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giovedì 13 ottobre 2011

Dell’ispirazione

 

“Fra un cane che cerca di passare per una porta socchiusa con un osso in bocca, e uno scienziato o uno scrittore che cercano un’idea, non c’è differenza: prova e riprova, l’osso passa dalla porta e l’idea viene”: così Robert Musil inquadrava l’ispirazione, ovvero quel fervore creativo, quel motivo interno alla mente che ci consente di creare un’opera, una poesia, un romanzo, un dipinto. Anche un tema, perché no? Mi vedo ancora sui banchi del liceo con il gomito ben saldo, la testa appoggiata al palmo, lo sguardo nel vuoto in cerca di un modo per svolgere il compito assegnato. Non c’è niente da fare: deve venire da sé. Al massimo aiuta scrivere qualcosa, per poi scoprire che altro volevamo scrivere e intraprendere finalmente il cammino giusto.

La scrittrice americana Amy Tan si chiede: “Chissà da dove nasce l’ispirazione. Forse deriva dalla disperazione. Forse dal caso dell’universo, dalla gentilezza delle muse”. Già, la Musa è il simbolo dell’ispirazione, ogni poeta la invoca perché lo ispiri. Certo, non più le nove Muse originali, quelle nate da nove notti d’amore di Zeus con Mnemosine: Clio, Euterpe, Talia, Melpomene, Tersicore, Erato, Urania, Polinnia e Calliope, rispettivamente patrone di storici, musicisti, commediografi, scrittori tragici, danzatori, poeti d’amore, astronomi, autori di canti sacri e poeti epici. Ognuno oggi ha la sua Musa, che sia  una figura femminile o una persona cara, che sia la stessa poesia in sé. Femmina la Musa, e dunque volubile: non si presenta a comando, giunge solo quando vuole, quando è lei, appunto, a ispirare. “E d'un tratto capii che il pensare è per gli stupidi, mentre i cervelluti si affidano all'ispirazione, e a quello che il buon Bog manda loro. La musica mi venne in aiuto. C'era una finestra aperta con uno stereo, e seppi subito che cosa fare” dice Alex De Lange, protagonista di Arancia meccanica di Stanley Kubrick, ed è proprio così: non c’è pensiero ma solo una folgorazione improvvisa. Samuel Butler annotava nei suoi Quaderni: “L'ispirazione non è mai vera se è riconosciuta come ispirazione del momento. La vera ispirazione sorprende sempre una persona”. Sei rimasto lì tre quarti d’ora a pensare e poi, zac! in dieci minuti scrivi tutto quello che devi. Come disse il romanziere statunitense Henry Miller, “Direi che succede tutto negli attimi di calma, di silenzio, mentre cammini o ti radi o giochi a qualcosa, persino mentre parli con qualcuno che non ti suscita grande interesse. Lavori tutto il tempo, la tua mente lavora, a quel problema nel retro del tuo cervello”.

E non si può fare niente per favorirla? Non so, come si prende un aperitivo per stuzzicare l’appetito? Mah, ci si può provare, senza garanzie di risultato. Ecco cosa scrive nelle sue lezioni di cinema la regista francese Agnès Varda: “L'ispirazione non si cattura. Quando la si vuole catturare, è andata via. Non bisogna neanche sperare di fare opere poetiche, non bisogna neanche sperare di fare opere straordinarie. In effetti, bisogna lavorare. Bisogna lavorare su ciò che è in disordine, su impressioni inafferrabili, su cose impalpabili”. Insomma, solo l’abitudine a scrivere favorisce in qualche modo l’avvento dell’ispirazione.

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GUSTAVE MOREAU, “HÉSIODE ET LA MUSE” © MUSÉE D’ORSAY, PARIS

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LA FRASE DEL GIORNO
I poeti non fanno ciò che fanno per sapienza, ma per una qualche disposizione naturale e come divinamente ispirati, alla maniera dei profeti e dei veggenti.

PLATONE, Apologia di Socrate

domenica 17 luglio 2011

Del cinismo


Nell’età di Socrate, un filosofo di nome Antistene diede vita a un movimento che si perpetuò in tutto lo sviluppo della cultura antica. Erano i “cinici” e incerto è se questo nome derivi dal ginnasio di Cinosarge dove si riunivano i seguaci di Antistene, dei quali il più celebre fu Diogene di Sinope, detto il Cinico o – ipotesi più suggestiva – dal loro stile di vita naturale e animalesco «a imitazione del cane» (κυνισμός, “kunismòs”). I cinici teorizzavano l’autosufficienza dello spirito e consideravano ogni bene esterno come indifferente: ne derivava un’apatia che nulla poteva smuovere, neppure i piaceri o la fatica, e una conseguente libertà di vita e di giudizio.

Questo ostentato disprezzo verso le leggi morali, i costumi, le convenienze e gli ideali ha assunto con il tempo l’accezione di un comportamento cinico, al limite della deplorazione. E questo andiamo oggi a investigare nelle parole degli scrittori. Ambrose Bierce, per esempio, nel suo Dizionario del diavolo va giù duro: “Cinico: un mascalzone la cui vista difettosa vede le cose come sono, non come dovrebbero essere”. Più tagliente e raffinato, come suo solito, Oscar Wilde, che nel Ventaglio di Lady Windermere fa affermare a un personaggio: “Che cosa è un cinico? Uno che sa il prezzo di ogni cosa e il valore di nessuna”. Ma un po’ cinico lo era lui stesso, tanto che nei suoi Aforismi arriva a dire “Il cinismo è l'arte di vedere le cose come sono, non come dovrebbero essere”. Indro Montanelli nell’Italia giacobina e carbonara li fotografa invece così, pensando probabilmente in particolare ai nostri connazionali: “I cinici sono tutti moralisti, e spietati per giunta”. Il critico dello spettacolo Aldo Grasso sul Corriere della Sera del 4 maggio 2010 vede la debolezza del lato negativo: “Il cinismo è la crudeltà dei delusi: non possono perdonare alla vita di aver ingannato le loro certezze”. Qualche pensiero positivo? Più che altro si situano nel territorio di penombra tra bene e male: come quello di Giovanni Soriano in Finché c’è vita non c’è speranza: “Cinismo è dare alle cose il disprezzo che meritano”. E poi Lillian Hellman nelle Piccole volpi: “Il cinismo è un modo spiacevole di dire la verità”. E ancora Jean Genet: “Cinismo è il riuscito tentativo di vedere il mondo come è realmente”. Chiudiamo con un maestro del disinganno, Emil Cioran, che così lo definisce nella Provincia dell’uomo, opera del 1973: “Cinismo: non aspettarsi da alcuno più di quanto noi stessi siamo”.

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Jean-Léon Gérôme, “Diogene di Sinope”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il cinismo è l'unica forma nella quale anime volgari sfiorano quel che è onesto.
FRIEDRICH NIETZSCHE, Al di là del bene e del male

domenica 3 luglio 2011

Della nostalgia


“Sino a quel momento, il tempo ha avuto per lei le sembianze del presente che avanza e inghiotte il futuro; ne temeva la velocità (se c’era in vista qualcosa di spiacevole) oppure si ribellava di fronte alla sua lentezza (se c’era in vista qualcosa di bello). Adesso il tempo le appare in maniera del tutto diversa; non è più il presente vittorioso che s’impossessa del futuro; è il presente vinto, prigioniero, travolto dal passato. Vede un giovane che si stacca dalla sua vita e se ne va, per sempre inaccessibile. Ipnotizzata, non può che contemplare questo brandello della sua vita che si allontana, non può che contemplarlo e soffrire. Prova una sensazione del tutto nuova che si chiama nostalgia”. Il romanzo da cui è tratto questo stralcio è L’ignoranza di Milan Kundera: il protagonista Josef, esule in Danimarca dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, caduto finalmente il regime comunista, è tornato in patria e sta leggendo dopo molti anni il diario che teneva al liceo. All’improvviso emerge il ritratto di una ragazza da lui appena lasciata: nella vita di lei entra prepotente per la prima volta la nostalgia.
Nostalgia, letteralmente dal greco “dolore per il ritorno”. Ma più che il ritorno in un luogo – e allora è la patria perduta, è l’Itaca agognata da Odisseo – è il ritorno in un tempo passato, impossibile e dunque proprio per questo doloroso. È il rimpianto che si fonde con il desiderio, la malinconia con la dolcezza. Ancora le parole di Kundera, nello stesso romanzo, possono spiegarne il motivo: “Perché la nostalgia non intensifica l’attività della memoria, non risveglia ricordi, basta a se stessa, alla propria esistenza, assorbita com’è dalla sofferenza”. La nostalgia è dunque un piacere masochistico, come si può leggere in questo paragrafo da Seni di Ramón Gomez de la Serna: “I seni della vedova divennero più splendidi che mai, perché dimentichi del desiderio nel tempo in cui erano in uso, ora ch’erano in disuso, conoscevano quel che di più intenso c’è nel piacere: la nostalgia”.
“La nostalgia è una seducente bugiarda” disse in un’intervista a Newsweek nel 1971 il diplomatico americano George Wildman Ball. Ci dà quello che chiediamo, ci nasconde dettagli e ne ingigantisce altri. Perché “La nostalgia già non è quello che era” come nota il romanziere statunitense Peter De Vries: come certi regimi riscrive il passato, sfuocando qua e là, ritoccando i colori dove necessario, costruendo una storia alternativa e “ufficiale” a quella reale.
Insomma, alla fine la nostalgia è come un farmaco: in piccole dosi può essere un curativo alle ansie e alle angosce dei nostri giorni, una gustosa pasticca dolceamara che ci fa riprovare le emozioni di un tempo e ci intenerisce il cuore – quando portavo le espadrillas, quando la sera andavamo in pineta, quando ballavamo ascoltando alla radio gli Spandau Ballet – ma in dosi massicce diventa un veleno.
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Mirjana Gotovac, “Nostalgia”
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LA FRASE DEL GIORNO
Quanto più esteso è il tempo che ci siamo lasciati alle spalle, tanto più irresistibile è la voce che ci invita al ritorno. Questa massima sembra un luogo comune, eppure è falsa. L’uomo invecchia, la fine si avvicina, ogni istante diventa più prezioso e non c’è tempo da perdere con i ricordi.
MILAN KUNDERA, L’ignoranza

giovedì 9 giugno 2011

Anima e corpo


“Dopo il pranzo Nataša, pregata dal principe Andrej, andò al clavicembalo e si mise a cantare. Il principe Andrej stava ritto a una finestra, parlando con le signore, e tendeva l’orecchio a lei. A mezzo di una di quelle frasi musicali, il principe Andrej ammutolì, e sentì, sorpreso, che in gola gli saliva il pianto, cosa di cui non si sarebbe creduto capace. Posò lo sguardo su Nataša che cantava, e nell’intimo dell’essere gli avvenne qualcosa di nuovo e di felice. Si sentiva felice e, nello stesso tempo, si sentiva triste. Non aveva, assolutamente, nessuna ragione di piangere, eppure stava sul punto di rompere a piangere. Di che cosa? Dell’amore d’un tempo? Della piccola principessa? Delle delusioni patite?… Delle speranze nell’avvenire?… Sì e no. Più d’ogni altra cosa, quello di cui gli veniva voglia di piangere, era (nell’improvvisa, viva coscienza che gliela svelava) la tremenda contraddizione fra un che d’infinito, di sublime e d’indefinibile, che c’era in lui, e un che di angusto e di corporeo, che costituiva l’essere suo, e anche l’essere di lei. Questa contraddizione lo struggeva e lo faceva esultare mentre lei veniva cantando”.

È un brano di Guerra e pace di Lev Tolstoj, esattamente dal capitolo XIX della terza parte del secondo libro: nel classico modo di raccontare tolstojano i personaggi si scaldano e si accendono di qualcosa che trascende le vicende umane. Così il principe Andrej Bolkonskij, ferito ad Austerlitz e colpito poco tempo prima dalla morte di parto della moglie Lisa, ha una rivelazione in una serata mondana a casa dei Rostov, mentre la bella Nataša canta accompagnandosi al clavicembalo. Felicità e tristezza fuse insieme, un’emozione fortissima che gli impedirà poi di dormire e che ancora non è in grado di chiamare amore per Nataša. Ma quella sera il principe Andrej prova qualcosa che tutti noi probabilmente abbiamo provato – che sia stato l’amore o una sera in riva al mare o una notte in un rifugio montano a guardare le stelle – e cioè la sensazione di avere un qualcosa che travalica il nostro corpo, chiamiamolo anima oppure essere o ancora spirito. Quella sensazione che ci fa capire di come l’infinito possa raccogliersi nel piccolo, di come sia vera l’affermazione delle Upanishad che “l’anima tua è l’intero mondo”.

Anima e corpo dunque, in stretta relazione secondo Marcel Arland, che scrisse in Où le coeur se partage “Il corpo è uno dei nomi dell’anima, e non il più indecente”. E anche per una delle Note azzurre di Carlo Dossi, la n. 1929: “Il corpo = la vagina dell’anima”. Così anche per Marguerite Yourcenar che in Alexis nota: “L'anima e la carne non sono divisibili, l'una contiene l'altra come la tastiera i suoni”. E il Premio Nobel portoghese José Saramago, nel Vangelo secondo Gesù, arriva a sperare che “Forse i sogni sono i ricordi che l’anima ha del corpo”.

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Una scena dal film Guerra e pace del 1955 © Syracuse.com

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LA FRASE DEL GIORNO
Come corpo ognuno è singolo, come anima mai.
HERMANN HESSE, il lupo della steppa

sabato 30 aprile 2011

Gli explicit

 

Ci siamo occupati più volte degli incipit, ovvero delle frasi che danno inizio a un romanzo: ne siamo colpiti come da un biglietto da visita, è la porta attraverso cui entriamo in un libro, in una narrazione, addirittura a volte in libreria ci basta scorrere la prima pagina per convincerci di acquistare o meno un volume.

Ma oggi ci occupiamo del contrario degli incipit, cioè degli explicit, le frasi finali che, concludendo un romanzo, ci restano in testa più o meno come un vino lascia il retrogusto sul palato. L’autore ormai non deve avvincere nessuno, la storia è ormai delineata, di solito è conclusa, con il suo lieto fine o il suo infausto esito, può addirittura rimanere in sospeso. Però quell’ultima frase è importante, è il congedo con il lettore, il saluto che lascia un’emozione in chi legge. Poi, si toglie segnalibro, si chiude il libro e si passerà ad un altro. Ma con quell’ultimo pensiero che aleggia ancora per un po’.


Come per gli incipit, anche per gli explicit, la varietà è notevole, e ne possiamo essere colpiti favorevolmente o restare immensamente delusi. Sono una summa dell’intero romanzo oppure un ritorno all’inizio, o ancora una specie di morale, o una semplice descrizione, o una battuta di spirito. Sono un drammatico deus ex machina o un escamotage, o addirittura danno il senso al titolo. Oppure ancora sono un’apertura improvvisa, un rilanciare, un immotivato interrompere, un’illuminazione, una sorpresa quando non addirittura uno sconcertante ribaltamento. Scorriamone una bella carrellata, in ordine alfabetico, per non fare torto a nessuno:


                                    Charles Edward Perugini, "Ragazza che legge"



CUORE DI TENEBRA, Joseph Conrad

Alzai la testa. Il mare aperto era sbarrato da un banco di nubi nere, e il quieto corso d’acqua che portava ai confini estremi della terra scorreva cupo sotto un cielo offuscato – pareva condurre nel cuore di una tenebra immensa.

IL CONTE DI MONTECRISTO, Alexandre Dumas

- Mio caro – mormorò tristemente la giovane – non ci ha forse detto or ora il conte che tutta l’umana saggezza è racchiusa in queste due parole: «Attendere e sperare»?

IL DESERTO DEI TARTARI, Dino Buzzati

La camera si è riempita di buio, solo con grande fatica si può distinguere il biancore del letto, e tutto il resto è nero. Fra poco dovrebbe levarsi la luna.
Farà in tempo, Drogo, a vederla, o dovrà andarsene prima? La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero. Forse è un soffio di vento, un semplice risucchio d'aria di queste inquiete notti di primavera. Forse è invece lei che è entrata, con passo silenzioso, e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po' il busto, si assesta con una mano il colletto dell'uniforme, dà ancora uno sguardo fuori dalla finestra, una brevissima occhiata, per l'ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.

IL GIARDINO DEI FINZI-CONTINI, Giorgio Bassani

Che cosa c'è stato, fra loro due? Niente? Chissà. Certo è che, quasi presaga della prossima morte, sua e di tutti i suoi, Micòl ripeteva di continuo anche a Malnate che a lei, del suo futuro democratico e sociale, non gliene importava nulla, che il suo futuro, in sé, lei lo abborriva, ad esso preferendo di gran lunga “le vierge, le vivace et le bel aujourd’hui”, e il passato, ancora di più, il caro, il dolce, il pio passato. E siccome queste, lo so, non erano che parole, le solite parole ingannevoli e disperate che soltanto un vero bacio avrebbe potuto impedirle di proferire: di esse, appunto, e non di altre, sia suggellato qui quel poco che il cuore ha saputo ricordare.

IL GIOCATORE, Fëdor M. Dostoevskij

Domani, domani tutto finirà!

IL NOME DELLA ROSA, Umberto Eco

Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

IL RITRATTO DI DORIAN GRAY, Oscar Wilde

Per terra giaceva un uomo, morto, con un coltello piantato nel cuore. Era canuto, il viso raggrinzito e ripugnante. Soltanto esaminando gli anelli riuscirono a riconoscerlo.

I PROMESSI SPOSI, Alessandro Manzoni

Renzo, alla prima, rimase impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c'è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia.
La quale, se non v'è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l'ha scritta, e anche un pochino a chi l'ha raccomodata. Ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s'è fatto apposta.

LA LUNA E I FALÒ, Cesare Pavese

Fece tagliare tanto sarmento dalla vigna e la coprì finché bastò. Poi ci versammo la benzina e demmo fuoco. A mezzogiorno era tutta cenere. L’altr’anno c’era ancora il segno, come il letto di un falò.

LE AFFINITÀ ELETTIVE, Johann Wolfgang Goethe

Così riposano gli amanti, uno accanto all’altro. La pace alita sopra le loro tombe, figure d’angeli affini e serene guardano giù dalla volta; e che momento felice sarà, quando un giorno si ridesteranno insieme!

LE MENZOGNE DELLA NOTTE, Gesualdo Bufalino

Lo saprò fra un istante e nel medesimo istante non saprò più di saperlo. Quando, stretto fra le gambe il fucile, col piede sul cane e fra le labbra la canna, la fronte avvolta nella bianca bandiera, udrò come un grido di Dio, il fragore dello sparo nel silenzio dell’universo.

LO STRANO CASO DEL DOTTOR JEKYLL E DEL SIGNOR HYDE, Robert Luis Stevenson

L’uomo inspiegabilmente sparito dall’ex teatro anatomico, con porta chiusa a chiave e inferriate alle finestre («Era qui ancora oggi! Dev’essere fuggito! Ma fuggito… come?») non è infatti l’assassino, ma la vittima.

1984, George Orwell

Alzò lo sguardo verso quel volto enorme. Ci aveva messo quarant'anni per capire il sorriso che si celava dietro quei baffi neri. Che crudele, vana inettitudine! Quale volontario e ostinato esilio da quel petto amoroso! Due lacrime maleodoranti di gin gli sgocciolarono ai lati del naso. Ma tutto era a posto adesso, tutto era a posto, la lotta era finita. Era riuscito a trionfare su se stesso. Ora amava il Grande Fratello.

QUOTA ALBANIA, Mario Rigoni Stern

C’è un’ansa tutta circondata da alberi, con i rami a lambire la corrente; l’acqua è limpida e fresca; il fondo non è di sassi, ma di una creta verde e dura. Mi spoglio ed entro in quell’acqua fredda che per un attimo mi fa trattenere il fiato, poi mi diverto a spruzzarmi e a guardare i prilli tra la luce che filtra dal bosco attorno.
Quando esco vado a stendermi su un sasso al sole; alto, nel mezzo del fiume. Sento il mio corpo evaporare, la corrente lambire il sasso e correre via.
Chiudo gli occhi e sotto le palpebre ruotano infiniti piccoli soli colorati. E mi lascio vivere.

UNA GIORNATA DI IVAN DENISOVIC, Aleksandr Solzenicyn

La pena affibbiatagli, dal principio sino alla fine, contava tremilaseicentocinquantatre giornate come quella. Per via degli anni bisestili si allungava di tre giorni ancora…

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LA FRASE DEL GIORNO
 
I libri non si fanno come i bambini, ma come le piramidi, con un disegno premeditato, e mettendo grandi blocchi l'uno sopra l'altro, a forza di reni, di tempo e di sudore.
GUSTAVE FLAUBERT, Lettere

mercoledì 13 aprile 2011

Della memoria


“Giungo allora ai campi e ai vasti quartieri della memoria, dove riposano i tesori delle innumerevoli immagini di ogni sorta di cose, introdotte dalle percezioni; dove sono pure depositati tutti i prodotti del nostro pensiero, ottenuto amplificando o riducendo o comunque alterando le percezioni dei sensi, e tutto ciò che vi fu messo al riparo e in disparte e che l’oblio non ha ancora inghiottito e sepolto. Quando sono là dentro, evoco tutte le immagini che voglio. Alcune si presentano all’istante, altre si fanno desiderare più a lungo, quasi vengano estratte da ripostigli più segreti. Alcune si precipitano a ondate e, mentre ne cerco e desidero altre, balzano in mezzo con l’aria di dire: «Non siamo noi per caso?», e io le scaccio con la mano dello spirito dal volto del ricordo, finché quella che cerco si snebbia e avanza dalle segrete al mio sguardo; altre sopravvengono docili, in gruppi ordinati, via via che le cerco, le prime che si ritirano davanti alle seconde e ritirandosi vanno a riporsi dove staranno, pronte a uscire di nuovo quando vorrò. Tutto ciò avviene, quando faccio un racconto a memoria”. Questa bella descrizione della memoria, assimilata a un vasto deposito con ripostigli e segrete è di un filosofo, Sant’Agostino, che la delinea nelle sue Confessioni (X, 8). A un uomo vissuto tra il IV e il V secolo, questa facoltà della psiche di ricordare doveva sembrare ancora più prodigiosa. Noi, più smagati, aiutati da macchine che svolgono questo compito al posto nostro, certamente ci facciamo meno caso. E forse, in modo più prosaico, la paragoneremmo a un hard disk di computer, magari a uno di quelli esterni, capaci di contenere un terabyte di dati.

Anche Oscar Wilde si avvale della metafora: le grandi stanze di Agostino però diventano un piccolo quaderno, l’antenato del disco fisso: “La memoria è il diario che dobbiamo portarci appresso” scrive nell’Importanza di chiamarsi Ernesto. Il Fligende Blätter, settimanale umoristico tedesco uscito tra il 1845 e il 1944, utilizza un’altra analogia: “La memoria è il salvadanaio dello spirito”. Se siamo ciò che noi siamo stati, la memoria è allora la testimonianza di noi stessi, dei nostri giorni, delle nostre notti, dei viaggi, delle esperienze, dei momenti belli e di quelli brutti, delle persone che abbiamo incontrato, che abbiamo amato e che abbiamo odiato. E vi sono volte in cui vorremmo usare le parole di Robert Louis Stevenson: “La mia memoria è eccellente per dimenticare”. Tra l’altro, “Non c’è memoria che il tempo non consumi” per dirla con il Miguel de Cervantes del Don Chisciotte. Può anche essere ingannevole, secondo Manuel Vázquez Montalbán: “Inutile la memoria mente viaggi al di là dei quattro orizzonti dei visi conosciuti”.

Ma ci vogliono i poeti per coglierne tutta la sua potenza, per esprimerla in tutta la sua meraviglia: ecco Octavio Paz, da Il balcone, lirica raccolta in Versante Est:

“Non è l’altezza né la notte e la sua luna
o gli infiniti che si offrono alla vista
è la memoria e le sue vertigini
Questo che vedo
questo che gira
sono le insidie le trappole
dietro non c'è nulla
sono le date e i loro turbini”.

E Alessandro Parronchi, in A mio padre in sogno, da Coraggio di vivere:

“La memoria ha insensibili naufragi.
Scolora come il cielo di settembre
sotto il vento si popola di nubi”.

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Immagine © The Epoch Times

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LA FRASE DEL GIORNO
 
La memoria è vita
SAUL BELLOW

venerdì 8 aprile 2011

Centenario di Emil Cioran

 

Ricorre oggi il centenario di una grande figura del Novecento, il filosofo, saggista e scrittore Emil Cioran, romeno di nascita, avendo visto la luce l’8 aprile 1911 a Răşinari, in Transilvania, ma cittadino del mondo: visse infatti a Berlino, Dresda e Monaco durante la dittatura di Hitler e in Francia dal 1937 alla morte, avvenuta nel 1995. Di lingua rumena, conosceva anche l’ungherese parlato dai genitori, e dal 1947 scrisse esclusivamente in francese. Figlio di un prete ortodosso Cioran era però agnostico, figlio di tante culture ma apolide, spregiatore degli idealismi ma affascinato durante la gioventù dalla vitalità nazista, caustico ma emotivo, interessato alla scrittura per se stesso ma con l’opera diffusa in tutto il mondo… Probabilmente l’assioma che meglio lo contraddistingue si trova nel Funesto demiurgo, del 1969: «Soffrire è produrre conoscenza».

Il Canto delle Sirene non è luogo di pura filosofia, sebbene en passant talora affiori in maniera strumentale qua e là, ma di poesia, di arte, di aforismi. Affido, come di consueto, il ricordo di Cioran alle sue frasi.

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da AL CULMINE DELLA DISPERAZIONE (1934)

Vorrei perdere la ragione a un unico patto: essere sicuro di diventare un pazzo allegro, brioso ed eternamente di buon umore, senza problemi né ossessioni, che ride senza motivo dalla mattina alla sera.

Chi sono dunque i più infelici: coloro che sentono la solitudine in se stessi o coloro che la sentono all'esterno? Impossibile rispondere. E poi, perché dovrei darmi la pena di stabilire una gerarchia della solitudine? Essere solo non è già abbastanza?

Una lacrima ha radici più profonde di un sorriso.

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da SOMMARIO DI DECOMPOSIZIONE (1949)

L'amore – un incontro di due salive... Tutti i sentimenti attingono il loro assoluto dalla miseria delle ghiandole.

Non cominciamo a vivere realmente se non una volta giunti in fondo alla filosofia, sulla sua rovina, quando abbiamo capito sia la sua terribile insignificanza sia l'inutilità del farvi ricorso, in quanto non è di alcun aiuto.

Possiamo vivere come vivono gli altri e tuttavia nascondere un no più grande del mondo: è l'infinito della malinconia…

Non si può eludere l'esistenza con le spiegazioni, si può solo subirla, amarla o detestarla, adorarla o temerla, in quell'alternanza di felicità e di orrore che esprime il ritmo stesso dell'essere, le sue oscillazioni e le sue dissonanze, le sue veemenze amare o allegre.

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da SILLOGISMI DELL’AMAREZZA (1952)

Ogni occidentale tormentato fa pensare ad un eroe dostoevskiano con un conto in banca.

All'interno di ogni desiderio lottano un monaco e un macellaio.

Vivo attraverso i giorni come una puttana in un mondo senza marciapiedi.

Perché frequentare Platone, quando un sassofono può farci intravedere altrettanto bene un altro mondo?

Se Noè avesse avuto il dono di leggere il futuro, non c'è alcun dubbio che si sarebbe fatto colare a picco.

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da IL FUNESTO DEMIURGO (1969)

Il ruolo dell'insonnia nella storia: da Caligola a Hitler. L'impossibilità di dormire è causa o conseguenza della crudeltà? Il tiranno vigila – è ciò che propriamente lo definisce.

La differenza fra il teorico della fede e il credente è grande quanto quella fra lo psichiatra e il matto.

L'uomo non fu creato per rimanere inchiodato a una sedia. Ma forse non meritava di meglio.

Siamo stati felici soltanto nelle epoche in cui, avidi di annientamento, con entusiasmo accettavamo il nostro niente.

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da QUADERNI 1957-1972 (1997)

Tutto quello che ho di buono viene dalla mia pigrizia; senza di essa chi mi avrebbe impedito di attuare i miei cattivi progetti?

Ho conosciuto fino alla nausea il dramma religioso del miscredente. La nullità del qui e l'inesistenza dell'altrove… schiacciato da due certezze.

Ogni verità è un fardello. Una verità nuova, un fardello in più.

Il megalomane è uno che dice ad alta voce ciò che ognuno pensa di sé nel suo intimo.

La religione è un'arte di consolare. Quando il prete dice, a voi afflitti, che Dio si interessa al vostro sconforto, offre una consolazione che, in fatto di efficacia, non potrà mai trovare equivalenti in dottrine secolari.

L'altro: uno che mi impedisce di essere io. Quando si è soli, si è illimitati, si è come Dio. Appena c'è qualcuno, si cozza contro un limite, e presto non si è più niente, si è solo qualcosa.

Dio, il grande Estraneo.

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Emil Cioran in un disegno di Ironie

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LA FRASE DEL GIORNO
L'origine dei nostri atti sta nella propensione inconscia a ritenerci il centro, la ragione e l'esito del tempo. I nostri riflessi e il nostro orgoglio trasformano in pianeta la briciola di carne e di coscienza che noi siamo. Se avessimo il giusto senso della nostra posizione nel mondo, se confrontare fosse inseparabile dal vivere, la rivelazione della nostra infima presenza ci schiaccerebbe. Ma vivere significa ingannarsi sulle proprie dimensioni…
EMIL CIORAN, Sommario di decomposizione




Emil M. Cioran (Rășinari, 8 aprile 1911 – Parigi, 20 giugno 1995), filosofo, saggista e aforista rumeno. Nel 1947 cominciò a scrivere in francese, pubblicando via via i saggi in cui si presentava come testimone della "décomposition" del mondo contemporaneo, continuatore e insieme negatore di Nietzsche, reazionario e anarchico, apostolo di una scrittura frammentaria e fortemente aforistica.


mercoledì 16 marzo 2011

Sull’Italia (III)


Un terzo florilegio di frasi sull’Italia e sugli italiani. Era doveroso, per celebrare il centocinquantenario dell’Unità. E ancora una volta, diviso in due: la visione dall’interno, cioè la nostra, spesso tesa a denigrarci, e quella dall’esterno, che fotografa i nostri vizi e le nostre virtù con un po’ d’invidia da parte di chi italiano non è.

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L’ITALIA E GLI ITALIANI VISTI DALL’INTERNO

La Repubblica, ad essere sinceri
a un grande e bel cocomero somiglia:
è tonda, è verde, è bianca ed è vermiglia
e i semi del cocomero son neri.

CURZIO MALAPARTE

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L'Italia è il paese del luogo comune. La pigrizia mentale, l'ignoranza e la natura ignorante spingono l'italiano a contentarsi di entusiasmi accademici.
MARIO SIRONI, Scritti editi e inediti


Gli italiani hanno solo memoria per le loro squadre di calcio. La memoria storica degli italiani è il calcio.
ANDREA CAMILLERI, La Stampa, 1° maggio 2009

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La bella Italia, dove, sullo sfondo delle rovine delle antiche regole, oscillano le canne di palude delle interpretazioni delle regole.
ANDREA DE CARLO, Mare delle verità

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Gli italiani sono un popolo grande nei momenti di miseria, ma si smarriscono in quelli di fortuna. Appena c'è un po' di benessere, subito si confondono, si smarriscono, si contentano.
ELSA MORANTE, Il Giorno, 4 settembre 1963

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Che cosa pensano gli italiani? Difficile dirlo. Si ha molta fiducia nella nostra incapacità.
LEO LONGANESI, Parliamo dell'elefante

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In Italia infatti la linea più breve tra due punti è l'arabesco. Viviamo in una rete di arabeschi.
ENNIO FLAIANO, La solitudine del satiro

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Bassano del Grappa, 81a Adunata Nazionale Alpini, 11 maggio 2008 
Fotografia © Daniele Riva

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L’ITALIA E GLI ITALIANI VISTI DALL’ESTERNO

Gli italiani in genere non sono molto precisi.
BANANA YOSHIMOTO, Chie-chan e io

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Tutti gli italiani sono attori straordinari, con l'eccezione di quelli che lo fanno per professione.
ORSON WELLES

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L’Italia è tutta fuoco, nudità, apertura e neri preti che vanno e vengono per le strade. È anche strano come non ci si possa liberare delle ville.
VIRGINIA WOOLF, La camera di Jacob

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«Tutti quelli che scrivono dovrebbero essere capaci di scrivere sull'Italia».
«Dovrebbero, sì. Ma è difficile perfino per gli italiani, Più difficile per loro che per gli altri. Se un italiano scrive bene parlando dell'Italia è un fenomeno. Le migliori cose su Milano le ha scritte Stendhal.

ERNEST HEMINGWAY, Vero all'alba

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Con l'Italia si vive come con un'amante: oggi in grande collera e domani in adorazione.
ARTHUR SCHOPENHAUER

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La terra dei mamma-mia.
LEONOR FLEISCHER, Rain Man

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Gli italiani, sotto tale rispetto, sono il popolo ideale: per loro le feste sono vere feste.
ALEXANDRE DUMAS PADRE, Il conte di Montecristo

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vedi anche Sull’Italia (I), Sull’Italia (II) e Sugli italiani

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LA FRASE DEL GIORNO 
In Italia nulla è stabile, fuorché il provvisorio.
GIUSEPPE PREZZOLINI

lunedì 21 febbraio 2011

Dello storico


Siamo in tempi in cui per farsi un’opinione bisogna consultare diverse fonti: dalla partigianeria dei giornali che mettono il paraocchi ai loro lettori si può fuggire solo confrontandoli. È dalla visione binoculare (ma ben più di due sono i punti di vista) che si riesce a intravedere la vera realtà. I giornalisti non sono storici, anche se il loro compito è quello di raccontare la storia in diretta, darci “il polso” della situazione, emergere come testimoni della cronaca. Ma viverci dentro non è facile: “La principale lezione della storia è che fatti chiarissimi per i posteri sono ignorati da chi si trova a vivere” teorizzava Carlo Cassola in uno dei suoi saggi. Più caustico, come al solito, e di parte, essendo giornalista, Karl Kraus: “Cos'è uno storico? Uno che scrive troppo male per poter collaborare a un quotidiano”.

Ma andiamo a indagare sulla funzione dello storico, importante testimone degli eventi sin dai tempi di Erodoto e Polibio, di Senofonte e Tucidide, di Tacito e Tito Livio. “Lo storico ha un solo compito: di dire come effettivamente sono andate le cose” scriveva già nell’antichità Luciano di Samosata.  E ancora: “La storia non riesce a tollerare la menzogna neanche in piccolissime dosi”. Sembra facile, ma è lui stesso a precisare: “Non un esiguo istmo divide la storia dall'encomio, ma c'è di mezzo un'enorme muraglia”, segno che già allora c’erano i leccapiedi di regime. Chi scrive la storia possiede la verità, bisogna vedere se è la “vera verità”: vengono in mente gli addetti che riscrivono continuamente la storia in 1984 di George Orwell, ovvero la storia come vogliamo che sia e non come invece è.

Ernest Renan, nella Vita di Gesù, dà una grossa responsabilità a chi scrive di storia, perché deve interpretare i suoi dati: “Il talento sta nel fare un assieme vero con degli elementi che sono veri solo a metà”. E per fare questo, è necessario seguire il saggio consiglio del De oratore di Cicerone: “Il primo dovere dello storico è non tradire la verità, non essere sospettabile di partigianerie o di rancore”. Tucidide spiega sin dall’inizio della sua Guerra del Peloponneso: “Gli argomenti invece e gli indizi da me addotti assicurano la possibilità d’interpretare i fatti storici, quali io stesso ho passato in rassegna, con una certezza che non si discosta essenzialmente dal vero”. Cosa che non succede con le Storie di Erodoto, dove, nonostante le buone intenzioni, i sentito dire sono spesso eventi fantascientifici o mitologici. Ad Erodoto si attaglia bene l’abito che disegna Georges Duhamel: “Ritengo che il romanziere sia lo storico del presente, mentre lo storico è il romanziere del passato”.

Ma alla meditazione finale lascio questo passo di François René de Chateaubriand: “Quando, nel silenzio dell’abiezione, si sentono risuonare solo più la catena dello schiavo e la voce del delatore; quando tutto trema di fronte al tiranno ed è altrettanto pericoloso incontrare il suo favore che meritare la sua disgrazia, si presenta lo storico col peso della vendetta dei popoli. Nerone prospera invano: nell’impero è già nato Tacito”.

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Immagine © Socyberty

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LA FRASE DEL GIORNO 
La storia, finché se ne sta tutta chiusa in volumi dorati, è poco più istruttiva delle pedine di legno di una partita a tric-trac.
THOMAS CARLYLE

domenica 30 gennaio 2011

Paul Léautaud, moralista a rovescio


Paul Léautaud era uno spregiudicato scrittore parigino: visse per anni in solitudine in periferia partecipando alla vita dei salotti mondani e alle serate teatrali, recensendo con caustica onestà le rappresentazioni. Nel 1898, quando aveva 26 anni, iniziò un Diario letterario, che tenne fino alla morte, nel 1956. Detti, discorsi, aneddoti si susseguono dipingendo l’universo parigino di inizio Novecento tra usurai, finti nobili spiantati, scrittori da strapazzo, amanti, mariti e mogli tradite, bancarottieri. E Léautaud gira qua e là la sua lama affilata, il coltello della sua ironia, che diventa amaro sarcasmo quando si trova di fronte alla stupidità, strappando massime e sentenze che esprimono il disincanto e l’arguzia, che sanno molto spesso trasformarsi in una autoironia al contempo pungente e delicata, quando la riflessione diventa più intima. Insomma, un “moralista a rovescio” come egli stesso amava definirsi.

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da “PASSATEMPI”

Essere seri in gioventù, si paga, sovente, con una nuova giovinezza in età matura.

Mi alzo, come tutti, la mattina, ma è la sera che mi sveglio.

C’è una poesia nell’oblio come nel ricordo.

La povertà non è un vizio. Perbacco! Un vizio è piacevole.

Non avrei potuto essere un poeta lirico. Non sono abbastanza stupido.

Bisogna scrivere ciò che si è visto, ciò che si è inteso, ciò che si è provato, ciò che si è vissuto.

Succede in amore come in tutto il resto. Quel che abbiamo avuto è niente, è quello che non abbiamo che conta.

Ci sono certe cose che scrivo ma che non direi a voce.

Può darsi che il tradimento sia la caratteristica di un’intelligenza superiore, completamente affrancata da ideologie civili.

Non ho paura a dirlo: una società non è completamente civilizzata se non esiste la coscienza e la pratica dei doveri verso gli animali.

I bei libri tolgono il coraggio di scrivere, dicono. Che sciocchezza! Per me, almeno. Quando leggo un bel libro, il mio spirito si risveglia, le brutte fantasie scompaiono, scrivere mi appassiona più che mai. Quando leggo un libro insulso, prolisso, uno di quei libri che uno qualsiasi, oltre all’autore, avrebbe potuto scrivere, allora perdo l’illusione. Mi dico che quello che scrivo forse non vale di più. I bei libri tolgono il coraggio di scrivere? Come dire che una bella donna toglie il coraggio di fare all’amore.

È curioso: il tono dei libri di una volta mi piace di più che il tono dei libri di oggi. Con questi mi trovo spaesato, e ritrovo negli altri un paesaggio che mi è congeniale.

È curioso il meccanismo mentale di uno scrittore. Mi è capitato di avere dei grandi dispiaceri. Con la mia mania di scrivere tutto, li ho messi sulla carta. Mi sono subito consolato.

Mi trovano immorale, sovversivo, senza rispetto: non dico neppure un quarto, su ogni cosa, di quello che penso.

Mi sono fatto fare una giacca. Il sarto è così bene informato sul mio conto? Non mi ci ha fatto l’occhiello per la decorazione.

È curioso che sia sempre la donna a «concedere i suoi favori» all’uomo. Eppure si tratta di uno scambio di favori!

La vostra amante vi fa delle scenate spaventose. Vi salta al collo e vi graffia. Minaccia di strangolarvi. Vi copre d’ingiurie. Arriva al punto di augurarvi la morte. Vi spia e vi segue dappertutto. Non vi dà respiro. Che uomo fortunato: vi adora!

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Paul Léautaud ritratto da Henri Matisse

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LA FRASE DEL GIORNO
Singolare scrittore! Terminato il manoscritto, il piacere di avere scritto mi basta. Non ho alcuna fretta di darlo alle stampe. Poco ci manca che me lo tengo per me.
PAUL LÉAUTAUD, Passatempi




Paul Léautaud (Parigi, 18 gennaio 1872 – Le Plessis-Robinson, 22 febbraio 1956) è stato uno scrittore e critico teatrale francese. Il suo Journal presenta con forza epigrammatica un'acuta ed inclemente cronaca dei retroscena, non di rado miserevoli, della società letteraria ed artistica di Parigi.


mercoledì 19 gennaio 2011

Della fiducia


Che cos’è la fiducia? È la sicurezza che si ripone in qualcosa o in qualcuno. Fiducia nel domani, nei risparmi, in una persona. Fiducia nel governo (di solito, poca) e fiducia che il governo chiede per essere confermato in carica, ovvero la dimostrazione che i parlamentari ne hanno ancora fiducia. Una parente prossima della speranza. Ha la stessa etimologia di fede – un’antichissima radice indoeuropea *bheidh-, a significare che da sempre gli uomini hanno avuto fiducia – e presuppone lealtà e onestà.

Ma da sempre gli uomini hanno anche fatto tesoro del motto “Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”: e infatti accanto alle testimonianze letterarie sulla fiducia ve ne sono almeno altrettante sul diffidare. Famosissima è la versione “biblica” di Woody Allen: “Il leone e il vitello giaceranno insieme, ma il vitello non dormirà molto”. Pratico anche l’ufficiale inglese Valentine Blacker, tenente colonnello della Compagnia delle Indie Orientali: “Abbiate fiducia in Dio, ragazzi, e tenete la polvere da sparo all’asciutto”. E il letterato inglese Samuel Johnson: “Se costui crede veramente che non c’è distinzione tra vizio e virtù allora quando esce dalle nostre case è meglio contare i nostri cucchiai”. Lo scrittore francese Prospère Mérimée, autore di Carmen, recava inciso nel castone del suo anello: “Ricordati di diffidare”. Baltasar Gracián annotava invece: “La fiducia è la madre della disattenzione”. Il grande scrittore russo Anton Cechov era un amico degli animali: “Fidati del tuo cane fino all’ultimo, ma di tua moglie o di tuo marito solo fino alla prima occasione”. Il contrario di Giulio Cesare, secondo quanto cita Plutarco nelle Vite parallele: “Ritengo che mia moglie non debba neppure essere sospettata”.

Il titolo di questo post è “Della fiducia” ma, a parte l’indignazione di Cesare, finora ho raccolto solo testimonianze contro di essa. Proviamo a trovare qualche testimone della difesa: l’umanista spagnolo Juan Luis Vives, per esempio, che ammonisce: “La vita per i diffidenti e i timorosi, non è vita, bensì una morte costante”. Poi una delle celebri Massime di François de La Rochefoucauld che ci mette in guardia: “La nostra diffidenza giustifica l’inganno altrui”. E William Shakespeare: “Fidarsi è una colpa? La colpa è del ladro” in Molto rumore per nulla. Un uomo di pace come il Mahatma Gandhi – e non poteva essere altrimenti: “La fiducia non può avere dei limiti e deve sempre oltrepassare la barriera del dubbio”.

La morale? Fidarsi sì, ma con juicio

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Fotografia © TrustNet

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LA FRASE DEL GIORNO
La fiducia può esaurirsi, se si vuol troppo cimentarla. 
BERTOLT BRECHT, Vita di Galileo

venerdì 10 dicembre 2010

Dello scrivere

 

“Se hai una storia, non è difficile raccontarla” scriveva Ernest Hemingway al suo editore Charles Scribner nel 1949. Scrivere è una delle cose più affascinanti del mondo, permette di mettere in ordine i propri pensieri, di realizzare le fantasie, di architettare mondi e universi, di viaggiare nel tempo. Consente di analizzare la realtà, di ordinarla o di scardinarla. Permette di  porsi in contatto con se stessi, con la parte più profonda del nostro io. Ancora Hemingway in Vero all’alba, romanzo postumo: “Quando invento la verità, la rendo più vera di quanto lo sia realmente. È questa la differenza tra i buoni e i cattivi scrittori”. Papa era sicuramente un grande scrittore. In una lettera a un altro dei suoi editori, Arthur Mizener, spiega perché si scrive: “Io ritengo che fondamentalmente si scriva per due persone: per se stessi cercando di renderlo assolutamente perfetto, oppure se non perfetto, allora bellissimo. E poi si scrive per chi si ama che lei possa o no leggerlo e che lei sia o no viva”. Scrittura come atto d’amore, quindi. Anche se Roland Barthes nei Frammenti di un discorso amoroso lo contesta – ma non troppo - con parole più alte e meno comprensibili: “Saper che non si scrive per l’altro, sapere che le cose che sto per scrivere non mi faranno mai amare da chi io amo, sapere che la scrittura non compensa niente, non sublima niente, che è precisamente là dove tu non sei: è l’inizio della scrittura”.

Ma cosa serve per scrivere? Ancora Ernest Hemingway – un’ultima volta, lo giuro, poi passo a citare altri – in uno di suoi reportages di guerra: “Una concezione veramente seria dello scrivere è infatti una delle due cose assolutamente indispensabili. L'altra, purtroppo, è il talento”. Come già chiosava nel Don Chisciotte Miguel de Cervantes: “Non è coi capelli bianchi che si scrive, ma con l'intelletto, che suole perfezionarsi con gli anni”. E non mi sento di dare totalmente ragione a una delle Note azzurre di Carlo Dossi, quella segnata con il numero 1779: “Pensare col cuore e scrivere colla testa”. Qualche volta si deve scrivere anche con il cuore…

“Scrivo / ogni lettera è un germe / la memoria / rilancia le maree / e il suo mezzodì” recitano alcuni versi di Octavio Paz, Nobel messicano, in una poesia della raccolta Salamandra. E dunque la scrittura come seme piantato, come qualcosa che può originare altro, che può certamente indurre il pensiero di chi legge. Anche Italo Calvino: “Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto”, in Se una notte d’inverno un viaggiatore. Ma anche un modo di cogliere l’ineffabile, un tentativo di sorprenderlo, come Arthur Rimbaud e la sua Vierge folle: “Scrivevo dei silenzi, delle notti, annotavo l’inesprimibile. Fissavo delle vertigini”.

Scrivere per esprimere il proprio sentimento, per provare gioia nell’esprimerlo: Wislawa Szymborska parla della “gioia di scrivere, / il potere di perpetuare / la vendetta di una mano mortale”. Thomas Mann in Morte a Venezia dice che “La felicità dello scrittore è il pensiero che riesce a diventare completamente sentimento, è il sentimento che riesce a diventare completamente pensiero”. Non è facile, e il grande bardo William Shakespeare si rammarica – o finge di farlo, il volpone – nel diciassettesimo dei Sonetti: “Se potessi scrivere la bellezza dei tuoi occhi”. A me basterebbe scrivere la bellezza di questo verso…

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Dipinto di Mihai Criste

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LA FRASE DEL GIORNO
Scrivi, scrivi. Alla fine, fra tonnellate di carta da buttare via, una riga si potrà salvare. (Forse). 
DINO BUZZATI, In questo preciso momento

lunedì 22 novembre 2010

Del conoscere se stessi

 

La persona che conosciamo meglio – o che dovremmo conoscere meglio – è quella con cui siamo in contatto ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette, senza ferie e vacanze: siamo noi stessi. Ma non è facile per nulla definirsi, né siamo sempre in grado di sapere come reagiremmo in una determinata situazione.

Se l’imperativo posto sul tempio di Apollo a Delfi, attribuito ai Sette Savi, è “Conosci te stesso”, forse facile per filosofi della loro tempra e per il loro contemporaneo Lao Tzu: “Chi conosce gli altri è saggio; / Chi conosce se steso è illuminato”. Già Miguel de Cervantes nel Chisciotte ci ricorda che “Conoscere bene te stesso è la conoscenza più difficile che possa immaginarsi”.  Va ancora oltre H.D. Thoreau: “Osservare se stessi è difficile quanto guardare indietro senza voltarsi”. Perché, come chiosa Luigi Pirandello in una delle sue novelle: “Ciò che conosciamo di noi è però solamente una parte, e forse piccolissima, di ciò che siamo a nostra insaputa”.  André Gide così commenta: “Conosci te stesso. Massima tanto perniciosa quanto brutta. Chiunque si osservi arresta il proprio sviluppo. Il bruco che cercasse di «conoscersi bene» non diventerebbe mai farfalla”.

C’è chi si lancia in questa conoscenza di sé, che si mette alla prova, chi si pone domande alle quali risponde con sofferenza, come il poeta spagnolo Juan Ramón Jiménez: “Che solo mi ascolti io di dentro”; e c’è chi svicola, fa finta di nulla e continua a vivere ignorando chi veramente sia, come spiega Joseph Conrad in Lord Jim: “È mia convinzione che nessuno capisca fino in fondo gli elaborati stratagemmi ai quali ricorre per evitare l'ombra sinistra della conoscenza di sé”.  E naturalmente c’è chi scende a compromessi, come racconta Fëdor Dostoevskij nelle Memorie del sottosuolo: “Un uomo evoluto e perbene non può essere vanitoso senza essere illimitatamente esigente verso sé stesso e senza disprezzarsi in certi momenti fino all'odio”. I santi siedono tranquilli e osservano questo viavai: “E gli uomini se ne vanno a contemplare le vette delle montagne, i flutti vasti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri, e non pensano a se stessi” dice Sant’Agostino nelle Confessioni.

In conclusione, “Ciascuno di noi è quello che le sue vicende hanno creato”, come ci rammenta Umberto Eco nell’Isola del giorno prima. Ma le parole secondo me più saggie sono ancora una volta quelle di Seneca, scritte all’amico Lucilio: “Mi chiedi qual è stato il mio progresso? Ho cominciato a essere amico di me stesso”.

Anche perché, come si dice nel Troilo e Cressida di William Shakespeare, “Le ferite che ci si fa da se stessi guariscono male”.

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Fotografia © Huy Nguyễn/Pexels

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LA FRASE DEL GIORNO 
Per conoscere se stessi è necessario conoscere gli altri.
LUDWIG BÖRNE, Critiche

venerdì 29 ottobre 2010

Della punizione

 

Pensavate di trovare Del Piero? Non c’è. Però è una punizione anche quella che tira il calciatore: altro non è che l’applicazione della pena, il castigo inflitto a chi trasgredisce una legge, in  quel caso un fallo contrario al regolamento del gioco del calcio.

Vasta è la letteratura sulla punizione, sulla sua efficacia, sulla necessità di farla seguire al delitto. Pensiamo alla Genesi (XIX, 24-25): “Allora il Signore fece piovere sopra Sodoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco, da parte del Signore, dal cielo, e distrusse quelle città e tutta la pianura, tutti gli abitanti della città e ogni germinazione del suolo”. È il Dio vendicativo e geloso del Vecchio Testamento, quello che spazza via eserciti e spalanca le strade del Mar Rosso a Mosè, così diverso dal Dio del perdono del Vangelo. E ancora, nell’Esodo (XXI, 23-24): “Richiederai vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, ustione per ustione, ferita per ferita, lividura per lividura”. Il Levitico, il libro che raccoglie collezioni di leggi, è un vero e proprio elenco di punizioni, dal bestemmiatore all’assassino, dalle colpe contro il culto a quelle contro la famiglia.

C’è chi piega verso una specie di giustizialismo: il Publilio Siro del primo secolo a. C. pare il sindaco di New York Rudolph Giuliani degli anni a cavallo del Duemila: Chi passa sopra ad una colpa, incoraggia a commetterne molte”. Il suo quasi contemporaneo Seneca è più comprensivo: “La principale e la più grave punizione per chi ha commesso una colpa sta nel sentirsi colpevole”. Forse aveva troppa fiducia nel genere umano, forse non conosceva i “mostri” dal pelo sullo stomaco che popolano i nostri telegiornali. George Savile Halifax, diplomatico inglese del XVII secolo con Carlo II, è alla destra di Publilio Siro: “Non si impicca un uomo perché ha rubato dei cavalli, ma perché i cavalli non vengano più rubati”. Dello stesso avviso, anche se più moderato, il filosofo inglese del XIX secolo Herbert Spencer: “Ogni delitto impunito ne genera una famiglia”. Un vero e proprio garantista è invece un altro filosofo inglese, Jeremy Bentham: “Ogni punizione è cattiveria; ogni punizione in sé è male”.

Altri se ne fregano bellamente del castigo: Oscar Wilde si esalta secondo suo costume: “C’è una sorta di conforto nel condannare noi stessi. Quando ci condanniamo, pensiamo che nessun altro ha il diritto di farlo”. Invece il Don Giovanni di Tirso de Molina dice al servo che lo esorta a pensare al castigo divino “Così lontano è il castigo!”. Sarcastico come sempre il poeta latino Giovenale: “C’è chi, come prezzo del proprio misfatto, ebbe la forca, chi la corona”.

Chi prende a cuore la sorte del punito, tanto da diventare un monomaniaco del tema, è Cesare Beccaria: “La certezza di un castigo, benché moderato, farà sempre una maggior impressione che non il timore di un altro più terribile, unito colla speranza dell’impunità”. E anche: “Perché una pena ottenga il suo effetto basta che il male della pena ecceda il bene che nasce dal delitto”. E poi: “È meglio prevenire i delitti che punirgli”. E ancora: “Quanto la pena sarà più pronta e più vicina al delitto commesso ella sarà tanto più giusta e tanto più utile”. Gustave Flaubert, quanto a lui, ne fa una questione di stile: “Patibolo. Quando ci si sale, darsi da fare per pronunciare qualche parola eloquente prima di morire”.

 

John Barrymore (Don Giovanni) © Celebrity Images

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LA FRASE DEL GIORNO
Le pene servono a spaventare coloro che non vogliono.
KARL KRAUS, Detti e contraddetti

mercoledì 29 settembre 2010

Passato e futuro


Dag Hammarskjöld era un uomo politico svedese. Nel 1953 aveva quarantotto anni e divenne segretario generale dell’ONU. Ricoprì quella carica a lungo, fino al 18 settembre 1961, quando rimase vittima di un incidente aereo nello Zambia mentre si recava in Congo a risolvere la grave crisi politica di quel paese. Oslo, in quello stesso anno, gli assegnò il Premio Nobel per la Pace, alla memoria.

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Ma qui si parla di una brevissima frase tratta dal suo diario: “Al passato: grazie! Al futuro: sì!”. Pochissime parole che racchiudono tutta una filosofia di vita, a testimonianza che non servono pagine e pagine per esprimere un concetto, anzi, spesso accade proprio il contrario grazie all’incisività.

“Al passato: grazie”, ovvero non c’è necessità di crogiolarsi nel ricordo, non c’è bisogno di vivere nel passato. Guardare indietro è bello e allettante, ma deve essere solo un attestato di ciò che si è vissuto, una constatazione che ciò è stato, come una galleria di quadri che si ammirano con stupore e ammirazione, con una punta di nostalgia, ma con la consapevolezza che è qui, nel presente, che si vive, nell’hic et nunc che è la nostra vita. Oggi. Ieri non deve essere altro che un album di fotografie che andiamo sfogliando per poi riporlo al suo posto nello scaffale.

“Al futuro: sì!”, ovvero dobbiamo guardare al domani con ottimismo e con speranza. Lo so che ci lamentiamo spesso di questo mondo e del nostro futuro: l’effetto serra scioglierà i ghiacci, il petrolio finirà, il buco nell’ozono ci arrostirà tutti, la crisi economica divamperà furiosa, le banche falliranno. Non dico che è sbagliato essere attenti al mondo del domani, ma certo il catastrofismo non aiuta. Hammarskjöld ci indica la strada: pensare positivo, andare incontro con fiducia all’avvenire. Che poi ad attenderlo, nel suo futuro, ci fosse un incidente aereo, quella non è che una beffa del destino…

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Fotografia © Jasper Sebastian Sturup

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LA FRASE DEL GIORNO
Occorre guardare avanti. Non si può mai tornare alle vecchie cose o cercare di recuperare la vecchia "sensazione" di qualcosa o trovare le cose come le ricordiamo. Le abbiamo noi così come le ricordiamo e sono belle e dobbiamo guardare avanti e procurarci nuove cose perché quelle vecchie non esistono più se non nella nostra mente.
ERNEST HEMINGWAY, Lettera a William D. Horne, 18/7/1923

martedì 24 agosto 2010

Della fretta


“La gatta frettolosa fece i gattini ciechi” recita un noto proverbio. E infatti, la fretta, che è il desiderio oppure la necessità di fare rapidamente una cosa, è nemica del bene. Purtroppo in questi tempi moderni che non consentono se non rare pause, tutti ne siamo vittime.

“La rapidità, che è una virtù, genera un vizio, che è la fretta” scriveva il saggista spagnolo Gregorio Marañon. Una degenerazione dunque, quella che porta a non rileggere un post, per esempio, e a lasciarvi qualche errore di battitura. Del resto, il blogger ha anche altro da fare e la fretta, “cattiva consigliera” di un altro proverbio, lo istiga a lasciar perdere, a non curare in modo migliore il suo prodotto. Anche Erodoto, nelle “Storie”, rileva che “La fretta genera l’errore in ogni cosa”. Un altro grande greco, Sofocle, scrive che “Non vanno d’accordo il ragionamento e la fretta”. A patto di non cadere nel vizio opposto, il temporeggiare…

Le sentenze singalesi del Subashitarnaya dicono: “In nessuna cosa si abbia fretta; la fretta guasta le faccende. Uno sciocco, per troppa furia, ridusse un pavone ad una cornacchia”. Facile dirlo, ma difficile ritagliare tempo per agire con rapidità e con sicurezza e qualità insieme. Infatti, secondo Publilio Siro, già nel I secolo a. C. “Non c’è nulla che si possa fare in fretta e contemporaneamente con prudenza”. Per Philip Chesterfield è anche questione di incapacità: “Chi ha premura dimostra che quello che sta facendo è un affare troppo grosso per lui”. Invece Giovanni Gioacchino Belli con verve tutta romana, invita a pazientare, a rasentare quasi la pigrizia: “Ch’edè ‘sta furia? Adacio Biacio: Roma / mica se fabbicò tutt’in un botto”.

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Fotografia © ComunicLab

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LA FRASE DEL GIORNO
La fretta non consente di approfondire le cose.
TITO LIVIO

domenica 27 giugno 2010

Dei libri

Tutti sappiamo cos’è un libro. Anche Rino Gattuso, che ha orgogliosamente dichiarato di non averne mai letto uno in vita sua. Certo, un bel testimonial. I vari governi hanno cercato di invogliare i giovani alla lettura, ma la battaglia sembra persa in partenza, considerando le statistiche sui lettori in Italia.

Eppure il libro è uno strumento impareggiabile: ci fa volare sulle ali della fantasia, ci trasporta in luoghi lontani e in epoche lontane senza neppure muoverci da dove ci troviamo: è un ibrido tra una macchina del tempo e un teletrasporto e per giunta portatile. Anzi, ora grazie all’e-book è diventata trasportabile in pochi etti anche un’intera biblioteca. E infatti “Libro, ansia di stare ovunque, in solitudine” diceva nei versi di “Eternità” il poeta spagnolo Juan Ramón Jiménez.

Francis Bacon, il filosofo inglese del Seicento, riteneva che “Leggere rende un uomo completo, parlare lo rende pronto e scrivere lo rende preciso”. Senza questa base è il nulla e infatti lo testimoniano le belle figure che fanno molti giornalisti e politici, sportivi e partecipanti ai quiz. Sempre Bacon nei suoi “Saggi” scriveva: “Alcuni libri devono essere assaggiati, altri trangugiati, e alcuni, rari, masticati e digeriti”. Un pensiero che discende da Seneca, in uno dei tanti consigli all’amico Lucilio: “Non importa la quantità dei libri che hai, ma la loro qualità”. Anche John Ruskin, critico inglese ottocentesco: “I libri si possono dividere in due gruppi: quelli «dell’ora» e quelli «di sempre»”. Il filosofo colombiano Nicolás Gómez Dávila rovesciava invece la distinzione: “I libri seri non istruiscono, interrogano”.

Libri ovunque, libri sempre: Ungaretti ne aveva in battaglia sul Carso, Rigoni Stern nello zaino durante la guerra in Albania e nella ritirata di Russia, e come loro chissà quanti altri soldati. E quanti viaggiatori: il libro è il compagno ideale nei lunghi viaggi in treno e in aereo: “Non viaggio senza libri né in pace né in guerra. È il miglior viatico che abbia trovato per questo viaggio umano” confessa Michel de Montaigne nei suoi “Saggi”. E gli fa eco, in un passo di “L’importanza di chiamarsi Ernesto”, nella sua immodestia, Oscar Wilde: “Non viaggio mai senza il mio diario. Bisogna sempre avere qualcosa di strabiliante da leggere in treno”. Cesare Pavese invece nel suo diario, “Il mestiere di vivere”, spiega che “La letteratura è una difesa contro le offese della vita”. E Pierre Choderlos de Laclos, nelle “Relazioni pericolose” sottolinea: “Il pregio di un libro consiste o nella sua utilità o nello svago che procura, o in ambedue le cose quando è possibile.”

D’accordo, poi un libro può piacere o non piacere, ma è sempre meglio averlo letto: “Non vi è libro tanto brutto che non possa essere in qualche parte utile” diceva lo scrittore latino Plinio il Vecchio al nipote, che lo citava nelle sue lettere. E il suo contemporaneo Marziale per una volta un pochino più serio: “C’è del buono, del mediocre, molto di brutto / in questo libro: del resto, o Avito, così è fatto un libro”. E ancora Oscar Wilde, nella Prefazione al “Ritratto di Dorian Gray”: “Non esistono libri morali o immorali. I libri sono scritti bene o scritti male”.

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Paul Cezanne, “Ritratto di Gustave Geffroy”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il libro è una cosa... lo si può mettere su un tavolo e guardarlo soltanto, ma se lo apri e leggi diventa un mondo.
LEONARDO SCIASCIA

giovedì 27 maggio 2010

Dell’attimo fuggente

 

L’attimo fuggente, la capacità di cogliere il momento che vola via, è un’ossessione umana che dura da millenni. Non è esclusiva della nostra società ipertecnologica e consumistica dove gli oggetti invecchiano velocemente e le occasioni fuggono al ritmo veloce. E “Carpe diem”, la citatissima frase di Orazio che appare nel film di Peter Weir “L’attimo fuggente”, dove è parte necessaria della narrazione, o nella canzone di Alberto Fortis “La sedia di lillà”, risale a più di duemila anni fa, quando il poeta di Venosa la inserì in una delle sue “Odi” (I,11): “Dum loquimur, fugerit invida / aetas: carpe diem, quam minimum credula postero” (Mentre parliamo, l’ora già scorre rapida: cogli il tuo tempo, meno che puoi fidati del domani). Teorizzare il presente, sempre. E accontentarsi di esso. Anche lo scafato Marziale vi si attiene: “Non è da saggio, credimi, dire «Vivrò»: / è troppo tardi vivere domani: vivi oggi” (Epigrammi, I,15). Il greco Pindaro, sebbene autore dei famosi “voli”, ammoniva nelle sue odi a “non guardare troppo lontano” e invitava: “Anima mia, non ti affannare per una vita immortale; / godi i frutti che hai alla tua portata”.

Il concetto oraziano riecheggia nei “rispetti di amore” di Agnolo Poliziano, nel XV secolo: “Usa, madonna, tua bella età verde: chi ha tempo e tempo aspetta, tempo perde” e nei “Canti carnascialeschi” del contemporaneo Lorenzo il Magnifico: “Chi vuol esser lieto, sia: / di doman non v’è certezza”. E ancora nel canto goliardico medievale “Gaudeamus igitur”: “Godiamo dunque, finché siam giovani” e nell’”Orlando furioso” di Ludovico Ariosto: “Corrò la fresca e mattutina rosa, / Che, tardando, stagion perder potria”.

In tempi più recenti, se per Auguste Villiers de l’Isle-Adam “Bisogna appartenere al proprio tempo”, secondo Giovannino Guareschi in “Don Camillo e il suo gregge” “Fin che c'è il sole godiamoci il sole: apriremo l'ombrello quando si metterà a piovere!”. La chiusa spetta di diritto a un poeta, Dante Gabriele Rossetti, che fotografa la realtà con questi versi fulminei come il lampo del flash: “Il passato è ricordo, il futuro è speranza ed il presente è un attimo fuggente”.

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Dipinto di Mihai Criste

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LA FRASE DEL GIORNO
L'attimo della dolce angoscia fuggiva, oh, che altro può fare un attimo? ma il succedente gli succedeva: l'integrale dei fuggenti attimi è l'ora.
CARLO EMILIO GADDA, Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

lunedì 17 maggio 2010

Delle donne belle

Ah, la bellezza, questo “dono degli dei”, per dirla con Aristotele, questa “promessa della felicità” per usare le parole di Stendhal… Ma quando la bellezza si incarna nello splendido corpo di una donna allora può diventare sublime. E suscitare commenti ironici e un po’ invidiosi come questo di Vittorio Buttafava, da “La vita è bella nonostante”: “È bene che le donne belle siano stupide. Se fossero anche intelligenti sarebbe un’ingiustizia”. C’è anche l’altro lato, quello della donna bella che commenta se stessa, Sharon Stone: “Se hai una vagina e un cervello intelligente, allora hai in mano una combinazione invincibile”. E comunque “da una bella donna si tollera tutto” dice Molière nel “Borghese gentiluomo”.

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Olena Popova, Fotografia © InAdv
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E questa bellezza, com’è? Come deve essere? Chi ha stabilito i canoni per giudicarla? È la magrezza, l’altezza, la proporzione? E varia con il tempo? Una volta non era un suo attributo fondamentale una certa rotondità? Prendiamo, nel I secolo dopo Cristo, Seneca: in quella miniera di saggezza che sono le “Lettere a Lucilio” stabilisce anche i criteri della bellezza femminile: “Una bella donna non è colei di cui si lodano le gambe o le braccia, ma quella il cui aspetto complessivo è di tale bellezza da togliere la possibilità di ammirare le singole parti”. La pensa così anche Catullo, un secolo prima: “Per molti Quinzia è «bella». Per me è «splendida». Alta. Diritta. Accordo sui particolari. Sulla sintesi «bella», no. Il fascino manca”. Armonia e proporzione dunque sono i requisiti fondamentali per la bellezza di una donna. Anche il poeta inglese del Settecento Alexander Pope è d’accordo: “Non è un labbro o un occhio quello che chiamiamo bellezza, / ma la forza globale e il risultato finale di tutte le parti”. Angelo Firenzuola nel Cinquecento scrive addirittura una serie di “Discorsi delle bellezze delle donne” e sta lì a misurare matematicamente: “La fronte ha da essere spaziosa, cioè larga, alta, candida e serena… L’altezza ha da essere tanta, quanta è la metà della sua larghezza: e però dee essere tanto larga quanto è alta una, sicché dalla larghezza si ha a pigliare la lunghezza, e dalla lunghezza la larghezza”. Confesso che mi ci sono perso. Molto meglio John M. Barrie, il creatore di Peter Pan, che in “Quel che ogni donna sa” così la spiega: “È una sorta di fluorescenza in una donna. Se ha fascino, non ha bisogno di niente altro; se non ce l’ha, tutto il resto non serve a molto”.
E per chi non è o non si sente bella? Non c’è nessun motivo di disperarsi: José Ortega y Gasset, filosofo spagnolo del Novecento, afferma con sicurezza che “La bellezza che seduce coincide poche volte con la bellezza che fa innamorare”. E Karl Kraus chiosa: “Ci sono donne che non sono belle, hanno solo l’aria di esserlo”.


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LA FRASE DEL GIORNO
Bellezza della grande arte, bellezza di tutta la gioia, soprattutto bellezza di donna.
FRANCIS SCOTT FITZGERALD, Di qua dal Paradiso