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mercoledì 8 aprile 2026

Josep Piera


Il giorno di Pasqua è morto a Gandia il poeta spagnolo Josep Piera. Entrato in contatto a Valencia con il movimento letterario noto come Generazione del '70, ne fu una figura di spicco. La sua produzione letteraria si sviluppa attraverso narrazioni autobiografiche, ispirate dai numerosi viaggi nel Mediterraneo e dalla terra dove:  fece della letteratura la ragione della sua vita personale e collettiva, trasformando il territorio in cui risiedeva in uno dei motivi centrali della sua opera: i monti del Safor, il Cingle Verd e la valle della Drova, divennero uno scenario mitico. Instancabile sostenitore della lingua e della cultura valenciana, lascia anche ampie traduzioni dall’arabo e dall’italiano.

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FOTOGRAFIA © SEGRE

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LA POESIA

Non sono voci celestiali che da lontano
ci parlano internamente. Sono voci amate.
Voci interiori, voci distanti, voci che dicono
una strada che nessuno sa dove porta.

Ci sono voci che sono fanali in un vicolo buio,
mentre altre sono brusii di lontananze.
Ci sono voci che ci tramutano in parole.
Voci taciute, voci assenti, voci silenzi.

La poesia sono voci trasformate in suoni
che dicono da dove veniamo, dove andiamo e chi siamo.

(da Nel nome del mare, 1999 – Traduzione di Francesco Ardolino)

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NON SO PIÙ SCRIVERE POESIE D’AMORE

Non so più scrivere poesie d'amore
come quelle, appassionate, che da giovane
dedicavo a nessuno; a nessuno, o al desiderio
di qualcuno senza nome. Non a te.
Forse gli anni mi hanno reso più modesto
o forse è il desiderio che non trova le parole
per dire ciò che si prova quando ti avvicini a me
a poco a poco, e ti vedo arrivare con gioia
mentre ti aspetto. Non so dirti che ti amo,
che ti sogno da sveglio e ti ho nei miei sogni,
che nel desiderio e nell'estasi ti amo.
Che nel delirio ti ho e ti vedo arrivare.
Che mi sento tutto tuo, legato a te, corpo
e volontà, pelle a pelle, anima.
Dico che sei il mare dove navigo,
e ciò che voglio dire è appena accennato:
la gioia, la luce, il vino, il bel viaggio...
Ma non dico la paura del naufrago solo,
labbra di sale, sporche di alghe e doloranti,
bruciate dal sole sulla spiaggia deserta.
Non parlo di lutto, né di solitudine,
né della paura di perderti. Non questo.
A te, che ho amato così tanto.
A te, amato vulcano di fiamma viva.
A te, isola nel cielo e luna nel mare.
A te, cenere ardente e lava gelida.
A te canto ora, solo a te.

(da Nel nome del mare, 1999)

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  LA FRASE DEL GIORNO  

Poesia: parole / trasformate in musica che emoziona. / Poesia: una partitura / di parole che il lettore interpreta.
JOSEP PIERA, Il tempo ritrovato

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Josep Piera i Rubió (Beniopa, 30 maggio 1947 - Gandia, 5 aprile 2026), poeta scrittore spagnolo in lingua catalana. Punto di riferimento per la letteratura valenciana del XX secolo, con stile narrativo intimo, ha narrato dei suoi numerosi viaggi nel Mediterraneo e dei paesaggi della Drova, dove trascorse le estati dell’infanzia e dove visse dal 1974.


martedì 7 aprile 2026

Andremo a Trouville


ANNA MONTERO

I GABBIANI E IL TEMPO

a Marguerite Duras, in memoriam

La vecchia signora sogna a Trouville.
Su uno sfondo di gabbiani scuri,
sogna: "Ero bellissima".
E tutte le parole sono bellissime
ora che sono state dette.
Cala la notte a Trouville,
dove non siamo mai stati,
e vedo gli uccelli di salnitro
e il mare molto triste.
Cala la notte a Trouville
e tutte le parole
che sono state dette
sono il nostro passato.
Andremo a Trouville
e vedremo i gabbiani scuri
e gli uccelli di salnitro
come pietre di un altro mondo.
E sapremo che il tempo
abita le parole
che lo dicono.

(da Come se tornassi dal nulla, 1999)

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La poetessa catalana Anna Montero scrive in versi un omaggio a Marguerite Duras ed evoca l'immaginario di Trouville-sur-Mer, il buen retiro della scrittrice francese sulla costa normanna, un paesaggio fisicamente sconosciuto che però diventa reale attraverso la memoria e l'immaginazione. Là sarà possibile scoprire che il linguaggio è l'unico strumento capace di fissare il passato e dare significato all'esistenza.

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"LES ROCHES NOIR" A TROUVILLE-SUR-MER - FOTOGRAFIA DA PINTEREST
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  LA FRASE DEL GIORNO  

Il difficile non è raggiungere qualcosa, è liberarsi dalla condizione in cui si è. 
MARGUERITE DURAS, L'amante

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Anna Montero Bosch (Logroño, 3 dicembre 1954), poetessa e traduttrice catalana. La sua produzione è stata classificata come "poesia pura e insinuante, dal tono dolce e dall'atmosfera delicata", che si compone di "brevi poesie che ci parlano di amore, poesia e sogni, sempre con un tono esistenziale che riflette l'angoscia di la mancanza di senso e il vuoto del mondo".


ROCHES NOIR" A TROUVILLE-SUR-MER - FOTOGRAFIA DA PINTEREST

lunedì 6 aprile 2026

Nanni Cagnone


Il Comune di Bomarzo ha annunciato la scomparsa alla soglia degli 87 anni, il 3 aprile, del poeta Nanni Cagnone, che ivi era residente. Voce visionaria della poesia contemporanea,  intendeva la versificazione come “pausa tra noi e il mondo”. Le sue opere più che temi hanno sentimenti: “M’appassiono a tutto ciò ch’è vivente, diffido della cultura, non posso evitare i ricordi, odio le ingiustizie, prediligo le amicizie, temo il nostro avvenire, spero ancora (disperatamente) in una possibile fraternità”.

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FOTOGRAFIA  PINO USICCO

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PERCHÉ È CHIARO, NON VIENE SEGUITO

perché è chiaro, non viene seguìto
nel più ampio destino nel presente,
tazza preparata da un’arsura
posandosi qui dove rovina.
perché chiaro, oppresso denso,
riunito nella forma di lambire
chiede difficilmente
il molto reciso.
esita se non attende,
quello che involve.

(da Andatura, 1979)

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CREPUSCOLO, ULTIME

Crepuscolo, ultime
disposizioni del giorno.
In lontananza,
su compenetrati dormienti,
turgidamente aurora.
Ma volge ogni cosa
al buio, tra luce e luce
disegni oscuri,
per un tratto siamo illesi
poi si sfalda la mente,
broncio e vertigini
nel sonno, i risvegli
dicono soltanto
sono le nove,
questa mela è matura.

(da Tornare altrove, La Finestra, 2016)

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  LA FRASE DEL GIORNO  

Poesia è agire inoltre, oltre quel che si riesce a pensare.
NANNI CAGNONE

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Nanni Cagnone (Carcare, 10 aprile 1939 – Bomarzo, 3 aprile 2026), poeta e scrittore italiano. Le sue opere sono caratterizzate da una densa e nitida meditazione, in cui mitologia e modernità, critica e sentimento si comprimono entro una ripresa ontologica di particolare intensità.


domenica 5 aprile 2026

La nostra Pasqua


CARLO BETOCCHI

PER PASQUA: AUGURI A UN POETA

a Giorgio Caproni

Giorgio, quante croci sui monti, quante,
fatte d’un po’ di tutto, di filagne
che inclinate si spaccano, di scarti,
 
ma croci che respirano nell’aria,
in vetta alle colline, dove i poveri
hanno anch’essi un colore d’azzurro,

la simile cred’io l’ebbe Gesù,
non già di prima scelta, rimediata
tra’ rimasugli d’un antro artigiano,

commessa con cavicchi raccattati,
eppure estrosa, ed alta, ed indomabile
e tentennante com’è la miseria:

ecco la nostra Pasqua onde ti manda
il mio libero cuore quest’auguri
pensando che non è per l’occasione

ma per quella di sempre, che si salva
dalle occasioni, del cuor che non soffre
che del non amare, e sempre sta in croce

con un cartiglio fradicio che in vetta
dice: È un poveraccio, questi che vuole
ciò che il mondo non vuole, solo amore.


(da L’estate di San Martino, Mondadori, 1961)

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Carlo Betocchi in occasione della Pasqua invia una lirica colloquiale all'amico  poeta Giorgio Caproni: una poesia incentrata sulla sacralità delle croci povere e umili sui monti. Betocchi le paragona alla povertà della croce di Cristo, per lui cristiano simbolo di un amore autentico e della condivisione del dolore umano.

Buona Pasqua, lettori del Canto delle Sirene!

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FOTOGRAFIA © DAVID/FLICKR

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  LA FRASE DEL GIORNO  

La Pasqua è la celebrazione di un mondo che si risveglia. Insieme ad essa, riscoprendo il significato di concentrazione e speranza, cambiamo noi stessi. Traiamo forza, gioia, gentilezza e fiducia gli uni negli altri. Possa la Pasqua, piena di speranza, unire tutti, darci la forza di andare avanti e rafforzare l'unità e l'amore per il prossimo!
DALIA GRYBAUSKAITÉ

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Carlo Betocchi (Torino, 23 gennaio 1899 – Bordighera, 25 maggio 1986), poeta e scrittore italiano. Fra i poeti ermetici è considerato una sorta di guida morale. Tuttavia, contrariamente a loro, fondava le sue poesie non su procedimenti analogici che evocano significati, ma su un linguaggio diretto, sul realismo e sulla tensione morale.


sabato 4 aprile 2026

Cucù, cucù


KIRMEN URIBE

IL CUCULO

Sentì il cuculo per la prima volta all'inizio di aprile.
Forse perché era irrequieto,
forse per quella sua mania di ordinare il caos,
volle indovinare quali note cantasse.

Il pomeriggio dopo, eccolo lì nel bosco,
con un diapason, in attesa che cantasse.
Il diapason non mentiva:
Si-Sol erano le note del cuculo.

La scoperta divenne nota ovunque;
tutti volevano verificare se il cuculo
cantasse davvero quelle note.
Ma i risultati non coincidevano.
Ognuno rivendicava la propria verità.
Alcuni dicevano che fossero Fa-Re, altri Mi-Do.
Non riuscivano a mettersi d'accordo.

Nel frattempo, il cuculo continuava a cantare nel bosco.
Non Si-Sol, non Fa-Re, non Mi-Do.
Proprio come mille anni prima,
il cuculo cantava: cucù, cucù.

(da Nel frattempo, prendimi la mano, 2007)

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Il canto del cuculo annuncia la primavera. Generalmente compare in aprile, quando ritorna per deporre le uova nei nidi di altri uccelli dopo aver svernato in Africa. Quel segnale di primavera serve al poeta basco Kirmen Uribe per costruire un apologo dove si confrontano uomo e natura, la necessità scientifica di catalogare tutto  - "mania" - in contrasto con la semplice poesia della bellezza.

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IMMAGINE CREATA CON IA

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  LA FRASE DEL GIORNO  

E ora sento di nuovo la sua voce, / E il suo messaggio è ancora di pace, / Canta di un amore che non cesserà, / Per me non canta mai invano.
FREDERICK LOCKER-LAMPSON, Poesie

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Kirmen Uribe Urbieta (Ondarroa, 5 ottobre 1970), scrittore e poeta spagnolo. Basco, vive a New York. Il suo lavoro trascende i confini e intreccia storie personali e collettive. Attraverso la poesia e la narrativa , esplora temi di identità, migrazione e memoria, reinventando forme letterarie da una prospettiva umanista.


venerdì 3 aprile 2026

Innalzato sulla croce


JOSÉ WATANABE

LA CROCIFISSIONE

Innalzato sulla croce, figlio mio,
ti ergi sempre più eretto: il tuo capo, ferito dalle spine,
tocca ora le nubi più alte.

Non posso raggiungerti, non posso
chiudere la tua ferita con la mia mano,
e la sostanza dorata
che il Padre ti ha dato
continua a lasciarti attraverso la lancia.
I profumi
della tua nascita sono tornati nell'aria. Oh, figlio mio,
crocifisso dall'eternità,
il tuo sangue cade
e brucia la terra
e brucia i secoli. Il tempo dei poveri
e il tempo dei re,
con ogni loro ora,
giacciono prostrati, ardenti ai tuoi piedi.

Domani tutto sarà nuovo,
tranne questo infinito dolore. E non c'è consolazione,
solo una domanda che grido,
  e forse tu mi rimproveri:

era necessario
che la carne della mia carne
fosse data come alleanza
tra la terra ingrata e il cielo?

 
(da Abitò tra noi, 2002)

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Il poeta peruviano José Watanabe, che in Abitò tra noi  reinterpreta i passaggi della vita di Gesù attraverso una lente profondamente umana, carnale e materiale, si concentra sulla  sofferenza fisica della crocifissione. Cristo è visto come un uomo che soffre e la sua sofferenza umana emerge attraverso la voce e il dolore straziante di Maria, che osserva il figlio sulla croce e si interroga sulla necessità di quel sacrificio estremo.

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GIOTTO, "LA CROCIFISSIONE"

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  LA FRASE DEL GIORNO  

Se le avessero detto che stringeva / a sé l'intero mondo e la sua Storia / non l'avrebbe capito. Erano solo / un figlio con sua madre.
MARIA LUISA SPAZIANI, I fasti dell'ortica

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José Watanabe Varas (Trujillo, 17 marzo 1945 - Lima, 25 aprile 2007) poeta peruviano. Voce dei “poeti del ‘70”, al tipico colloquialismo e allo sperimentalismo della corrente mescolò lo zen, il taoismo, il buddhismo e la cultura degli haiku che gli derivavano dalle sue origini giapponesi.


giovedì 2 aprile 2026

Al bancone del bar


CHARLES SIMIĆ

PERSONE CHE PRANZANO

Persone che pranzano
e pensano a ogni boccone,
o almeno così sembra, sedute
al bancone del bar, addentando
enormi panini, masticando
e riflettendo attentamente prima di bere
un altro piccolo sorso delle loro bevande.

Il cameriere dai capelli castani
che prende le ordinazioni si è fermato a riflettere,
la matita appoggiata sul taccuino,
il ragazzo con il berretto da baseball blu
e la donna con gli occhiali da sole
sono completamente sconcertati
mentre mescolano e mescolano i loro caffè.

Se alzassero lo sguardo, potrebbero vedere
Socrate in persona chino sulla griglia
con un grembiule bianco macchiato e un cappello
fatto con il giornale del giorno prima
che gira filosoficamente una frittata
in una piccola padella bruciacchiata.

(da Picnic notturno, 2001)

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"Osservare le persone è la mia occupazione preferita e non c'è posto migliore per farlo di un ristorante quando si sta cenando" dichiarò in un'intervista il poeta serbo naturalizzato statunitense Charles Simić. Qui lo fa a pranzo in una di quelle tavole calde che abbiamo imparato a conoscere seguendo i film e le serie americane, e lo fa con un occhio ironico ma al contempo sensibile, leggendo la quotidianità attraverso piccoli dettagli.

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IMMAGINE DI THIAGO APTREVITA ELABORATA CON FILTRO IA

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  LA FRASE DEL GIORNO  

Di solito vediamo poco di ciò che ci circonda. Una buona poesia ci restituisce la vista e l'udito. Questo è, in effetti, uno dei meriti della poesia.
CHARLES SIMIĆ, Terrain.org, 22 agosto 2008

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Charles Simić, vero nome Dušan Simić (Belgrado, 9 maggio 1938 – Dover, New Hampshire, 9 gennaio 2023), poeta statunitense di origine serba. Iniziò la propria carriera nella prima metà degli anni settanta con uno stile letterario minimalista, nel tempo divenuto sempre più riconoscibile. Nel 1990 è stato insignito del Premio Pulitzer per la poesia.