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domenica 21 febbraio 2016

Umberto Eco

 

La sera del 19 febbraio si è spento nella sua casa di Milano Umberto Eco, semiologo e scrittore ma non solo: esperto di estetica medievale, di linguistica, di filosofia, di cultura di massa, di teoria della narrazione. Era nato ad Alessandria nel 1932 e aveva saputo “sdoganare” tutto questo suo sapere specialistico soprattutto nel suo primo romanzo, Il nome della rosa (1980), best seller a livello mondiale, cui seguirono Il pendolo di Foucault (1988) e i meno fortunati L’isola del giorno prima (1994), Baudolino (2000), La misteriosa fiamma della regina Loana (2004), Il cimitero di Praga (2010) e Numero Zero (2015). Nonostante la sua cultura enciclopedica, Eco sapeva però divertire e divertirsi, come rivelano i giochi di parole e le fantasie letterarie dei due Diario minimo: l’adolescente Lolita rovesciata in una Nonita settantenne, ad esempio – la sostituzione genera tutto un racconto; o ancora le riletture di libri, le filastrocche per adulti sul tema della filosofia, i tautogrammi, i lipogrammi e gli anagrammi, dietro la cui apparente leggerezza si nasconde un’immensa cultura, come nei due esercizi di stile che propongo: una descrizione di Dante in tautogramma (ovvero utilizzando la lettera D iniziale di ogni parola) e una celebre poesia di Eugenio Montale riscritta undici volte in vari lipogrammi e pangrammi.

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umberto-eco

 

da Il secondo diario minimo (1992)

DANTE

Dirò di detti dal desir dittati.
Dirò di donna deificata.
Dirò di demotico dictamine.
Dopo dirò di dannate dimore di Dite
(di divorator di discendenti),
di dolcissimi dolenti
(dodici + dodici dignitari Dodecannesi),
di devoti Dottori
dicenti di Degnità di Dio.
Dopodiché dirannomi divino.
Dopotutto desideravo dicessermelo.

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UNDICI NUOVE DANZE PER MONTALE

Montale tale e quale

Addii, fischi nel buio, cenni, tosse
e sportelli abbassati. È l'ora. Forse
gli automi hanno ragione. Come appaiono
dai corridoi, murati!

— Presti anche tu alla fioca
litania del tuo rapido quest'orrida
e fedele cadenza di carioca?


Senza A

Congedi, fischi, buio, cenni, tosse
e sportelli rinchiusi. È tempo. Forse
son nel giusto i robot. Come si vedono
nei corridoi, reclusi!

— Odi pur tu il severo sussulto
del diretto con quest'orrido,
ossessivo ritorno di un bolero?

 

Senza E

Addii sibili al buio, colpi rari
di cristalli abbassati. Ora, magari,
i Macintosh non sbagliano. Mi appaiono
dai corridoi, murati!

— Dona pur tu, su, prova,
al litaniar di un rapido l'improvvido,
ostinato ritmar di bossa nova…

 

Senza I

Un suono nella notte, un cenno, tosse,
lo sportello è sbattuto. È l'ora. Forse
non erra quel computer. Come allude
da quello schermo, muto!

— Do forse alla macumba
che danza questo treno la tremenda
ed ottusa cadenza di una rumba?

 

Senza O

Addii, sibili ed esili starnuti
tra un battere di vetri. È tardi. Muti,
gli ingranaggi san bene. Tu li vedi
su quei sedili, tetri.

— Presti anche tu, chissà,
al litaniar dei rapidi quest'arida
cadenza di un demente cha-cha-cha?

 

Senza U

Addii, fischi di notte, cenni, tosse
e sportelli abbassati. È l'ora. Forse
i replicanti han vinto. Come appaiono
dai corridoi, clonati!

— Non senti forse, a sera,
la litania del rapido dall'orrido
ancheggiare lascivo di habanera?

 

Solo A

AIcantara, Alba, Brà, Praga, Warszawa…
batta la grata. Stacca. Avvampa prava
la lastra catafratta, scaltra apparsa
dalla cava, castrata.

— Salta magra la gamba,
canta la fratta strada, pazza arranca,
assatanata d'asma l'atra samba?

 

Solo E

Sente? Le stesse scene nelle spesse
eterne sere spente. E se sedesse
nelle celle segrete delle streghe
l'Ermete repellente?

— Del TEE presente
l'effervescenze fredde, le tremende
demenze meste d'ebete merenghe?

 

Solo I

Stridii di fischi, gridi intirizziti,
finir di tintinnii. Lì illividiti
vidi i chips IBM-simili, infidi
di finti scintillii…

— Sì, ridi, ridi, insisti:
sibilin di sinistri ispidi brividi
misti ritmi scipiti, tristi twist.

 

Solo O

Son sconvolto, commosso, non fo motto,
tosso. Colpo d'oblò. Or oso. Sbotto:
"T'odo, corrotto mostro!" Lo conosco,
con rosso foco mosso.

— Colgo sol do-do-sol... Fosco locomotor, con moto roco
mormoro l'ostrogoto rock'n'roll…

 

Solo U

Tu tuuu! Nur Du, Lulù. Un rhum? Chuu-chuuu…
Bum, brum, tum, pum. Nunc. Sursum! Puff-puff-puuu!
Pur tu, guru d’un Lull, Ku-Klux d’Ubu…
Gru, lupus, mus, cucù!

— Ruhr, Turku… Tumbuctù? Uh, fu sul bus, sul currus d'un Vudù
un murmur (zum, zum, zum) d'un blu zulù.
1


Pangramma eteroletterale
(vengono usate una sola volta tutte le 26 lettere dell'alfabeto)

MG, DC X, VHF, Qwerty…
JB, sì!
Zun! Polka!2


1 Questa versione, che raggiunge gli imi abissi dell'ermetismo a causa delle sue cupe e ctonie allitterazioni, richiede qualche chiosa. Mentre il treno attraversa il bacino carbonifero della Ruhr, il poeta si rende conto che la donna amata (affascinante avventuriera tedesca) si sta dando all'alcol. Nell'oscurità la vede come un automa e lamenta che l'insegnamento del gran maestro della combinatoria, Raimondo Lullo (qui nominato secondo la corretta versione catalana del suo nome) l’abbia come trasformata nell'incappucciato fantasma di Ubu Roi, sì che la figura muliebre assume ora forme fantasmagoriche di animale. Dalla Ruhr il treno procede verso Turku, in Finlandia, ma il ritmo ossessivo della locomotiva, che evoca la cadenza di un Voodoo haitiano, induce il poeta a pensare di scendere verso l'Africa nera, così che gli pare di udire un rhythm and blues.

2 Anche questa versione richiede una chiosa. Il poeta, in treno, paventa altri più moderni e atroci mezzi di locomozione, come l'automobile e il DC 10. Pensando di vivere In un universo dove gli automi hanno ragione, avverte Il brivido della Very High Frequency, ed evoca la tastiera di un computer (americano, Qwerty e non Qzerty come la vecchia macchina da scrivere italiana). In un empito di ribellione bacchica, decide (questa volta lui) di scegliere l’ebbrezza di un vecchio whisky scozzese e di accettare il ritmo arcaico del treno, che gli evoca una familiare e antica danza mitteleuropea.

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LA FRASE DEL GIORNO
Capire i linguaggi umani, imperfetti e capaci nello stesso tempo di realizzare quella suprema imperfezione che chiamiamo poesia, rappresenta l'unica conclusione di ogni ricerca della perfezione.
UMBERTO ECO, Sulla letteratura




Umberto Eco (Alessandria, 5 gennaio 1932 – Milano, 19 febbraio 2016), saggista, scrittore, filosofo e linguista italiano. Autorevole studioso di semiotica, scienza nella quale ha visto l'icona di un sapere interdisciplinare, è anche brillante pubblicista e scrittore, autore di numerosi saggi e di alcuni romanzi di grande successo, fra i quali spicca Il nome della rosa (1980), giallo filosofico di ambientazione medievale.


domenica 13 marzo 2011

Il cuore un ciottolo

 

CAMILLO SBARBARO

ORMAI SOMIGLIO A UNA VITE...

Ormai somiglio a una vite che vidi un dì con stupore. Cresceva su un muro di casa nascendo da un lastrico. Trapiantata, sarebbe intristita.

Così l’anima ha messo radice nella pietra della città e altrove non saprebbe più vivere. E se ancora m’avviene di guardar come a scampo ai monti lontani, in realtà essi non mi parlano più.

Mi esalta il fanale atroce a capo del vicolo chiuso. Il cuore resta appeso in ex voto a chiassuoli a crocicchi. Aspetti di cose mi toccano come nessun gesto umano potrebbe.

Come la vite mi cibo di aridità. Più della femmina, m’illudono la sete e gli artifizi. Il lampeggiar degli specchi m’appaga.

A volte, a disturbare l’inerzia in cui mi compiaccio, affiora, chi sa da che piega di me, un mondo a una sola dimensione e, smarrita per esso, l’infanzia.

Al richiamo mi tendo, trepidante mi chino in ascolto… Ah non era che il ricordo di un’esistenza anteriore!

Forse mi vado mineralizzando.
Già il mio occhio è di vetro, da tanto non piango; e il cuore, un ciottolo pesante.

(da Trucioli, 1920)

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Questo è il frammento che apre Trucioli, raccolta di prose liriche che Camillo Sbarbaro pubblicò nel 1920, espandendo ulteriormente i temi già trattati nelle poesie di Pianissimo: solitudine, alienazione, incomunicabilità, il muro invalicabile che ci divide dal resto del mondo. Sbarbaro fa saltare anche l’ultimo ponte, il legame che rappresentava la possibile via di fuga: l’uomo scopre di essere un oggetto tra gli oggetti, indifferente alla realtà e non ne resta sgomento, ma addirittura se ne compiace, si nutre di questa negatività, se ne esalta. Resta però un esile barlume di speranza, quello dell’infanzia, il paradisiaco regno smarrito che il poeta racconterà in Voze, soave voce.

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Fotografia © The state of my mind

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LA FRASE DEL GIORNO 
Un cieco mi par d’essere, seduto / sopra la sponda d’un immenso fiume.
CAMILLO SBARBARO, Pianissimo




Camillo Sbarbaro (Santa Margherita Ligure, 12 gennaio 1888 – Savona, 30 ottobre 1967),  poeta, scrittore e aforista italiano. Nelle sue poesie seppe coniugare un’osservazione della natura e un’analisi anche introspettiva della psicologia umana con uno stile secco e acuto.


giovedì 7 ottobre 2010

I 100 migliori incipit

Gli incipit, di cui abbiamo già diffusamente parlato in questo post, sono un tema sempre interessante. Perché, prendendo a prestito un verso di Ungaretti, “è sempre pieno di promesse il nascere”: così anche un romanzo ci porge il suo biglietto da visita in quelle prime frasi introduttive.

L’occasione per parlarne ancora viene da una prestigiosa rivista statunitense, la “American Book Review”, che pubblica i 100 migliori incipit di romanzo. Naturalmente, e non poteva essere altrimenti, la classifica è altamente anglocentrica, tanto che l’unico italiano in classifica è Italo Calvino con “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, ad un lusinghiero 14° posto. Lo conoscete? Credo di sì, comunque eccolo qua: “Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino”.

Veniamo ai primi dieci della classifica di “American Book Review”:

1. MOBY DICK di Hermann Melville: “Chiamatemi Ismaele”.

2. ORGOGLIO E PREGIUDIZIO di Jane Austen: “È verità universalmente ammessa che uno scapolo fornito di un buon patrimonio debba sentire il bisogno di ammogliarsi”.

3. L’ARCOBALENO DELLA GRAVITÀ di Thomas Pynchon: “Un grido s’avvicina, attraversando il cielo…”

4. CENT’ANNI DI SOLITUDINE di Gabriel García Márquez: “Molti anni dopo, davanti al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio”.

5. LOLITA di Vladimir Nabokov: “Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi”.

6. ANNA KARENINA di Lev Tolstoj: “Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”.

7. FINNEGANS WAKE di James Joyce: “fluidofiume, passato Eva ed Adamo, da spiaggia sinuosa a baia biancheggiante, ci conduce con un più commodus vicus di ricircolo di nuovo a Howth Castle Edintorni”.

8. 1984 di George Orwell: “Era una fresca limpida giornata d'aprile e gli orologi segnavano l'una”.

9. LE DUE CITTÀ di Charles Dickens: “Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l'epoca della fede e l'epoca dell'incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l'inverno della disperazione”.

10. UOMO INVISIBILE di Ralph Ellison: “Io sono un uomo invisibile”.

Poi altri e altri ancora con nomi illustri quali Dostoevskij, Kafka, Faulkner, Hemingway e Fitzgerald e altri più recenti quali Paul Auster, Salman Rushdie, Toni Morrison e Jeffrey Eugenides. L’intera classifica potete trovarla seguendo questo link. Io invece continuo a essere affascinato da incipit come questo: “L'idea dell'eterno ritorno è misteriosa e con essa Nietzsche ha messo molti filosofi nell'imbarazzo: pensare che un giorno ogni cosa si ripeterà così come l'abbiamo già vissuta, e che anche questa ripetizione debba ripetersi all'infinito!”. È “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera e non è neppure in classifica…

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Miniatura medievale

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LA FRASE DEL GIORNO
Sì, tutto potrebbe iniziare così, qui, in questo modo, una maniera un po' pesante e lenta, nel luogo neutro che appartiene a tutti e a nessuno, dove la gente s'incontra quasi senza vedersi, in cui la vita dell'edificio si riprende, lontana e regolare.
GEORGES PEREC, La vita. Istruzioni per l’uso (incipit)

 

 

lunedì 26 luglio 2010

La verità del Minotauro

JORGE LUIS BORGES

LA CASA DI ASTERIONE

"E la regina dette alla luce un
figlio che si chiamò Asterione"

APOLLODORO, Biblioteca, III, 1

So che mi accusano di superbia, e forse di misantropia, o di pazzia. Tali accuse (che punirò al momento giusto) sono ridicole. E vero che non esco di casa, ma è anche vero che le porte (il cui numero è infinito)* restano aperte giorno e notte agli uomini e agli animali. Entri chi vuole. Non troverà qui lussi donneschi né la splendida pompa dei palazzi, ma la quiete e la solitudine.

E troverà una casa come non ce n'è altre sulla faccia della terra. (Mente chi afferma che in Egitto ce n'è una simile.) Perfino i miei calunniatori ammettono che nella casa non c'è un solo mobile. Un'altra menzogna ridicola è che io, Asterione, sia un prigioniero. Dovrò ripetere che non c'è una porta chiusa, e aggiungere che non c'è una sola serratura? D'altronde, una volta al calare del sole percorsi le strade; e se prima di notte tornai, fu per il timore che m'infondevano i volti della folla, volti scoloriti e spianati, come una mano aperta. Il sole era già tramontato, ma il pianto accorato d'un bambino e le rozze preghiere del gregge dissero che mi avevano riconosciuto. La gente pregava, fuggiva, si prosternava; alcuni si arrampicavano sullo stilobate del tempio delle Fiaccole, altri ammucchiavano pietre. Qualcuno, credo, cercò rifugio nel mare. Non per nulla mia madre fu una regina; non posso confondermi col volgo, anche se la mia modestia lo vuole.

La verità è che sono unico. Non m'interessa ciò che un uomo può trasmettere ad altri uomini; come il filosofo, penso che nulla può essere comunicato attraverso l'arte della scrittura. Le fastidiose e volgari minuzie non hanno ricetto nel mio spirito, che è atto solo al grande; non ho mai potuto ricordare la differenza che distingue una lettera dall'altra. Un'impazienza generosa non ha consentito che imparassi a leggere. A volte me ne dolgo, perché le notti e i giorni sono lunghi.

Certo, non mi mancano distrazioni. Come il montone che s'avventa, corro pei corridoi di pietra fino a cadere al suolo in preda alla vertigine. Mi acquatto all'ombra di una cisterna e all'angolo d'un corridoio e giuoco a rimpiattino. Ci sono terrazze dalle quali mi lascio cadere, finché resto insanguinato. In qualunque momento posso giocare a fare l'addormentato, con gli occhi chiusi e il respiro pesante (a volte m'addormento davvero; a volte, quando riapro gli occhi, il colore del giorno è cambiato). Ma, fra tanti giuochi, preferisco quello di un altro Asterione. Immagino ch'egli venga a farmi visita e che io gli mostri la casa. Con grandi inchini, gli dico: "Adesso torniamo all'angolo di prima," o: "Adesso sbocchiamo in un altro cortile," o: "Lo dicevo io che ti sarebbe piaciuto il canale dell'acqua," oppure: "Ora ti faccio vedere una cisterna che s'è riempita di sabbia," o anche: "Vedrai come si biforca la cantina." A volte mi sbaglio, e ci mettiamo a ridere entrambi.

Ma non ho soltanto immaginato giuochi; ho anche meditato sulla casa. Tutte le parti della casa si ripetono, qualunque luogo di essa e un altro luogo. Non ci sono una cisterna, un cortile, una fontana, una stalla; sono infinite le stalle, le fontane, i cortili, le cisterne. La casa è grande come il mondo. Tuttavia, a forza di percorrere cortili con una cisterna e polverosi corridoi di pietra grigia, raggiunsi la strada e vidi il tempio delle Fiaccole e il mare. Non compresi, finché una visione notturna mi rivelò che anche i mari e i templi sono infiniti. Tutto esiste molte volte, infinite volte; soltanto due cose al mondo sembrano esistere una sola volta: in alto, l'intricato sole; in basso, Asterione. Forse fui io a creare le stelle e il sole e questa enorme casa, ma non me ne ricordo.

Ogni nove anni entrano nella casa nove uomini, perché io li liberi da ogni male. Odo i loro passi o la loro voce in fondo ai corridoi di pietra e corro lietamente incontro ad essi. La cerimonia dura pochi minuti. Cadono uno dopo l'altro; senza che io mi macchi le mani di sangue. Dove sono caduti restano, e i cadaveri aiutano a distinguere un corridoio dagli altri. Ignoro chi siano, ma so che uno di essi profetizzò, sul punto di morire, che un giorno sarebbe giunto il mio redentore. Da allora la solitudine non mi duole, perché so che il mio redentore vive e un giorno sorgerà dalla polvere. Se il mio udito potesse percepire tutti i rumori del mondo, io sentirei i suoi passi. Mi portasse a un luogo con meno corridoi e meno porte! Come sarà il mio redentore? Sarà forse un toro con volto d'uomo? O sarà come me?

Il sole della mattina brillò sulla spada di bronzo. Non restava più traccia di sangue.

“Lo crederesti, Arianna?” disse Teseo. “Il Minotauro non s'è quasi difeso”.

*L'originale dice quattordici, ma non mancano motivi per inferire che, in bocca di Asterione, questo aggettivo numerale vale infiniti.

(da “L’Aleph”, 1949”)

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George F. Watts, “Il Minotauro”


Il gioco sottile di Borges, che ci porta a spasso per i suoi racconti in un realismo magico degno dei dipinti di Magritte, sembra sempre sul punto di non condurre da nessuna parte. O meglio, di farci attraversare un labirinto dove i muri – o le siepi – sono costituiti da metafore, allusioni, divagazioni. La realtà è apparente, l’impossibile è possibile. Sono manieri monumentali che si reggono su una piccola ipotesi, su una domanda rimasta nell’aria, proprio come il “Castello dei Pirenei” di Magritte che resta sospeso su una roccia nel cielo, un’enorme nuvola di pietra.

Anche “La casa di Asterione” non fa eccezione: Borges, ispirato da un dipinto di George F. Watts, rivede il mito del Minotauro – Asterione o Asterio era il suo nome – rovesciando il punto di vista, ottimo spunto per ottenere un buon racconto, come insegnano nelle scuole di scrittura. È dunque Asterione a parlare, quell’essere dal corpo umanoide e dalla testa e dalle zampe di toro nato dall’accoppiamento di Pasifae, moglie del re di Creta Minosse, introdottasi alla bisogna in una giovenca di legno costruita da Dedalo, e del toro inviato da Poseidone perché il re lo sacrificasse. Quel “figlio regale” venne rinchiuso nel Labirinto e ogni nove anni da Atene sette ragazzi e sette ragazze gli venivano inviati da Atene perché se ne nutrisse. In lui a prevalere era l’istinto ferino, quello puramente animale. Borges ne tratteggia un diverso ritratto, dove le apparenze e le realtà, la verità e l’inganno si mescolano disegnando una “diversità” che alla fine è il lato vero di Asterione, conscio di essa tanto da cedere inerme alla lama di Teseo, giunto per ucciderlo.

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LA FRASE DEL GIORNO
Vide davanti a sé un'infinità di esseri fatti com'era lui, e come si girò per non vederli più, un'altra infinità di esseri uguali a lui.
FRIEDRICH DURRENMATT, Il minotauro




Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo (Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986), scrittore, poeta, saggista, traduttore e accademico argentino. Creatore di un genere oggi designato “borgesiano”, a definire una concezione della vita come storia, come finzione, come opera contraffatta spacciata per veritiera, come fantasia o come reinvenzione della realtà.


mercoledì 21 luglio 2010

Fantasmi di pietra

 

“I fantasmi di pietra” dello scrittore-scultore Mauro Corona è un libro che consiglio. Lungo le quattro stagioni, Corona ripercorre le strade del suo paese, Erto, abbandonato dopo il disastro del 9 ottobre 1963, quando un fianco del monte Toc precipitò nell’invaso del Vajont cancellando intere contrade dalla faccia della terra. È un cammino attraverso le quattro vie del paese, tra case diroccate e invase dai rampicanti, tra quello che ancora rimane abitato nel grigio uniforme che è seguito alla devastazione. Ma è anche e soprattutto un cammino nella memoria, una lenta arrampicata che ricostruisce di ogni casa, di ogni angolo, di ogni osteria la storia che fu, raccontando, spesso con gli occhi del bambino che Corona era prima del Vajont (è del 1950), talora con gli occhi dello scultore o del giovanotto che è diventato – come quando narra della scalata a mani nude al campanile, compiuta nel 1980. Così, oltre a quei “fantasmi di pietra” che sono le rovine delle vecchie case, appaiono gli spettri di quanti furono travolti dal Vajont o dalla disperazione, di quanti emigrarono dopo il disastro e di quanti rimasero a provare a vivere. Ed è l’affettuosa Spoon River che Corona dedica al suo paese ormai perduto: “Quella ormai lontana tragedia è stata un colpo di scure alla nostra civiltà. Usi, costumi, tradizioni, cultura, unità, amicizie, lavoro, modo di vivere sono scomparsi. Il Vajont ha spopolato il paese, diviso le persone, creato faide, diaspore, solitudini, silenzio, abbandono. Il vero Vajont è stato dopo”.

 


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Sono storie come quelle che ci potrebbe raccontare nel suo studio tra i trucioli di legno o davanti a un litro di vino rosso in un’osteria, uno di quei locali che costellavano Erto e che proliferarono quando la Sade avviò la costruzione della diga maledetta. Storie come questa:

In fondo c’è la casa abbandonata con lo spezzone di altalena che pende dal ramo del melo. Se c’è l’altalena, c’erano bambini. Li ricordo. Cinque, se ne andarono dopo il Vajont. Non sono tornati, non li ho più visti. Il ramo del melo è cresciuto. In quarant’anni un albero mette polpa. Si è tirato dentro il filo d’acciaio. Il legno gli è cresciuto attorno, si è mangiato il cavo come per non lasciarlo andar via. Forse aspetta quei bambini ormai adulti, per mostrare loro la vecchia altalena sulla quale si dondolarono. Fa male al melo il braccialetto d’acciaio, ma non lo molla. Aspetta che qualcuno torni. Vorrebbe rivedere quei bambini. Se non tutti, almeno uno, il più piccolo. Molto orgoglioso gli dirà: «Vedi? Sono stato fedele, ho tenuto da conto la vostra altalena, non l’ho lasciata cadere, è un bel ricordo conservare l’altalena. Tornate, ogni tanto, a trovarmi!».

La nostalgia, la memoria, percorrono quelle quattro stagioni di Erto. E la rabbia e la tristezza per quello che accadde il 9 novembre 1963: “La natura avverte sempre gli uomini quando compiono errori. Anche il Toc aveva mandato segnali prima di crollare nella diga. Gli uomini non vollero ascoltare, furono arroganti, credevano di sapere tutto. Si erano messi sopra Dio. Nemmeno oggi sono cambiati. Vogliono domare, imbrigliare, piegare la natura, piegare Dio”.

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LA FRASE DEL GIORNO
Ogni volta che penso a Erto, il mio vecchio paese, quello abbandonato dopo il Vajont, con le vetuste case una attaccata all'altra e le vie di acciottolamento buie e strette, la memoria va verso l'inverno. Il primo ricordo è il tempo degli inverni, la memoria è quella della neve. Notti infinite, silenzi laboriosi, lunghi, pazienti, interrotti solo ogni tanto da sprazzi di allegria nelle feste di Natale e Capodanno
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MAURO CORONA, I fantasmi di pietra




Mauro Corona, all'anagrafe Maurizio Corona (Baselga di Piné, 9 agosto 1950),  scrittore, alpinista e scultore ligneo italiano. Nei suoi romanzi e nei suoi racconti presnetacon un mondo quasi del tutto scomparso: quello della vita e delle tradizioni nei paesi della Valle del Vajont: personaggi ed echi del passato riaffiorano tra le righecon uno sguardo appassionato e un po' malinconico.


venerdì 25 giugno 2010

I venti libri di una vita

Il tema assegnato alla maturità sull’influenza di ciò che si legge su ciò che si scrive mi ha ricordato che lo scorso anno, intorno a novembre, un’amica di Facebook mi propose questo gioco intellettuale: stilare una lista dei venti libri che ci hanno segnato la vita, associandoli ai ricordi che generano in noi. Se volete cimentarvi, siete liberi anche di scegliere un numero inferiore, quello che vi aggrada. Questa è la mia personalissima lista.

  1. Henryk Sienkiewicz, QUO VADIS? – Niente di che, ma fu uno dei primi libri letti di cui ho memoria, insieme a “La capanna dello zio Tom” di Harriet Beecher Stowe, “L’isola del tesoro” di Robert Stevenson e “Il giro del mondo in 80 giorni” di Jules Verne.
  2. Italo Calvino, IL BARONE RAMPANTE – Il migliore della collezione Einaudi Ragazzi, quelli bianchi con due righine rosse, preso a esempio di tutti quei libri che lessi tra i dieci e i quattordici anni: “Tempi memorabili” di Cassola, “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg, “Il dottor Oss” di Verne, “Marcovaldo” di Calvino, “La scoperta di Troia” di Schliemann.
  3. La BIBBIA – C’è tutto: storia, geografia, religione; inoltre è consultabile come un consigliere personale aprendola a caso. Il ricordo è la preparazione alla Cresima nello studio del viceparroco, ammassati in cinque o sei sulle sedie davanti alla scrivania ingombra di libri d’arte e di archeologia.
  4. Omero, ODISSEA - Il mondo della mitologia che mi si aprì davanti un giorno di fine settembre, quando iniziai il ginnasio. Tradurre dal greco era faticoso, ma scoprire le peripezie di quell’uomo cui tutti “remavano contro”, la sua volontà di tornare a casa erano affascinanti e commoventi.
  5. Giuseppe Ungaretti, VITA DI UN UOMO – Se ho iniziato a scrivere poesie è per quel libro: a 14 anni mi folgorò sulla via dei versi, mi mostrò l’essenza stessa della poesia, l’unione di parole che significavano un’intima emozione, che descrivevano sensazioni che fino allora mi sembravano inesprimibili.
  6. Seneca, LETTERE A LUCILIO – Una filosofia portatile, come la Bibbia da consultare aprendola a caso. Due volumi in cofanetto della BUR, acquistati al tavolo dei “remainders” di una libreria e logorati dall’uso.
  7. Oscar Wilde, IL RITRATTO DI DORIAN GRAY – La bellezza esiste, nulla più, ma mi colpì il messaggio sull’essere e sull’apparire, sull’impossibilità di essere quel che non si è.
  8. Carlo Cassola, FAUSTO E ANNA – Il romanzo non mi è piaciuto granché, ma il libro ha assunto un significato particolare in quanto oggetto. Conobbi il mio primo amore grazie ad esso, lo stavamo leggendo entrambi e mi servì da grimaldello per attaccare discorso con lei. “Galeotto fu ‘l libro”...
  9. I LIRICI GRECI – Una poesia lontana nel tempo che mi ammaliò con quelle ragazze ornate di ramoscelli di mirto, dal sandalo screziato, che giocano a palla; con quei generali che bevono davanti a un cratere di vino, con quell’Amore chiomadoro al quale canto dolci canzoni...
  10. Giuseppe Berto, ANONIMO VENEZIANO – La sceneggiatura dell’omonimo film di Enrico Maria Salerno: Venezia è la mia città ideale, in quel libro è protagonista con un'altra delle mie preferenze, l’Adagio dal Concerto in Re minore per oboe e archi di Anonimo Veneziano, forse Alessandro o Benedetto Marcello.
  11. Giorgio Saviane, EUTANASIA DI UN AMORE – Un amore che mi è piaciuto perché eccezionale, eccitante, divertente, tempestoso, alla fine impossibile: l’uccisione di un amore troppo passionale ed esclusivo per approdare a un amore più universale.
  12. Jorge Luis Borges, FINZIONI – Il maestro cui si abbeverò Umberto Eco, il libro avuto in omaggio con “Epoca” ai tempi del militare e scoperto meraviglioso con i suoi “giardini che si biforcano”, con Pierre Menard, l’autore che riscrisse il Don Chisciotte parola per parola, con la sua Biblioteca. Divorato una sera in branda al chiarore blu delle luci di guerra.
  13. Dante Alighieri, LA DIVINA COMMEDIA – Scoperta tardi, riletta dopo le noiose lezioni del liceo, dove il professore di italiano non era capace di avvincere. Poesia allo stato puro.
  14. Charles Dickens, CANTO DI NATALE – Perché instilla la speranza che tutti possano un giorno cambiare. E perché il Natale mi piace tanto. Lo rileggo quasi ogni anno in prossimità del 25 dicembre.
  15. Mario Rigoni Stern, IL SERGENTE NELLA NEVE – L’epopea di Rigoni Stern e dell’ARMIR in terra di Russia durante l’inverno del 1942-43 fu una moderna Odissea: una guerra sbagliata, un comando che manda i suoi uomini allo sbaraglio nel gelo con le scarpe di cartone e vecchi fucili. Ma comandati si va e nell’inferno bianco si scopre l’umanità. Letto e riletto.
  16. Eugenio Montale, TUTTE LE POESIE – Amo lo stile di Montale, le sue immagini. Un cospicuo volume di oltre 1000 pagine dove perdermi a inseguire la poesia. Comprato con lo sconto Mondadori del 30% ormai molti anni fa.
  17. Erodoto, STORIE – Il fascino che emana la storia, il sapere che la vita non era fatta solo di battaglie e di eventi notevoli, ma anche di piccole capanne, di gente che viveva in villaggi dalle bizzarre consuetudini, che nel vasto mondo ci sono luoghi di rara bellezza o di incredibile magia.
  18. Joseph Conrad, LA LINEA D’OMBRA – Un’atmosfera tra l’esotico e l’onirico. Come scrisse lo stesso Conrad “Il passaggio dalla gioventù, fervida e spensierata, al periodo più consapevole e patetico dell’età più matura”.
  19. Dino Buzzati, TUTTI I RACCONTI – Perché il mondo della fantasia e quello dei sogni sono territori vastissimi e inesplorati, perché la realtà ha mille facce e noi neppure ce ne rendiamo conto.
  20. IL VOCABOLARIO – C’è tutto. E come scrisse Gesualdo Bufalino, è il libro che mi porterei su un’isola deserta...


Mihai Criste, "Kultur"

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* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * LA FRASE DEL GIORNO Mi diletta perdermi nella mente altrui. Quando non vado a passeggio, leggo; sono incapace di star seduto a pensare. I libri pensano per me. CHARLES LAMB, Saggi di Elia

mercoledì 23 giugno 2010

Le radici di Primo Levi

Poiché dispongo di input ibridi, ho accettato volentieri e con curiosità la proposta di comporre anch’io un’«antologia personale», non nel senso borgesiano di autoantologia, ma in quello di una raccolta, retrospettiva e in buona fede, che metta in luce le eventuali tracce di quanto è stato letto su quanto è stato scritto. L’ho accettata come un esperimento incruento, come ci si sottopone a una batteria di test; perché placet experiri e per vedere l’effetto che fa. Volentieri, dunque, ma con qualche riserva e con qualche tristezza. La riserva principale nasce appunto dal mio ibridismo: ho letto parecchio, ma non credo di stare inscritto nelle cose che ho letto; è probabile che il mio scrivere risenta più dell’aver io condotto per trent’anni un mestiere tecnico, che non dei libri ingeriti; perciò l’esperimento è un po’ pasticciato, e i suoi esiti dovranno essere interpretati con precauzione.

Comunque, ho letto molto, soprattutto negli anni di apprendistato, che nel ricordo mi appaiono stranamente lunghi; come se il tempo, allora, fosse stirato come un elastico, fino a raddoppiarsi, a triplicarsi. Forse lo stesso avviene agli animali dalla vita breve e dal ricambio rapido, come i passeri e gli scoiattoli, e in genere a chi riesce, nell’unità di tempo, a fare e percepire più cose dell’uomo maturo medio: il tempo soggettivo diventa più lungo. Ho letto molto perché appartenevo a una famiglia in cui leggere era un vizio innocente e tradizionale, un’abitudine gratificante, una ginnastica mentale, un modo obbligatorio e compulsivo di riempire i vuoti di tempo, e una sorta di fata morgana nella direzione della sapienza. Mio padre aveva sempre in lettura tre libri contemporaneamente; leggeva «stando in casa, andando per via, coricandosi e alzandosi» (Deut. 6.7); si faceva cucire dal sarto giacche con tasche larghe e profonde, che potessero contenere un libro ciascuna.

Aveva due fratelli altrettanto avidi di letture indiscriminate; i tre (un ingegnere, un medico, un agente di borsa) si volevano molto bene, ma si rubavano a vicenda i libri dalle rispettive librerie in tutte le occasioni possibili. I furti venivano recriminati pro forma, ma di fatto accettati sportivamente, come se ci fosse una regola non scritta secondo cui chi desidera veramente un libro è ipso facto degno di portarselo via e di possederlo. Perciò ho trascorso la giovinezza in un ambiente saturo di carta stampata, ed in cui i testi scolastici erano in minoranza: ho letto anch’io confusamente, senza metodo, secondo il costume di casa, e devo averne ricavato una certa (eccessiva) fiducia nella nobiltà e necessità della carta stampata, e, come sottoprodotto, un certo orecchio e un certo fiuto. Forse, leggendo, mi sono  inconsapevolmente preparato a scrivere, così come il feto di otto mesi sta nell’acqua ma si prepara a respirare; forse le cose lette riaffiorano qua e là nelle pagine che poi ho scritto, ma il nocciolo del mio scrivere non è costituito da quanto ho letto. Mi sembra onesto dirlo chiaramente, in queste «istruzioni per l’uso» della presente antologia.

(Dalla Prefazione a “La ricerca delle radici”, Einaudi, 1981)

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Scelta stravagante questa del Ministero della Pubblica Istruzione per l’analisi del testo all’esame di maturità 2010. Non uno dei celebri scritti di Primo Levi, non un brano da “Se questo è un uomo”, da “La tregua” o “La chiave a stella”; e neppure una delle sue poche poesie. No, una prefazione a un’antologia delle proprie letture. Come scegliere la classifica stampata dell’hit parade invece di ascoltare la musica.

Nel 1981 Giulio Bollati dell’editrice Einaudi invitò alcuni scrittori a raccogliere un’antologia degli autori ritenuti più importanti per la propria formazione. Solo Primo Levi rispose, rivelando la sua eterogenea cultura di enciclopedico e curioso lettore: trenta autori che coprono un arco di trenta secoli: da Omero a Conrad, da Darwin a Saint-Exupéry. E poi Babel’, Rigoni Stern, il Libro di Giobbe, Celan, Marco Polo, Rabelais, Lucrezio… Tutti antologizzati con un breve cappello informativo. Italo Calvino su “Repubblica”, l’11 giugno 1981 recensiva così: “La qualità principale del Levi antologista è quella di stabilire relazioni tra i testi più eterogenei”.

E ancora Primo Levi nella Prefazione: “Gli autori non sono disposti secondo l'ordine cronologico tradizionale delle antologie, e neppure sono raggruppati per affinità di argomento. Ho seguito approssimativamente la successione in cui mi è accaduto di conoscerli e leggerli, ma spesso ho ceduto alla tentazione del contrasto, come per inscenare dialoghi trans-secolari: come per vedere in che modo due vicini possano reagire fra loro, che cosa possa avvenire all'interfaccia (per esempio) fra Omero e Darwin, fra Lucrezio e Babel', fra Conrad il marinaio e Gattermann il chimico prudente. A Giobbe ho riservato d'istinto la primogenitura, cercando poi di trovare buone ragioni per questa scelta”.

L’idea principale dunque era quella di partire da ciò che un autore ha letto per arrivare a ciò che un autore ha scritto. Geno Pampaloni a proposito di quest’antologia commentò: “Primo Levi ci dà molto di più di quanto sembra offrirci”. Infatti, Levi ci dà una chiave di lettura dei suoi testi e della sua esistenza già nel titolo. La ricerca delle radici. Per questo motivo nella Prefazione parla di “input ibridi”. Conciliare la necessità di trovare un legame identitario con la vocazione ad aprirsi, a condividere. Ecco allora l’ebraismo e la sua riscoperta dopo Auschwitz, la pressante costituzione di una patria comune al di là della Diaspora. Ecco anche la casa torinese dove lo scrittore nacque, abitò e morì, l’ippocastano “vicino di casa” di Corso Re Umberto  che “ha la mia età ma non la dimostra. / Alberga passeri e merli, e non ha vergogna, / in aprile, di spingere gemme e foglie, / fiori fragili a maggio, / a settembre ricci dalle spine innocue / con dentro lucide castagne tanniche”.

E dunque si potrebbe parafrasare un noto proverbio: “Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei”. Ognuno di noi ha le sue preferenze, ha i suoi testi prediletti: la mia antologia comprenderebbe Omero, la Divina Commedia, Don Chisciotte, Conrad, Hemingway, Fitzgerald, Borges, Buzzati, Rigoni Stern e moltissimi poeti… Ma anch’io, nel mio piccolo dilettantismo, posso dire con Primo Levi: “Forse le cose lette riaffiorano qua e là nelle pagine che poi ho scritto, ma il nocciolo del mio scrivere non è costituito da quanto ho letto”. Quello che si scrive è la vita…

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LA FRASE DEL GIORNO
Quanto delle nostre radici viene dai libri che abbiamo letti? Tutto molto poco o niente a seconda dell'ambiente in cui siamo nati della temperatura del nostro sangue del labirinto che la sorte ci ha assegnato. 
PRIMO LEVI, La ricerca delle radici




Primo Michele Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987), scrittore, partigiano e chimico italiano, autore di racconti, memorie, poesie e romanzi. Arrestato dalla milizia fascista il 13 dicembre 1943, fu rinchiuso nel campo di Fossoli e poi ad Auschwitz. Raccontò la terribile esperienza in Se questo è un uomoLa tregua e I sommersi e i salvati.


sabato 19 giugno 2010

José Saramago


Lo scrittore portoghese José Saramago, Premio Nobel per la Letteratura nel 1998, è scomparso ieri a Tias, nell’isola di Lanzarote, suo rifugio dopo le virulente polemiche con la Chiesa di Lisbona innescate proprio dal Nobel. Era nato ad Azinhaga il 16 novembre 1922.

La polemica era del resto nelle sue corde: oltre a quella sull’ateismo, la sua sfiducia di comunista estremo nell’Unione Europea, il sostegno ai palestinesi – e di rimando le accuse di antisemitismo, la querelle con Berlusconi che spinse Einaudi a non pubblicare il suo “Quaderno”.

L’ultima sua fatica è stata “Il viaggio dell’elefante”, epico viaggio di un elefante di nome Salomone da Lisbona a Vienna nel XVI secolo. Ma le sue opere più famose sono i romanzi “Memoriale del convento”, originale narrazione della costruzione del convento di Mafra nel Settecento e degli eventi ad esso legati, e “Il Vangelo secondo Gesù Cristo”, che riscrive la canonica storia di Gesù attingendo alle Sacre Scritture ma con una visione razionalista e critica che spesso raggiunge toni dissacratori. E proprio questo modo di raccontare e di porsi da un punto di vista differente dall’ufficialità è la caratteristica principale di Saramago scrittore.

Da segnalare anche alcune raccolte di poesie: “I poemi possibili”, “Probabilmente allegria” e “L’anno mille993”. Poi cronache, teatro, saggi e – segno della sua modernità – un blog che trattava di politica e letteratura.


saramago

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DAL BLOG “IL QUADERNO DI SARAMAGO”

POETI E POESIA
(19 maggio 2009) in occasione della morte di Mario Benedetti

Non sarà con tutti né sarà sempre, ma alle volte succede quello che stiamo vedendo in questi giorni: che, per la morte di un poeta compaiono, in tutto il mondo, lettori di poesia che si dichiarano devoti di Mario Benedetti e che hanno bisogno di una poesia che esprima il loro sconforto e forse anche per ricordare un passato in cui la poesia aveva un posto d’onore permanente, mentre oggi è l’economia che non ci lascia chiudere occhio. Così quindi, all’improvviso si è stabilito un traffico di poesia che deve aver lasciato perplessi gli analisti ufficiali, perché da un continente all’altro volano strani messaggi, di originale fattura, corte righe che sembrano dire più di quello che si creda a prima vista. I decifratori di codici non riescono a interpretare, ci sono troppi enigmi da decifrare, troppi abbracci e troppa musica che accompagnano sentimenti, anche loro troppi: il mondo non potrà sopportare a lungo questa intensità di emozioni, ma allo stesso tempo, senza la poesia che oggi si esprime, non saremmo noi interamente umani. E questo, in poche righe, è quello che sta succedendo: è morto Mario Benedetti a Montevideo e il pianeta è diventato troppo piccolo per contenere la commozione delle persone. Subito i libri si sono aperti e hanno cominciato a spandere versi, versi d’addio, versi di militanza, versi d’amore, le costanti della vita di Benedetti, insieme alla sua patria, ai suoi amici, al calcio e ad alcune botteghe con lunghe bevute e notti ancora più lunghe.

È morto Benedetti, questo poeta che è riuscito a farci vivere i nostri momenti più intimi e le nostre rabbie meno nascoste. Se con le sue poesie uscissimo per strada – fianco a fianco saremmo molto più che due -, se leggendo “Geografie”, per esempio, imparassimo ad amare un piccolo paese e un continente grande, adesso, viste le lettere che arrivano alla Fondazione, si recupererebbero momenti di amore che hanno dato senso a tempi lontani, e chissà se presenti. Dobbiamo a Bendetti anche questo, al poeta che morendo ci ha fatti eredi del bagaglio di una vita fuori dal comune.

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DALLA LETTURA PER IL PREMIO NOBEL, 7 dicembre 1998

«L’uomo più saggio che io abbia conosciuto non sapeva né leggere né scrivere. Alle quattro di mattina, quando la promessa di un nuovo giorno stava ancora in terra di Francia, si alzava dal pagliericcio e usciva nei campi, portando al pascolo la mezza dozzina di scrofe della cui fertilità si nutrivano lui e sua moglie, i miei nonni materni. […] Talvolta, nelle calde notti d’estate, dopo cena, mio nonno mi diceva: “José, stanotte dormiamo tutti e due sotto il fico” […]. In piena pace notturna, tra gli alti rami dell’albero, mi appariva una stella, e poi, lentamente, si nascondeva dietro una foglia, e, guardando da un’altra parte, come un fiume che scorre in silenzio nel cielo concavo, sorgeva il chiarore opalescente della Via Lattea. E mentre il sonno tardava ad arrivare, la notte si popolava delle storie e dei casi che mio nonno raccontava: leggende, apparizioni, spaventi, episodi singolari, morti antiche, zuffe di bastoni e pietre, parole di antenati, un instancabile brusio di memorie che mi teneva sveglio e al contempo mi cullava. Non ho mai potuto sapere se lui taceva quando si accorgeva che mi ero addormentato, o se continuava a parlare per non lasciare a metà la risposta alla domanda che gli facevo nelle pause più lunghe che lui volontariamente metteva nel racconto: “E poi ?” […] Molti anni più tardi, scrivendo per la prima volta di mio nonno Jeronimo e di mia nonna Josefa, mi accorsi che stavo trasformando le persone comuni che erano state in personaggi letterari, e che questo era probabilmente il modo per non dimenticarli, disegnando e ridisegnando i loro volti con un lapis cangiante di ricordi […]. Nel dipingere i miei genitori e i miei nonni con i colori della letteratura, trasformandoli da semplici persone in carne e ossa in personaggi di nuovo e in modi diversi costruttori della mia vita, senza accorgermene stavo tracciando il percorso attraverso il quale i personaggi che avrei inventato, gli altri, quelli veramente letterari, avrebbero fabbricato e mi avrebbero portato i materiali e gli arnesi che, finalmente, nel buono e nel meno buono, nel sufficiente e nell’insufficiente, nel guadagnato e nel perduto, in quello che è difetto, ma anche in quello che è eccesso, avrebbero finito per fare di me la persona in cui oggi ancora mi riconosco: creatore di quei personaggi, ma al tempo stesso loro creatura».

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DA “LE POESIE POSSIBILI”, 1981

IMPARIAMO, AMORE...

Impariamo, amore, da questi monti
Che, così distanti dal mare, sanno il gesto
Di bagnare nell'azzurro gli orizzonti.

Facciamo ciò che è giusto e diretto:
Da desideri occulti altre fonti
E scendiamo al mare dal nostro letto
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LUOGO COMUNE DEL QUARANTENNE

Quindicimila giorni secchi sono passati,
Quindicimila occasioni che si sono perse,
Quindicimila soli inutili che sono nati,
Ore su ore contate
In questo solenne ma grottesco gesto
Di dare corda ad orologi inventati
Per cercare, negli anni smemorati,
La pazienza di andar vivendo il resto.

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LA FRASE DEL GIORNO
Non di rado ciò che sta scritto è sfasato rispetto a ciò che, in quanto vissuto, dovrebbe avergli dato origine. Non si domandi pertanto al poeta ciò che ha pensato o sentito, è proprio per non doverlo dire che scrive versi.
JOSÉ SARAMAGO, L’anno della morte di Ricardo Reis




José de Sousa Saramago (Azinhaga, 16 novembre 1922 – Tías, 18 giugno 2010), scrittore, giornalista, drammaturgo, poeta, critico letterario e traduttore portoghese, insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1998 perché “con parabole, sostenute dall'immaginazione, dalla compassione e dall'ironia ci permette continuamente di conoscere realtà difficili da interpretare”.


martedì 15 giugno 2010

La poesia di un plenilunio


DINO BUZZATI

PLENILUNIO

“Non si trovava più la pratica della Metalmeccanica Cislaghi.
«L’altro ieri era là» gridò l’ingegner Sebasti. «Signorina Miani, cerchi un poco nella cartella delle offerte. Non sarà mica volatilizzata, no?»
«Ingegnere, è mezz’ora che la cerco: Le ripeto, qui non c’è»
«Dia qui, dia qui, lasci vedere a me… Accidenti, ma dove ha gli occhi, signorina?… Non ha visto che è qui, sopra tutte?… Ma no, accidenti, non è mica questa… Eppure… L’altro ieri era qui…» Alzò ancora la voce. «Perdio, qualcuno deve averci messo le mani in queste carte!»
Alzò gli occhi. La Miani era pallida, il suo petto, sotto il grembiule nero andava su e giù per l’ansito. Quindici anni che lavorava in ditta, ed era ancora intimidita, bastava che il Sebasti si agitasse, e lei tremava come una bambina.
«E non tremi così, capito? Ha paura che io la mangi?»
«Ma io… » balbettò la signorina «no str… tra… ff…»
«Che cosa sta dicendo? Venga qui, non si capisce neanche quel che dice…»
Pensò: adesso la prendo per un polso, la tiro contro a me e le do un bacio. Finalmente. Quindici anni che ci penso. Se non oso stasera che gli altri se ne sono andati. Sbirciò l’orologio elettrico sul muro: le otto e dodici.
In quell’attimo lo prese un batticuore. E una sensazione strana nella testa, come se gli pompassero il cervello. Barcollò. Proprio adesso!, pensò, Sarebbe bello che mi venisse un male.
«Signorina, per piacere, un bicchiere d’acqua.»
Spaventata la Miani corse a prenderlo. Dominandosi, egli si mantenne in piedi. Sono gli anni, pensò, non sono più quello di una volta.
La ragazza rientrò. Il bicchiere d’acqua in mano, stava dinanzi a lui, fissandolo, le labbra un po’ socchiuse.
(Però anche lei – pensò Sebasti – che pelle stanca sotto gli occhi.)
Per respirare aprì la finestra che dava sul cortile della vecchia casa ottocentesca. Entrò un fiato d’aria gelida. Fuori era la notte, e la notte era inondata dalla luna. All’insaputa di lui, della impiegata, del portinaio, del sindaco, del capo della polizia, del vescovo, della popolazione intera: una luna pura e splendida illuminava la città. Era come un immenso sguardo immobile. E a quella luce misteriosa anche i muri dello squallido cortile diventavano poesia.
Poesia anche le secchie, le scope, le scalette accatastate sui balconi, e i panni ad asciugare, penduli. Poesia anche l’ombra fitta nell’angolo dove i muratori avevano lasciato il carretto a mano. Palazzo di Bagdad, reggia felice, ricchezza, sogni. E dietro quelle finestre chiuse gli sconosciuti amori! Nulla era cambiato dai tempi lontanissimi che lui era bambino, la stessa luce, lo stesso incanto, e dentro lo stesso struggimento indefinibile. In quel mentre nell’ufficio il telefono cominciò a chiamare. Stanchissimo, egli si passo una mano sulla fronte”.

(da In quel preciso momento, Mondadori, 1955)

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Così è la vita: un tirannico despota che ci strangola il tempo e ci riempie di stress, di impegni, di scadenze. Una frenetica rincorsa dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina. E noi la assecondiamo, siamo sedotti da quel suo charme che ci parla di carriera, di denaro, di fama. E non ci accorgiamo che tutto questo ci avvelena, giorno dopo giorno.

Così accade ai due protagonisti di questo breve racconto di Dino Buzzati, l’ingegner Sebasti e la signorina Miani, due impiegati in un anonimo ufficio come tanti ce ne sono, come tanti ce n’erano in quell’Italia che riprendeva a correre dopo la guerra. Ma lo scrittore bellunese conosce qual è l’antidoto a questo veleno: la poesia. Basta che l’ingegnere spalanchi la finestra per bere avidamente aria: la poesia si manifesta in tutto il suo splendore – in questo caso è la luce della luna che bagna ogni cosa rivestendola di una luce magica. Nella poesia c’è tutto quello che ci serve: l’emozione, il ricordo, l’amore, la felicità. Basta che lo ricordiamo, anche quando la vita nuovamente ci chiama con il suo trillo di telefono…

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Fotografia © Duedicuori

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LA FRASE DEL GIORNO
La grande poesia contiene una carica di vita che basta toccarla inavvertitamente per ricevere una scossa.
DINO BUZZATI, In quel preciso momento




Dino Buzzati, all'anagrafe Dino Buzzati Traverso (San Pellegrino di Belluno, 16 ottobre 1906 – Milano, 28 gennaio 1972), scrittore, giornalista, pittore, drammaturgo e poeta italiano. Fu cronista e redattore del Corriere della Sera. Autore di romanzi e racconti surreali e realistico-magici, è celebre per Il deserto dei Tartari.


sabato 17 aprile 2010

Verso il confine

 

DINO BUZZATI

I SETTE MESSAGGERI

Disegno di Dino Buzzati

Partito ad esplorare il regno di mio padre, di giorno in giorno vado allontanandomi dalla città e le notizie che mi giungono si fanno sempre più rare. Ho cominciato il viaggio poco più che trentenne e più di otto anni sono passati, esattamente otto anni, sei mesi e quindici giorni di ininterrotto cammino.

Credevo, alla partenza, che in poche settimane avrei facilmente raggiunto i confini del regno, invece ho continuato ad incontrare sempre nuove genti e paesi; e dovunque uomini che parlavano la mia stessa lingua, che dicevano di essere sudditi miei.

Penso talora che la bussola del mio geografo sia impazzita e che, credendo di procedere sempre verso il meridione, noi in realtà siamo forse andati girando su noi stessi, senza mai aumentare la distanza che ci separa dalla capitale; questo potrebbe spiegare il motivo per cui ancora non siamo giunti all’estrema frontiera.

Ma più sovente mi tormenta il dubbio che questo confine non esista, che il regno si estenda senza limite alcuno e che, per quanto io avanzi, mai potrò arrivare alla fine.

Mi misi in viaggio che avevo già più di trent’anni, troppo tardi forse. Gli amici, i familiari stessi, deridevano il mio progetto come inutile dispendio degli anni migliori della vita. Pochi in realtà dei miei fedeli acconsentirono a partire. Sebbene spensierato – ben più di quanto sia ora! – mi preoccupai di poter comunicare, durante il viaggio, con i miei cari, e fra i cavalieri della scorta scelsi i sette migliori, che mi servissero da messaggeri. Credevo, inconsapevole, che averne sette fosse addirittura un’esagerazione.

Con l’andar del tempo mi accorsi al contrario che erano ridicolmente pochi; e si che nessuno di essi è mai caduto malato, né è incappato nei briganti, né ha sfiancato le cavalcature. Tutti e sette mi hanno servito con una tenacia e una devozione che difficilmente riuscirò mai a ricompensare.

Per distinguerli facilmente imposi loro nomi con le iniziali alfabeticamente progressive: Alessandro, Bartolomeo, Caio, Domenico, Ettore, Federico, Gregorio. Non uso alla lontananza dalla mia casa, vi spedii il primo, Alessandro, fin dalla sera del mio secondo giorno di viaggio, quando avevamo percorso già un’ottantina di leghe.

La sera dopo, per assicurarmi la continuità delle comunicazioni, inviai il secondo, poi il terzo, poi il quarto, consecutivamente, fino all’ottava sera di viaggio, in cui partì Gregorio. Il primo non era ancora tornato.

Ci raggiunse la decima sera, mentre stavamo disponendo il campo per la notte, in una valle disabitata. Seppi da Alessandro che la sua rapidità era stata inferiore al previsto; avevo pensato che, procedendo isolato, in sella a un ottimo destriero, egli potesse percorrere, nel medesimo tempo, una distanza due volte la nostra; invece aveva potuto solamente una volta e mezza; in una giornata, mentre noi avanzavamo di quaranta leghe, lui ne divorava sessanta, ma non di più.

Così fu degli altri. Bartolomeo, partito per la città alla terza sera di viaggio, ci raggiunse alla quindicesima; Caio, partito alla quarta, alla ventesima solo fu di ritorno. Ben presto constatai che bastava moltiplicare per cinque i giorni fin lì impiegati per sapere quando il messaggero ci avrebbe ripresi.

Allontanandoci sempre più dalla capitale, I’itinerario dei messi si faceva ogni volta più lungo. Dopo cinquanta giorni di cammino, I’intervallo fra un arrivo e l’altro dei messaggeri cominciò a spaziarsi sensibilmente; mentre prima me ne vedevo arrivare al campo uno ogni cinque giorni, questo intervallo divenne di venticinque; la voce della mia città diveniva in tal modo sempre più fioca; intere settimane passavano senza che io ne avessi alcuna notizia.

Trascorsi che furono sei mesi – già avevamo varcato i monti Fasani – I’intervallo fra un arrivo e l’altro dei messaggeri aumentò a ben quattro mesi. Essi mi recavano oramai notizie lontane; le buste mi giungevano gualcite, talora con macchie di umido per le notti trascorse all’addiaccio da chi me le portava.

Procedemmo ancora. Invano cercavo di persuadermi che le nuvole trascorrenti sopra di me fossero uguali a quelle della mia fanciullezza, che il cielo della città lontana non fosse diverso dalla cupola azzurra che mi sovrastava, che l’aria fosse la stessa, uguale il soffio del vento, identiche le voci degli uccelli. Le nuvole, il cielo, I’aria, i venti, gli uccelli, mi apparivano in verità cose nuove e diverse; e io mi sentivo straniero.

Avanti, avanti! Vagabondi incontrati per le pianure mi dicevano che i confini non erano lontani. Io incitavo i miei uomini a non posare, spegnevo gli accenti scoraggiati che si facevano sulle loro labbra. Erano già passati quattro anni dalla mia partenza; che lunga fatica. La capitale, la mia casa, mio padre, si erano fatti stranamente remoti, quasi non ci credevo. Ben venti mesi di silenzio e di solitudine intercorrevano ora fra le successive comparse dei messaggeri. Mi portavano curiose lettere ingiallite dal tempo, e in esse trovavo nomi dimenticati, modi di dire a me insoliti, sentimenti che non riuscivo a capire.

Il mattino successivo, dopo una sola notte di riposo, mentre noi ci rimettevamo in cammino il messo ripartiva nella direzione opposta, recando alla città le lettere che da parecchio tempo io avevo apprestate.

Ma otto anni e mezzo sono trascorsi. Stasera cenavo da solo nella mia tenda quando è entrato Domenico, che riusciva ancora a sorridere benché stravolto dalla fatica. Da quasi sette anni non lo rivedevo. Per tutto questo periodo lunghissimo egli non aveva fatto che correre, attraverso praterie, boschi e deserti, cambiando chissà quante volte cavalcatura, per portarmi quel pacco di buste che finora non ho avuto voglia di aprire. Egli è già andato a dormire e ripartirà domani stesso all’alba.

Ripartirà per l’ultima volta. Sul taccuino ho calcolato che, se tutto andrà bene, io continuando il cammino come ho fatto finora e lui il suo, non potrò rivedere Domenico che fra trentaquattro anni. Io allora ne avrò settantadue. Ma comincio a sentirmi stanco ed è probabile che la morte mi coglierà prima. Così non lo potrò mai più rivedere.

Fra trentaquattro anni (prima anzi, molto prima) Domenico scorgerà inaspettatamente i fuochi del mio accampamento e si domanderà perché mai nel frattempo, io abbia fatto così poco cammino. Come stasera. il buon messaggero entrerà nella mia tenda con le lettere ingiallite dagli anni, cariche di assurde notizie di un tempo già sepolto; ma si fermerà sulla soglia, vedendomi immobile disteso sul giaciglio, due soldati ai fianchi con le torce, morto.

Eppure, va, Domenico, e non dirmi che sono crudele! Porta, il mio ultimo saluto alla città dove io sono nato. Tu sei il superstite legame con il mondo che un tempo fu anche mio. I più recenti messaggi mi hanno fatto sapere che molte cose sono cambiate, che mio padre è morto che la Corona è passata a mio fratello maggiore, che mi considerano perduto, che hanno costruito alti palazzi di pietra là dove prima erano le querce sotto cui andavo solitamente a giocare. Ma è pur sempre la mia vecchia patria.

Tu sei l’ultimo legame con loro, Domenico. Il quinto messaggero, Ettore, che mi raggiungerà, Dio volendo, fra un anno e otto mesi, non potrà ripartire perché non farebbe più in tempo a tornare. Dopo di te il silenzio, o Domenico, a meno che finalmente io non trovi i sospirati confini. Ma quanto più procedo, più vado convincendomi che non esiste frontiera.

Non esiste, io sospetto, frontiera, almeno non nel senso che noi siamo abituati a pensare. Non ci sono muraglie di separazione, né valli divisorie, né montagne che chiudano il passo. Probabilmente varcherò il limite senza accorgermene neppure, e continuerò ad andare avanti, ignaro.

Per questo io intendo che Ettore e gli altri messi dopo di lui, quando mi avranno nuovamente raggiunto, non riprendano più la via della capitale ma partano innanzi a precedermi, affinché io possa sapere in antecedenza ciò che mi attende.

Un’ansia inconsueta da qualche tempo si accende in me alla sera, e non è più rimpianto delle gioie lasciate, come accadeva nei primi tempi del viaggio; piuttosto è l’impazienza di conoscere le terre ignote a cui mi dirigo.

Vado notando – e non l’ho confidato finora a nessuno – vado notando come di giorno in giorno, man mano che avanzo verso l’improbabile mèta, nel cielo irraggi una luce insolita quale mai mi è apparsa, neppure nei sogni; e come le piante, i monti, i fiumi che attraversiamo, sembrino fatti di una essenza diversa da quella nostrana e l’aria rechi presagi che non so dire.

Una speranza nuova mi trarrà domattina ancora più avanti, verso quelle montagne inesplorate che le ombre della notte stanno occultando. Ancora una volta io leverò il campo, mentre Domenico scomparirà all’orizzonte dalla parte opposta, per recare alla città lontanissima l’inutile mio messaggio.

(da I sette messaggeri, 1942)

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Questo è uno dei più bei racconti di Dino Buzzati: il viaggio che il protagonista intraprende risulta alla fine un’analogia della vita. Si cammina giorno dopo giorno, riposando notte dopo notte, e ci si allontana sempre di più dai giorni dell’infanzia e dalle nostre radici verso un confine ignoto e incerto: il tempo scorre in un’attesa continua pregna di dubbi, ansie e incertezze che spingono talvolta a ripensare il senso di quel viaggio, senza però mai interrompere la rincorsa al regno di cui si sospetta l’esistenza.

I calcoli matematici del tempo che passerà tra l’arrivo di un messaggero e quello dell’altro formano una progressione angosciante, i loro messaggi sempre più incomprensibili rendono ancora più lontana la città che simboleggia le proprie origini. Il principe si trova solo nella sua ricerca della conoscenza, perso nelle sabbie del tempo. Come l’uomo che nel suo cammino si interroga sullo scopo della propria vita..

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LA FRASE DEL GIORNO
Ho visto correre il tempo, ahimè, quanti anni e mesi e giorni, in mezzo a noi uomini, cambiandoci la faccia a poco a poco; e la sua velocità spaventosa, benché non cronometrata, presumo sia molto più alta di qualsiasi media totalizzata da qualsiasi corridore in bicicletta, in auto o in aeroplano-razzo da che mondo è mondo.
DINO BUZZATI, Dino Buzzati al Giro d’Italia




Dino Buzzati, all'anagrafe Dino Buzzati Traverso (San Pellegrino di Belluno, 16 ottobre 1906 – Milano, 28 gennaio 1972), scrittore, giornalista, pittore, drammaturgo e poeta italiano. Fu cronista e redattore del Corriere della Sera. Autore di romanzi e racconti surreali e realistico-magici, è celebre per Il deserto dei Tartari.


venerdì 5 marzo 2010

Centenario di Ennio Flaiano

“Io scrivo per non essere incluso”. Fu lo stesso Ennio Flaiano, di cui oggi ricorre il centenario della nascita, a dare la più precisa definizione di sé. Non un cerchiobottista, non uno dei tanti personaggi che riempiono le cronache di questa Seconda Repubblica. Un liberale in antitesi al fascismo durante gli Anni Trenta e Quaranta e poi un intellettuale inviso sia al PCI che alla DC.

L’esperienza di Flaiano è simile a quella di Dino Buzzati: non schierato politicamente e attratto visceralmente da una città che lo ha adottato: se per il bellunese l’amore fu Milano, per Flaiano, emigrato dalla natia Pescara, fu Roma, dove arrivò bambino. Ne racconta vizi e virtù, ne segue l’evoluzione urbanistica e sociale. Vi morirà nel 1972.

Come Buzzati, è giornalista. Scrive su “Oggi”, “Quadrivio” e soprattutto su  “Il mondo” di Pannunzio. E comincia a sviluppare la capacità di sceneggiare la vita, che lo porterà prima al teatro e poi al cinema con Federico Fellini, con il quale collabora a Luci del varietà, Lo sceicco bianco, Otto e mezzo, I vitelloni, La strada, Le notti di Cabiria, La dolce vita, Giulietta degli spiriti. Con Antonioni scriverà La notte.

La sua vena anticonformista risalta anche nella narrativa: il suo primo romanzo “Tempo di uccidere”, esce in pieno neorealismo, nel 1947, ed è una storia surreale di segno etico-politico ambientata nell’Africa coloniale. L’altro romanzo che scrive, quasi trent’anni dopo, “Melampus”, è una fuga dall’Italia in un altrove di sogno, New York, dove i sogni però svaniscono.

La sua inclassificabilità, l’impossibilità di associarlo all’uno o all’altro dei vari schieramenti, è stata anche la sua condanna: dimenticato spesso dai critici, Flaiano non è, a torto, inserito tra i maestri del Novecento: lo si è isolato tra gli umoristi, tra gli aforisti dalla battuta caustica. Invece era e resta un grande scrittore..

 


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da “TEMPO DI UCCIDERE”, 1947

“Non vedevamo ancora il fiume, ma era là sotto, nella sua valle scavata da secoli e guardata da qualche pigro coccodrillo a caccia di lavandaie. Pensavo di trovare un autocarro per risalire dall'altra parte. Dovevo esservi prima di cena o sciupavo uno dei quattro giorni che m'avevano concesso per trovare un dentista.

   Sì, dovevo andarmene. Oltre la valle, nel cielo bianco, appariva il ciglio opposto dell'altipiano. Il fiume aveva scavato attorno alle montagne lasciandole asciutte come ossi.  Tra i due cigli correvano chilometri, quanti non so, perché le distanze ingannano con questa luce che disegna le più lontane minuzie: forse cinque o sei. E, oltre il ciglio, la vita calma dei depositi. Ancora avanti, e la parola domenica avrebbe riacquistato valore. Avrei trovato il primo letto con le lenzuola, il primo giornalaio. E un dentista.

   Il soldato non voleva cedere. "Aspetti", disse, "passerà qualcuno". Guardai il camion che giaceva con le ruote dentro la scarpata e scossi la testa: non passava nessuno. Era passato soltanto un colonnello, annoiato come un generale. E la petulanza del soldato cominciava a infastidirmi. Essersi salvati insieme non mi sembrava più una buona ragione per mostrarci fotografie, raccontarci i fatti propri, azzardare le solite previsioni sul nostro ritorno in Italia”.

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da “DIARIO NOTTURNO”, 1956

Quando mai uno stupido è stato innocuo? Lo stupido più innocuo trova sempre un'eco favorevole nel cuore e nel cervello dei suoi contemporanei che sono almeno stupidi quanto lui: e sono sempre parecchi. Inutile poi aggiungere che niente è più pericoloso di uno stupido che afferra un'idea, il che succede con una frequenza preoccupante. Se uno stupido afferra un'idea, è fatto: su quella costruirà un sistema e obbligherà gli altri a condividerlo.

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I nomi collettivi servono a far confusione. «Popolo, pubblico...». Un bel giorno ti accorgi che siamo noi. Invece, credevi fossero gli altri.

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Era addetto a leggere articoli e racconti in un giornale letterario. Ricevette una lettera d'amore: non gli piacque ma, con qualche taglio e rifacendo la fine, poteva andare.

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Un tale che si apparta e che si difende a priori, quando cioè nessuno pensa di offenderlo, suggerisce ai suoi nemici l'offesa, l'attentato, perché ammette di temerli. Anche in questo caso è la richiesta che provoca l'offerta.

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da “LA SOLITUDINE DEL SATIRO”, 1973

A proposito di un film di Sordi e Manfredi sull'Africa, che mi è piaciuto per la giustezza di un'osservazione di fondo, questa: l'italiano, nella sua qualità di personaggio comico, è un tentativo della natura di smitizzare se stessa. Prendete il Polo Nord: è abbastanza serio preso in sé. Un italiano al Polo Nord vi aggiunge subito qualcosa di comico, che prima non ci aveva colpito. Il Polo Nord non è più serio. La vastità della superficie ghiacciata è eccessiva. A che serve? Perché? Non si può far niente per rimediare? Pensa il personaggio comico italiano.
La savana, la giungla, i grandi spazi dell'Africa: due italiani bastano a corromperli. «Dottore!», «Ragioniere!» Non rinunciano ai loro titoli, guardano i grandi spazi, vi si perdono, li percorrono senza convinzione, dubbiosamente, «Con lei in Africa non ci vengo più» eccetera. Quando due italiani si incontrano per caso all'estero, la loro prima reazione è un gran ridere. «Che fai qui?...» «E tu?» Infatti si suppone che se sono fuori casa è per motivi essenzialmente comici: il lavoro, la noia, una curiosità piena di riserve, le donne, i piaceri eccetera.

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Appartengo alla minoranza silenziosa. Sono di quei pochi che non hanno più nulla da dire e aspettano. Che cosa? Che tutto si chiarisca? L'età mi ha portato la certezza che niente si può chiarire: in questo paese che amo non esiste semplicemente la verità. Paesi molto più piccoli e importanti del nostro hanno una loro verità, noi ne abbiamo infinite versioni. Le cause? Lascio agli storici, ai sociologi, agli psicanalisti, alle tavole rotonde il compito di indicarci le cause, io ne subisco gli effetti. E con me pochi altri: perché quasi tutti hanno una soluzione da proporci: la loro verità, cioè qualcosa che non contrasti i loro interessi. Alla tavola rotonda bisognerà anche invitare uno storico dell'arte per fargli dire quale influenza può avere avuto il barocco sulla nostra psicologia.

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LA FRASE DEL GIORNO
In Italia infatti la linea più breve tra due punti è l'arabesco. Viviamo in una rete d'arabeschi.
ENNIO FLAIANO, La solitudine del satiro




Ennio Flaiano (Pescara, 5 marzo 1910 – Roma, 20 novembre 1972),  sceneggiatore, scrittore, giornalista, umoristae drammaturgo italiano. Specializzato in elzeviri, scrisse per varie testate. Lavorò a lungo con Federico Fellini, con cui collaborò ampiamente ai soggetti e alle sceneggiature dei suoi più celebri film, tra i quali La stradaLa dolce vita e