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martedì 15 febbraio 2011

La strada per Nubicuculia


Oggi rubiamo il lavoro ai Viaggiatori immobili: vi porto a Nubicuculia. No, non è un atollo della Micronesia, né una sperduta capitale africana. È una città di fantasia, protagonista degli Uccelli di Aristofane, commedia portata in scena nel 414 avanti Cristo: l’esaltazione di un luogo fiabesco a discapito del dissennato mondo umano.

Nella consapevolezza dell’artificio letterario, Aristofane mette in scena l’evasione dalla realtà, da una politica che disgusta – in fondo tutto il mondo è paese e tutti i tempi si somigliano - e la costruzione di un mondo alternativo. È un rinnovamento globaIe, una rivoluzione che si verificherà nella restaurazione, un tentativo di proporre un altro tipo di governo, come per le Ecclesiazuse del 392, dove il potere è quello delle donne al parlamento. Negli Uccelli i protagonisti sono due Ateniesi, la mente Pistetero e il braccio Evelpide. Pistetero è in cerca di un mondo da sogno: “Ma non è assurdo che noi, che vogliamo andare… a quel paese, e abbiamo tutto pronto, non riusciamo poi a trovare la strada? (…) Non odiamo la nostra città, non neghiamo che sia grande e felice, e uguale per tutti nell’esigere tributi. Ma le cicale cantano sui rami un mese o due; gli Ateniesi cantano per tutta la vita nei tribunali. Perciò noi percorriamo questo cammino e forniti di pentola, di canestro, di rami di mirto, cerchiamo un posto tranquillo dove stabilirci per vivere”. Il posto tranquillo risulta poi essere il livello intermedio tra la terra e il cielo, dove vivono gli uccelli, e mediatore diventa l’Upupa, l’uccello in cui venne trasformato Tereo, così punito dagli dei per aver violentato la cognata Filomela e averle tagliato la lingua perché non rivelasse lo stupro. Con lui la moglie Procne, trasformata in usignolo, che, una volta venuta a sapere della violenza, per punirlo gli imbandì le carni dell’amato figlioletto Iti.

Convinti gli uccelli di non essere nemici, Pistetero ed Evelpide danno il via alla costruzione della nuova città, Nubicuculia, che viene a mettersi in opposizione con gli dei, intercettando i fumi dei sacrifici che salgono dalla terra e dando agli uccelli l’antico predominio di signori del mondo. Il nuovo regime vanta per costituzione un’etica diversa da quella umana, abolisce ogni tabù e garantisce una larga permissività. Ma quando dal vecchio mondo arrivano personaggi interessati a questa nuova morale - un poeta, un venditore, di oracoli, uno scienziato, un ispettore, un venditore di decreti – il fondatore li allontana sdegnato, così come caccia deridendola Iride, rappresentante degli dei: “- Lo sai che se ti prendevano e ti davano ciò che meriti, saresti stata l’Iride più morta tra quante sono al mondo? – Ma se sono immortale! – E morivi lo stesso”. E ancora più si sdegna all’arrivo di un giovane che vuole uccidere il padre per ottenerne l’eredità e di un sicofante, un cittadino che, non investito di alcuna autorità, denuncia le violazioni della legge; la morale del nuovo mondo viene ribaltata: “Vola subito via di qua” grida Pistetero al sicofante, “Via maledetto! Vedrai che ti costerà cara l’arte di stravolgere la giustizia”. Così quel “certo noi consideriamo coraggioso colui che ancora pulcino percuote il padre” si trasforma poche battute dopo in “ti darò anche un buon consiglio, ragazzo mio, che io stesso ho ricevuto quando avevo la tua età: non percuotere tuo padre”.

Resta da risolvere il conflitto con gli dei: l’ambasciata composta da un Eracle stupidotto e affamato, da un Posidone vanesio e da un dio barbaro, Triballo, del quale non si capisce una parola, si conclude con un’alleanza gattopardesca; alla fine “tutto cambia perché nulla cambi”. L’unico a perdere è Zeus, che si vede strappare Basileia, “una donna che amministra il fulmine di Zeus e le altre cose: il buon consiglio, il buon governo, la saggezza, i cantieri, la calunnia, il cassiere, i soldi…”. Il matrimonio finale con cui Pistetero sposa Basileia segna anche il passaggio nelle sue mani del potere centrale: “Dammi la mano, beata, tocca le mie ali e danza con me; leggera ti levo nell’aria” canta Pistetero e il coro suggella la fine: “Evviva, evviva, evviva il vincitore, sommo dio”. È la sublimazione dell’eroe comico, assurto nel suo percorso da uomo tremebondo a dio.

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Gli Uccelli messi in scena dalla compagnia Lombardi-Tiezzi di Firenze

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LA FRASE DEL GIORNO 
Molte cose i saggi apprendono proprio dai nemici. La cautela, che è la migliore arma di salvezza, non l’impari da un amico, ma il nemico te l’insegna alla svelta.
ARISTOFANE, Gli Uccelli

domenica 2 agosto 2009

Turcaret, la storia si ripete

Duecento anni fa, nel 1709, l’affarismo, la crisi economica e la caduta dei valori morali erano all’ordine del giorno, proprio come adesso. E il drammaturgo francese Alain-René Lesage pensò bene di mettere in scena un’opera cinica e feroce che trattasse quei temi. Gli uomini dell’alta finanza e i notabili dell’economia di quell’inizio di XVIII secolo, proprio come i guru di Wall Street con i giornali odierni, non gradirono affatto quel personaggio che dava il titolo all’opera, Turcaret: un ex domestico divenuto un ricco e vanitoso usuraio ossessionato dal denaro, che non si fa scrupoli e usa ogni mezzo per raggiungere i suoi scopi, andando incontro alla vendetta popolare. Infatti, caduto in disgrazia e nei guai con la legge, perde tutto a favore del maggiordomo Frontin. È proprio il valletto a tentare una “morale”:  “Ammiro il corso della vita umana, filosofo e cinico: noi spenniamo una gallina (la Baronessa), la gallina mangia un uomo d’affari (Turcaret), l’uomo d’affari ne prende altre”. Qualche giudizio critico: Pierre Frantz scrive che “più che un furbo, Turcaret, con la sua durezza, le sue menzogne, la sua vanità, è il simbolo della violenza esercita da chi possiede il denaro”; secondo Robert Kanters “Turcaret è la prima pièce francese il cui motore principale è il denaro”.

Il mondo economico, come sempre, le provò tutte per impedire che “Turcaret” venisse rappresentata: interventi politici, pressioni sulla “Comédie-Française”, tentativo di corruzione dell’autore attraverso la promessa di una grossa somma di denaro, rivelandosi così assai simili allo stesso Turcaret che cercavano di bloccare. Il Delfino, figlio di Luigi XIV, ordinò però che l’opera venisse rappresentata: ne risultò il contrasto tra i poveri, affamati dalla carestia, e il potere, dissanguato dalla guerra di successione spagnola.

Lesage non riuscì a godere del successo di “Turcaret”: l’opera in breve tempo fu cancellata dal cartellone della “Comédie Française” e la sua carriera nei teatri ufficiali fu bruscamente interrotta. Tuttavia, “Turcaret” è una commedia che assomiglia al “Borghese gentiluomo” di Molière e meriterebbe migliori fortune, vista la sua modernità. È proprio vero che la storia è ciclica e il passato si ripete…




 

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LA FRASE DEL GIORNO
Il pubblico ama ridere a spese di chi lo fa piangere.
ALAIN-RENÉ LESAGE, Critica alla commedia di Turcaret

venerdì 8 agosto 2008

The Theatre


“The Theatre”: si chiamava semplicemente così il teatro londinese dove William Shakespeare debuttò come attore e dove fece rappresentare le sue prime opere.
Ebbene, quattro secoli dopo, è ritornato alla luce: un gruppo di archeologi, guidato da Jo Lyon del Museo di Londra, si è imbattuto nelle rovine dell’edificio in New Inn Broadway Street, nel quartiere di Shoreditch, nella zona orientale della città. In realtà gli esperti stavano lavorando alla sede della Tower Theatre Company. Come Cristoforo Colombo, hanno fatto una scoperta più importante di quello che credevano.

Il “Teatro” di Shakespeare era un palcoscenico all’aperto dal tetto ricoperto di paglia, inaugurato nel 1576 dall’impresario e attore girovago James Burgage: fu una delle prime sale teatrali aperte a Londra. Il “Bardo” vi debuttò come primo attore della compagnia maschile “The Lord Chamberlain”, di cui era comproprietario, e poi, da drammaturgo, vi rappresentò le sue prime creazioni.

“The Theatre” fu poi smantellato e Shakespeare portò le sue opere al “Globe”, che, ricostruito, si può ancora ammirare sulla riva del Tamigi.

Le rovine ritrovate confermano quanto scritto a proposito del teatro dallo stesso Shakespeare in “Enrico V”: una struttura poligonale. L’archeologa Jo Lyon, si dice “particolarmente emozionata” e spera di far luce non solo sulla vita tuttora oscura del “Bardo”, ma anche sui teatri del periodo di Isabella.
A gioire maggiormente sono i proprietari della “Tower Theatre Company”: è una gloriosa compagnia che lavora per amore dell’arte e si ritrova nella sua sede questo gioiello: “Sapere che costruiremo un teatro del XXI secolo dove Shakespeare e Burgage recitarono e alcune delle opere di Shakespeare furono rappresentate è un’enorme ispirazione” afferma il presidente Jeff Kelly.


Ritratto di Shakespeare (Immagine: Ancestry)


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LA FRASE DEL GIORNO
Sempre una gloria più grande offusca quella minore.
WILLIAM SHAKESPEARE, Il mercante di Venezia, Atto V, Scena I