Statistiche web
Visualizzazione post con etichetta poesia dialettale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta poesia dialettale. Mostra tutti i post

mercoledì 6 maggio 2026

Terra sfigurata


NOVELLA CANTARUTTI

J’ SIN

Lagrimi’ secj’
j’ sin,
su la nestra cjera
disfigurada.
E cours j’ sin,
ch’a mènin
su li’ viti’ cioncjadi’
e la masera.


SIAMO

Lacrime secche
siamo,
sulla nostra terra
sfigurata.
E siamo cuori
che resistono
sulle vite schiantate
e le macerie.

.

.

IL REQUIE

Il requie,
sot i mûrs di Vencion,
a’ lu scjafòin i claps.
’A si prèa
come chei ch’a son muars,
cencia cigus.
E ’a na si cjanta pi.


IL REQUIEM

Il requiem,
sotto i muri di Venzone,
lo soffocano i sassi.
Si prega
come quelli che sono morti,
senza grida.
E non si canta più.

(da Pagjni' seradi', Società filologica friulana, 1976)

.

Il 6 maggio 1976 un disastroso terremoto devastò il Friuli: alle 9 di sera si verificò una scossa di 9° grado Mercalli, come si misurava allora, ovvero di 6.2 gradi Richter, durata un terribile minuto. Il poeta Pierluigi Cappello, che allora aveva nove anni e abitava a Chiusaforte, ricorderà: “Mi parve di stare al centro della notte del giudizio, l’immaginazione di migliaia di bambini friulani si espanse come un’enorme, dolente bolla per accogliere entro i suoi confini una nuova regione: la regione del terrore, un terrore primordiale, da passeri e cani spaventati. Ai primi crolli, il presente immutabile di quei bambini venne scagliato in bocca a un futuro buio, privo di dimensione”. “La terra si scrollava di dosso / le case” scrisse un altro poeta friulano, Giacomo Vit. Ma fu la poetessa in lingua friulana Novella Cantarutti, cinquantacinquenne insegnante di italiano e amica di Pasolini a registrare praticamente “dal vivo” l’emozione terribile del sisma che causò mille morti e ridusse in macerie Gemona, Osoppo, Buja, Venzone e Majano.

.

FOTOGRAFIA DA REGIONE FRIULI-VENEZIA GIULIA

.


  LA FRASE DEL GIORNO  

Un minuto. La storia, ogni tanto si veste con i tempi che appartengono al quotidiano per plasmare le sue trasformazioni.
PIERLUIGI CAPPELLO, Messaggero Veneto, 4 maggio 2016

.



Novella Aurora Cantarutti (Spilimbergo, 26 agosto 1920 – Udine, 20 settembre 2009), poetessa e scrittrice italiana, nota per le sue poesie in lingua friulana. Compose i suoi primi lavori letterari nel 1941, ma pubblicò solo dopo la fine della guerra,  su riviste locali, quali Il strolic furlan, Ce fastu? e Quaderno romanzo di Pasolini.


domenica 24 novembre 2024

Centenario di Raffaello Baldini



"Uno s'accorge che quel che vuol raccontare succede in dialetto e che tradurlo significa in fondo raccontarlo non come è realmente successo" disse Raffaello Baldini, poeta romagnolo che nasceva il 24 novembre di cento anni fa a Sant'Arcangelo. Di lui Pier Vincenzo Mengaldo scrisse: "Se non restasse ancora vivo il pregiudizio pigro per il quale un poeta in dialetto è un ‘minore’, anche quando è maggiore, Raffaello Baldini sarebbe considerato da tutti quello che è, uno dei tre o quattro poeti più importanti d’Italia". Ma l'uso del dialetto consente di entrare in un'atmosfera un po' naif, talora bizzarra, talora grassa o al contrario sognante, malinconica: Baldini colloca i suoi personaggi in una scena in cui l'umanità è destinata alla sconfitta e alla solitudine.

.

.


A N'E' SO

Invìci mè l´è un pó ch´a pràigh, ad nòta,
quant a m svégg, ch´a so lè, ch´a n´arcàp sònn,
l´è la vciaia? a n´e´ so, l´è la paéura?
a pràigh, e u m pèr ´d sintéi, a n´e´ so,
cmè ch´a n fóss da par mè, a n´e´ so, cmè che,
l´è robi ch´l´è fadéiga, a déggh acsè,
mo a n´e´ so gnénch´ s´a i cràid o s´a n´i cràid.


NON LO SO
 
Invece io è un po’ che prego, di notte
quando mi sveglio, che sono lì, che non riprendo sonno,
è la vecchiaia? non lo so, è la paura?
prego, e mi pare di sentire dentro, non lo so,
come se non fossi solo, non so, come se,
sono cose che è difficile, dico così,
ma non so nemmeno se ci credo o non ci credo.

.

.

LA GÒMMA

S’u i fòss ‘na gòmma da scanzlè, ‘na gòmma
da inciòstar, no da lapis, o se no
s’ na machina da scréiv, bat xxx,
o, par fè mèi, xyxy,
o, par fè mèi ancòura, mnmn,
ch’ u s fa pòch mn, mo e’ scanzèla,
porca masòla, ch u n s capéss piò gnént,
o adiritéura, mèi di tòtt, mo a n l’ò,
un computer u i vrèbb, ch’ e’ basta un tast,
e e’ sparéss tótt, senza un scanzlòt, tótt biènch,
cmè ch’ u n fóss suzèst gnént,
parchè mè te mi mònd i sbai ch’ ò fat.


LA GOMMA

Se ci fosse una gomma da cancellare, una gomma
da inchiostro, no da lapis, o se no
una macchina da scrivere, battere xxx,
o, per far meglio, xyxy,
o per far maglio ancora, mnmn,
che si fa poco mn, ma cancella,
porca masola, che non si capisce più niente,
o addirittura, meglio di tutto, ma non ce l’ho,
un computer ci vorrebbe, che basta un tasto,
e sparisce tutto, senza un cancellotto, tutto bianco,
come non fosse successo niente,
perché io nella mia vita gli sbagli che ho fatto.

.

Un’altra poesia di Raffaello Baldini sul Canto delle Sirene:



   LA FRASE DEL GIORNO   

L'italiano è un porto di mare, il dialetto è un porticciolo fuori mano.
RAFFAELLO BALDINI, IBC IV, n. 4 1996

.



Raffaello Baldini (Santarcangelo di Romagna, 24 novembre 1924 – Milano, 28 marzo 2005), poeta e scrittore italiano. Si è rivelato come autore di componimenti poetici nel dialetto romagnolo di Santarcangelo, in cui, attraverso un bizzarro assortimento di situazioni e personaggi monologanti, si esprime la condizione di un'umanità votata allo scacco e a un'irrimediabile solitudine.


giovedì 26 settembre 2024

Vòltati


FRANCO LOI

VÒLTESS

Vòltess, sensa dàgh pés, cume se fa
quand ch’i penser ne l’aria slisen via,
vòltess per abitüden, lenta, sensa sâ,
cume quj donn che per la strada i gira
la testa per un òm, in câ, o sü la porta,
vòltess per simpatia d’un rümur luntan,
o d’una rùnden sü nel ciel stravolta,
vòltess sensa savè, per vuluntâ
d’un quaj penser bislàcch, o per busia,
vòltess per returnà, che smentegâ
sun mì che dré di spall te rubarìa
quel nient del camenà, quel tò ’ndà via.

Vòltati, senza darci peso, come si fa
quando i pensieri nell’aria scivolano via,
vòltati per abitudine, lenta, senza senso,
come quelle donne che per strada girano
la testa per un uomo, in casa, o sulla porta,
vòltati per simpatia di un rumore lontano,
o di una rondine su nel cielo stravolta,
vòltati senza sapere, per volontà
d’un qualche pensiero bislacco, o per bugia,
vòltati per ritornare, che dimenticato
ci sono io dietro le tue spalle per rubarti
quel niente del camminare, quel tuo andare via.

(da Lünn, Il Ponte, 1982)

.

Un gesto, quello della donna che si volta lentamente, che ha un taglio quasi cinematografico, iconico, e che per il poeta Franco Loi, che quel gesto ruba come un fiore in un giardino, è un archetipo di fascino, di bellezza. Una nota linguistica: “sâ”, qui tradotto “senso” è il sale - tra l’altro femminile in milanese - e rende meglio l’idea del gusto.

.

LAURA LEE ZANGHETTI, "ATTRAVERSANDO LA STRADA"

.


   LA FRASE DEL GIORNO   

Le parole sono suoni, e l’impiego e l’accostamento di una parola o un’altra a una diversa parola non è determinato dalla logica, ma dall’impulso dato dall’emozione.
FRANCO LOI, Corriere della sera, 21 gennaio 2020

.



Franco Loi (Genova, 21 gennaio 1930 – Milano, 4 gennaio 2021) poeta, scrittore e saggista italiano. Autore in dialetto milanese, i temi ricorrenti nelle sue poesie di sono la guerra, la scoperta della presenza del male nella storia, la sensazione di un tradimento perpetrato e di ferite non rimarginabili, l'energia dell'invettiva, il rimpianto di un paradiso perduto, ma anche la costanza dell'invocazione della preghiera.


mercoledì 27 marzo 2024

Questa primavera


FRANCO LOI

CUME LA CIÀMUM

Cume la ciàmum, Diu, sta primavera
ch’anca nel piöv la par semper cantà!
l’è la natüra o la tua man legera,
de tì, che vita mort te sé giügà?
Oh, dìss amur cume se dîs de sera
turna matina e tucca j öcc un ciar!
ma sturna vègn la nott, ‘na gazza nera
che sì vulà ghe piâs ma sott gh’è ‘l mar
e quèl möess de l’aqua sensa fund
che piâs stâgh dent ma fann paüra i und.

COME LA CHIAMIAMO

Come la chiamiamo, Dio, questa primavera
che anche nel piovere pare sempre cantare!
è la natura o la tua mano leggera,
di te, di te che vita e morte sai giocare?
Oh, dirsi amore come si dice di sera
torna mattina e tocca gli occhi un chiaro!
ma storna viene la notte, una gazza nera
a cui, sì, volare le piace ma sotto c’è il mare
e quel muoversi dell’acqua senza fondo
in cui è piacevole stare ma fanno paura le onde.

(da Amur del temp, 1999)

.

La forza della primavera, il suo rigoglio che lavora sottotraccia già nel mese di febbraio per poi esplodere a marzo, stupisce il poeta Franco Loi, che si domanda se venga dalla natura o dalla "mano leggera" di Dio. Una figura luminosa, così come l'amore. Alla luce si contrappone l'oscurità dell'ultima quartina, il volo della gazza in una notte scura, ambivalenza che rappresenta la dicotomia delle stagioni e della vita stessa, in quella che la filosofia cinese chiamerebbe yin e yang.

.

FOTOGRAFIA © GETWALLPAPERS

.


  LA FRASE DEL GIORNO 

Noi chiamiamo natura quel che sappiamo, vediamo, / e tocchiamo, viviamo, mangiamo… forse pensiamo… Ma lei cos’è? Un enigma.
FRANCO LOI, L'angel




Franco Loi (Genova, 21 gennaio 1930 – Milano, 4 gennaio 2021) poeta, scrittore e saggista italiano. Autore in dialetto milanese, i temi ricorrenti nelle sue poesie di sono la guerra, la scoperta della presenza del male nella storia, la sensazione di un tradimento perpetrato e di ferite non rimarginabili, l'energia dell'invettiva, il rimpianto di un paradiso perduto, ma anche la costanza dell'invocazione della preghiera.


venerdì 4 agosto 2023

La fiamma d’un amore


TRILUSSA

LA CANDELA

Davanti ar Crocifisso d'una Chiesa
una Candela accesa
se strugge da l'amore e da la fede.
Je dà tutta la luce,
tutto quanto er calore che possiede,
senza abbadà se er foco
la logra e la riduce a poco a poco.
Chi nun arde nun vive. Com'è bella
la fiamma d'un amore che consuma,
purché la fede resti sempre quella!
Io guardo e penso. Trema la fiammella,
la cera cola e lo stoppino fuma...

(da Tutte le poesie, Mondadori, 1965)

.

Con il passare degli anni la poesia di Trilussa si avvicina alla fede: ne deriva un passaggio da una visione più satirica e ironica del mondo e dei suoi vizi a un'analisi dello spirito, più pensierosa, più complessa, ma capace, così come lo è stata di fustigare, anche di emozionare.

.

FOTOGRAFIA © FOTO-RABE/PIXABAY

.


  LA FRASE DEL GIORNO   

Io risposi: - Sarà ... ma trovo strano / che me possa guidà chi nun ce vede... - /  La cieca allora me pijò la mano / e sospirò: - Cammina! - Era fa Fede.
TRILUSSA




Trilussa, pseudonimo anagrammatico di Carlo Alberto Camillo Salustri (Roma, 26 ottobre 1871 – 21 dicembre 1950), poeta, scrittore e giornalista italiano, particolarmente noto per le sue composizioni in dialetto romanesco, inflessione o sottolineatura ironica, contrappunto gergale della sua ispirazione moraleggiante.



domenica 15 maggio 2022

In questa lingua nuda


PIERLUIGI CAPPELLO

RONDEAU

Cun cheste lenghe nude e in nissun puest
nì mai viodût in lûs di nissun voli
se no dai miei cjalant i tiei celescj
jo mâr o clamarès chel to celest
tiscjel il lum dal to tasê forest
e primevere il solc lunc dal to pet;
cjalanti , inte buere di me ch’e cres
falchet sarès se no tasès cjalanti
in cheste lenghe nude e in nissun puest.
In nissun puest amôr ma nome in chest
l’amôr ti disarès ch’al è taront
l’insom e il sot ladrîs e zime in rime
e intal clarôr sul fîl da la tô schene
crît il clâr de lune clare compagne
bielece son li’ mans strentis in trece
li’ mês li’tôs e intor il braç de gnot
ch’a si davierç in lûs, nulinti, e in blanc
in nissun puest amôr ma nome in chest.
In nissun puest ma achì ti volarès
niçant adôr sul niçul des peraulis
peraulis come fraulis ti darès
che vite ator ator e je tampieste
jo e te mâr fer tal mieç da la tampieste
e messedant i tiei cui miei cjavei
amôr plui tô la muse tô e sarès
e non il to plui non, cun dut il rest forest
in cheste lenghe nude e in nissun puest.


Con questa lingua nuda e in nessun luogo,
né visto mai in piena luce da alcun occhio,
se non dai miei guardando i tuoi celesti,
io mare chiamerei quel tuo celeste,
castello il lume del tuo tacere straniero
e primavera il solco lungo del tuo petto;
guardandoti, nella bufera di me che cresce,
sarei falchetto se non tacessi guardandoti,
in questa lingua nuda e in nessun luogo.
In nessun luogo, amore, ma soltanto in questo,
l’amore ti direi che è come un cerchio,
il sotto e il sopra, gemma e radice in rima
e nel chiarore sul filo della tua schiena,
grido il chiaro della luna del medesimo chiarore,
bellezza sono le mani strette in una treccia,
le mie, le tue, e attorno il braccio della notte
che si apre in luce, fiutandoti, e in bianco,
in nessun luogo, amore, ma soltanto in questo.
In nessun luogo ma qui io ti vorrei,
cullandoti nel su e giù delle parole,
parole come fragole ti darei,
che la vita attorno è una tempesta,
io e te mare fermo in mezzo alla tempesta
e mescolando i tuoi con i miei capelli,
più tuo, amore, il volto tuo sarebbe,
più nome il nome tuo, con tutto il resto straniero,
in questa lingua nuda e in nessun luogo.

(da Dittico, Liboà, 2004)

.

“Qualche volta mi sforzo e serro le palpebre come di miope o navigante o pittore, ma basta una brezza e dispone un giallo dove prima era verde, con la rètina e, peggio, la penna che in superficie non coglie che crespe, mentre dietro quel muro impassibile sta tutta una peripezia d’elettrone. Tuttavia esiste, quel nome, ed è un atomo anteriore alle cose e ogni colore non còlto si chiama distanza, ogni sguardo che coglie si chiama poesia. È questa l’ebrietudine d’origine, è questo, mi dico, il corso dei poeti, sbarbicare le parole dal silenzio, farle intatte – rosa di Paracelso –, sentirle pesanti sul palmo, come le teste dei re, dentro il cerchio concluso di monete d’oro o di rame”: la poesia è questo vedere, dunque, dice Pierluigi Cappello, è questo sensuale servirsi del linguaggio, farlo vivere per raccontare ciò che vedono gli occhi, ciò che sente la pelle, ciò che i sensi percepiscono e la mente elabora.

.

FOTOGRAFIA © BANSHIWAL/PIXABAY

.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------
LA FRASE DEL GIORNO
Le parole non vedono / le parole non vedono mai abbastanza / sono due occhi / rimasti dietro un muro / sono il buio di una stanza / e quello che vedono, povere, / a vederlo mi fa quasi pena / non conta / rispetto alle cose che contano.
PIERLUIGI CAPPELLO, Dentro Gerico




Pierluigi Cappello (Gemona del Friuli, 8 agosto 1967 – Cassacco, 1º ottobre 2017), poeta italiano. La sua vita è stata gravemente segnata da un incidente stradale occorsogli quando aveva sedici anni: dallo schianto della sua moto contro la roccia uscì con il midollo spinale reciso e una perenne immobilità. Ha scritto numerose opere, anche in lingua friulana.


giovedì 5 maggio 2022

Forse memoria siamo


FRANCO LOI

SÈM POCA ROBA, DIU, SÈM SQUASI NIENT

Sèm poca roba, Diu, sèm squasi nient,
forsi memoria sèm, un buff de l’aria,
umbría di òmm che passa, i noster gent,
forsi ‘l record d’una quaj vita spersa,
un tron che de luntan el ghe reciàma,
la furma che sarà d’un’altra gent…
Ma cume fèm pietâ, quanta cicoria,
e quanta vita se porta el vent!
Andèm sensa savè, cantand i gloria,
e a nüm de quèl che serum resta nient.


Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente,
forse memoria siamo, un soffio d’aria,
ombra degli uomini che passano, i nostri parenti,
forse il ricordo d’una qualche vita perduta,
un tuono che da lontano ci richiama,
la forma che sarà di altra progenie…
Ma come facciamo pietà, quanto dolore,
e quanta vita se la porta il vento!
Andiamo senza sapere, cantando gli inni,
e a noi di ciò che eravamo non è rimasto niente.

(da Liber, Garzanti, 1988)

.

Il poeta Franco Loi, in un’intervista alla Lettura del 24 agosto 2014, raccontava, partendo da una citazione di Dante: “«I’ mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo ch’e’ ditta dentro vo significando» scrive nel Purgatorio. Mi spira significa mi alita, mi soffia. È l’amore per le cose, per la vita. Allora, quando amor mi spira, trascrivo e prendo nota. Tutto può spingerti a scrivere: la natura, l’amore per una donna, l’amicizia, la morte… La poesia è il momento in cui ti congiungi con l’ignoto, con il mistero, anche con Dio. Scrivi perché è necessario, la forma viene dopo”. Così, l’intuizione che arriva furtiva, che balena come un riflesso sull’acqua di un lago, gli permette questa considerazione ontologica sulla vita.

.

CASPAR DAVID FRIEDRICH, "VIANDANTE SU UN MARE DI NEBBIA"

.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------
LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è una delle strade per la conoscenza, di te e delle cose che hai sperimentato nella vita.
FRANCO LOI, Left, 4 maggio 2012




Franco Loi (Genova, 21 gennaio 1930 – Milano, 4 gennaio 2021) poeta, scrittore e saggista italiano. Autore in dialetto milanese, i temi ricorrenti nelle sue poesie di sono la guerra, la scoperta della presenza del male nella storia, la sensazione di un tradimento perpetrato e di ferite non rimarginabili, l'energia dell'invettiva, il rimpianto di un paradiso perduto, ma anche la costanza dell'invocazione della preghiera.


domenica 17 gennaio 2021

Una rosa nel mare


GIACOMO NOVENTA

GÒ LASSÀ CASCAR

Gò lassà cascar una rosa nel mar,
stravià che gèro!
La gò çercada po’ un toco e vardando
ogni giossa portava una rosa,
tuto el mar me xé parfumà.
Ah el profumo del mar no’ se pol
portarselo via!
Forse più me valeva una rosa.
Forse i omeni ingenui val più
che un poeta.
Mi son l’amigo de tuti nel mondo,
e de tuto.
De mi stesso, no.


HO LASCIATO CADERE

Ho lasciato cadere una rosa nel mare,
distratto che ero!
L’ho poi cercata per un pezzo e, guardando,
ogni goccia portava una rosa,
tutto il mare mi si è profumato.
Ah il profumo del mare non si può
portarselo via!
Forse mi valeva di più una rosa.
Forse gli uomini ingenui valgono più
di un poeta.
Io sono amico di tutti al mondo
e di tutto.
Di me stesso, no.

(da Versi e poesie, Edizioni di Comunità, 1956)

.

Una lirica metapoetica di Giacomo Noventa: il poeta veneto, che scrive nel suo dialetto, usa la metafora della rosa nel mare per esprimere la sua concezione di poesia. Una concezione antisociale, se già la decisione di usare il dialetto va al di là di ogni moda adottando uno stile che supera le correnti imperanti nel ‘900 andando verso una discorsività che sembra prendere da parte il lettore, come un amico. Eppure, quell’apertura al mondo implica una lontananza da se stessi, una chiusura, tanto che il dialetto alla fine diventa una sorta di maschera: “Tocadi i limiti del me valor, / forse mi stesso me inganarìa, crederìa sacra l’arte, e la gloria, / più che l’onor”.

.

DIPINTO DI RAFAL OLBINSKI

.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------
LA FRASE DEL GIORNO
Ah Boileau!, la disgrazia xé massa / più granda de quel che ti scrivi / un imbeçil trova sempre ùn che lo amira / anca in ùn, de lù manco imbeçil.
GIACOMO NOVENTA, Versi e poesie




Giacomo Noventa, pseudonimo di Giacomo Ca' Zorzi (Noventa di Piave, 31 marzo 1898 – Milano, 4 luglio 1960), poeta e saggista italiano. Figura atipica di intellettuale nel panorama italiano, estraneo sia all'idealismo sia all'ermetismo, animato da uno spirito antiborghese. Le sue poesie in dialetto veneto trattano in modo estroso temi civili ed elegie d’amore e amicizia.


martedì 5 gennaio 2021

Franco Loi

Padre sardo, madre emiliana, nato a Genova nel 1930. Eppure, Franco Loi, scomparso ieri alla soglia dei 91 anni, si è imposto come il poeta in milanese del XX secolo dopo gli “antenati” Carlo Porta e Delio Tessa.

Arrivato alla poesia a 35 anni dopo un apprendistato da autodidatta, il ragioner Loi, contabile e responsabile dell’ufficio stampa della Rinascente e poi della Mondadori, militò nel PCI prima di abbandonarlo e mantenersi nell’orbita della sinistra, avvicinandosi a una spiritualità derivata dal Vangelo. Loi così scrisse su Avvenire, ricordando i suoi esordi: «Nel 1965 sono stato spinto alla poesia, scrivevo sia in tram o in bus o per strada quel che mi si agitava dentro, e poi a casa rivedevo, correggevo, riascoltavo con stupore. Nel 1970, quando nel giugno-luglio sentii ancora l’impulso dello scrivere, dirò soltanto che mi aggiravo per le stanze di casa e recitavo ad alta voce quanto veniva detto dal mio essere intero, preoccupandomi soltanto di ritenere a memoria per certi tratti le parole che sentivo e come le sentivo».

Nella sua poesia, in un milanese non puro ma contaminato dall’incontro con il proletariato locale e gli immigrati della campagna lombarda, l’esperienza si intreccia con l’immediatezza bruciante del vissuto, esprime quei contatti umani e politici, raccontando il ricordo personale della giovinezza, gli anni eroici dell’Italia di allora e raffrontandolo con la sconfitta del presente di un mondo popolare senza via d’uscita.

.

FOTOGRAFIA © BOATO

.

.

AQUA LESSÌVA…

Aqua lessìva, aqua che nel tòrbed
ghe va de candùr el zìgn, ‘me se livràss
te rìet dré i mè spall e, verdesina,
la pulver sfria di zéder, olt, squasi un sigà,
e l’àneda s’inbusca a la frascada
e mì, sò germanòtt, suspiri alà
tra ‘l sifulà, i smerg, quel spers di öcc
che la mia gura vurarìss ciamà…
Bej öcc virtûs, amur che la giuinessa
te pasma ai làver ‘me ‘n dulur de dàss,
«varda i cujùmber, varda ‘me lifrònen…»
e mi me vegn pavüra de vardàt,
me vegn medan quj ciasm che, ne l’inverna,
te fan murì pe ‘l troppo lüsùr che g’àn.

Acqua lisciva sporca, acqua che nel torbido
ci va immacolato il cigno, come vi scivolasse senza ritorno,
tu scorri alle mie spalle e, verdeorata,
la polvere pulviscola dei cedri, alta, quasi un grido,
e l’anatra s’intrica tra i cespugli di frasche
e io, suo anatro, sospiro volare con le mie ali
tra lo zufolare, i gemiti, quello smarrimento degli occhi
che la mia gola vorrebbe chiamare…
Begli occhi virtuosi, amore che la giovinezza
ti spasima alle labbra come il dolore di darsi,
«guarda i colombi, guarda come amoreggiano sciocchi…»
e a me viene la paura di guardarti,
mi colgono come quei mancamenti accecanti che, nell’inverno,
ti fanno morire per il troppo luccichio che riflettono.

(da Poesie d’amore, Edizioni Il Ponte, 1874)

.

.

SE SBROFFI DI PAROL…

Se sbroffi di paroll l’è per piasèm,
e per piasè al Diu che m’à creâ,
a l’Angel che sta drè a quèl che fèm,
aj òmm che stan scundü tra i so pecâ…
L’è un sumenà de tütt la buttunera,
un fresch giardin de rös che se culura,
un sfàss ne l’aria d’un’aqua mia sincera…
L’è inscì, amîs, che canta la speransa,
dèm libertà aj penser, fèm che sia vera
la carna ch’un quaj diu g’à dâ in sumensa.

Se spruzzo fuori parole è per piacermi,
è per piacere al Dio che mi ha creato,
all’Angelo che vigila su quel che facciamo,
agli uomini che stanno nascosti tra i loro peccati… 
E un seminare di tutto ciò che germina in noi,
un fresco giardino di rose che si colora,
uno sfarsi nell’aria d’un’acqua mia sincera…
E così, amici, che canta la speranza,
diamo libertà ai pensieri, facciamo sia vera
la carne che un qualche dio ci ha dato per frutto.

(da I niül, Interlinea, 2012)

.

Di Franco Loi sul Canto delle Sirene:


--------------------------------------------------------------------------------------------------------
LA FRASE DEL GIORNO
Scrivere è insieme conoscersi e conoscersi di più. Sembra quasi che la parola scavi dentro di noi – togliendo incrostazioni ed impedimenti di varia natura sino ad agevolare il rapporto tra la nostra coscienza e la memoria inconscia – che è memoria del corpo, delle emozioni e dei pensieri che tutto il nostro essere elabora indipendentemente nella nostra volontà.
FRANCO LOI




Franco Loi (Genova, 21 gennaio 1930 – Milano, 4 gennaio 2021) poeta, scrittore e saggista italiano. Autore in dialetto milanese, i temi ricorrenti nelle sue poesie di sono la guerra, la scoperta della presenza del male nella storia, la sensazione di un tradimento perpetrato e di ferite non rimarginabili, l'energia dell'invettiva, il rimpianto di un paradiso perduto, ma anche la costanza dell'invocazione della preghiera.


giovedì 8 ottobre 2020

Gente come me


NINO PEDRETTI

I NOM DAL STRÈDI

Al strèdi a gli è
tòti ad Mazzini, ad Garibaldi
a gli è di pèpa
ad quei chi scréiv,
chi dà di cmand, chi fa la guèra.
E mai ch’u t’capita d’avdéi
Vea d’éun  che fèva i brétt
Vea d’éun che stèva sòta un zris
Vea d’éun ch’u n’ à fatt gnént
parchè l’andeva a spass
s’una cavala.
E pansè che e’ mònd
l’è fatt ad zénta cume mè
ch’l’a magna i radécc
ma la finestra
cunténta ad stè l’instèda
Si pii néud.

.

I NOMI DELLE STRADE

Le strade sono
tutte di Mazzini, di Garibaldi,
son dei papi,
di quelli che scrivono,
che dan dei comandi, che fan la guerra.
E mai che ti capiti di vedere
via di uno che faceva i berretti
via di uno che stava sotto un ciliegio
via di uno che non ha fatto niente
perché andava a spasso
sopra una cavalla.
E pensare che il mondo
è fatto di gente come me
che mangia il radicchio
alla finestra
contenta di stare, d’estate,
a piedi nudi.

(da Al vòuṣi e altre poesie in dialetto romagnolo, Einaudi, 2007)

.

Una divertente riflessione del poeta romagnolo Nino Pedretti, una di quelle che riescono meglio se pensate in dialetto: ne nasce un elogio della gente comune, quella che vive la quotidianità e non si cura della fama, del potere, della grandezza, che ritiene essere semplicemente una mancata libertà. 

.

GUSTAVE CAILLEBOTTE, “UOMO ALLA FINESTRA”, 1875

.
--------------------------------------------------------------------------------------------------------
LA FRASE DEL GIORNO
A differenza dell'italiano, arrotolato nei codici, levigato ed illustre, il fratello umile, il dialetto, è vissuto all'aperto come un'erba selvatica, bagnato dalla pioggia dei secoli e come un'erba pertinace di gramigna, si è arrampicato sui monti, si è addentrato nei minimi villaggi, ha coperto ogni metro di terra dove viveva la gente comune del lavoro e dei sacrifici.
NINO PEDRETTI




Giovanni Maria Pedretti, detto Nino (Santarcangelo di Romagna, 13 agosto 1923 – Rimini, 30 maggio 1981), poeta e traduttore italiano. Chiamato alle armi nel 1942, riparò a San Marino dopo l’8 settembre 1943. Dopo aver vissuto vent’anni in Germania, tornò a Cesena, dove insegnò inglese. Nel 1975 pubblicò Al vòuṣi, cui seguirono altre tre raccolte.


lunedì 16 marzo 2020

Centenario di Tonino Guerra


Il 16 marzo di cento anni fa nasceva Tonino Guerra, sanguigno poeta romagnoli che deve fama alla misurata produzione nel dialetto di Santarcangelo di Romagna, dapprima segnalata da Gianni Rodari e Pier Paolo Pasolini e poi definitivamente consacrata da Gianfranco Contini. La sua è poesia scarna, che evita quanto più possibile l’aggettivo, e fa scattare immagini come trappole, funzionale ad un realismo che Pier Luigi Mengaldo definisce “fra crepuscolare e populista, tipicamente romagnolo”. Quello di Federico Fellini, certo, per il quale Guerra scrisse le sceneggiature di Amarcord e di E la nave va. E la Romagna – non poteva essere altrimenti vista la scelta di scrivere “in lingua” - risalta e diventa protagonista delle sue storie, illuminata dal flash dei suoi versi spesso epigrammatici.



.
.

SÒURA UN CAFÉLATT


Andéma t'un cafè dla póra zénta
in do ch'i zènd i furminènt te méur
a fè do ciacri sòura un cafèlatt,
a déi ch'l'è chèld, ch'l'è bón, che fa par néun.

Géma ch'a s sém vést la préima vòlta in tranv
o t'un cantòun dl'America de' Sud,
che la tu gata mórta tònda e' còll
s'l'udòur ad péss de' póri Cantarèll,
l'éra una vòulpa nira da cuntèssa.

Sòta di lóm ch'l'è mélarènzi ròssi
lòt lòt, lòt, lòt, cmè bés-ci da mazèll,
andéma a fe do ciacri t'un purtòun
e géma ch'a s vlém bén, ch'l'è bèll, ch'l'è tótt.



SU UN CAFFELLATTE

Andiamo in caffè della povera gente
dove accendono i fiammiferi sul muro
a far due chiacchiere sopra un caffelatte,
a dir che è caldo, che è buono, che fa per noi.

Diciamo che ci siamo visti la prima volta in tram
o in un angolo dell'America del Sud,
che la tua gatta morta attorno al collo
con l'odore di piscio del povero Cantarèl
era una volpe nera da contessa.

Sotto lampadine che sono arance rosse
pian piano, pian piano, come bestie da macello
andiamo a far due chiacchiere sotto un portone
e diciamo che ci vogliamo bene, che è bello, che è tutto.

(da La s-ciuptèda, Lega, 1950)
.
.
.

L’AQUA


L’aqua te bicir
l’aqua te foss
l’aqua te fiom
e pu una volta a i ò tuchè sal spali
l’aqua de mèr.



L’ACQUA

L’acqua nel bicchiere
l’acqua nel fosso
l’acqua nel fiume
e poi una volta ho anche toccato sulla spalla
l’acqua del mare.

(da I bu, Rizzoli, 1972)

.
Vedi anche:
.
.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------
LA FRASE DEL GIORNO
Io sono tanto affezionato alla parola, perché io sono un poeta. Le immagini che sono dentro la parola sono infinite. La parola è piena di cinema.
TONINO GUERRA





Antonio Guerra, detto Tonino (Santarcangelo di Romagna, 16 marzo 1920 – 21 marzo 2012), narratore, poeta e sceneggiatore cinematografico italiano.Autore delle sceneggiature di Amarcord, Zabriskie Point, Deserto rosso, è noto per le sue poesie nel dialetto di Santarcangelo di Romagna.

sabato 19 novembre 2016

Centenario di Albino Pierro

 

Il 19 novembre 1916 nasceva a Tursi Albino Pierro, poeta più volte candidato al Nobel, una delle voci più amate della Lucania, con Rocco Scotellaro e Leonardo Sinisgalli. La sua attività poetica nasce in italiano con raccolte quali Mia madre passava (1956) e Il transito del vento (1957) ma la “singolare arcaicità di struttura ed eccentricità di fisionomia” come nota Mengaldo, lo portano a virare sul dialetto natio già da ‘A terra d’u ricorde (1960) prima a fianco della produzione in italiano, e poi esclusivamente da Nu belle fatte (1975), fino a Nun c’è pizze di munne (1992), ultima raccolta prima della morte, avvenuta a Roma nel 1995.

C’è naturalmente una diretta relazione tra la poetica e la realtà storica lucana, la sua civiltà contadina e l’egemonica civilizzazione italiana: la Lucania resterà per Pierro, trasferitosi a Roma nel 1939 la "terra del ricordo" protagonista della sua poesia. Tra l’altro, la decisione di scrivere nel dialetto di Tursi, per quanto logica conseguenza del suo percorso poetico, fu un’operazione non facile perché quell’idioma di derivazione neolatina non aveva una preesistente struttura fonetica e grafica.

.

Pierro

.

.

da Il mio villaggio, 1959

MORIRE AL CANTO DEI GRILLI

Rivedo il torrente asciutto del mio paese
con quelle pietre così bianche e così grandi
con quelle colline così scarne
più del dolore odiato dagli uomini,
e quelle canne una qua una là
sotto i ponti diruti
sorpresi dalla luna che sbucava da un crepaccio,
cuore della terra divenuta cadavere.

Oh, morire al canto dei grilli in una sera d’estate
Impercettibile filo di luna
fra le colline azzurre del mio paese.

.

.

da I’nnamurete, 1963

 

AMORE

Amore,
amore duce e anniputente,
pure si mo le tegne u core amère,
te sente, amore, granne cchiù d’u mère,
te sente a ttutt’i bbanne com’e ll’arie
c’arravògghiete i cose e lle fè legge
e cchiù ’ucente assèi d’i ’ummenarie.

Amore,
amore bbelle com’u soue,
chille ca si’ nun sacce e nun le trove
cche të chiamè secure, na paroue,
ma sacce c’assemìgghiete a la rise
d’a Maronna cuntente mparavise,
e cca si me verise menze morte
m’accarezzàise duce cche nnu cante
ca lle fè molle i pétre e cca ne tòcchete
u core a li brijantë.

Amore,
amore funne cchiù d’u cehe,
ca me grapise ll’occhie nd’i matine,
stu munne mo me pàrete cechète
come na palla nivre de carvone,
e fùjetë nnaterne arrahugghiète
senze de se vutè com’a nu surde
e ié le curre appresse e fazzë i picce
d’i uagnenelle mahète.

Amore,
amore forte cchiù d’u vente
ca srarechite ll’àrbere e lle sciòllete
i chèse e cca lle lìmete i muntagne,
dannille sempe a tuttë quante i cose
ne picche de stu fiète de giaiantë
e ppo na ’uce aguèle com’u ’ampe
ca s’abbràzzete i spine mmenz’i rose.

Amore,
amore granne cchiù d’u mère;
amore,
amore forte cchiù d’u vente,
nun te scurdè ca pure nd’i turmente
ce agghie vruscjète e vrósce nda stu foche
come a ffrasca ntreccète all’ate frasche
pure cche chillë ca me guardàine storte
e purë mo me uèrene ggià mortë.

Amore,
amore duce e anniputente,
com’agghia fè cche nnu rengradziamente?

.

AMORE

Amore,
amore dolce e onnipotente,
pure se adesso ho il cuore amaro,
ti sento, amore, grande più del mare,
ti sento da per tutto come l’aria
che avvolge le cose e le fa leggere
e più lucenti assai delle luminarie.

Amore,
amore bello più del sole,
ciò che tu sei non so e non la trovo
per chiamarti, sicuro, una parola,
ma so che rassomigli al sorriso
della Madonna contenta nel Paradiso
e che se mi vedevi mezzo morto
mi accarezzavi dolcemente con un canto
che intenerisce le pietre e tocca
il cuore ai briganti.

Amore,
amore profondo più del cielo,
che mi aprivi gli occhi nei mattini,
adesso questo mondo mi sembra cieco
come una palla nera di carbone
e fugge in eterno accartocciato,
senza voltarsi, come un sordo,
e io gli corro appresso e faccio le bizze
come i bambini malati.

Amore,
amore forte più del vento
che sradica gli alberi e fa crollare
le case e che leviga le montagne,
daglielo sempre a tutte quante le cose
un poco di questo respiro di gigante
e poi una luce uguale come il lampo
che abbraccia le spine fra le rose.

Amore,
amore grande più del mare;
amore forte più del vento,
non scordarti che pure fra i tormenti
io ci ho bruciato e brucio in questo fuoco,
come la frasca intrecciata alle altre frasche,
pure con quelli che mi guardavano ostili
e pure adesso mi vorrebbero già morto.

Amore,
amore dolce e onnipotente,
come posso ringraziarti?

.

.

da Si pò nu jurne, 1983

 

SÙU NENTE

Sùu nente, nente
e vèv’ acchianne…

e ll’ate, ll’ate
cchigghi’è ca su’?

“Ma su’ tutte quante com’a tti”
amminàzzete u vente.

e accussì m’arricette
e nun ci penze cchiù
ca m’è scardète e scàrdete n’accette.

.

SONO NIENTE

Sono niente, niente,
e vado cercando…

E gli altri, gli altri,
che cosa sono?

“Ma son tutti quanti come te””
minaccia il vento.

E così trovo pace
e non ci penso più
che mi ha scheggiato e scheggia un’accetta.

.

.

tursi

TURSI © ITALIA & SAPORI

.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------
LA FRASE DEL GIORNO
La poesia s'identifica con il linguaggio dell'infanzia, con la sua arcaicità. volto autentico di una terra.
ALBINO PIERRO



Albino Pierro (Tursi, 19 novembre 1916 – Roma, 23 marzo 1995),  poeta italiano. La sua poesia persegue un linguaggio teso tra forti asprezze e toni lievissimi, riscontrabile non tanto nella rievocazione di un microcosmo socio-antropologico, al quale pure l'autore è legato, quanto nella tenace ricerca della parola dialettale, intesa essa stessa come strumento di ricordo e di significato.


mercoledì 10 agosto 2016

Quelle sere d’agosto

 

TRILUSSA

STELLA CADENTE

Quanno me godo da la loggia mia
quele sere d’agosto tanto belle
ch’er celo troppo carico de stelle
se pija er lusso de buttalle via,
ad ognuna che casca penso spesso
a le speranze che se porta appresso.
 
Perché la gente immagina sur serio
che chi se sbriga a chiede qualche cosa
finche la striscia resta luminosa,
la stella je soddisfa er desiderio;
ma, se se smorza prima, bonanotte:
la speranzella se ne va a fa’ fotte.
 
Jersera, ar Pincio, in via d’esperimento,
guardai la stella e chiesi: “Bramerei
de ritrovamme a tuppertù co’ lei
come trent’anni fa: per un momento.
Come starà Lullù? Dov’è finita
la donna ch’ho più amato ne la vita?”
 
Allora chiusi gli occhi e ripensai
a le gioje, a le pene, a li rimorsi,
ar primo giorno quanno ce discorsi,
a quela sera che ce liticai...
E rivedevo tutto a mano a mano,
in un nebbione piucchemmai lontano.
 
Ma ner ricordo debbole e confuso
ecco che m’è riapparsa la biondina
Quanno venne da me quela mattina,
giovene, bella, dritta come un fuso,
che me diceva sottovoce:”E’ tanto
che sospiravo de tornatte accanto!”
 
Er fatto me pareva così vero
che feci fra de me:- Questa è la prova
che la gioja passata se ritrova
solo nel labirinto der pensiero.
Qualunquesia speranza è un brutto tiro
de l’illusione che ce pija in giro - .
 
Però ce fu la mano der Destino:
perchè doppo nemmanco un quarto d’ora,
giro la testa e vedo una signora
ch’annava a spasso con un cagnolino.
Una de quelle bionde ossiggenate
che perloppiù ricicceno d’estate.
 
- Chissà - pensai - che pure ‘sta grassona
co’ quer po’ po’ de robba che je balla
nun sia stata carina? - E ner guardalla
trovai ch’assomigliava a ‘na persona...
Speciarmente er nasino pe’ l’insù
me ricordava quello de Lullù...
 
Era lei? Nu’ lo so. Da certe mosse,
da la maniera de guardà la gente,
avrei detto: - E’ Lullù sicuramente...-
Ma ner dubbio che fosse o che nun fosse
richiusi l’occhi e ritornai da quella
ch’avevo combinato co’ la stella.

.

È San Lorenzo, è tempo di Perseidi – le cosiddette stelle cadenti – lo sciame meteorico che attraversa la Terra dalla fine di luglio fino al 20 agosto circa con la massima visibilità a ridosso di San Lorenzo, il 10 agosto, da cui prendono anche il nome popolare di “lacrime di San Lorenzo”. La tradizione di esprimere un desiderio quando se ne scorge una passare nel cielo ispira uno scettico Trilussa, che si esprime nel consueto dialetto romanesco (la traduzione è superflua, qualche problema potrebbe dare solo “ricicceno”, che vale rispuntano, tornano fuori): ne nasce una poesia di sogni e illusioni, di rimpianti e disinganni che alla fine lasciano però tutto com’è.

.

perseids2

FOTOGRAFIA © SCOTTISH DARK SKY OBSERVATORY

.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------
LA FRASE DEL GIORNO
Là! hai visto / Quella scintilla volare su di noi? Le stelle / In cielo neanche son sicure. / E di me, che sarà, amore, di me?
DAVID HERBERT LAWRENCE, Amores




Trilussa, pseudonimo anagrammatico di Carlo Alberto Camillo Salustri (Roma, 26 ottobre 1871 – 21 dicembre 1950), poeta, scrittore e giornalista italiano, particolarmente noto per le sue composizioni in dialetto romanesco, inflessione o sottolineatura ironica, contrappunto gergale della sua ispirazione moraleggiante.


sabato 7 maggio 2016

Ho stretto i denti

 

FEDERICO TAVAN

CUAN' CHE ME SOI INAMORÀT

Cuan' che me soi inamoràt
al cour al tucava
làscete zî
chist al é l'amour
jo ài strengjût i dinç
al cour al à tasût.

Quando mi sono innamorato
il cuore batteva:
lasciati andare,
questo è l'amore.
Io ho stretto i denti,
il cuore ha taciuto.

(da Poesia, n. 300 – Gennaio 2015)

.

La figura di Federico Tavan, poeta dialettale friulano, è per certi versi simile a quella di Alda Merini: il disagio psichico si manifestò in lui durante l’adolescenza e lo costrinse a numerosi ricoveri. Ma è proprio a quel disagio che si deve la sua poesia visionaria, originale, anarchica, capace di usare la lingua sperduta della Valcellina come un universale grimaldello, di credere che all’amore si possa rinunciare come a una superstizione.

.

Schloe

CHRISTIAN SCHLOE, “FLIGHT OF THE MIND”

.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------
LA FRASE DEL GIORNO
La stessa fermezza che serve a resistere all'amore serve anche a renderlo violento e duraturo.
FRANÇOIS DE LA ROCHEFOUCAULD, Riflessioni e massime




Federico Tavan (Andreis, 5 novembre 1949 – 7 novembre 2013), poeta italiano di lingua friulana. Durante la sua vita frequentò ospedali e centri di salute mentale, e visse con una piccola pensione di invalidità. I versi delle sue poesie sono immediati e istintivi; sembrano realmente emergere dalla complessità del suo vivere e dalla sofferenza.


martedì 23 dicembre 2014

Sotto Natale

 

TONINO GUERRA

LA PIÓMA

A n m’arcòrd piò e’ dé
e l’òura ma a sémi sòtta Nadèl,
ò vést che caschèva una pióma
da in zoima e’ campanoil
e a so rèst a guardè pr'aria
cumè ch’a fóss me che vulèva
e pianin pianin a so arivàt ma tèra
s’una legerèzza che mai.

* * *

LA PIUMA

Non ricordo più il giorno
e l’ora ma eravamo sotto Natale,
ho visto che cadeva una piuma
da in cima al campanile
e sono restato a guardare in alto
come se fossi io che volavo
e piano piano sono arrivato a terra
leggero come non mai.

(da Famiglia Cristiana, n. 51, 1994)

.

È l’antivigilia di Natale e ormai si respira quell’atmosfera un poco magica e soffusa tipica di questi giorni, quasi sospesi. È quella poesia, quella leggerezza che trova con il suo dialetto romagnolo Tonino Guerra: quel senso spirituale che si respira con l’approssimarsi del Natale.

.

Piuma

FOTOGRAFIA © LOADPAPER

.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------
LA FRASE DEL GIORNO
Difficile da dir che cosa sia: / Tale è, che anche solo / Narrarne il natalizio è già poesia.
RICCARDO BACCHELLI, La stella del mattino




Antonio Guerra, detto Tonino (Santarcangelo di Romagna, 16 marzo 1920 – 21 marzo 2012), narratore, poeta e sceneggiatore cinematografico italiano.Autore delle sceneggiature di Amarcord, Zabriskie Point, Deserto rosso, è noto per le sue poesie nel dialetto di Santarcangelo di Romagna.

sabato 3 maggio 2014

Se passo con un treno

 

FRANCO LOI

E QUANTI VOLT, SE PASSI CUNT UN TRENU

E quanti volt, se passi cunt un trenu,
vedi là ‘l mund e vuraríss fermâss,
e là mí caminà tra i câ de prèja,
furesté aj òmm, e tra de lur cercâss…
Tra lur cercà cume se cerca un diu,
cume se lur g’àvèssen ‘na nutissia,
o la memoria, o, forsi, el tradiment…
Ma perché scend? In trenu sun nient olter
ch’un’ànema che fiada, un spegg de lur.
Se cerchi e cerchi, truvarú nagòtt,
o forsi i nost dulur, forsi la mort.


E quante volte, se passo con un treno,
vedo là il mondo e vorrei fermarmi,
e là io camminare tra le case di pietra,
straniero agli uomini, e tra loro cercarmi…
tra loro cercare come si cerca un dio,
come se loro avessero una notizia,
o la memoria, o, forse, il tradimento…
ma perché scendere? In treno non sono nient’altro
che un’anima che respira, uno specchio di loro.
Se cerco e cerco, non troverò nulla,
o forse i nostri dolori, forse la morte.

(da Bach, Sheiwiller, Milano 1986)

.

Il poeta genovese – ma milanese per lingua – Franco Loi si è dedicato nelle opere più mature a una ricerca metafisica che spesso sconfina nel mistico e nel religioso: questa poesia si può ascrivere a quel filone, vi appartiene l’ansia di comunicare, di condividere con gli altri, rappresentati in questo caso dai passanti, dagli abitanti delle case viste dal finestrino di un treno – il viaggio poi è sempre una metafora della vita, il suo scorrere è una continua ricerca attorno al suo senso.

.

9656

EDWARD HOPPER, “NEW YORK, NEW HAVEN AND HARTFORD”

.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------
LA FRASE DEL GIORNO
L’uomo attraversa il presente con gli occhi bendati. Può al massimo immaginare e tentare di indovinare ciò che sta vivendo. Solo più tardi gli viene tolto il fazzoletto dagli occhi e lui, gettato uno sguardo al passato, si accorge di che cosa ha realmente vissuto e ne capisce il senso.
MILAN KUNDERA, Amori ridicoli




Franco Loi (Genova, 21 gennaio 1930) poeta, scrittore e saggista italiano. Autore in dialetto milanese, i temi ricorrenti nelle sue poesie di sono la guerra, la scoperta della presenza del male nella storia, la sensazione di un tradimento perpetrato e di ferite non rimarginabili, l'energia dell'invettiva, il rimpianto di un paradiso perduto, ma anche la costanza dell'invocazione della preghiera.


martedì 7 agosto 2012

Poeta, dicono


FRANCO LOI

PUÈTA

Puèta, disen d'òmm inamurâ,
puèta, disen, a chi piang la sera,
e la matina s'alsa desperâ.
Ma anca al legriusà se dis puèta,
a chi sa ben parlà, bev e magnà,
e a quel che canta i donn, e amô puèta
disen la giuentü che sa encantâss.
Ma quèj che fan murì cun la puesia
ligada sü, ciavada, e fan negà
nel liber de la vita... Avemaria!
în no puèta, în no òmm de lüstrà.
Je ciàmen massa e ciau, cusì sia.

.

Poeta, dicono d'uomo innamorato,
poeta, dicono, a chi piange la sera
e la mattina s'alza disperato.
Ma anche al rallegrarsi si dice poeta,
a chi sa ben parlare, bere e mangiare,
e a quello che canta le donne, e ancora poeta
dicono la gioventù che sa meravigliarsi.
Ma quelli che fanno morire con la poesia
legata dentro, chiusa a chiave, e fanno annegare
nel gran libro della vita... Avemaria!
Non sono poeti, non sono uomini da onorare.
Li chiamano massa e ciao, e così sia.

(da Aria de la memoria, Einaudi, 2005)

.

Tanti anni fa, ai tempi in cui frequentavo il ginnasio – avevo dunque intorno ai quindici anni – una frase mi colpì particolarmente: è di Byron ed era scritta sul diario di una ragazza bionda che incontravo sul treno e che vedevo spesso triste e malinconica. Una mattina, mentre si apprestava ad affrontare il lungo viaggio per Venezia in occasione del Carnevale, me la fece leggere. Era scritta a biro blu su uno sfondo a pastello rosa e viola: “Per diventare poeta un uomo deve essere innamorato o infelicissimo”. Non ricordo molto altro di lei, se non che qualche tempo dopo non la vidi più, probabilmente aveva abbandonato gli studi o si era iscritta in una scuola di una diversa città. Quella frase invece mi è rimasta dentro, incisa nell’anima, tanto che molte volte nel corso della mia vita ci ho ripensato, soprattutto quando mi è capitato di scrivere poesie piene di gioia o di dolore. Tutto questo preambolo autobiografico per dire della poesia in dialetto milanese di Franco Loi, che delinea l’essenza del poeta, quella sua capacità di meravigliarsi, di provare emozioni e di saperle condividere: in fondo è per questa sensibilità che i poeti si elevano sulla massa.

.

image

DIPINTO DI OLEG SHUPLYAK

.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------
LA FRASE DEL GIORNO
Ogni poeta è un mistico, altrimenti non è un poeta, solo un fabbricante di versi.
SÁNDOR MÁRAI, Terra, Terra!




Franco Loi (Genova, 21 gennaio 1930) poeta, scrittore e saggista italiano. Autore in dialetto milanese, i temi ricorrenti nelle sue poesie di sono la guerra, la scoperta della presenza del male nella storia, la sensazione di un tradimento perpetrato e di ferite non rimarginabili, l'energia dell'invettiva, il rimpianto di un paradiso perduto, ma anche la costanza dell'invocazione della preghiera.


giovedì 22 marzo 2012

Tonino Guerra

 

“L’ottimismo è il profumo della vita”: molti ricorderanno Tonino Guerra per questo slogan pubblicitario per Unieuro, ed è un peccato, perché se gli ha dato fama, certamente non ha messo in luce le sue doti di poeta dialettale e di grande sceneggiatore soprattutto per Antonioni e Fellini – sue sono le sceneggiature di Deserto rosso, Blow Up, Zabriskie Point, Matrimonio all’italiana, Amarcord, Ginger e Fred. Tonino Guerra è morto ieri nella sua Santancargelo quattro giorni dopo la grande festa cittadina per i suoi 92 anni.

“Sono nato a Santarcangelo di Romagna nel 1920. Un'infanzia con le strade di terra battuta e le siepi con piccoli uccelli. Ho studiato al mio paese, a Forlimpopoli e a Urbino dove c'erano dei professori eccezionali. Mia madre era analfabeta. Le ho insegnato a scrivere. Ho letto il suo testamento nella casupola sulla sponda del fiume Uso, dove eravamo sfollati al tempo del fronte. Così era scritto sul foglio nascosto nell'astuccio di cartone dei suoi occhiali da vista: «Lasio tutti i miei beni a mio marito da fare tutto quello che vole»”: così scrive di sé nella sua autobiografia. Da aggiungere il periodo trascorso nel lager tedesco di Traisdorf durante il secondo conflitto mondiale: è lì che sbocciò il Tonino Guerra poeta. E sin da subito seppe che doveva esprimersi nel suo dialetto, perché quella era la voce dell’anima, la voce della poesia.

.

20120321_tonino-guerra

.

.

da I BU, Rizzoli, 1972

I BU

Andè a di acsè mi bu ch' i vaga véa,
che quèl chi à fat i à fat,
che adèss u s'èra préima se tratòur.

E' pianz e' cór ma tótt, ènca mu mè,
avdài ch'i à lavurè dal mièri d'an
e adès i à d'andè véa a tèsta basa
dri ma la córda lònga de mazèl.


I buoi

Andate a dire ai buoi che vadano via
che il loro lavoro non ci serve più
che oggi si fa prima ad arare col trattore.

E poi commoviamoci pure a pensare
alla fatica che hanno fatto per migliaia d'anni
mentre eccoli lì che se ne vanno a testa bassa
dietro la corda lunga del macello.

.

.

I SACRIFÉIZI

Se mè ò studié
l'è stè par la mi ma,
ch'la fa una cròusa invéci de su nóm.

S'a cnòss tótt al zità
ch'u i è in chèva e' mònd,
l'è stè par la mi ma, ch'la n'à viazè.

E ir a l'ò purtèda t'un cafè
a fè du pas, ch'la n' vàid bèla piò lómm.
- Mitéiv disdài. Csa vléiv! Vléiv un bignè?

 

I sacrifici

Se ho potuto studiare
lo devo a mia madre
che firma con una croce.

Se conosco tutte le città
che stanno in capo al mondo
è stato per mia madre, che non ha mai viaggiato.

Ieri l'ho portata in un caffè
a far due passi
perché quasi non ci vede più niente
- Sedetevi, qua. Cosa volete? Un bignè?

.

.

da IL POLVERONE, Bompiani, 1978

LA FARFÀLA

Cuntént própri cuntént
a sò stè una masa ad vólti tla vóita
mó piò di tótt quant ch'i m'a liberè
in Germania
ch'a m sò mèss a guardè una farfàla
sénza la vòia ad magnèla.


La farfalla

Contento proprio contento
sono stato molte volte nella vita
ma più di tutte quando mi hanno liberato
in Germania
che mi sono messo a guardare una farfalla
senza la voglia di mangiarla.

.

.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------
LA FRASE DEL GIORNO
Ogni volta che qualcuno mette occhi nei segreti dell'universo e diminuisce il mistero che ci circonda, fa delle crepe nella traballante costruzione per sorreggere le mie incertezze assetate di oscurità. Più dubbi ci sono e maggiori sono le possibilità di rifugio per le menti impaurite. Non butto gli occhi nei vicoli della certezza.
TONINO GUERRA, Piove sul diluvio




Antonio Guerra, detto Tonino (Santarcangelo di Romagna, 16 marzo 1920 – 21 marzo 2012), narratore, poeta e sceneggiatore cinematografico italiano.Autore delle sceneggiature di Amarcord, Zabriskie Point, Deserto rosso, è noto per le sue poesie nel dialetto di Santarcangelo di Romagna.