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lunedì 29 giugno 2026

Centenario di Jorge Enrique Adoum


La poetica di Jorge Enrique Adoum, poeta ecuadoriano di origini libanesi nato ad Ambado il 29 giugno di cento anni fa,  è una combinazione di impegno politico,  sperimentalismo linguistico e sradicamento esistenziale. Non pratica il lirismo tradizionale ma si manifesta in una poesia documentaria, spezzata e profondamente umana: se la patria è ricordata come una terra di dolore, solitudine e promesse infrante, con il peso della distanza e l'impossibilità dell'esule di integrarsi, il sentimento amoroso invece si scontra costantemente con la durezza del mondo esterno, della politica e dei doveri quotidiani e la felicità di coppia è fragile, clandestina e perennemente assediata dal tempo e dal senso di colpa sociale.

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RITORNO FUGACE

La cucina era ancora sporca
di farina e preghiere; la nutrice
rimboccava le coperte al fantasma della notte,
cercando le rotte delle navi
che avrebbero riportato indietro un vagabondo.

Le immagini erano svanite,
i rumori invecchiati. Nei grandi vasi,
l'eco di voci familiari ripeteva
il conteggio del denaro. Parlavano
di recenti adulteri, di investimenti.

«Fuori c'è un giorno di luce, di
pace umana e di mele. Ci sono canti e
una moltitudine avanza, vive e cresce. A loro
appartiene il regno del futuro. Chi è degno
ora, lo sarà quel giorno e sarà amato.
So che ore sono, qual è il mio nome, dove
sto andando, pieno di orgoglio e di novità.
E non starò a lungo tra voi».

Non ci fu alcun sacrificio di vino o di agnello.
La madre, tra due lacrime severe,
mi parlò per il mio bene, mi mostrò gentilmente
la strada giusta, mi chiese se avessi un altro cappello.
Ma mio fratello, quello che costruiva
flauti sottili per accompagnare i canti dei seminatori
e che ancora temeva la durezza della sua eredità
e lo sguardo sacerdotale del gufo,
non riusciva a dormire.

                                    "Voglio meritare
l'amore che hai visto. Quando
arriverà la felicità?"
                                    "Domani."

E corremmo, come due fuggitivi, verso
la dura riva dove le stelle si dissolvevano.
I pescatori ci raccontarono
di continue vittorie nelle province vicine.
E ci bagnò i piedi la spuma dell'alba,
piena delle nostre radici e del mondo.

(da "Appunti del figliol prodigo", 1953)

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IT WAS THE LARK, INSETTO, NO NIGHTINGALE

Non è facile innestarmi su di te, mia carissima.
Mi rendo conto che era una risata, non un colpo di tosse,
quello che ti ho detto, e devo disincantare le cose
che ho messo nel tuo silenzio, e lasciare le tue bocche
e lasciarti, mezza sola, logorata dai miei peli.
È il giorno consueto, ne conosco la censura.
Sembrerebbe che l'acqua usata delle lacrime sia traboccata
da occhiali, bauli, cantine, per colpa mia,
che tutte le guerre che pascolano legate
galopperebbero via a mangiare, solo perché
ho dimenticato di soffrire la notte scorsa, ed ero la sentinella,
o ero tornato indietro, trascurando la terra.

Non è facile essere felici: prima di tutto, non ce lo permettono,
e, chissà, sarà anche la mancanza di abitudine
o forse dobbiamo imparare, ma come, esiliati.

Ho portato l'amore in quella stanza imbronciata,
in questa solida solitudine che devo mettere da parte
perché non possiamo più starci entrambi contemporaneamente,
ma sembra che dovrò sopportare tutto questo per tutta la vita,
mettermi in fila nel mondo, aspettare che gli altri
prima si sposino, mangino o si occupino dei loro affari,
per iniziare a vivere senza sentirmi in colpa,
commutando il mio dolore di sopportare al tuo fianco.

* "Era l'allodola, l'araldo del mattino, non l'usignolo"
dalla scena quinta dell'atto terzo di Romeo e Giulietta, di Shakespeare.

(da I left with your name across the land, 1964)

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Altre poesie di Jorge Enrique Adoum sul Canto delle Sirene:

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  LA FRASE DEL GIORNO  

A volte sono felice, ma poi spunta l'alba...
JORGE ENRIQUE ADOUM, L'amore disinterrato e altre poesie

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adoumJorge Enrique Adoum (Ambato, 29 giugno 1926 – Quito, 3 luglio, 2009), poeta ecuadoriano di origini libanesi, scrittore, politico e diplomatico, fu uno dei maggiori esponenti della poesia latino americana. La sua è poesia, ottenuta con la manipolazione del linguaggio, è di impegno politico ma anche di sradicamento esistenziale.


domenica 28 giugno 2026

Hai amato così tanto


CARLOS BOUSOÑO

IL VECCHIO AMANTE

Hai amato così tanto...! Forse
con amarezza, forse con tristezza
l'hai detto. Hai amato così tanto! Allo specchio
hai visto il tuo viso invecchiare

e hai iniziato a dire: "...amore..." Hai sognato
e nella notte profonda e silenziosa,
lontano potevi udire il soave mormorio
dell'acqua che scorreva dolce e lenta.

(da La notte dei sensi, 1957)

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Il lavoro poetico di Carlos Bousoño è una continua ricerca sullo scorrere del tempo e sulla precarietà della vita. Ecco qui la malinconia della vecchiaia e la persistenza dell'amore nonostante il declino fisico. Lo specchio è lo strumento che consente all'innamorato di misurare l'età, di rendersi conto. E l'acqua che scorre simboleggia l'inesorabile flusso della vita e della memoria.

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LUCIEN FREUD, "AUTORITRATTO", 1985

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  LA FRASE DEL GIORNO  

Sei invecchiato come si cresce verso il mare. / Sei invecchiato come si diventa / la tenue luce dell'alba.
CARLOS BOUSOÑO, Ode tra la cenere

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Carlos Bousoño Prieto (Boal, 9 maggio 1923 - Madrid, 24 ottobre 2015),​ poeta e critico spagnolo. La sua produzione poetica, nella tradizione del più puro lirismo ispanico, è pervasa da un alone di mistero e da un'aura metafisica che ne rendono spesso complessa l'interpretazione.


sabato 27 giugno 2026

Ma il tuo sorriso


CORRADO GOVONI

LA PIOGGIA È IL TUO VESTITO

La pioggia è il tuo vestito.
Il fango è le tue scarpe.
La tua pezzuola è il vento.
Ma il sole è il tuo sorriso e la tua bocca
e la notte dei fieni i tuoi capelli.
Ma il tuo sorriso e la tua calda pelle
è il fuoco della terra e delle stelle.

(da Govonigiotto, Steli, 1943)

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In pochi versi Corrado Govoni traccia un ritratto di donna, intrecciandola, come in una fotografia a doppia esposizione, al mondo della natura, regalando una delle poesie d'amore più belle del Novecento.

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FOTOGRAFIA © ATLANTIC AMBIENCE/PEXELS

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  LA FRASE DEL GIORNO  

Il campo di frumento è così bello / solo perché ci sono dentro / i fiori di papavero e di veccia; / ed il tuo volto pallido / perché è tirato un poco indietro / dal peso della lunga treccia.
CORRADO GOVONI, Quaderno dei sogni e delle stelle

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Corrado Govoni (Tàmara, 29 ottobre 1884 – Lido dei Pini, 20 ottobre 1965), poeta e scrittore italiano. Dopo una prima esperienza crepuscolare aderì al futurismo, staccandosene in seguito per proseguire su una strada più personale, capace di coniugare toni crepuscolari, liberty e simbolisti.


venerdì 26 giugno 2026

Il bacio che cerco


ALFONSO GATTO

POESIA D'AMORE

Le grandi notti d'estate
che nulla muove oltre il chiaro
filtro dei baci, il tuo volto
un sogno nelle mie mani.
 
Lontana come i tuoi occhi
tu sei venuta dal mare
dal vento che pare l'anima.
 
E baci perdutamente
sino a che l'arida bocca
come la notte è dischiusa
portata via dal suo soffio.
 
Tu vivi allora, tu vivi
il sogno ch'esisti è vero.
Da quanto t'ho cercata.
 
Ti stringo per dirti che i sogni
son belli come il tuo volto,
lontani come i tuoi occhi.
 
E il bacio che cerco è l'anima.

(da Nuove poesie, 1950)

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L'amore, per il poeta Alfonso Gatto, è un incontro profondo e spirituale. Assume le tonalità di una visione onirica, di un sogno che va oltre la passione fisica, racchiudendo in sé il mistero della bellezza e della poesia, raggiungendo la fusione di due anime.

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RICHARD BLUNT, "IL SUO PERFETTO GENTILUOMO"

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  LA FRASE DEL GIORNO  

L'essere dentro l’amore fisico, nello stretto intenso di noi, ci apre agli spazi e ai traslati della nostra ideazione: sul fatto le libere risorse del fare: quel che è appreso, scoperto: una sorpresa, un treno di «figure».
ALFONSO GATTO, Poesie d'amore

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Alfonso Gatto (Salerno, 17 luglio 1909 – Orbetello, 8 marzo 1976), poeta e scrittore italiano. Ermetico, ma di confine, giornalista e pittore, insegnante di Letteratura all'Accademia di Belle Arti, collaboratore di “Campo di Marte”, la sua poesia è caratterizzata da un senso di morte che si intreccia al vivere.


giovedì 25 giugno 2026

Centenario di Ingeborg Bachmann


"Un Io lirico profondamente ambivalente, senza patria, sempre in viaggio di costa in costa, frontaliero": la definizione di Siegfrid Unseld si attaglia perfettamente alla poetica di Ingeborg Bachmann. La poetessa austriaca, nata a Klagenfurt il 25 giugno 1926, fece parte del Gruppo 47, che aveva l'intenzione di far risorgere la cultura della Germania "ormai dimenticata e repressa dall'intervento nazista". Amica di Paul Celan, con cui ebbe una intermittente relazione amorosa, intrattenne con lui una corposa corrispondenza.  La sua poesia esplora i confini interpersonali e il potenziale del linguaggio nel contesto del dopoguerra con un accento tormentato ma autentico.

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GIORNI IN BIANCO

In questi giorni, mi levo con le betulle
e sulla fronte ravvio le ciocche di frumento
davanti a uno specchio di ghiaccio.

Amalgamato al mio respiro
sfiocca il latte:
così di buon'ora ha facile schiuma.
E dove il vetro appanno con l'alito
appare, dipinto da un dito infantile,
ancora il tuo nome: innocenza!
Dopo tanto tempo.

In questi giorni, non mi duole
di sapere dimenticare
e di essere costretta a ricordare.

Amo. Fino all'incandescenza io amo,
e ne ringrazio biblicamente il cielo.
L'ho imparato in volo.

In questi giorni, io ripenso all'albatro
che mi ha sollevata e trasportata
in un paese che è un foglio bianco.

All'orizzonte immagino,
fulgido nel suo tramonto,
il mio favoloso continente
laggiù, che mi ha congedata
già rivestita del sudario.

Vivo, e da lontano ascolto il suo canto del cigno!

(da Poesie, Guanda 1978 - Traduzione di Maria Teresa Mandalari)

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INVOCAZIONE ALL'ORSA MAGGIORE

Scendi, Orsa Maggiore, notte arruffata,
fiera dal manto di nubi, dagli antichi occhi,
stelle occhi,
nella macchia affondano, scintillanti,
le tue zampe con gli artigli,
stelle artigli,
vigili noi pascoliamo gli armenti,
pur da te ammaliati, e diffidiamo
dei tuoi fianchi sfiniti, degli aguzzi
denti dischiusi,
vecchia orsa.

Un cono di pigna: il vostro mondo.
Voi: le sue squame.
Dagli abeti dell’inizio
agli abeti della fine
la rivolto, la sbalzo,
l’annuso, ne saggio il sapore
e l’abbranco.

Temete e non temete!
Gettate l’obolo nella borsa,
all’uomo cieco una buona parola,
perché tenga l’orsa al guinzaglio.
E condite gli agnelli di spezie.

Potrebbe quest’orsa
liberarsi, non più minacciando,
incalzando ogni pigna, dagli abeti
caduta, maestosi abeti alati,
precipitati dal paradiso.

(da Invocazione all'Orsa Maggiore, Mondadori, 1999 - Traduzione di Luigi Reitani)

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Altre poesie di Ingeborg Bachmann sul Canto delle Sirene:



  LA FRASE DEL GIORNO  

Quando raggiungiamo quello stato lucido e straziante in cui il dolore diventa fecondo, noi diciamo in modo molto semplice e giusto: mi si sono aperti gli occhi.
INGEBORG BACHMANN, A occhi aperti

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Ingeborg Bachmann, nota anche come Ruth Keller (Klagenfurt, 25 giugno 1926 – Roma, 17 ottobre 1973), poetessa, scrittrice e giornalista austriaca. I motivi ideologici della sua formazione intellettuale (Heidegger, Wittgenstein) si incontrarono con il tema della generazione venuta dopo gli orrori della guerra nella dimensione di un linguaggio spesso tormentato e astruso, ma sempre autentico.


mercoledì 24 giugno 2026

I tetti del lungarno


CARLO BETOCCHI

POETA IN FIRENZE

Non fu nella mia casa: era un tetto
d'albergo, sull'Arno. La gronda
come una gota tonda, infantile
ma che trascolorasse di ruggine;
pretto era il castagno dei correnti.
Era, sorretta dai melanconici
anelli, linea che si fa curva
per sfuggirsi, e al fresco
appoggiava la guancia remota
dei venticelli del fiume.
Nell'asciutta mattina la lamiera
opaca d'intime specchiature,
vernice e ruggine senza riflessi,
in una lunga linea di desiderio
volta alle colline, con i tetti
del lungarno, freddi nello stesso freddo.
Senza un volo che ne spiccasse,
senza un nido, sulla cerulea
corrente del fiume, mentre il freddo
la varcava, e gli zoccoli dei cavalli
si rimandavan l'eco dalle rive.

(da Notizie di prosa e di poesia, 1947)

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Scritta tra il 1942 e il 1943, questa poesia di Carlo Betocchi risente per espressa menzione dell'autore, delle reminiscenze della montaliana Dora Markus. Il poeta dalla sua camera d'albergo fiorentina non si abbandona agli stereotipi monumentali tipici, ma racconta, con tono quasi impressionista, una Firenze "minore", fatta di tetti e di gronde, spingendo lo sguardo fino alle colline di Fiesole, raccontando con piccole pennellate.

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

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  LA FRASE DEL GIORNO  

Certe volte capisco che il mio tono migliore per parlare di queste cose è quello della leggerezza. Se ci ripenso, credo proprio di essere nato ai miei esercizi di poesia per le vie dell’allegrezza.
CARLO BETOCCHI, Diario della poesia e della rima

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Carlo Betocchi (Torino, 23 gennaio 1899 – Bordighera, 25 maggio 1986), poeta e scrittore italiano. Fra i poeti ermetici è considerato una sorta di guida morale. Tuttavia, contrariamente a loro, fondava le sue poesie non su procedimenti analogici che evocano significati, ma su un linguaggio diretto, sul realismo e sulla tensione morale.


martedì 23 giugno 2026

Io sono senza guerra


GUGLIELMO PETRONI

GUERRA È IN QUESTE MANI

Che sorga un’alba in questa mezzanotte,
che s'ottenebri il sole più lucente,
che ti rovesci, o Terra,
io sono senza guerra,
grand'occhi aperti sopra tutto questo.

Guerra sta in queste mani,
in queste armi armoniose indifferenti:
guerra non è nel cuore.

Forse nella memoria passa un vento
che sperde le figure come un armento
dentro la bufera; ma quest’occhi
son fermi e solitari.
 

(da Poesie, Neri Pozza, 1959)

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Lo scrittore lucchese Guglielmo Petroni, che nel 1943 prese parte attiva alla Resistenza romana, fu arrestato dalle SS, rinchiuso nel carcere di Via Tasso, torturato e condannato a morte. Si salvò all'ultimo grazie all'arrivo degli Alleati. In questi versi scritti a caldo - risalgono al 1945 - riflette sugli orrori della guerra, ma parla anche dell'innata capacità degli esseri umani di resistervi. Se la guerra distrugge ogni cosa sul suo cammino, gli occhi del poeta si rifiutano di distogliere lo sguardo.

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FOTOGRAFIA © NANA/PEXELS

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  LA FRASE DEL GIORNO  

Il primo passo verso la vita non si può fare se non partendo dal fondo della propria anima, della propria cultura, dell'esperienza che in ognuno di noi rappresenta il sentimento secolare della tradizione e della nostra storia, se non scoprendo in se stessi il significato delle cose che nascono attorno, dei sentimenti che si svolgono e si evolvono.
GUGLIELMO PETRONI, Il mondo è una prigione

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Guglielmo Petroni (Lucca, 30 ottobre 1911 – Roma, 29 aprile 1993), poeta, scrittore e pittore italiano. Grazie alle prime poesie entrò in contatto con il mondo letterario fiorentino delle Giubbe Rosse. Con Alessandro Bonsanti fondò la rivista Letteratura.  Vinse il Premio Strega 1947 e il Premio Selezione Campiello 1984.