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venerdì 29 maggio 2026

Spaghetti alla carbonara


GIORGIO BASSANI

DA ORAZIO

Spaghetti - enumera e ride - alla carbonara
paillard con verdura cotta
ananas
vino rosso
sei felice?

L'anima amara ma giusta è però lì subito
a sussurrarmi a parte per così
poco?

Talché riandando io a un'ora fa non posso
che dirle muto di sì che darle
- a lei l'anima mia - come quasi sempre
del tutto ragione

(da In gran segreto, Mondadori, 1978)

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Giorgio Bassani, scrittore e poeta emiliano, rileggendo Orazio - che aveva scritto nelle sue Odi che è sufficiente "Vivere con poco, e bene, a chi riluce / sulla modesta mensa la saliera / vecchia del padre, e il cui lieve sonno / non morde cura" - si concentra sul contrasto tra la concreta e lieta quotidianità di un pasto e la voce interiore che lo fa riflettere sul valore dei piccoli piaceri e sull'accettazione della felicità.

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FOTOGRAFIA © NANO ERDOZAIN/PEXELS

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  LA FRASE DEL GIORNO  

La felicità è per me strettamente legata alla vita. Anzi è la vita tout court.
GIORGIO BASSANI, Epoca n. 28, 1977

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Giorgio Bassani (Bologna, 4 marzo 1916 – Roma, 13 aprile 2000), scrittore e poeta italiano. Conosciuto soprattutto per i suoi romanzi ferraresi, Il giardino dei Finzi Contini e Gli occhiali d’oro su tutti, si considerava poeta e riteneva che esistesse un rapporto ben preciso tra la poesia e la sua prosa. La sua poesia nasce da moduli classici per evolversi ad assecondare il crepuscolare mal de vivre.


giovedì 28 maggio 2026

Nel folto di rossi papaveri


LALLA ROMANO

I PAPAVERI

Già balenava nel folto di rossi papaveri il grano,
e vita segreta era in essi, infrenabile vita.
Il grano era pingue e maturo, così fu battuto dal vento,
e fu pavimento brunito, quando cessò la tempesta.
Ma i papaveri eretti e vivaci, simili a creste di galli,
parevano emettere un grido selvaggio di gioia.
Ardevano come carboni, e ad ogni folata di vento,
come brace che il vento avvivasse, trascoloravano.

(da Fiore, 1941)

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"I papaveri erano stati una passione molto antica (...) Provavo, al vederli, un'esaltazione" scriverà anni dopo la scrittrice Lalla Romano. Quei papaveri che, in questi versi giovanili risaltano rossi tra il grano e resistono nella loro delicatezza alla forza del vento che invece rovescia le messi.

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FOTOGRAFIA © TOM SWINNEN/PEXELS

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  LA FRASE DEL GIORNO  

Dei papaveri fatui / già era acceso il delirio.
LALLA ROMANO, L'Autunno

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Graziella Romano, detta Lalla (Demonte, 11 novembre 1906 – Milano, 26 giugno 2001), poetessa, scrittrice, giornalista e aforista italiana. Dopo l'esordio poetico si affermò come narratrice dalla vocazione insieme intimista e realista con il romanzo Maria (1953). Nel segno della memoria sono i successi della maturità ai quali è seguito un più spoglio autobiografismo.


mercoledì 27 maggio 2026

La chiesa ottagonale


GIORGIO VIGOLO

L'EREMITA DI ROMA, XI

Al foro Traiano
nell’assolato meriggio
la chiesa ottagonale
m’accoglie limpida e vuota,
tutta per me, ritiro
d’anacoreta su monte:
guardando nella cupola
mi sento respirato.

Qui venni fanciullo: i templi
mi davano allora spavento,
ora tanta pace
e interna luce. Allora
mi parevano paurose grotte:
oggi conchiglie, e vi gira
un murmure d’eterno.

(da Linea della vita, Mondadori, 1949)

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La chiesa settecentesca del Santissimo Nome di Maria al Foro Traiano: è lì che il poeta romano Giorgio Vigolo si rifugia per isolarsi del mondo, per cogliere forse qualche piccolo segno mistico all'ombra di quella grande cupola che lo atterriva quand'era bambino e che ora gli appare come un luogo accogliente.

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FOTOGRAFIA © IGOR ALEXEEV

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  LA FRASE DEL GIORNO  

La perfetta armonia, la viva luce, / operante nel mondo che m’attornia, / d’alberi, lago e monti, l’onda d’oro / che trabocca all’azzurro in esultante / estuare di odori, – fanno un coro / a cui s’intona il mio essere e prende / nuova linfa alle fonti della vita. 
GIORGIO VIGOLO, Poesie religiose e altre inedite

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Giorgio Vigolo (Roma, 3 dicembre 1894 – 9 gennaio 1983), poeta e scrittore italiano, esponente della “Scuola Romana”. Le sue poesie hanno un gusto barocco e classicheggiante del paesaggio, soprattutto di quello romano. Profondo conoscitore del Belli, tradusse Maestro Pulce di Hoffmann e le poesie di Hölderlin.


martedì 26 maggio 2026

I giorni buoni


GUGLIELMO PETRONI

LA CASA

La casa dove nacqui 
era chiusa come un autunno 
tiepido che s’attarda. 
Il vento ci portava le foglie,
la caserma, gli squilli
e il rumore di tanti cavalli;
le prigioni dal muro grandissimo,
ogni tramonto rosso, una paura.
Stavo solo negli anni
un po’ spaurito
come il falco che avevo nutrito
di topi morti.
Nacqui lì dov’è il geranio
il muschio nel pozzo,
il sole impoverito sui muri sporchi.
Erano i giorni buoni che penso ancora,
tracce di solitudine
che non cancello mai,
tiepidezza materna come
il primo amore ricordi.

(da Versi e memoria, Guanda, 1935)

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È un ricordo del tempo spensierato dell'infanzia quello che Guglielmo Petroni affida ai versi: la casa presso le Mura di Lucca dove nacque e crebbe assume le sembianze quasi del mito, della favola, un affettuoso ricordo di quel periodo che vira verso toni intimi ed elegiaci.

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MARIO SIRONI, "PAESAGGIO CON CASE"

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  LA FRASE DEL GIORNO  

Forse nella memoria passa un vento / che sperde le figure / come un armento dentro la bufera;  / ma quest’occhi sono fermi e solitari.
GUGLIELMO PETRONI, Poesie

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Guglielmo Petroni (Lucca, 30 ottobre 1911 – Roma, 29 aprile 1993), poeta, scrittore e pittore italiano. Grazie alle prime poesie entrò in contatto con il mondo letterario fiorentino delle Giubbe Rosse. Con Alessandro Bonsanti fondò la rivista Letteratura.  Vinse il Premio Strega 1947 e il Premio Selezione Campiello 1984.


lunedì 25 maggio 2026

L’inverno in in una latteria


GIORGIO CAPRONI

INTERLUDIO

E intanto ho conosciuto l’Erebo
– l’inverno in una latteria.
Ho conosciuto la mia
Prosèrpina, che nella scialba
veste lavava all’alba
i nuvolosi bicchieri.

Ho conosciuto neri
tavoli – anime in fretta
posare la bicicletta
allo stipite, e entrare
a perdersi fra i vapori.
E ho conosciuto rossori
indicibili – mani
di gelo sulla segatura
rancida, e senza figura
nel fumo la ragazza
che aspetta con la sua tazza
vuota la mia paura.

1950

(da Il passaggio d'Enea, Vallecchi, 1956)

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Una latteria genovese dove operai entrano ed escono "nei vapori d'un bar all'alba": Giorgio Caproni sovrappone il mito classico dell'oltretomba a uno scenario urbano realistico e grigio. La banale latteria si trasforma nell'Erebo - il regno degli Inferi degli antichi - e la cameriera che lava i bicchieri assume le sembianze di Proserpina, regina degli inferi.

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WILLY RONIS, "PUB A SOHO, LONDRA, 1955"

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  LA FRASE DEL GIORNO  

Confine diceva il cartello   / cercai la dogana, non c'era / non vidi dietro il cancello / ombra di terra straniera.
GIORGIO CAPRONI, Il muro della terra

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Giorgio Caproni (Livorno, 7 gennaio 1912 – Roma, 22 gennaio 1990), poeta, critico letterario e traduttore italiano. Partito come preermetico attirato da uno scabro espressionismo, approdò a un ermetismo rivestito di un impressionismo idillico. Nella sua poesia canta soprattutto temi ricorrenti (Genova, la madre e Livorno, il viaggio, il linguaggio), unendo raffinata perizia metrico-stilistica a immediatezza e chiarezza di sentimento.


domenica 24 maggio 2026

Sicura e fiera


JOSÉ MARÍA ÁLVAREZ

ABÇATRITAZ

Uno splendore segreto che non è ancora cenere
—Francisco Brines.

Se Brittles preferisce aprire la porta in
presenza di testimoni, —disse Gilles dopo
una lunga pausa—, sono certamente disposto ad
accompagnarlo.
— Charles Dickens

Potresti fuggire. Senza dubbio. La
nuova Luce del mondo, Ottaviano,
ti perdonerebbe (se non volentieri, il proprio interesse
lo spingerebbe a rispettarti,
a colmarti di ricchezze). E sei ancora così bella. Sì, potresti...

Ma non seguirai quella strada.
E non
per amore di Antonio, né perché sarebbe indegno
di chi è l'ultima di tanti sovrani,
ma per qualcosa di più profondo: qualcosa che conta solo per te,
per tutto ciò che è custodito nella tua memoria.
E come
quella fuga altererebbe il passato.
Ciò che un tempo era splendore
– quella gloria su cui hai scommesso –
ora sarebbe mediocrità;
la grandezza delle guerre e delle passioni
si ridurrebbe ai volgari
appetiti di una volpe avida.

Ecco perché non esiti.
Lasci che i tuoi servi ti vestano
con i tuoi abiti più belli, ti profumi
il collo e ti senti
sicura e fiera
su quel trono. E senza che
il sorriso svanisca dal tuo volto,
allunghi la mano in quel cesto
di fichi ondeggianti e aspetti
la puntura sul polso.

(da Museo delle cere, 1974)

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Non è citata, ma la protagonista di questa poesia di José Maria Álvarez è Cleopatra, regina egizia, ultima sovrana della dinastia tolemaica. È il 12 agosto del 30 avanti Cristo e Cleopatra, espugnata da Ottaviano la città di Alessandria, è prigioniera con i suoi tre figli nel palazzo reale. Saputo da Dolabella che Ottaviano vuole condurla a Roma per esporla come  trionfo, si uccide facendosi mordere da un aspide, secondo la leggenda, salvando così la sua dignità e la sua grandezza.

Una nota sul titolo: l'abçatritaz è una pietra leggendaria citata nei testi di mineralogia medievale, in particolare nel famoso Lapidario di Alfonso X di Castiglia. Secondo questi antichi trattati, la gemma possedeva la proprietà magica e miracolosa di agire direttamente sui coccodrilli, ammansendoli o proteggendo chi la indossava.

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ROSSO FIORENTINO, CLEOPATRA

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  LA FRASE DEL GIORNO  

Il naso di Cleopatra: se fosse stato più corto, tutta la faccia della terra sarebbe cambiata.
BLAISE PASCAL, Pensieri

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José María Álvarez, (Cartagena, 31 maggio 1942 – 7 luglio 2024), poeta, saggista e narratore spagnolo. Appartenente ai “novisimos”, tradusse Kavafis, Holderlin, Stevenson, Shakespeare, Villon e T.S. Eliot. L'opera principale di Álvarez è Museo delle cere, tentativo di completare un libro unico e onnicomprensivo.


sabato 23 maggio 2026

La finestra socchiusa


CESARE PAVESE

MATTINO

La finestra socchiusa contiene un volto
sopra il campo del mare. I capelli vaghi
accompagnano il tenero ritmo del mare.

Non ci sono ricordi su questo viso.
Solo un’ombra fuggevole, come di nube.
L’ombra è umida e dolce come la sabbia
di una cavità intatta, sotto il crepuscolo.
Non ci sono ricordi. Solo un sussurro
che è la voce del mare fatta ricordo.

Nel crepuscolo l’acqua molle dell’alba
che s’imbeve di luce, rischiara il viso.
Ogni giorno è un miracolo senza tempo,
sotto il sole: una luce salsa l’impregna
e un sapore di frutto marino vivo.

Non esiste ricordo su questo viso.
Non esiste parola che lo contenga
o accomuni alle cose passate. Ieri,
dalla breve finestra è svanito come
svanirà tra un istante, senza tristezza
né parole umane, sul campo del mare.

(da Lavorare stanca, Einaudi, 1943)

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Un’immagine di donna riflessa nel vetro di una finestra socchiusa in una località di mare: Cesare Pavese coglie l’evanescenza di questo ritmo sospeso, che diventa tutt’uno con l’atmosfera, con il mare e il chiarore del mattino. Una presenza scevra dal peso del passato, dai dolori, pura come quel momento, in cui la realtà sfuggente e mai compresa sembra per un istante congelata.

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IMMAGINE CREATA CON IA

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  LA FRASE DEL GIORNO  

Viene un'epoca in cui ci si rende conto che tutto ciò che facciamo diventerà a suo tempo ricordo. È la maturità. Per arrivarci bisogna appunto già avere dei ricordi.
CESARE PAVESE, Il mestiere di vivere

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Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908 – Torino, 27 agosto 1950), scrittore, poeta, traduttore, saggista e critico letterario italiano. Nato poeta con Lavorare stanca, si è poi dedicato alla narrativa scrivendo romanzi famosissimi: Paesi tuoi, La luna e i falò, La casa in collina. I suoi temi principali sono il mito e la terra.