domenica 29 marzo 2009

Lo smemorato di Collegno


Quello dello "smemorato di Collegno" è un caso degno di un'opera di Pirandello e ha molto colpito gli italiani, tanto da essere divenuto in certo modo proverbiale: è una questione che prima appassionò, poi divise, ed infine è diventato un interessante caso di cronaca tramandato di generazione in generazione. L'ultima apparizione è la "fiction" dedicatagli dalla RAI, con Gabriella Pession e Lucrezia Lante Della Rovere. Altri film erano stati realizzati, anche una divertente commedia del 1962 con Totò, e molti libri scritti, in particolare "Il teatro della memoria" di Leonardo Sciascia, uscito nel 1981. 

I fatti: il mattino del 10 marzo 1926 il custode del cimitero israelitico di Torino sorprese un uomo che fuggiva con un vaso di bronzo rubato. Lo consegnò alla polizia. Il ladro non ricordava - o fingeva di essere in preda ad amnesia. In breve il giudice lo fece ricoverare nel manicomio di Collegno, dove venne indicato con il numero 44170. Lì l'uomo rimase dimenticato per quasi un anno, quando qualcuno ebbe la bella pensata di pubblicare la sua fotografia nella rubrica "Chi l'ha visto?", ribattezzata per l'occasione "Chi lo conosce?", della "Domenica del Corriere" del 6 febbraio 1927.

La guerra era finita da neanche dieci anni e i dispersi erano numerosi, di tanto in tanto qualche reduce ancora ritornava da sperdute località europee. In molti riconobbero nello smemorato un loro congiunto. In particolare i cugini veronesi Renzo e Giulia Canella videro nell'uomo il loro rispettivo fratello e marito, il professor Giulio, scomparso nella battaglia di Nitzopole, in Macedonia, a Natale del 1916.

Quando sembrava andare tutto per il verso giusto e la coppia riunita dopo dieci anni viveva assieme e si svagava in luoghi di vileggiatura, un'altra donna riconobbe in 44170 il marito separato, il tipografo Mario Bruneri, latitante per alcune pendenze giudiziarie. La polizia rinvenne nei casellari giudiziari le impronte digitali del Bruneri e le confrontò con l'uomo di Collegno: era lui. Ma all'epoca su tali mezzi non si faceva ancora pieno affidamento. E la polizia tra l'altro aveva commesso troppi errori e leggerezze, compreso un doppio faldone sul Bruneri, che risultava ora non solo un altro o nessuno, ma addirittura sdoppiato.

Ne nacque un processo che appassionò le masse e le divise in "canelliani" e "bruneriani" - si era nel pieno del Ventennio fascista e ogni distrazione era benvenuta - con avvocati di grido, come Roberto Farinacci, pezzo grosso del regime, legale di parte Canella. A intorbidare le acque e a gettare una manciata di morbosità vi fu la nascita di una bambina, frutto della relazione tra Giulia Canella e lo smemorato. Il 5 novembre 1928 il Tribunale di Torino riconobbe che l'individuo 44170 era Mario Bruneri.

Un nuovo ricorso della famiglia Canella portò a una dichiarazione pilatesca della Corte d'appello di Torino: non si poteva stabilire con certezza - nonostante le impronte digitali! - che l'uomo fosse Bruneri. Vi fu un nuovo processo, a Firenze, che il 1° maggio 1931 stabilì definitivamente l'identità dello smemorato di Collegno: era il tipografo pregiudicato Mario Bruneri.

Ma tante cose erano cambiate: un altro bambino era nato alla coppia, le fila dei "canelliani" si erano assottigliate, c'era stata la crisi del 1929. Lo smemorato tipografo Bruneri che ormai credeva di essere l'esimio professor Canella fuggì in Brasile con la moglie, dove visse i suoi giorni pirandelliani e morì, cambiato il suo nome in Julio, nel 1941.

Ecco a cosa ci riferiamo quando, discorrendo, amichevolmente ci rivolgiamo a qualcuno come "lo smemorato di Collegno".


La fiction RAI del 2009 (Immagine da Televisionando)



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LA FRASE DEL GIORNO
L'uomo piglia a materia anche se stesso, e si costruisce, sissignori, come una casa. Voi credete di conoscervi se non vi costruite in qualche modo? E ch'io possa conoscervi se non vi costruisco a modo mio? E voi me, se non mi costruite a modo vostro? Possiamo conoscere soltanto quello a cui riusciamo a dar forma. Ma che conoscenza può essere? È forse questa forma la cosa stessa? Sì, tanto per me, quanto per voi; ma non così per me come per voi: tanto vero che io non mi riconosco nella forma che mi date voi, né voi in quella che vi do io; e la stessa cosa non è uguale per tutti e anche per ciascuno di noi può di continuo cangiare, e difatti cangia di continuo. Eppure, non c'è altra realtà fuori di questa, se non cioè nella forma momentanea che riusciamo a dare a noi stessi, agli altri, alle cose. La realtà che ho io per voi è nella forma che voi mi date; ma è realtà per voi e non per me; la realtà che voi avete per me è nella forma che io vi do; ma è realtà per me e non per voi; e per me stesso io non ho altra realtà se non nella forma che riesco a darmi. E come? Ma costruendomi, appunto. 
LUIGI PIRANDELLO, Uno, nessuno e centomila

2 commenti:

ANTONELLA ha detto...

Una ricostruzione molto chiara. Ed io credo che avrebbero dovuto lasciarlo in pace. L'identità è una cosa che cambia e si evolve con gli anni. Ognuno è quello che è diventato.

DR ha detto...

È un post che è sorto rileggendo "Il teatro della memoria" di Sciascia, smilzo volume che parte da lontano per giungere al "come tu mi vuoi" di Pirandello. L'essere un altro/un'altra evidentemente ci intriga molto, se a distanza di tanto tempo ancora ci lasciamo avvincere da questa vicenda. Allora, oltre che fatto di diritto era anche una questione religiosa (il cattolicissimo professore e il tipografo separato, i "figli della colpa" nati alla coppia...)