Statistiche web
Visualizzazione post con etichetta dialetto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta dialetto. Mostra tutti i post

martedì 3 ottobre 2017

Pierluigi Cappello


Stroncato da un male incurabile, Il 1° ottobre è morto a Cassacco, in provincia di Udine, il poeta friulano Pierluigi Cappello. Era nato a Gemona nel 1967 e la sua vita era stata gravemente segnata da un incidente stradale occorsogli quando aveva sedici anni: dallo schianto della sua moto contro la roccia uscì con il midollo spinale reciso e una perenne immobilità. Cappello era considerato uno dei principali poeti contemporanei italiani: proprio dall’immobilità del suo letto e della sedia a rotelle partiva per involarsi sul tappeto volante della poesia – anche in lingua friulana -  come aveva rivelato in un’intervista: “Fondamentalmente mi interrogo su che cos’è l’«altro da me» e quali siano i modi di percepire questo «altro», su quale sia il rapporto con il tempo e come cambiano le modalità dell’esistenza”.

.

Cappello

.

.

da Il me Donzel, Boetti, 1999

IL ME DONZEL, XXVI

O ài daviert i miei vôi
tai vôi colôr trist timp
dal cîl; lassù Donzel
nus menarà tampieste
tampieste e poi tampieste
sul trimulâ dai flôrs:
inte prime sgoriade
di vint sore dai verts
o ài nasât cu l’odôr
da lis jerbis di ploie
l’odôr penç da l’amôr
come che amôr mi fos
il pês intîr di un cîl
sore il tenar di un flôr.


Ho aperto i miei occhi
negli occhi color tempocattivo
del cielo; lassù, Donzel,
ci porterà tempesta,
tempesta e poi tempesta
sul tremolio dei fiori:
nella prima frustata
di vento sopra i verdi,
ho annusato con l’odore
delle erbe di pioggia
l’odore denso d’amore,
come se amore mi fosse
il peso intero di un cielo
sulla tenerezza di un fiore.

.

.

da Assetto di volo, Crocetti, 2006

ELEMENTARE

E c’è che vorrei il cielo elementare
azzurro come i mari degli atlanti
la tersità di un indice che dica
questa è la terra, il blu che vedi è mare

.

.

da Mandate a dire all’imperatore, Crocetti, 2010

PIOVE

Piove, e se piovesse per sempre
sarebbe questa tua carezza lunga
che si ferma sul petto, le tempie;
eccoci, luccicante sorella,
nel cerchio del tempo buono, nell’ora
indovinata
stiamo noi, due sguardi versati in un corpo,
uno stare senza dimora
che ci fa intangibili, sottili come un sentiero
di matita
da me a te né dopo né dove, amore,
nello scorrere
quando mi dici guardami bene, guarda:
l’albero è capovolto, la radice è nell’aria.

.

.

POESIA SCRITTA CON LA MATITA

Sono devoto all’anima di grafite della matita:
un solo colpo di gomma e il segno lasciato sparisce,
sentieri imboccati con leggerezza
si riconducono alla docilità della via maestra
i crolli vengono evitati con un’alzata di spalle,
l’imprevisto è un vecchio con il pugnale spuntato.

L’anima di grafite non conosce soste, esitazioni:
nel suo stesso procedere in avanti
ci chiama alla possibilità del ritorno,
nel suo segno scuro riposa la dolcezza del bianco
e Angelina torna a sorridere
tenendo per mano un bambino
abbagliato dal sole.

Tricesimo, 5 gennaio 2010

.

.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------
LA FRASE DEL GIORNO
La poesia indaga, gratuitamente, sulla nostra postura esistenziale. Sottolinea l’umano che c’è dentro di noi e sottolinea ciò che di umano è ancora rimasto nel mondo.
PIERLUIGI CAPPELLO




Pierluigi Cappello (Gemona del Friuli, 8 agosto 1967 – Cassacco, 1º ottobre 2017), poeta italiano. La sua vita è stata gravemente segnata da un incidente stradale occorsogli quando aveva sedici anni: dallo schianto della sua moto contro la roccia uscì con il midollo spinale reciso e una perenne immobilità. Ha scritto numerose opere, anche in lingua friulana.


giovedì 8 luglio 2010

Scioglilingua italiani

Lo scioglilingua è un gioco di parole costituito da una frase o serie di vocaboli, che con frequenti allitterazioni e con gruppi consonantici complicati, non può essere pronunciata in fretta senza andare incontro a inciampi verbali. Il senso della frase non riveste molta importanza, in effetti costituisce un gioco o un esercizio per superare difficoltà di pronuncia. I dialetti ci vanno a nozze, e vi sono anche casi sorprendenti, come il bergamasco e il cagliaritano privi di consonanti…

.

 image

.

DALL’ANTICA ROMA

O Tite tute Tati tibi tanta tyranne tulisti. (Ennio, Annali, I)

O Tito Tazio, tiranno, tu ti attirasti disgrazie tanto grandi!

.

DALL’ITALIA

Trentatré trentini entrarono in Trento tutti e trentatré trotterellando.

Apelle figlio d'Apollo fece una palla di pelle di pollo, tutti i pesci vennero a galla per vedere la palla di pelle di pollo fatta da Apelle figlio d'Apollo.

Sopra la panca la capra campa, sotto la panca la capra crepa.

Se l'arcivescovo di Costantinopoli si disarcivesconstantinopolizzasse Voi, vi disarcivescostantinopolizzereste come si è disarcivescostantinopolizzato lui?

Se oggi seren non è doman seren sarà, se non sarà seren si rasserenerà.

.

DA MILANO

Ti che te tachet i tacch tàcum i tacch a mi - mi tacàtt i tacch a ti ti che tachet i tacch? Tàcheti ti i tò tacch ti che te tachet i tacch.

Tu che attacchi i tacchi attaccami i tacchi – io attaccare i tacchi a te che attacchi i tacchi? Attàccateli tu i tuoi tacchi, tu che attacchi i tacchi.

.

DA BERGAMO

A’ chela aca là' che la a' en chela ca' là.

Guarda quella vacca là che entra in quella casa.

A o a ae, e öe i ae ie!

Vado ad api e voglio le api vive.

L'öle l'è lé, l'ula l'è là. Ol löm gh'l'al lé lü?

L’olio è lì, l’ampolla è là. Il lume ce l’ha lì lei?

.

DA GENOVA

In sciû meu neu gh'e noe nai neue.

Sul molo nuovo ci sono nove navi nuove.

.

DA VENEZIA

I gà igà i gài ai pài pèi pòi.

Hanno legato i galli ai pali per i polli.

Ti che te tachi i tachi, ti me tachi i me tachi? Mi tacarte i tachi a ti? Tachite ti i to tachi che mi me taco i me tachi.

Tu che attacchi i tacchi mi attacchi i miei tacchi? Io attaccare i tacchi a te? Attàccateli tu i tuoi tacchi, che io attacco i miei.

.

DA TRIESTE

Cossa ocori che te cori cò no ocori che te cori, cò ocori che te cori no te cori.

A cosa serve che tu corra quando non serve correre, quando occorre correre non corri.

.

DA BOLOGNA

Te ti tott ont int un tacc.

Sei tutto unto in un tacco.

.

DALLA TOSCANA

O Tito, tu t'ha' ritinto i' tetto, ma tu 'un t'intendi tanto di tetti ritinti.

O Tito, tu hai ridipinto il tetto, ma tu non ti intendi tanto di tetti ridipinti.

.

DA NAPOLI

A ccuoppo cupo poco pepe cape.

In un cartoccio stretto poco pepe entra.

.

DA BARI

Ce 'nge namascì sciamaninn', ce non 'nge namascì non ge ne sim' scenn'!

Se dobbiamo andare, andiamo! Ma se non dobbiamo andare, non andiamocene!

.

DA LECCE

Tritici cicerieddhri intr'a tritici piatticeddhri.

Tredici ceci piccoli in tredici piatti piccoli.

.

DALLA CALABRIA

Aju u vaju u viju duv'aju u vaju u jocu.

Devo andare a vedere dove devo andare a giocare.

.

DALLA SICILIA

Sasà savia a susiri e sei, sunnu i sei e sei, sa si sasà si susiu e sei.

Sasà doveva alzarsi alle sei, sono le sei e sei, chissà se Sasà si è alzato alle sei.

.

DA CAGLIARI

Eu oi oìa u ou e u oìa.

Io oggi vorrei un uovo e un’oliva.


.

* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
LA FRASE DEL GIORNO
Il linguaggio è un labirinto di strade. Vieni da una parte e ti sai orientare; giungi allo stesso punto da un'altra parte, e non ti raccapezzi più.
LUDWIG WITTGENSTEIN, Ricerche filosofiche

domenica 17 gennaio 2010

Proverbi per Sant’Antonio

Sant'Antonio abate, noto anche con gli appellativi di sant'Antonio il Grande, sant'Antonio d'Egitto, sant'Antonio del Fuoco, sant'Antonio del Deserto, sant'Antonio l'Anacoreta e Sant’Antonio del Porcello, fu un eremita egiziano, uno dei padri del deserto. Visse in una grotta della Tebaide in meditazione e contemplazione tra il 251 circa e il 17 gennaio del 357.

Il santo, da non confondere con l’omonimo del 13 giugno, Sant’Antonio da Padova, è molto venerato e la sua festa è presa a pretesto per numerosi proverbi sulla stagione invernale. Naturalmente, spesso a gennaio nevica, e anche copiosamente – la famosa “nevicata del secolo” del 1985 in Lombardia si protrasse dal 15 al 17 spargendo un manto bianco di 80 centimetri, avverando il detto “Sant’Antoni de la barba bianca, se ‘l piöf mea la nef no manca” (se non piove, la neve non manca), che si può udire un po’ in tutto il paese: “Sant'Antonio dalla barba bianca s' n' chiov la nev n' manca” in Ciociaria, “Sant'Antoniu cu la barba bianca, ci nu chioe la nie nu manca” in Salento. In Romagna c’è la variante “Sant'Antoni d'la berba bienca se un la ia us sla fa” (se non l’ha, se la fa)…

Il freddo è ancora notevole: e infatti in Trentino dicono: “Sant’Antoni, san Bastian e santa Agnes i é i marcanti da la nef”, accomunando i santi del 20 gennaio (Sebastiano) e del 21 (Agnese). A Milano si arriva fino a San Biagio, il santo del 2 febbraio: A Sant’Antoni, frècc da demoni, a San Sebastian, frècc da can, a San Bias, el frècc l’è ras (A Sant’Antonio freddo da demonio, a San Sebastiano freddo da cane, a San Biagio il freddo è colmo). In Lunigiana è attestato “Sant Antòn gran ferdüra, San Lurénzu gran kóudüra o yön o l àtr póg u düra” (A Sant’Antonio gran freddo, a San Lorenzo – il 10 agosto – gran caldo; l’uno e l’altro poco durano), identico al siciliano “Sant'Antoniu gran friddura, San Lurenzu gran calura; l'unu e l'àutru pocu dura”. Sempre in Sicilia c’è questo detto: “O ricissetti 'i Sant'Antoniu nesci 'a gran friddura e trasi 'a gran calura”, il diciassette di Sant’Antonio esce il gran freddo ed entra il gran caldo. Beati loro…

C’è poi un altro dato puramente astronomico che comincia a farsi visibile: il solstizio d’inverno è passato da ormai un mese e le giornate cominciano ad allungarsi: ecco allora i bergamaschi dire “Nedàl ü pass de gàll, Pasquèta ün urèta, Sant'Antóne ün'ura gròsa” (A Natale il passo di un gallo, all’Epifania un’oretta, a Sant’Antonio un’ora buona). In Brianza il proverbio diventa “A Sant'Antoni un'ura e un grögn” (A Sant’Antonio un’ora e un pezzo di pane) oppure “A Sant'Antoni un'ura e un glori” (un’ora e un Gloria). In Valsesia “Sant 'Antoniu da Quaruna n'ora buna” (a Quarona -è un paese – un’ora buona). In Umbria c’è una tabella completa da Santa Lucia a Sant’Antonio: “Santa Lucia, la giornata più corta che ce sia; Natale 'na sbattuta d'ale; annu vecchiu, passu d'un vecchiu; annu nôu passu d'un bôe; Pasquarella (Epifania) un'orarella; Sant'Antonio, un'ora bona”.

Per quanto riguarda la tradizione dei falò, molto diffusa in tutta Italia, rimando al post dello scorso anno.

.

Pontormo, “Sant’Antonio abate”

.

* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
LA FRASE DEL GIORNO
Vidi tutte le reti del Maligno distese sulla terra e dissi gemendo: – Chi mai potrà scamparne? E udii una voce che mi disse: – l'umiltà.
SANT’ANTONIO ABATE, in “Vita e detti dei Padri del deserto”

sabato 5 dicembre 2009

Proverbi di dicembre

Dicembre chiude l’anno e conclude anche questa lunga cavalcata attraverso i proverbi dialettali relativi ai mesi degli anni, analizzati a partire da quelli della mia terra.

Sumeneri dicembrin, el var gnanca trî quatrin
(La semina di dicembre non vale neanche tre quattrini)

Interessante questo proverbio che rasenta l’ovvio: naturalmente pensare di seminare durante la stagione di riposo vegetativo, con la neve e il gelo è una follia, oltre che una cosa inutile e senza valore. Come appunto il quattrino, quarta parte del soldo di rame, la moneta in uso nel Lombardo-Veneto. Solo il sesino, la sesta parte, valeva meno. E infatti nel Foggiano si dice “Chi i sémene de deciémbre i recchìglje pùe o rén”, chi semina di dicembre raccoglie poco o niente.


La néf dicembrina, per trî mes no la cunfina
(La neve di dicembre per tre mesi non se ne va)

La neve di dicembre è consolidata dal freddo e dal gelo, è ben diversa da quella che cade a primavera e viene spazzata dal sole in mille rigagnoli. In Veneto dicono “La neve dezembrina disiséte volte la se rafina”, si raffina 17 volte. In Trentino “La nef dezembrina mai la camina e la fa la bina”, non cammina e fa i solchi. In Calabria “Nive dicembrina pe tri misi te sta vicina”. Per i molisani è invece un toccasana: “La neve de deciembre 'ngrassa e tempra”, ingrassa e tempera il terreno.

.

A Sant'Ambrös, ul frecc al cös
(A Sant'Ambrogio il freddo cuoce)

Il 7 dicembre, Sant’Ambrogio, patrono di Milano, è un giorno tradizionalmente freddo: nonostante questo molte fiere si svolgono nelle località della diocesi che prende nome dal vescovo. Quella degli Oh Bej! Oh Bej! a Milano è una tradizione cui non ci si sottrae. Un’altra data fredda è quella del 18 dicembre, dedicata a San Graziano di Tours: “A San Grazian, un sculdin sott e 'n olter in man” - A San Graziano uno scaldino sotto e l'altro in mano. San Nicola (6 dicembre) è considerato “mercant de néf”, mercante di neve. In Veneto è Santa Lucia (13 dicembre) a portare il freddo: “A Santa Lucia el fredo s'invia, se piove o tira vento dell'inverno semo dentro”. In Val d’Aosta a dicembre c’è già la neve e il detto popolare recita: “Par Notrë Damë douz Avén, le loup cour a tou tén”, per la Madonna dell’Avvento (l’Immacolata) il lupo corre senza sosta.

.

Katie Pertiet, "Natale vintage III"

.

* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
LA FRASE DEL GIORNO
Dicembre gelato, non va disprezzato.
PROVERBIO ITALIANO

giovedì 5 novembre 2009

Proverbi di novembre

Penultimo atto per i proverbi dialettali dedicati ai mesi partendo da quelli della mia terra, che mi capita di ascoltare a ogni stagione. E allora avanti con il grigio e malinconico novembre.

.

Nuember l'è caìn: o se paga 'l fécc, o se fa San Martìn
(Novembre è assassino: o si paga l'affitto o si trasloca)

“Fare San Martino” è espressione dialettale che significa “traslocare”: infatti i contadini sotto mezzadro era proprio in questo periodo, al termine della stagione vegetativa e all’inizio del lungo riposo invernale, che vedevano concluso o rinnovato il loro contratto. Molti si trasferivano presso nuovi terreni e nuovi padroni. In caso si rimanesse nella propria abitazione, era comunque un momento difficile: bisognava reperire i soldi dell’affitto e separarsene con immenso dispiacere. Ecco perché il mese è “Caino”. Capita spesso ancora oggi di sentire gente che “fa San Martino”: la differenza è che va da una casa dotata di tutti i comfort a un’altra simile. È anche tempo di vino novello: in Abruzzo si dice “A Sante Martine vota la cannula e jesce lu vine” (gira la spina ed esce il vino), a Napoli “A San Martino ogni fusto è vino”, in Sicilia “Ppi San Martinu castagni e vinu”, in Veneto “"A San Martin, casca le foje e se spina el bon vin” (cascano le foglie e si spilla il buon vino).

 .

Nuember ghe n'ha trenta; scolda 'l venter e de vin béven una brenta.
(Novembre ne ha trenta; tieni caldo il ventre e di vino bevine una brenta [antica unità di misura = 75 litri!])

Il freddo si fa sentire adesso, nella nostra società che può contare su moderni riscaldamenti. Possiamo immaginare la sofferenza che si doveva provare allora, quando solo i camini e le stufe davano calore nelle stanze principali e la gente si arrangiava con gli scaldini per il letto e i bracieri, o si rifugiava nel locale più caldo, la stalla, dove il tepore dato dagli animali riscaldava l’aria: ci si trovava lì la sera per ascoltare i racconti dei vecchi. Sul freddo anche alcuni proverbi relativi a Sant’Andrea, ultimo girono del mese: “A Sant’Andrea el frècc al te nega” (il freddo ti annega, ovvero dà quella sensazione di soffocamento che si può provare annaspando nell’acqua); “A Sant’Andrea, munta ‘l frècc in cadrega” (il freddo sale sulla sedia, in italiano si direbbe “monta in cattedra”); “Se per Sant’Andrea non vegnarô, per Sant Ambrös non fallarô” (Se per Sant’Andrea non arriverò, per Sant’Ambrogio non mancherò – è il freddo a parlare).  In Istria il freddo è portato da Santa Caterina (25 novembre): “Santa Catareîna, el giaso par mareîna” (il ghiaccio per la marina). Nel Padovano: “Santa Caterina o neve o brina”. E occorre prestare attenzione anche al campo, per quanto in fase di riposo: “Novembre 'nchiatratu, addiu simminatu” dicono in Calabria, novembre gelato, addio seminato…

 .

Ai mort, la binchéta e i guant.
(Per i Morti, la giacchetta e i guanti)

Proverbio che ci illumina bene sull’antica civiltà contadina, questo dei  “Morti”, il 2 novembre. Occorre ricordare che la commemorazione dei defunti fu sempre festa grande in tutte le società arcaiche. In Brianza si celebrava – e si celebra tuttora – con due dolci tradizionali: il “pane dei morti”, morbido impasto speziato e mieloso a forma di grosso biscotto ovale, e gli “oss de mord”, gioco di parole intraducibile tra “ossa da mordere” e “osso di morto”, un biscotto simile all’altro ma chiaro e duro - perché ottenuto con l’albume - insaporito con semi di anice, mandorle o arachidi. Ecco che allora i contadini per il 2 novembre vestivano con la giacca festiva e iniziavano a ripararsi dal freddo. In Istria è attestato l’analogo “Par i santi teîra fora i guanti”, nel Padovano “Ai Santi paletò e guanti”, in altre zone del Veneto “Per tuti i Santi tabàro e guanti”.

 

Katie Pertiet, “Crisantemo di novembre”

.

* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
LA FRASE DEL GIORNO
Nessun proverbio mente, solo il suo senso inganna.
PROVERBIO ITALIANO

lunedì 5 ottobre 2009

Proverbi di ottobre

Siamo ormai alla conclusione dell’analisi dei proverbi brianzoli sulla meteorologia e sui tempi della civiltà contadina. non restano che i tre mesi d’autunno. Ecco ottobre…

Utuber, l’è ‘l mes che se pertéga i ruer
(Ottobre è il mese in cui si abbacchiano le querce)

In ottobre non ci sono frutti. In mancanza si abbacchiano le ghiande, che tra l’altro cadono già da sole dalle querce. Naturalmente non dobbiamo dimenticare le castagne, che forniscono pomeriggi di festa davanti ai banchetti delle caldarroste spesso improvvisati dalle associazioni locali. In Veneto dicono “Otobre domanda funghi, castagne e ghiande”.

San Diunîs el va in ciel cun la sua valîs
(San Dionigi va in cielo con la sua valigia)

San Dionigi, come le rondini e gli altri migratori, parte, perché cambia il tempo – è il 9 di ottobre - e si avvicina la brutta stagione. In Sicilia è attestato “San Franciscu, San Franciscu, nesci lu cauru e trasi lu friscu”, ovvero per San Francesco (4 ottobre) “esce il caldo ed entra il fresco”.

O bagnà o söcc per San Lüca sömena töcc
(Bagnato o asciutto, a San Luca seminano tutti)

San Luca, 18 settembre, è l’ultima occasione per seminare i prodotti che si utilizzeranno durante l’inverno, Anche il proverbio italiano concorda: “O molle o asciutto, per San Luca semina”. E ancora: “Da San Gallo (il 16 ottobre) ara il monte e semina la valle” e “Per San Luca chi non ha seminato si speluca”. Incerti i veneti: “San Luca o moja o suta” (o molle o asciutto, mah!). Invece in Istria, a Rovigno, è segnalato: “San Loûca, li nispule sa mangioûca”, a San Luca si mangiano le nespole.

 


Kathy Pertiet, "Calendula di ottobre"

 

* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
LA FRASE DEL GIORNO
I proverbi sono selle buone per tutti i cavalli, non ce n'è uno che non abbia il suo contrario, e qualunque condotta si tenga se ne trova uno per appoggiarvisi.
ALFRED DE MUSSET

sabato 5 settembre 2009

Proverbi di settembre

El mes de setember, el duarìa vèssegh semper
(Il mese di settembre dovrebbe esserci sempre)

La stagione è mite, i raccolti abbondanti, ci sono feste e sagre dappertutto. Settembre è davvero il Paese di Bengodi. Come dare torto a questo proverbio brianzolo?

A San Nicola la nisciöla la croda
(A San Nicola cade la nocciola)

San Nicola naturalmente non è quello di Bari del 6 dicembre ma il meno nota Nicola da Tolentino, festeggiato il 10 settembre. È il periodo in cui le nocciole mature cadono dall’albero.

A San Michê l'üga nel tinê
(A San Michele l'uva nel tino)
A San Michê la pianta l'è tua e i fich inn i mê
(A San Michele la pianta è tua e i fichi sono miei)
A San Michê el colt el munta in ciel
(A San Michele il caldo sale in cielo)

San Michele, 29 settembre, è un po’ la porta dell’autunno: la devozione contadina associa alla data del santo “importante” i frutti di stagione. E se è vero che il caldo se ne va, ci lascia l’uva e i fichi – scherzoso il proverbio che rivendica la proprietà dei fichi altrui, del resto è un frutto che matura e deperisce velocemente e spesso se ne regalano cesti a vicini e amici. Dell’uva matura tratta anche il siciliano “Pri San Micheli, la racina è comu lu meli”, l’uva è come il miele. Nella zona del Piave c’è “A la luna de setembre, l' ua e il figo pende”, a Fabriano “Settembre, i fichi casca, l'ùa penne”. La brevità del giorno, che vede l’equinozio d’autunno, è testimoniata dal proverbio sul caldo, analogo al cremonese "Per San Michéel la merèenda la và in céel" che sta a significare che si cena quando la luce se ne va. In Abruzzo dicono “A settiembre e a febbrare notte e juorne vanne pare”, a settembre e febbraio notti e giorni vanno pari.

 

Katie Pertiet, “Astri di settembre”

 

* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
LA FRASE DEL GIORNO
Le piogge di Settembre già propizie / gonfian sul ramo i fichi bianchi e neri, / susine claudie... / A chi lavori e speri / Gesù concede tutte le delizie.
GUIDO GOZZANO, La via del rifugio

mercoledì 5 agosto 2009

Proverbi di agosto

Siamo a buon punto con la disamina dei proverbi brianzoli relativi ai mesi: con questi completiamo i due terzi dell’anno. Agosto è mese d’ozio, ma nelle civiltà contadine certo non c’era certo tempo per oziare…

Agost, giò 'l sû l'è fosch
(Agosto, tramontato il sole, è buio)

Passato il solstizio di giugno i giorni si accorciano. Ad agosto il calo delle ore di luce è apprezzabile. Nel Bergamasco c’è il simile “Agost gh'è gnà sìra che ghè fósch”, non è ancora sera che è già buio.

La prima acqua d'agost, la fa scapà töcc i üsej del bosch
(La prima pioggia di agosto fa scappare tutti gli uccelli dal bosco)

Le piogge di agosto portano l’estate al suo declino e preparano l’arrivo dell’autunno: l’afa se ne va, il clima è più fresco e i migratori già sono pronti a partire. In Abruzzo dicono: “A la prim'acque d' Ahòste, lu ricch' e lu povere s' arechenosce”, ovvero si distingue il ricco dal povero che non ha abiti da cambiare. Nel Salento “Acqua d'acustu, su bboni: oju, mele e mmustu”, la pioggia migliora olio, miele e mosto. In italiano si ha “La pioggia di agosto rinfresca il bosco”.

Agost pagadur
(Agosto pagatore)

Il proverbio chiude il trittico dei mesi estivi: se a giugno si miete e a luglio si taglia, ad agosto si raccolgono i frutti… in denaro.


Katie Pertiet, "Papaveri di agosto"



* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
LA FRASE DEL GIORNO
E il corso dell’estate ha vita troppo breve.
WILLIAM SHAKESPEARE, Sonetti, XVIII

domenica 5 luglio 2009

Proverbi di luglio

Löj, battidur
(Luglio, trebbiatore)

È un proverbio universalmente noto, questo, ravvisabile anche in italiano (“Luglio trebbiatore, quanta grazia del Signore”) e nei vari dialetti (nel Teatino è “vattatore”). Luglio altrove è “agrestaio”.

Löj, la tera la böj
(Luglio, la terra bolle).

Il caldo è talmente elevato a luglio, l’afa insopportabile che la terra sembra bollire, anche per l’effetto ottico delle “morgane”, simile ai miraggi del deserto. I veneti consigliano invece: “Quando il lujo xe molto caldo, bevi molto e tiente saldo”.

A Sant’Ana, i verz ne la piana
(A Sant’Anna, le verze nel campo)

C’è anche una versione differente di questo proverbio relativo al 26 luglio e che invita a piantare le verze: dice “A Sant’Ana, i vesp ne la piana”, ovvero le vespe. In italiano si dice “A Sant’Anna corre l’acqua per la piana”. In Calabria, dove diversi sono i frutti della terra (la cassoeula non c’è!), dicono: “Pe' Sant'Anna 'u ficu jè c''a zzanna” (il fico è maturo).


Katiey Pertiet, "Delfinio di luglio"


* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
LA FRASE DEL GIORNO
Il bollente luglio porta freddi temporali, albicocche e violaciocche.

SARA COLERIDGE, Lezioncine in versi per bambini

venerdì 5 giugno 2009

Proverbi di giugno

Giögn, strenc el pögn
(Giugno, stringi il pugno)

Il proverbio italiano dice “Giugno, la falce in pugno”: è tempo di mietere, di prendere la falce e tagliare il grano. In realtà ora fanno tutto gli elefantiaci macchinari che passano per i campi, raccolgono e lasciano balle rotonde già pronte per essere immagazzinate. Ma nell’Italia agricola di un tempo – e nella collinosa Brianza di cui questo è il proverbio - i contadini impugnavano la falce (“ul scighèss”) per mietere, (“segà”). Nel trittico dei mesi estivi infatti giugno è anche detto “segadur”, mietitore. Nel Cremonese è attestata una variante: "In giögn zlàarga la màan e strèens el pögn" (allarga la mano e stringi il pugno)

Fina al quaranta de masc, se def minga mulà i strasc
(Fino al quaranta di maggio, non devi abbandonare i panni pesanti)

Analogo allo spagnolo “Fino al 40 di maggio non toglierti il saio”, questo proverbio ammonisce a rimanere coperti almeno fino al 9 giugno, quando l’estate sembra essersi stabilizzata. Certo, con i cambiamenti climatici di questi tempi, i proverbi meteorologici rischiano di essere antiquati: ma il consiglio di non scoprirsi troppo, di “vestirsi a cipolla” è sempre salutare. In Liguria dicono: “Né magiu né magiun nu state a levà u pelisún”.

Des, a San Peder se cata i scirés
Dice, a San Pietro si raccolgono le ciliegie

Il frutto tipico di giugno sono le ciliegie, e questo proverbio ce lo ricorda: il 29 giugno, festa di San Pietro e Paolo, sul finire del mese, era molto sentito dalla civiltà contadina. Dobbiamo ricordare che fino al 1977 questa data era festa religiosa a tutti gli effetti, come l’Immacolata e Ognissanti. In Veneto, sfruttando la rima della falce in pugno, si ha “Nel mese de giugno la seresa xe in pugno”. In Liguria, “Magiu u porta l'asagiu, giügnu cerèije au pügnu”.


Katie Pertiet, “Rosa di giugno”


* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
LA FRASE DEL GIORNO
Anche per il pensiero c’è un tempo per arare e uno per mietere.
LUDWIG WITTGENSTEIN, Pensieri diversi

martedì 5 maggio 2009

Proverbi di maggio

Proseguiamo la disamina dei proverbi brianzoli riguardanti i mesi:

Mês de masc, aqua a brasc.
(Mese di maggio, acqua a braccia)

Maggio è un tipico mese primaverile: la pioggia cade provvidenziale, abbondante e improvvisa a rendere ancora più verde il rigoglio della natura, a ingrassare le rose. Questo proverbio nota l’abbondanza, così come quest’altro ricorda un tempo ormai perduto in cui le donne lavavano il bucato a mano al fiume, al lago o nei lavatoi pubblici: “I gutùni de masc i fa ‘nà via töcc i smacc” (le grosse gocce di maggio tolgono tutte le macchie). In Calabria è attestato “L'acqua di màju arricchi 'u massaru” (L’acqua di maggio fa ricco il contadino), in Salento “Masciu una e bona” (Maggio una [pioggia] e buona).

 

Var püssê ‘na giurnada de sû de masc che ‘l Dom de Milan
(Vale più una giornata di sole a maggio che il Duomo di Milano)

Il sole – la luce – è vita, e in un periodo di crescita come è la primavera, tutte le coltivazioni ne hanno necessità: ecco spiegato l’inusuale paragone con un monumento prezioso per l’arte e la cristianità. Il vento può essere un altro elemento favorevole: “Masc ventus, ann bundanzius” (Maggio ventoso, anno d’abbondanza). Infatti i veneti dicono “Majo con jorni suti, miel e frumento per tuti”  (Maggio con giorni asciutti, miele e frumento per tutti). In Abruzzo dicono invece “Vale ‘cchié na tumbire tra magge e abbrèle che nu carre d’ore e chije le tère” (Vale più un acquazzone tra maggio e aprile che un carro d’oro e chi lo tira).

 

S’el piöf al dé de l’Ascenza, per quaranta dé sem minga senza.
(Se piove il giorno dell’Ascensione, per quaranta giorni non ne saremo senza)
S’el piöf al dé de l’Ascenzion, la früta la va tüta in perdizion.
(Se piove il giorno dell’Ascensione, la frutta va tutta persa)
S’el piöf al dé de la Santa Crus, bon i cöf e büs i nus.
(Se piove il giorno della Santa Croce, buoni i covoni e buche le noci)

Questa terna di proverbi meteorologici dimostra la predilezione per le arti divinatorie e superstiziose della buona gente di campagna: i motti legano alla festa religiosa, in questo caso l’Ascensione – quaranta giorni dopo Pasqua – e la Santa Croce del 3 maggio, il tempo atmosferico per trarne una previsione sul raccolto. Nel Cremonese dicono "Se 'l Pòo l'è in schèena per l'Asèensa, per quaràanta dé el se sustèenta" (se il Po è in piena all’Ascensione, resta in piena per quaranta giorni).

Una variante scherzosa prevede però un’espiazione: S’el piöf al dé de la Santa Crus el marscéss töcc i nus; ma se e cunfésset i to pecâ, te perduna ogni frâ” (Se piove il giorno della Santa Croce, marciscono tutte le noci; ma se confessi i tuoi peccati, ti perdona ogni frate). In Romagna troviamo Par Sânta Cros e' sol e' va ben par la nos” (Per Santa Croce il sole va bene per la noce).

 

Katie Pertiet, “Lillà di maggio”


*  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *
LA FRASE DEL GIORNO
Il popolo ha opinioni sanissime.
BLAISE PASCAL, Pensieri, 324

domenica 5 aprile 2009

Proverbi di aprile


"April, aqua a baril"
(Aprile, acqua a barili)

È un detto molto diffuso, questo: in italiano si dice "Aprile ogni goccia un barile", in romagnolo "Abrìl, tot i dé un barìl", tutti i giorni un barile, in dialetto lucano "Aprìl ienghie i varlìr", riempie i barili, e segnala la forza vivificatrice della pioggia, abbondante nel corso del mese. Analogo è un altro proverbio brianzolo: "April piöva piöva ch'el vê gross la cöva" (aprile piova, piova, che si ingrossa il covone), così come il veneto "la piova di april, impianta el fenil", la pioggia di aprile riempie il fienile. Nella zona di Bordighera si dice: "Se nu ceuve in ru mese d'arvì, loche, è nasciuu u turna a meuiri", Se non piove ad aprile, quello che è nato torna a morire


"I fiù i va piantâ d'aprîl, perchè fiurés anca el manech del badîl"
(I fiori vanno piantati ad aprile, perché fiorisce anche il manico del badile)

Questo proverbio si ricollega alla pioggia d'aprile: è mese rigoglioso e di crescita, tanto che potrebbe fiorire ogni cosa, anche il manico di legno del badile! Attestato anche nel Cremonese: "In aprìil, böta àan el mànech del badìil". Di questa fioritura testimone è il veneto "Aprìl, aprileto, ogni dì un raméto".


S'el piöf al dé de Pasqua, püssê üga che frasca
(Se piove il giorno di Pasqua, più uva che fronde)

Resta nel genere acqua-rigoglio anche il proverbio sulla Pasqua, festa tipica di aprile. C'è anche un altro detto tradizionale meteorologico: "Sû söi ulif, aqua söi ciapp", sole sugli ulivi (la Domenica delle palme), acqua sulle uova sode (Pasqua), confermato anche dall'adagio diffuso nell'Italia centrale "Il sole sulle palme tagliate chiama l'acqua sulle uova lessate". Di diverso avviso i veneti: "Se piove sole Palme no piove sui ovi". Sulla Pasqua bagnata, troviamo nel Salentino "Cu bbete na bbona annata, Natale ssuttu e Pasca muggiata", per essere una buona annata Natale asciutto e Pasqua ammollata.




Katie Pertiet, "Pisello odoroso di aprile"


* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
LA FRASE DEL GIORNO
Dopo la pioggia la terra, come una ragazza un cappello di paglia azzurro, s'è messo il cielo sul capo.
GESUALDO BUFALINO, Il malpensante, Aprile

giovedì 5 marzo 2009

Proverbi di marzo


"Marz marzott fiö d'un baltrocch fiö d'una baltroca
o ch'el piöf o ch'el tira vent o ch'el fioca.
(Marzo marzotto figlio di un farfallone, figlio di una baldracca / o piove o tira vento o nevica).

La volubilità classica di marzo, mese di transizione tra due stagioni, è rappresentata in moltissimi proverbi, tanto che in italiano lo si trova spesso associato all'aggettivo "pazzerello". Un altro detto brianzolo recita infatti: "Marz pazzerell, al vet ul sû, al derva l'umbrell" (vede il sole e apre l'ombrello). Certo, più efficace è quel paragone con una donna di non specchiati costumi, leggera e mutevole. Nelle Marche si dice "Marzu pazzerellu, Pasqua cò l'ombrellu", in Salento "Marzu ete pacciu" (marzo è pazzo).


"Marz pulverent, per fà séghel e furmènt".
(Marzo polveroso, per fare segale e grano).

La saggezza contadina, basata sull'osservazione delle varie annate, così ha stabilito: marzo deve essere asciutto (polveroso e ventoso), per ottenere poi in estate un buon raccolto di cereali, in particolare i citati segale e frumento, anche perché, come attestato in Sicilia, "Marzu, centu vagna e una asciuca" ("bagna per cento ma basta uno ad asciugare", per il calore del sole). Analoghi al brianzolo il proverbio veneto: "Marso ventoso, april temperado, beato el contadin che el gà semenà" e quello abruzzese "Marz'assutte e aprile bbagnate, biate lu campagnole che ha sementate". 



"A San Giüsepp fiurés ul perseghètt"
"A San Giüsepp, föra scarp e culsètt"
(A San Giuseppe fiorisce il pesco / A San Giuseppe fuori scarpe e calze)

Per assonanza con San Giuseppe, ecco due proverbi che descrivono gli effetti della primavera che comincia: "fiorisce il pesco" e si possono togliere "le scarpe e le calze". Così i veneti dicono "De San Isepo no se scalda pì el leto", ovvero non c'è più bisogno dello scaldino usato anticamente per scaldare il letto, e i cremonesi "Per San Giüzèp se smòorsa 'l muculèt" (si spegne la candela, perché le giornate si allungano).


Robert Furber, "March"


* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
LA FRASE DEL GIORNO
Eppure un guizzo solo di primavera basta a rendere allegra l'anima vedova, a mutare in piani di esaltata Arlecchina queste ostinate gramaglie.
GESUALDO BUFALINO, Il malpensante

lunedì 2 marzo 2009

Il destino del dialetto


Il dialetto è lingua o un retaggio del passato che è bene far scomparire? E, con il passare del tempo, non sarà poi l'italiano il dialetto e l'inglese la lingua? Sono temi attuali, questi, che il 23 febbraio hanno trovato spazio anche su Avvenire, quotidiano dal quale ho tratto questa intervista di Ilario Lombardo a Davide Van De Sfroos, cantore del dialetto "laghée".






Davide Van de Sfroos 
«È l’anima nobile di un popolo, guai a vergognarsene» 
Ci fosse una Nashville italiana lui salirebbe sul palco acclamato come Johnny Cash. Non canta però le vallate del Tennessee come i folk singer o i menestrelli country: la sua musica si porta dietro invece gli umori della sua gente e le storie che i venti tramandano sulle coste del lago di Como. Davide Van de Sfroos, nato Davide Bernasconi, porta già nel nome d’arte il dialetto come lingua d’elezione delle sue ballate. «Vanno di contrabbando» o «vanno di frodo», questo significa: un riferimento esplicito a quei mitici avventurieri che lungo il confine tra la Svizzera e il comasco, facevano del contrabbando un’arte e un mestiere. Cantautore osannato come un mito locale dai lariani, Van de Sfroos fa il balzo verso una platea nazionale con il suo ultimo album Pica!. E l’Italia fa la conoscenza del laghée.

È una variante del comasco, ma quale è la sua particolarità?
«È fantastico dal punto di vista metrico e ritmico. È diretto, più duro, con le "u" simili al sardo o al rumeno, è molto roots, radicale. Ti permette di sperimentare vie musicali ardite. Ha sfumature rock ’n roll, oniriche, etniche. È fatto di magia e di mistero. Ha ascendenze francesi, spagnole, celtiche. Ha tante influenze dentro, eppure è qualcosa di unico. Le sue vocali molto trascinate e le forti troncature possono ricordare alcune varianti del francese. A New Orleans pensavano fosse il cajun dei francesi canadesi immigrati in Louisiana, oppure, visto il cognome, il fiammingo».

Come lei, molti altri musicisti che cantano in dialetto sono in prima fila nella difesa della propria lingua territoriale. Il miglior modo per preservarla?
«Il dialetto è una lingua che è esistita prima di noi. Ha un retaggio di influenze e di testimonianze immenso. Sarebbe un errore collocare il dialetto dentro una bacheca perché non sarebbe più una cosa viva. È chiaro che se tieni alla conservazione del territorio, al patrimonio culturale e naturale, non puoi non fare la stessa cosa con il dialetto che è l’anima nobile di un popolo. L’errore che si fa è quello di accomunarlo al popolaresco o al vezzo goliardico, invece c’è tutto un mondo che in dialetto si esprime: c’è gente che è nata, vissuta e morta parlando il dialetto, che ha tramandato storie del luogo in questa lingua perché ha tutta una gamma di espressioni e di sfumature adatte. È popolare e con l’espressività immediata delle persone che si trovano in uno stato confidenziale. Parlarlo per tenerlo vivo: è l’unico modo per salvare il dialetto».

Chi sono i nemici del dialetto?
«Prima il dialetto veniva associato alla vergogna. Oggi invece nelle scuole mi invitano a parlare dell’importanza culturale del dialetto. E spesso a invitarmi sono le stesse maestre che prima si raccomandavano con i genitori di non parlare in dialetto per evitare gli strafalcioni in italiano dei figli. Forse si sono rese conto di cosa potevano perdere. Il problema oggi è che sta diventando una cosa di nicchia destinata a scomparire, e custodirlo è difficile perché con l’avvento dei nuovi media si parla tanto l’inglese»

Pensa che solo il dialetto possa raccontare le storie delle sue canzoni?
«Appena entri in un paese la prima cosa che noti è l’accento e la cadenza. Ecco, il dialetto è la credibilità necessaria per raccontare in maniera iperrealista la storia avvenuta in quel luogo. E nelle mie storie i personaggi sono eroi semplici, persone al limite della legalità e della società, borderlines, sciagurati dalla vita politicamente scorretta ma con una visione della vita affascinante e che a modo loro hanno lasciato dei segni. Il dialetto è l’integrità di questa tradizione».

Nel mondo della discografia, però, la canzone dialettale sembra considerata, con diffidenza, musica in italiano minore. Forse perché c’è un limite regionale nel comprenderla?
«Non credo. L’errore delle radio e dei produttori di dischi è quello di fare l’equazione dialetto=canto delle mondine e folklore di paese. Invece basta pensare a cosa ha fatto De André con il gallurese e il genovese. Il dialetto è identità ma non è un muro di divisione. In tutte le regioni dove siamo stati in concerto, abbiamo avuto successo e affetto. Guardavano a noi con la curiosità che si riserva a musicisti che vengono da un determinato territorio e si esprimono nella lingua di quel territorio. È un destino comune a tutti i cantanti dialettali. Poi se guardi a nomi come i 99 Posse, iTazenda, i vari gruppi salentini, noti come le contaminazioni rock, blues, reggae li fanno amare anche fuori dalla propria regione. Anche all’estero, dove ognuno porta un pezzo d’Italia. Fa ridere, ma una volta mi trovavo in una radio di Berlino e mi hanno paragonato a Youssou N’Dour: io che in Italia sono considerato un cantante del profondo nord».



In questi tempi di triste omologazione, dove si globalizza tutto, dall'abbigliamento dei ragazzi alle catene di "ristoranti" con cibo predeterminato uguale in tutto il mondo, persistono eroici resistenti: che siano i paladini del "mangiare lento" (ma perché battezzarsi "slow food"?) o i difensori della lingua ancestrale che ognuno di noi si porta dentro. Contaminati già dall'italiano, i dialetti scompariranno, diverranno lingue morte senza l'autorevolezza del greco e del latino. E nessuno canterà più in napoletano o in milanese o nel laghée di Van De Sfroos: il mondo perderà quel tocco non "folkloristico" ma puramente emozionale, il legame con un passato che ha memoria di campi lavorati e di antichi borghi operai. Anch'io - e un po' mi vergogno a dirlo - non penso in dialetto, ma in italiano, ed è sempre stato così, dai tempi dell'asilo: siamo stati programmati a parlare una lingua che non è quella dei nostri avi in nome di un interesse superiore. Ma questo non vuol dire dover abbandonare alla deriva culturale i dialetti: sarebbe come cedere la gestione della cucina italiana a Mac Donald's. Esagerazione? Sentite cosa scrisse lo storico Giuseppe Galasso sul Corriere della Sera del 27 novembre 2007: "L'ultimo grido della moda universitaria sembra sia la rinuncia alle lingue nazionali. Tutto in inglese. Così, si dice, si attirano gli studenti stranieri e gli studenti locali fanno un percorso, da subito; internazionale. Sarà, ma qualcosa mi preoccupa. Adeguarsi a una lingua imperiale è un atto saggio e funzionale a molti scopi pratici. Ma così la tutela delle culture europee perde di senso, e il plurilinguismo non è una risposta. Le lingue sono l'essenza di tradizioni e culture: via le lingue, addio".  





* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
LA FRASE DEL GIORNO
Un populu | mittitulu a catina | spugghiatulu | attuppatici a vucca | è ancora libiru. || Livatici u travagghiu | u passaportu | a tavola unni mancia | u lettu unni dormi | è ancora riccu. || Un populu, diventa poviru e servu | quannu ci arrubbano a lingua | addutata di patri: è persu pi sempri. (Un popolo rimane libero anche se lo mettono in catene, se lo spogliano di tutto, se gli chiudono la bocca; un popolo rimane ricco anche se gli tolgono il lavoro, il passaporto, la tavola su cui mangia, il letto in cui dorme. Un popolo diventa povero e servo quando gli rubano la lingua ereditata dai padri: allora sì, è perso per sempre!)
IGNAZIO BUTTITTA, Lingua e dialettu

giovedì 5 febbraio 2009

Proverbi di febbraio


Fevrê l'è cürt, ma se 'l se volta indré l'è un türch.
(Febbraio è corto, ma se si volta è un turco)

Ritrovo questo proverbio brianzolo nel genovese "Frevâ o curto l'è pezo che o turco": è quello che viene spesso definito "il colpo di coda dell'inverno", il ritorno della neve e del gelo, che cambia faccia al febbraio quasi primaverile e ne fa un "turco", il feroce nemico della cristianità combattuto per secoli. Da notare l'anagramma alla base del proverbio. Un'altra variante brianzola dice che "Fevrê l'è cürt, ma l'è dür 'mè 'n mür" (Febbraio è corto, ma duro come il muro). Questi suoi rigori, associati alla brevità, sembrano voler indicare un mese "denso", che assomma tutti i suoi mali perché non li può diluire come gli altri mesi con più giorni. Del resto l'italiano ha "Febbraio febbraietto, corto e maledetto". Nel Cremonese è attestato "Febràar febrarìin, catìif e picenìn", nel Ferrarese "Fevrar fevrarott pez ad tutt" (Febbraio febbraiotto peggio di tutti). Bello il salentino "Febbraru mienzu duce e mienzu maru" (Febbraio, mezzo dolce  mezzo amaro)


L'aqua de fevrê la impient el granê.
(L'acqua di febbraio riempie il granaio)

Come si è visto era per gennaio segno di fertilità la neve, ora con l'avanzare della stagione è bene che sia l'acqua a fornire nutrimento alle piantine. Attestato anche in Umbria. In Valle d'Aosta il proverbio è rovesciato: "Si février est sec et beau garde du foin pour les chevaux" (se febbraio è secco e bello, tieni da parte il fieno per i cavalli).


Se te vöret restà senza miê, mètela al sû de fevrê.
(Se vuoi restare senza moglie, mettila al sole di febbraio)

Bonariamente misogino questo proverbio che alla fine significa solo che non è salutare esporsi al sole debole di febbraio. In genovese troviamo "Mouxo de ma, su de fevrà, cianze de donna, no te fià" (Onda di mare, sole di febbraio, pianto di donna non ti fidare).



Katie Pertiet, "Violette di febbraio"



* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
LA FRASE DEL GIORNO
Febbraio è un mese di languori, il cuore del mondo è greve, ignaro ancora dell'inquieto aprile e del vigoroso maggio.
WILLIAM SOMERSET MAUGHAM, Lettera d'amore

lunedì 5 gennaio 2009

Proverbi di gennaio


Dalla saggezza contadina che si basava sull'esperienza della vita nei campi e che ormai va scomparendo, sommersa dal terziario e dalla tecnologia, qualche proverbio brianzolo sul mese di gennaio:

Ginê pulverènt, póca paja e tant furmènt.
(Gennaio polveroso, poca paglia e tanto frumento)

È attestato anche in Veneto: "Fredo secco de zenaro, sachi pieni nel granaro", in Calabria, in Sicilia e in Sardegna: "Gennaiu siccu, messaiu arriccu" (gennaio secco, contadino ricco).


Se vöret un bell ajê, pianta l'aj de ginê.
(Se vuoi un bel campo d'aglio, pianta l'aglio a gennaio)

Riecheggia il toscano "Chi vole un bell' agliaio lo semini di gennaio" e un analogo proverbio veneto. Ovvero: se vi piace, affrettatevi a piantare l'aglio - è il primo prodotto dell'orto.


La néf de ginê la piendés el granê.
(La neve di gennaio riempie il granaio)

Quest'ultimo proverbio sembra contraddire l'italiano "Gennaio acquaio poco granaio" e il romanesco "Gennaio piovoso, anno micragnoso": in realtà la neve non è la pioggia ed il suo manto favorisce le tenere piantine di frumento, tenendole al riparo sotto la sua coperta. Il proverbio romanesco infatti prosegue: "Gennaio nevoso, estate gioiosa". Nel bellunese è attestato l'analogo detto "Gran fredo de genaro colma el granaro".


Katie Pertiet, "Dianto di gennaio"



* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
LA FRASE DEL GIORNO
Il proverbio è l'ingegno di un uomo e la saggezza di tutti.
BERTRAND RUSSELL


giovedì 17 gennaio 2008

Sant'Antonio

Un antico proverbio brianzolo recita "A Sant'Antoni un'ura e un grögn". Sta a significare che il 17 gennaio i giorni si sono sensibilmente allungati, dal solstizio d'inverno è trascorso ormai quasi un mese e quindi il tramonto viene "un'ora e un poco" dopo.
Interessante quel “grögn”: è la quarta parte del tipico pane della zona, la “michetta”, divisa appunto da un taglio a croce.
Un’altra versione del proverbio dice "A Sant'Antoni un'ura e un glori", ovvero “un’ora e un Gloria”, cioè il tempo di recitare la breve preghiera.


Fotografia © Daniele Riva


* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
LA FRASE DEL GIORNO
Meno male che si conservano dentro di sé le cose migliori della vita, altrimenti si potrebbe morire di nostalgia.
HERMANN HESSE, da una lettera a Hans Sturzenegger, 25 dicembre 1916