venerdì 20 maggio 2022

E vedo il mare


GIOVANNI PASCOLI

MARE

M'affaccio alla finestra, e vedo il mare:
vanno le stelle, tremolano l'onde.
Vedo stelle passare, onde passare:
un guizzo chiama, un palpito risponde.

Ecco sospira l'acqua, alita il vento:
sul mare è apparso un bel ponte d'argento.

Ponte gettato sui laghi sereni,
per chi dunque sei fatto e dove meni?

(da Myricae, Giusti, 1891)

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Una breve vacanza mi ha portato in Romagna, sull’Adriatico, negli immediati dintorni di San Mauro, la località dove Giovanni Pascoli nacque e visse per anni e che dal 1932 ha aggiunto al suo nome quello del poeta. La mia stanza d’hotel aveva la vista su quel mare e sono andato a cercarmi questa poesia di cui ricordavo solo il primo verso. Come sempre, in Pascoli, il sentimento, il moto dell’anima, si comunica alle cose: il mare e le stelle della prima quartina vanno a chiamare quel ponte invisibile formato dal riflesso della luna sull’acqua.

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FOTOGRAFIA © GEORGE DESIPRIS/PEXELS

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LA FRASE DEL GIORNO
Se mi si svella, se mi si sprofondi / l'essere, tutto l'essere, in quel mare / d'astri, in quel cupo vortice di mondi!
GIOVANNI PASCOLI, Nuovi poemetti




Giovanni Pascoli (San Mauro di Romagna, 31 dicembre 1855 – Bologna, 6 aprile 1912), poeta e accademico italiano, eccelso latinista, figura emblematica della letteratura di fine Ottocento. Nonostante la sua formazione eminentemente positivistica, è il maggiore esponente del Decadentismo.


giovedì 19 maggio 2022

Tegoli rinfrescati dalla pioggia


DIEGO VALERI

FINESTRA

Tegoli rinfrescati dalla pioggia:
bruni, rossastri, gialli, gridellini;
la spalletta bianchiccia d’una loggia;
un lustreggiar di vetri d’abbaini.

Sopra: mazzi di nuvole sbocciate:
peonie ardenti e pallide viole;
e un riddare di rondini rosate
dentro l’estremo fiammeggiar del sole.

(da Poesie, Mondadori, 1962)

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Un idillio in cui protagonisti sono i colori: il poeta veneto Diego Valeri attinge alla sua tavolozza per raccontare quello che vede dalla finestra, i tetti bagnati dalla pioggia ormai passata, i palazzi con i loro balconi, il cielo che si apre, i fiori di primavera che esplodono come fuochi nei giardini.

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FOTOGRAFIA © PINK MAMMA

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LA FRASE DEL GIORNO
E fuori ride un cielo, / splende il prato di tenere erbe. / Ancora sui rami del futuro / la speranza ha fior del verde.
DIEGO VALERI, I nuovi giorni




Diego Valeri (Piove di Sacco, 25 gennaio 1887 – Roma, 27 novembre 1976), poeta, traduttore e accademico italiano, fu ordinario di Letteratura Francese all’Università di Padova per oltre vent’anni, tranne nel periodo 1943-45 quando riparò in Svizzera come rifugiato politico.


mercoledì 18 maggio 2022

Il re senza corona


HERMANN HESSE

SONO UNA STELLA

Sono una stella del firmamento
che osserva il mondo, disprezza il mondo
e si consuma nel proprio ardore.

Io sono il mare di notte in tempesta
il mare urlante che accumula nuovi
peccati e agli antichi rende mercede.

Sono dal vostro mondo
esiliato di superbia educato, dalla superbia frodato,
io sono il re senza corona.

Son la passione senza parole
senza pietre del focolare, senz'arma nella guerra,
è la mia stessa forza che mi ammala
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(da Poesie, Guanda, 1979 – Traduzione di Mario Specchio)

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Con la sua scrittura limpida e lineare, Hermann Hesse coltiva uno dei suoi temi principali: l’ardere infinito della passione che brucia e consuma in quell’amore che è una continua ricerca della comunione con l’universo, della corrispondenza armonica con la natura, della consonanza con il platonico ordine cosmico.

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FOTOGRAFIA © PUBLIC DOMAIN PICTURES

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LA FRASE DEL GIORNO
Perciò mi sembra che si debba coltivare l'arte del regalare anche alle cose belle che ci sono vicine e abituali, l'amore e la venerazione che riserviamo a quelle lontane e remote.
HERMANN HESSE, L’azzurra lontananza




Hermann Hesse (Calw, 2 luglio 1877 – Montagnola, 9 agosto 1962) scrittore, poeta, aforista, filosofo e pittore tedesco naturalizzato svizzero, è stato insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1946. Celebri i suoi romanzi Siddhartha, Peter Camenzind, Demian, Il lupo della steppa.


martedì 17 maggio 2022

Color d’aurora


ADA NEGRI

LA PRIMA ROSA

Ieri, quando sbocciò la prima rosa
sulla rama più alta del rosaio
che scavalca il muretto di ponente,
risero le spirèe, riser gli arbusti
del biancospino e le stellate siepi.
Anche il pruno sanguigno, che da poco
vestì sue foglie, rise; e l'aria fu
tutto uno squillo. - Era color d'aurora,
e splendeva lassù, libera e sola,
penetrata di luce, ebbra del gaudio
d'essere aperta. Sola, e prima : grande
e terribile grazia, esser la prima.
Così in alto, che niun pensato avrebbe
di coglierla, sì presto offerta in dono
alla vita vivente, che oggi morta
già la mirano i bocci ancor racchiusi
nel lor casto segreto.

            Esser la prima:
né darà il maggio rosa che sia bella
come la tua bellezza, o annunziatrice.

(da Il dono, Mondadori, 1936)

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“E, meravigliato, guardavo come le rose siano presto rapite / dall'età fuggitiva e come già sul nascere appassiscano. / Ed ecco, mentre parlo, è caduta la rossa chioma / del rutilante fiore e la terra s'ammanta d'un rosso palpitante” recita un classico componimento latino del II secolo dopo Cristo, il De rosis nascentibus, che poi conclude “Cogli le rose, o vergine, finché fresco è il fiore e fresca è la giovinezza, / e ricordati che allo stesso modo s'affretta la tua vita”, richiamando quello che è in fondo è il pensiero della poetessa lodigiana Ada Negri, una meditazione sulla gioventù e sullo scorrere del tempo.

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FOTOGRAFIA © INVERNABLOG

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LA FRASE DEL GIORNO
Perché non dura, amici, / tutta l'annata il fior della spirèa, / fiore di gioventù, fior di speranza? / Troppo sarebbe. Non potrà nessuno / su' suoi passi fermar la Primavera.
ADA NEGRI, Il dono




Ada Negri (Lodi, 3 febbraio 1870 – Milano, 11 gennaio 1945), scrittrice proveniente dalle classi operaie, insegnante a Motta Visconti, predilesse tematiche a sfondo sociale, su cui con il tempo prevalsero i sentimenti e il ricordo. Unica donna ammessa all’Accademia d’Italia, fu candidata due volte al Nobel.


lunedì 16 maggio 2022

Un uomo per strada


ALLEN GINSBERG

IL MIO TRISTE IO

A volte
quando ho gli occhi rossi
vado in cima al grattacielo della RCA
e contemplo il mondo:
Manhattan,
le mie case, le strade,
abbaini, letti, appartamenti,
la Quinta Avenue che ho sempre in mente,
le sue macchine-formiche,
i taxi gialli,
uomini che camminano grandi come fiocchi di lana,
il panorama dai ponti,
il sole sul New Jersey
dove nacqui
e su Paterson dove giocai,
e i miei amori più tardi sulla Quindicesima Strada,
i miei amori più grandi nel Lower East Side,
e i miei amori favolosi nel Bronx.
Lontani sentieri attraversano queste strade nascoste.
Il sole splende su tutto ciò che posseggo
in un batter d'occhi fino all'orizzonte.
Triste,
prendo l'ascensore,
e scendo meditando sui marciapiedi
fissando le vetrine.
Mi fermo pensoso davanti a un'automobile
perduto in un solo pensiero.
Cammino nella tristezza che fluisce
con le punte delle dita rigate di lacrime
al crepuscolo.
Sono un uomo per strada nella marea
tra luci rosse che fanno scattare movimenti frettolosi
di gente agli angoli.
Tutte queste strade conducono,
così intersecate, allungate,
irte di alti edifici e incrostate di slums,
attraverso uomini e auto che arrancano.

(da Poetry Foundation, 1958)

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Si può essere soli anche in una grande città - New York, la metropoli per eccellenza: il poeta statunitense Allen Ginsberg, paladino della Beat Generation, è intristito da quell'invisibilità sociale, da quel sentirsi "isola" nella marea della folla; il vuoto verticale dal quale osserva la gente dall'alto del Rockefeller Plaza - il grattacielo della celebre fotografia di operai seduti a pranzare su una trave durante la sua costruzione - diventa un vuoto orizzontale mentre cammina nel frettoloso viavai dei marciapiedi newyorkesi.

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FOTOGRAFIA © NANIRA/PIXABAY

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LA FRASE DEL GIORNO
Il peso del mondo è amore. Sotto il fardello della solitudine, sotto il fardello della insoddisfazione, il peso, il peso che trasportiamo, è amore.
ALLEN GINSBERG, Jukebox all’idrogeno




Irwin Allen Ginsberg (Newark, New Jersey, 3 giugno 1926 – New York, 5 aprile 1997), poeta statunitense, esponente della Beat Generation. La sua poesia, che voleva essere una rappresentazione obiettiva di sensazioni ed esperienze e una denuncia del fallimento dell'ottimismo americano, portava alle estreme conseguenze lo sperimentalismo formale di Walt Whitman.


domenica 15 maggio 2022

In questa lingua nuda


PIERLUIGI CAPPELLO

RONDEAU

Cun cheste lenghe nude e in nissun puest
nì mai viodût in lûs di nissun voli
se no dai miei cjalant i tiei celescj
jo mâr o clamarès chel to celest
tiscjel il lum dal to tasê forest
e primevere il solc lunc dal to pet;
cjalanti , inte buere di me ch’e cres
falchet sarès se no tasès cjalanti
in cheste lenghe nude e in nissun puest.
In nissun puest amôr ma nome in chest
l’amôr ti disarès ch’al è taront
l’insom e il sot ladrîs e zime in rime
e intal clarôr sul fîl da la tô schene
crît il clâr de lune clare compagne
bielece son li’ mans strentis in trece
li’ mês li’tôs e intor il braç de gnot
ch’a si davierç in lûs, nulinti, e in blanc
in nissun puest amôr ma nome in chest.
In nissun puest ma achì ti volarès
niçant adôr sul niçul des peraulis
peraulis come fraulis ti darès
che vite ator ator e je tampieste
jo e te mâr fer tal mieç da la tampieste
e messedant i tiei cui miei cjavei
amôr plui tô la muse tô e sarès
e non il to plui non, cun dut il rest forest
in cheste lenghe nude e in nissun puest.


Con questa lingua nuda e in nessun luogo,
né visto mai in piena luce da alcun occhio,
se non dai miei guardando i tuoi celesti,
io mare chiamerei quel tuo celeste,
castello il lume del tuo tacere straniero
e primavera il solco lungo del tuo petto;
guardandoti, nella bufera di me che cresce,
sarei falchetto se non tacessi guardandoti,
in questa lingua nuda e in nessun luogo.
In nessun luogo, amore, ma soltanto in questo,
l’amore ti direi che è come un cerchio,
il sotto e il sopra, gemma e radice in rima
e nel chiarore sul filo della tua schiena,
grido il chiaro della luna del medesimo chiarore,
bellezza sono le mani strette in una treccia,
le mie, le tue, e attorno il braccio della notte
che si apre in luce, fiutandoti, e in bianco,
in nessun luogo, amore, ma soltanto in questo.
In nessun luogo ma qui io ti vorrei,
cullandoti nel su e giù delle parole,
parole come fragole ti darei,
che la vita attorno è una tempesta,
io e te mare fermo in mezzo alla tempesta
e mescolando i tuoi con i miei capelli,
più tuo, amore, il volto tuo sarebbe,
più nome il nome tuo, con tutto il resto straniero,
in questa lingua nuda e in nessun luogo.

(da Dittico, Liboà, 2004)

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“Qualche volta mi sforzo e serro le palpebre come di miope o navigante o pittore, ma basta una brezza e dispone un giallo dove prima era verde, con la rètina e, peggio, la penna che in superficie non coglie che crespe, mentre dietro quel muro impassibile sta tutta una peripezia d’elettrone. Tuttavia esiste, quel nome, ed è un atomo anteriore alle cose e ogni colore non còlto si chiama distanza, ogni sguardo che coglie si chiama poesia. È questa l’ebrietudine d’origine, è questo, mi dico, il corso dei poeti, sbarbicare le parole dal silenzio, farle intatte – rosa di Paracelso –, sentirle pesanti sul palmo, come le teste dei re, dentro il cerchio concluso di monete d’oro o di rame”: la poesia è questo vedere, dunque, dice Pierluigi Cappello, è questo sensuale servirsi del linguaggio, farlo vivere per raccontare ciò che vedono gli occhi, ciò che sente la pelle, ciò che i sensi percepiscono e la mente elabora.

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FOTOGRAFIA © BANSHIWAL/PIXABAY

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LA FRASE DEL GIORNO
Le parole non vedono / le parole non vedono mai abbastanza / sono due occhi / rimasti dietro un muro / sono il buio di una stanza / e quello che vedono, povere, / a vederlo mi fa quasi pena / non conta / rispetto alle cose che contano.
PIERLUIGI CAPPELLO, Dentro Gerico




Pierluigi Cappello (Gemona del Friuli, 8 agosto 1967 – Cassacco, 1º ottobre 2017), poeta italiano. La sua vita è stata gravemente segnata da un incidente stradale occorsogli quando aveva sedici anni: dallo schianto della sua moto contro la roccia uscì con il midollo spinale reciso e una perenne immobilità. Ha scritto numerose opere, anche in lingua friulana.


sabato 14 maggio 2022

Una muta medusa


VALERIO MAGRELLI

GUARDANDO I RESTI DI UN'AUDIOCASSETTA NELLA SOSTA DI UN VIAGGIO D'ESTATE

Sul ciglio dell’autostrada oscilla
e brilla bruna una capigliatura
di nastro magnetico.
Ogni auto passandole accanto l’accarezza
col vento dei pneumatici
pettinandola lenta sul guard-rail.
Una muta medusa che le onde
sospingono a riva fluttuando,
morta cosa canora, alga di nostalgia.
Se fisso quel feticcio musicale,
una spugna essiccata di voci, è per chiedermi
dove può evaporare un suono,
quale futura nube ne tratterrà le note
per preparare, domani,
la sua pioggia.

(da Disturbi del sistema binario, EInaudi, 2006)

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Invecchia la poesia? Invecchiano certamente gli oggetti – un’audiocassetta o musicassetta, quella che noi che l’abbiamo conosciuta e consumata negli stereo  e nei walkman chiamavamo familiarmente “cassetta”, è ormai reperto da archeologia industriale, soppiantata dai cd e dalla musica liquida. Eppure, rimane viva in questi versi di Valerio Magrelli, pur sventrata ai bordi di un’autostrada delle vacanze: quel suo nastro magnetico sparso al vento fluttua come i tentacoli di una medusa e il tempo che è passato da allora può addirittura aumentare il fascino di questa immagine ormai obsoleta.

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FOTOGRAFIA © PEXELS

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LA FRASE DEL GIORNO
Scrivere, in genere, è nascondere.
VALERIO MAGRELLI, Ora serrata retinae




Valerio Magrelli (Roma, 10 gennaio 1957), poeta, scrittore, traduttore, critico letterario e accademico italiano. Laureato in Filosofia all'Università di Roma, insegna Lingua e letteratura francese all'Università di Cassino. È autore di molte traduzioni di autori francesi come Mallarmé, Valéry, Jarry, Char, Ponge.