martedì 11 agosto 2020

Cuore nel cuore


BLAGA DIMITROVA

ABBRACCIO

Cuore nel cuore. E respiro nel respiro.
Così vicino a me, tanto da non vederti.
Oltre la tua spalla vedevo in lontananza un monte oscuro.
Ero protesa in uno slancio quasi a oltrepassarti.

Sentivo battere il cuore impazzito delle stelle.
Accoglievo il vento affannato, rivestito di foglie.
Mi aprivo alle ombre dei boschi che venivano incontro
e ai rami che si aprivano ad abbracciare la notte.

La lontananza inspiravo in un sorso enorme.
Premevo vento, nubi e stelle al mio petto.
E nel cerchio stretto di un abbraccio
ho rinchiuso l'infinito intero del mondo.


1957


(da A domani, 1959 - Traduzione di Valeria Salvini)

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Il semiologo francese Roland Barthes scrive in Frammenti di un discorso amoroso: “ABBRACCIO: Per il soggetto, il gesto dell'abbraccio amoroso sembra realizzare, per un momento, il sogno di unione totale con l'essere amato”. Ed è proprio quello che accade alla poetessa bulgara Blaga Dimitrova: talmente vicina da essere un tutt’uno con l’amato.

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ILLUSTRAZIONE DA PINTEREST

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LA FRASE DEL GIORNO
È più facile sciogliere l'intreccio dei rami di vite, / cresciuti insieme nel lungo corso del tempo, / che per gli amanti sciogliere i loro corpi intrecciati / nel reciproco abbraccio, stretto e morbido insieme. / Tre volte felice, mia cara, chi è avvolto da queste catene, / tre volte felice, mentre noi bruciamo lontani.
PAOLO SILENZIARIO, Antologia Palatina, V, 255




Blaga Nikolova Dimitrova (Bjala Slatina, 2 gennaio 1922 – Sofia, 2 maggio 2003), poetessa, scrittrice e politica bulgara, vicepresidente della Bulgaria dal gennaio 1992 al luglio 1993. Nel tempo la sua poetica passò da tematiche sentimentali che la portarono a scrivere prevalentemente liriche d'amore ad un maggiore impegno sociale e politico.


lunedì 10 agosto 2020

Il frangersi delle onde


JACOBO CORTINES

PASSEGGIATA

Sereno il mare sul far della sera,
e il cielo tra l’azzurro e il giallo.
Due canne da pesca sugli scogli
segnano l’orizzonte.
Rota e Cadice, avvolte nella foschia,
città spettrali che nella notte
si illuminano a poco a poco.
Cammino su questa lunga spiaggia
solo con il mio silenzio. Non ci sono risposte
perché nulla domando. Ascolto soltanto
il frangersi delle onde, la schiuma
con il suo fragile fruscio in ritirata,
il vento nelle orecchie, qualche uccello
che canta mentre vola. Non chiedo altro
che affondare i talloni nella sabbia,
andare avanti fino a sentirmi stanco,
e ritornare lentamente
come una forma scura che ritorna
al punto di partenza. Già mi basta
non naufragare nel mio silenzio.


(da Scenari, inedito – in Poetica e poesia, 2006)

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Capita talvolta di avere bisogno di silenzio, di ritrovarsi da soli con se stessi per riordinare le idee o anche solo semplicemente per ricaricare le pile. E cosa può essere meglio di una passeggiata in riva al mare, come fa il poeta spagnolo Jacobo Cortines, immerso in un universo di luci e di suoni, di odori e di sensazioni?

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FOTOGRAFIA © TIM MOSSHOLDER/UNSPLASH

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LA FRASE DEL GIORNO
Come il suono dell’acqua, la nostalgia. / La solitudine lasciva, come una trappola.
JACOBO CORTINES, Prima consegna




jacobo_cortinesJacobo Cortines Torres (Lebrija, 1946), poeta, saggista, traduttore , editore, accademico e professore universitario spagnolo. Laureato in Lettere e Filosofia, insegna Letteratura spagnola a Siviglia.


domenica 9 agosto 2020

Il vertice invisibile


ANA EMILIA LAHITTE

QUESTA DIMORA

Questa dimora.
Questa prigione.
                         Umana
per la temporaneità o per l’illusione
dei suoi cinque pilastri capitali.
Contiene soltanto umori, appetiti,
per chi solo il sangue
rivendica e testimonia.
Ma anche sorveglia
il vertice invisibile,
l’istante decisivo dove convergono
lo sguardo dell’uomo
che insabbia i suoi occhi
per continuare a guardare
                                         l’orizzonte.


(da Gironsiglos, 2005)


Al di là della finitudine umana va la poetessa argentina Ana Emilia Lahitte: questa macchina di ossa e muscoli, di sangue e cervello, di organi che processano ciò che i cinque sensi comunicano, che produce umori e richiede di soddisfare i suoi desideri non è però un automa, possiede sentimenti che anelano a qualcosa di più alto e universale.

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IMMAGINE © HD WALLPAPERS

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è un  prestito di infinito, la zona calda della salvezza.
ANA EMILIA LAHITTE




Ana Emilia Lahitte (La Plata, 19 dicembre 1921 – 10 luglio 2013), poetessa e scrittrice argentina. Ha pubblicato 27 libri suddivisi tra poesia, narrativa, teatro e saggi. Ha collaborato con diversi ministeri alla diffusione della poesia argentina nel mondo.


sabato 8 agosto 2020

Pezzo per pezzo


EUNICE ARRUDA

AMPLIAMENTI

Costruisco la poesia
pezzo
per
pezzo

Costruisco un
pezzo di
me
in ogni poesia


(da Le cose effimere, 1964)

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Le poesie sono come puzzle composti dalle tessere delle parole, dei versi,delle strofe. E ogni poesia, come rileva la poetessa brasiliana Eunice Arruda è a sua volta una tessera di puzzle che va a comporre la figura intera di una vita, quella del poeta che, come un artigiano, lavora i propri sentimenti.

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PETER SEMINCK, "MIME PUZZLE"

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia per me è una delle forme di vivere. È incorporata nei miei giorni.
EUNICE ARRUDA, Poesia diversa, 9 dicembre 2009




Eunice Carvalho de Arruda (Santa Rita do Passa Quatro, 15 agosto 1939 - San Paolo, 21 marzo 2017), poetessa brasiliana. Laureatasi in Comunicazione e Semiotica, diresse l’Unione Brasiliana degli Scrittori. Esordì nel 1960 con È tempo di notte, cui seguirono altre tredici raccolte e un’antologia. La sua poesia fa della concisione un perno: taglia e riduce all’osso la parola.


venerdì 7 agosto 2020

Guardami dai tuoi occhi


GEMMA GORGA

LIBRO DEI MINUTI, 20


La prima luce del giorno entra dalla finestra e lo specchio si apre con delicatezza, come una bibbia dalle pagine quasi trasparenti. Scalza, mi alzo dal letto e mi avvicino con l’intenzione di leggermi. Ma. si sa, l’occhio non può guardarsi né la parola pronunciarsi da sola - le piastrelle, così fredde, sembrano fatte dello stesso materiale del silenzio-. Torno a letto e mi raggomitolo sotto il piumone caldo del tuo sogno. Quando ti sveglierai, guardami dai tuoi occhi, pronunciami dalle tue labbra, dimmi che vengo dal tuo essere.

(da Libro dei minuti, 2006)

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“Ora sono un lago. Una donna si china su di me, / cercando nella mia distesa ciò che essa è veramente”: è lo specchio di Sylvia Plath a parlare, “l’occhio di un piccolo dio, quadrangolare”. La poetessa catalana Gemma Gorga però non riesce nella prosa poetica del Libro dei minuti a riconoscersi senza un tu, senza l’altro, senza l’amato. Ed è a lui che chiede questa sua identificazione, questa certificazione dell’essere.

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ALIA E. EL BERMANI, “CASSANDRA”

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LA FRASE DEL GIORNO
Scrivo fondamentalmente per scoprire, per sapere ciò che non sapevo prima di scriverlo, per capire quello che inizialmente è chiuso alla comprensione.
GEMMA GORGA, Núvol, 4 luglio 2015




Gemma Gorga i López (Barcellona, 1968), poetessa catalana. Laureata in Filologia Spagnola, insegna all’Università di Barcellona. La sua poetica, iniziata con Ocellania nel 1997 e proseguita con la prosa poetica di Libro dei minuti, è un'ossessiva ricerca di costruzione sul disordine.


giovedì 6 agosto 2020

Quel giorno a Hiroshima


ALFONSO GATTO

SEI AGOSTO

Era un giorno del tempo, un mattino d’estate
e ventilava il mare aperto il suo rigoglio.
Diranno ancora “amate” i poeti di corte
e la fede che prospera più cieca dell’orgoglio?
Quel giorno a Hiroshima fu decisa la morte.
Ora, se parla l’uomo, quale voce credente
sarà la sua nel chiedere la fede che spergiura?
Quel giorno a Hiroshima il tutto s’ebbe il niente
del suo potere, l’empio fu mai così pietoso.

Perché nascondi il volto in un volto ch’è ròso
dalla sua lebbra ardente? Ogni attimo minaccia
la grazia ch’ebbe il soffio del suo fango mortale.
Quel giorno a Hiroshima si rovesciò la faccia
dell’uomo nell'atroce risguardo del suo male,
fu l’essiccata effigie dell’occhio che rintraccia
la tenebra perenne, addentro nel fulgore
d’un punto che vacilla ed è la sua pupilla.

Un ordine la mano che fissa il suo potere,
ma la voce era d’uomo che annienta le parole
per non udirle, e aspetta: rigurgita il cratere
di povere festùche umane che ogni fuoco
bastava a incenerire, il fuoco che riscalda
il gelo e la miseria degli ànditi di carta,
il tizzo del bambino che soffia sul suo gioco.
Forse i morti non seppero s’era caduto il sole.

Quell’attimo d’un solo grido taciuto anch’esso,
quell’attimo, la mira del fulmine che scarta
nel sibilo la luce e ne dirompe l’iride.
L’abbaglio ammonitore è fermo nella salda
tenacia del ricordo: s’illumini il regresso
dell’uomo al suo patire, con le sue mani livide
la fredda guerra ci offra un òbolo di pace
.

*

Passo su passo apprende che è sua
la morte, l’uomo
avviato a riceverla. Quello che vede e ascolta
gli è proprio, l’insolenza d’avere in sé rivolta
per luce la sua faccia, ed il cammino, il verde
dei prati avrà memoria nel tempo, in ogni luogo.
Lascia cadendo un segno. Leggenda o storia, il rogo
dell’aria esalta innalza la vittima che perde.

Ma Hiroshima è l’arido sepolcro d’una culla,
la cenere d’un mondo che non dice più nulla.
La vittima non trova il volto da passare
al tempo che gli porti memoria dei suoi giorni
e la speranza, il credere per essere creduto.
L’abbaglio ammonitore è fisso in quel che appare,
è la notizia, il nuovo colpito dal suo segno,
il buco che s’allarga bruciando dai contorni
come un’orbita vuota: la storia è l’accaduto
che non dà voce e favola, che non tramanda un pegno
silente di memoria...

                       Ma dov’è la fanciulla
discesa al suo giardino movendo dai tranquilli
passi lo sguardo intorno? Trafitta dagli spilli
dell’iride sublime rifulse nell’evento
della sua luce, fusa. Non ebbe il suo momento,
all’attimo fu tolta, tentò l’assurdo plagio
di somigliarsi, piaga devota al suo contagio.

Non sarà più fanciulla, nemmeno il nostro amore
può ricordarla umana, distinguerle nel volto
mucoso gli occhi ciechi che videro in quel nulla.
Ma dov’è la vittoria che annunci al vincitore
quest’ibrido raccolto di lèmuri e di gechi?

E non sarà la morte chi non è più l’amore,
ma il suo fantasma, l’empio ludibrio che s’addita.
Per essere d’esempio all’ultimo terrore
che la sua mano suscita, per piangere più forte
del pianto, del suo pianto, la vittima è la sola
speranza che non mente. Non è pietà, parola
dell’anima tradita. È la sua carne sola
quest'ululo fuggente...


*

Attendere nel baco il seme da seccare,
la genesi demente che inverte il suo potere:
è questo da chiamare speranza per la fede
riposta nel terrore?
L'ipocrita paciere contratta lo sgomento
dell'uomo con l'offesa di chiedergli a misura
del peggio il suo contento, la scelta del volere
giustizia per sventura.

Questo chiede la terra: giustizia per sventura,
pane per fame, sete, ragione d'una guerra
che in sé non ha ragione per chiudere le mura
dell'assedio perenne, ragione d'una pace
che in sé non ha perdono d'arrendersi all'abiura.
L'uomo non è l'indenne saggezza del dolore.
Il fuoco non è brace.

Quest'uomo atteso a cedere il suo dolore antico,
a dirsi vinto e inerme, ha il volto del nemico
che logora il suo solco paziente e che non cede.
Ha l’arma della soma che porta e che misura
il suo passo dolente, il padre da chiamare
e se stesso nel figlio, la traccia del suo piede.
È l’uomo che vi esaspera tacendo con la pura
tristezza dello sguardo e che vi aspetta al fare.

Fatelo dunque il male, credetegli, spendete
la moneta sonante del rogo d’Hiroshima.
Ogni assetato resta a chiedere la sete,
sull’ultima parola ritornerà la prima
che avvenne nel chiamarci. Fatelo tutto il male,
credetegli, spendete la sua scienza beffarda.
La morte più non basta, demente irrisa guarda
la genesi una bianca eternità di sale.


(da La storia delle vittime, Mondadori, 1966)

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“Era un giorno del tempo, un mattino d’estate” dice Alfonso Gatto, quel 6 agosto 1945 a Hiroshima. Un giorno come tanti, che però segnò un passo nella storia dell’umanità: gli americani alle 8.15 del mattino sganciarono “Little Boy”, la prima bomba atomica, sulla città giapponese. Così ne descrive gli effetti padre Pedro Arrupe, futuro generale dei Gesuiti, in missione proprio a Hiroshima: “Improvvisamente vedemmo una luce accecante, come un bagliore al magnesio. Non appena aprii la porta che si affacciava sulla città, sentimmo un'esplosione formidabile simile al colpo di vento di un uragano. Allo stesso tempo porte, finestre e muri precipitarono su di noi in pezzi. Salimmo su una collina per avere una migliore vista. Da lì potemmo vedere una città in rovina: di fronte a noi c'era una Hiroshima decimata. Poiché ciò accadde mentre in tutte le cucine si stava preparando il primo pasto, le fiamme, a contatto con la corrente elettrica, entro due ore e mezza trasformarono la città intera in un'enorme vampa”. Alfonso Gatto si interroga invece sulla morale, su “questo nostro continuare a volere giustizia, indipendenza, libertà, anche a costo della sventura, pur di dare ai «mezzi» del potere (…) un fine nella scelta dell’uomo per una nuova storia, anch’essa aperta da decine e decine di migliaia di vittime”. E quelle bombe sganciate su Hiroshima il 6 agosto e su Nagasaki il 9, portarono il Giappone alla resa il 15 con un costo umano di 90.000-166.000 vittime a Hiroshima e di 60.000-80.000 a Nagasaki.

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LA FRASE DEL GIORNO
Folle, spergiuro // l’uomo che muta i suoi rapporti e crede / d’esser sempre centripeto fuggendo / la notizia raggiunta. Per qual fede / làcera il mondo e indulge al suo rammendo?
ALFONSO GATTO, La storia delle vittime




Alfonso Gatto (Salerno, 17 luglio 1909 – Orbetello, 8 marzo 1976), poeta e scrittore italiano. Ermetico, ma di confine, giornalista e pittore, insegnante di Letteratura all'Accademia di Belle Arti, collaboratore di “Campo di Marte”, la sua poesia è caratterizzata da un senso di morte che si intreccia al vivere.


mercoledì 5 agosto 2020

Magellano di se stesso


ADRIENNE RICH

INSONDATO

Marinaio inesperto,
in questa zona fuori dalla carta
ogni navigatore viaggia senza consigli, solo.
Ognuno Magellano di se stesso
su tropici di sensazione:
non resta sasso arso dal fuoco
da abitazioni precedenti,
nessuno scafo antico
scheggiato sulla spiaggia.
Queste sono latitudini rivelate
a ciascuno separatamente.


1951

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”Ognuno Magellano di se stesso” dice la poetessa statunitense Adrienne Rich, ognuno gettato nell’oceano della vita da esplorare con la sua barchetta e la sua solitudine: illusioni e disillusioni, disinganni, ricordi, avventure costituiscono a poco a poco la nostra esperienza e una cartografia personale, in cui è possibile “imparare dai confini sfumati”.

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IMMAGINE © ALLPOSTERS

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia è il concentrato del potere del linguaggio, ovvero della nostra originaria relazione con l'universo.
ADRIENNE RICH




Adrienne Rich (Baltimora, Maryland, 16 maggio 1929 – Santa Cruz, California, 27 marzo 2012), poetessa, saggista, insegnante e femminista statunitense. Le sue poesie seguono un percorso che porta alla consapevolezza dell’io e dell’essere donna, lesbica e ebrea americana. In rapporto conflittuale con il potere, rifiutò la National Medal of Arts offertale da Clinton

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