell'Aquila hanno fatto il giro del mondo e ha destato commozione vederlo uscire barcollante, abbracciato e baciato da un parente.

Purtroppo in Italia ci siamo abituati: la nostra bellissima terra è geologicamente ad alto rischio sismico, tragedie simili si sono ripetute nei secoli, senza che si riuscisse a formulare una legge che obblighi alla rigida osservanza delle norme antisismiche nella costruzione degli edifici. Il terremoto di Messina del 28 dicembre 1908, peggior disastro naturale della storia d'Europa, è ormai storia. Ma ricordo con viva commozione i sismi che hanno demolito il Friuli il 6 maggio 1976 e l'Irpinia il 23 novembre 1980, e quello che nel 1997 devastò in diretta televisiva la Basilica di Assisi.





Fotografia: La Stampa



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LA FRASE DEL GIORNO

Il tempo cancella le date impresse dal tempo, ma quelle che il dolore ha scolpite nei cuori degli uomini non si cancellano mai.
IGINIO UGO TARCHETTI, Fosca

martedì 7 aprile 2009

Abbruzze mè


Abbruzze mè…
me sente de ‘mbazzì…
senza de te, me sente de murì.
Abbruzze mè…
t’uless ‘arabraccià
vulesse mò vulà dirett’a tte.

Ho un ricordo dolce dell'Abruzzo, di quella terra che digrada al mare dai monti del Gran Sasso, della Maiella e della Laga. È il ricordo di giorni d'estate avanzata, con il sole a picco sulle vecchie pietre di Penne e di Loreto Aprutino. Ricordo di ulivi e feste a base di arrosticini e carne di pecora, di Cerasuolo e di allegria, di un'ospitalità fraterna e schietta.

Mi addolora molto vedere devastata L'Aquila, la città della fontana delle 99 cannelle, sede della Caserma Rossi tanto cara agli alpini. E infatti la protezione civile dell'A.N.A. è giunta subito sul posto, apparsa di sfuggita al lavoro durante uno dei tanti servizi dei telegiornali. I cinofili sono arrivati all'alba, i mezzi con la cucina da campo partiti dal Veneto sono spuntati a Coppito verso mezzogiorno.

Generosa è la gente d'Abruzzo, generosissima, e sono convinto che tutta l'Italia farà a gara per soccorrerla e provvederla di ciò di cui ha bisogno. Anzi, tutto il mondo: sono migliaia e migliaia i discendenti di emigranti abruzzesi sparsi per l'America, l'Argentina, il Brasile, l'Australia. Amici abruzzesi, non siete soli davanti a questa immane tragedia.

Qualche parola doverosa è per le Cassandre del "lo avevo previsto": è assurdo che tutte le volte che succede una tragedia salti fuori un tizio che dica "Io l'avevo previsto!". Stavolta è un collaboratore esterno dell'INFN dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso, Giampaolo Giuliani, che sostiene di poter predire gli eventi sismici in base all'emissione di gas radon dalla crosta terrestre. L'unica previsione che si poteva fare era quella in base allo sciame sismico che da tempo colpiva la regione: il fatto è che solitamente la scossa più forte è la prima, e non viceversa. L'unica seria possibilità di prevenzione è quella di costruire edifici antisismici, come accade in terre tradizionalmente soggette ai terremoti, sfruttando l'esperienza giapponese, ad esempio. È il tasto su cui spinge Mario Tozzi, che preferirebbe ritocchi edilizi ai centri storici invece di infrastrutture come il Ponte di Messina.

Invece no, qui a discorrere provocatoriamente su questioni di lana caprina, e già qualche avvisaglia di sciacallaggio politico si leva nell'aria. È lo sport d'eccellenza italiano, purtroppo: non si può essere uniti neanche davanti alle tragedie. Basta una Cassandra qualunque e tutti a stracciarsi le vesti, a battere la grancassa della polemica.

Un grande abbraccio agli amici abruzzesi, gente generosa e fiera, e un grosso plauso ai soccorritori, sul posto in maniera fulminea ed efficace: loro lavorano con le mani, non con la bocca...


Fotografia: AFP


La Croce Rossa Italiana lancia "un appello di emergenza a livello nazionale, chiedendo a tutta la popolazione di partecipare ad un grande sforzo di solidarietà per alleviare la sofferenza di tutte le vittime del terremoto che ha colpito la regione Abruzzo".


Per effettuare donazioni alla Croce Rossa Italiana si possono utilizzare: il Conto corrente bancario C/C n. 218020 presso Banca Nazionale del Lavoro-Filiale di Roma Bissolati - Tesoreria - via San Nicola da Tolentino 67 - Roma, intestato a Croce Rossa Italiana via Toscana 12 - 00187 Roma, codice Iban IT66 - C010 0503 3820 0000 0218020, causale pro terremoto Abruzzo; il Conto corrente postale n. 300004 intestato a Croce Rossa Italiana via Toscana 12 - 00187 Roma, codice Iban IT24 - X076 0103 2000 0000 0300 004, causale pro terremoto Abruzzo. E' anche possibile effettuare dei versamenti online, attraverso il sito web della Cri all'indirizzo: [www.cri.it]



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LA FRASE DEL GIORNO

È sempre molto difficile consolare un dolore che non si conosce.
ALEXANDRE DUMAS FIGLIO, La signora delle camelie

domenica 29 marzo 2009

Lo smemorato di Collegno


Quello dello "smemorato di Collegno" è un caso degno di un'opera di Pirandello e ha molto colpito gli italiani, tanto da essere divenuto in certo modo proverbiale: è una questione che prima appassionò, poi divise, ed infine è diventato un interessante caso di cronaca tramandato di generazione in generazione. L'ultima apparizione è la "fiction" dedicatagli dalla RAI, con Gabriella Pession e Lucrezia Lante Della Rovere. Altri film erano stati realizzati, anche una divertente commedia del 1962 con Totò, e molti libri scritti, in particolare "Il teatro della memoria" di Leonardo Sciascia, uscito nel 1981. 

I fatti: il mattino del 10 marzo 1926 il custode del cimitero israelitico di Torino sorprese un uomo che fuggiva con un vaso di bronzo rubato. Lo consegnò alla polizia. Il ladro non ricordava - o fingeva di essere in preda ad amnesia. In breve il giudice lo fece ricoverare nel manicomio di Collegno, dove venne indicato con il numero 44170. Lì l'uomo rimase dimenticato per quasi un anno, quando qualcuno ebbe la bella pensata di pubblicare la sua fotografia nella rubrica "Chi l'ha visto?", ribattezzata per l'occasione "Chi lo conosce?", della "Domenica del Corriere" del 6 febbraio 1927.

La guerra era finita da neanche dieci anni e i dispersi erano numerosi, di tanto in tanto qualche reduce ancora ritornava da sperdute località europee. In molti riconobbero nello smemorato un loro congiunto. In particolare i cugini veronesi Renzo e Giulia Canella videro nell'uomo il loro rispettivo fratello e marito, il professor Giulio, scomparso nella battaglia di Nitzopole, in Macedonia, a Natale del 1916.

Quando sembrava andare tutto per il verso giusto e la coppia riunita dopo dieci anni viveva assieme e si svagava in luoghi di vileggiatura, un'altra donna riconobbe in 44170 il marito separato, il tipografo Mario Bruneri, latitante per alcune pendenze giudiziarie. La polizia rinvenne nei casellari giudiziari le impronte digitali del Bruneri e le confrontò con l'uomo di Collegno: era lui. Ma all'epoca su tali mezzi non si faceva ancora pieno affidamento. E la polizia tra l'altro aveva commesso troppi errori e leggerezze, compreso un doppio faldone sul Bruneri, che risultava ora non solo un altro o nessuno, ma addirittura sdoppiato.

Ne nacque un processo che appassionò le masse e le divise in "canelliani" e "bruneriani" - si era nel pieno del Ventennio fascista e ogni distrazione era benvenuta - con avvocati di grido, come Roberto Farinacci, pezzo grosso del regime, legale di parte Canella. A intorbidare le acque e a gettare una manciata di morbosità vi fu la nascita di una bambina, frutto della relazione tra Giulia Canella e lo smemorato. Il 5 novembre 1928 il Tribunale di Torino riconobbe che l'individuo 44170 era Mario Bruneri.

Un nuovo ricorso della famiglia Canella portò a una dichiarazione pilatesca della Corte d'appello di Torino: non si poteva stabilire con certezza - nonostante le impronte digitali! - che l'uomo fosse Bruneri. Vi fu un nuovo processo, a Firenze, che il 1° maggio 1931 stabilì definitivamente l'identità dello smemorato di Collegno: era il tipografo pregiudicato Mario Bruneri.

Ma tante cose erano cambiate: un altro bambino era nato alla coppia, le fila dei "canelliani" si erano assottigliate, c'era stata la crisi del 1929. Lo smemorato tipografo Bruneri che ormai credeva di essere l'esimio professor Canella fuggì in Brasile con la moglie, dove visse i suoi giorni pirandelliani e morì, cambiato il suo nome in Julio, nel 1941.

Ecco a cosa ci riferiamo quando, discorrendo, amichevolmente ci rivolgiamo a qualcuno come "lo smemorato di Collegno".



La fiction RAI del 2009



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LA FRASE DEL GIORNO
L'uomo piglia a materia anche se stesso, e si costruisce, sissignori, come una casa. Voi credete di conoscervi se non vi costruite in qualche modo? E ch'io possa conoscervi se non vi costruisco a modo mio? E voi me, se non mi costruite a modo vostro? Possiamo conoscere soltanto quello a cui riusciamo a dar forma. Ma che conoscenza può essere? È forse questa forma la cosa stessa? Sì, tanto per me, quanto per voi; ma non così per me come per voi: tanto vero che io non mi riconosco nella forma che mi date voi, né voi in quella che vi do io; e la stessa cosa non è uguale per tutti e anche per ciascuno di noi può di continuo cangiare, e difatti cangia di continuo. Eppure, non c'è altra realtà fuori di questa, se non cioè nella forma momentanea che riusciamo a dare a noi stessi, agli altri, alle cose. La realtà che ho io per voi è nella forma che voi mi date; ma è realtà per voi e non per me; la realtà che voi avete per me è nella forma che io vi do; ma è realtà per me e non per voi; e per me stesso io non ho altra realtà se non nella forma che riesco a darmi. E come? Ma costruendomi, appunto. 
LUIGI PIRANDELLO, Uno, nessuno e centomila

sabato 7 marzo 2009

Ancora di poesia e canzoni


Si era già parlato lo scorso anno su questo blog della differenza tra canzoni e poesia, del perché non si può considerare un testo scritto per una canzone pura poesia.

Ora il dibattito viene nuovamente alimentato dalla decisione del Ministero della Pubblica Istruzione di inserire testi di Giorgio Gaber nelle antologie scolastiche. In un elzeviro sulla "Stampa" di mercoledì 4 marzo, il poeta milanese Maurizio Cucchi, rileva: "È chiaro che - se la musica è Allevi, la poesia è De André, il teatro (e ancora la poesia, sempre tirata in ballo a sproposito) è Gaber - il mercato ha invaso il territorio dell'estetica. La faccenda si mette male. Ieri Montale, oggi Gaber. Domani il vincitore di Sanremo?"

Cucchi fa riferimento ad un'altra querelle, quella scoppiata tra il violinista Uto Ughi e il nuovo "idolo della musica classica contemporanea", Giovanni Allevi: anche lì, con il ricciuto pianista, la cultura viene spinta ancora un po' verso il basso, umiliata, immolata sull'altare della mediocrità in nome del facile consumo, della diffusione di massa, del famigerato mercato. È lo stesso meccanismo perverso che in televisione premia programmi risibili e diseducativi in nome dello share. La vera poesia langue sugli scaffali, nei libri che non vengono pubblicati e divulgati, nei testi che la scuola non legge e non commenta, accontentandosi di un livellamento che con il tempo spianerà la cultura italiana verso il basso - e già nella società si intravedono i suoi effetti nefasti... 



Vincent Van Gogh, "La lettrice di romanzi"


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LA FRASE DEL GIORNO
Una poesia è linguaggio ritmico, non linguaggio ritmato (canto) né mero ritmo verbale (Proprietà generale della lingua, senza escludere la prosa)
OCTAVIO PAZ, Corrente alterna

martedì 24 febbraio 2009

Consonno, Las Vegas fantasma


Adagiato tra le verdi colline della Brianza e l'Adda, nel territorio del comune di Olginate, a pochi chilometri da Lecco, sorge un paese fantasma, una follia a metà tra un'intuizione futurista e un sogno disneyano: è il villaggio di Consonno, che negli Anni '60 ebbe notorietà per un progetto fantastico e delirante: la trasformazione di un paesino in una città dei divertimenti, una piccola Las Vegas brianzola.

Fu all'inizio del 1962 che il conte Mario Bagno, un sessantenne nato a Vercelli si comprò tutte le case di Consonno, piccola frazione con radici nel medioevo, per la cifra di 22 milioni e mezzo di lire. L'esca appetibile che aveva usato per ottenerle fu la promessa di realizzare una strada che unisse il nuovo borgo con Olginate. In breve le ruspe e le gru si misero al lavoro con l'euforia e l'alacrità tipica degli Anni '60: il kitsch del conte Bagno, imprenditore edile che in un'intervista d'epoca a Camilla Cederna confessava di recuperare lì "tutto il materiale che ho in giro", era una ossessione pop. Sorsero un fortilizio marocchino, una balera a forma di Alhambra, un minareto che svettava sul palazzo orientale che fungeva da cimitero - in realtà era solo un sistema ingegnoso per nascondere il serbatoio dell'acqua - mischiati a una grotta con la Madonna, a pozzi medioevali, a colonne classiche e rocce finte, a una Venere dipinta di rosso, a macigni blu, a fioriere variopinte, a cascate policrome, paesaggi cinesi e giapponesi, scene da "Mille e una notte". Intanto gli abitanti del paese diventarono baraccati ed i primi turisti iniziarono a giungere, attratti da questo luna-park postmoderno non distante da Milano. Una distruzione ambientale e paesistica che oggi sarebbe inconcepibile.

Comunque, qualcosa non andò per il suo verso: arrivarono gli Anni '70 di crisi e di disagio. Una frana pose fine al progetto del conte Bagno, originata dalle colate di cemento riversate sulla collina: la strada che portava a Consonno fu interrotta, il paese dei divertimenti isolato. Bagno ormai era anziano, provò un'ultima carta negli Anni '80 per rilanciare l'idea e trasformare il parco del kitsch in una casa di riposo, prima di rinunciare e morire ultranoventenne. Qualche anno fa un "rave" portò ulteriore devastazione.

La frana fortunatamente ha risparmiato alla vista i nuovi progetti, rimasti sulla carta: un castello, un café chantant, un portico in stile tirolese. Ora qualcosa si muove, il comune di Olginate valuta come riqualificare il paesino, magari conservando qualche elemento del passato recente, aprendo ad una vocazione agrituristica. Una sfida per far dimenticare lo scempio ambientale e cancellare le rovine che fanno - al momento - della "Las Vegas brianzola" un paese fantasma. È da quello che è rimasto dell'antica frazione che Consonno dovrebbe rinascere: la chiesa di San Maurizio e la canonica, miracolosamente scampate al vanaglorioso programma del conte Bagno.




Il minareto di Consonno, oggi 
(Fotografia © Marco Sbroggiò)


UN SITO COMPLETO SU CONSONNO



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LA FRASE DEL GIORNO
C'è nei sogni, specialmente in quelli generosi, una qualità impulsiva e compromettente che spesso travolge anche coloro che vorrebbero mantenerli confinati nel limbo innocuo della più inerte fantasia.
ALBERTO MORAVIA, I racconti, L'avaro