Statistiche web
Visualizzazione post con etichetta sport. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sport. Mostra tutti i post

martedì 19 luglio 2016

Viva foglia

 

ALESSANDRO PARRONCHI

A NADIA COMANECI, INCERTA SUL CAVALLO

Difficile davvero immaginarti
diversa da come appari,
credere che i pensieri
che alitano in te siano simili
a quelli di ogni altra fanciulla.
In te pensiero e moto sono tutt’uno
e la tua anima non è cosa più lieve
delle mani dei fianchi delle gambe
come è grazia il respiro che trattieni
il vigore che esplode e che ricade
la musica che segui e che incarni.
Il bagliore degli occhi non s’appanna
e la schiena incurvata non si spezza
anche se nel volteggio sul cavallo
lo speaker scopre un lampo d’incertezza.

E ora, prima che la cresta
dell’onda si sia ripiegata
– prima che un rotocalco
sveli la tua vita privata,
o ti riduca a schema
come una rotellina del sistema –
sii quale appari, perfetta
forma di giovinetta,
col ritmo del tempo coinciso
il tuo ritmo e il tuo sorriso
quando, un attimo vinta
la resistenza la spinta,
torna a dar consistenza
alla terra la tua cadenza.

Ma fino a quando – a me lo chiedo –
potrai lanciarti come viva foglia
che inventa il vento da cui viene avvinta
in mulinello, senza
che il ritornare a terra ne scomponga
la compattezza aerea?
È gioia d’un istante: anche se vera
non dura una preghiera.
E forse a ogni stagione, in ogni età
il più di sé può darlo
solo chi crede al vento che trascina
il mulinello d’immondizie,
chi non si salva, chi non si sottrae,
un ramo vivo, strappato
a una pianta che si credeva morta,
uno, con l’estro ancora di rispondere
ai perché d’una volta.

1976

(da Replay, Garzanti, 1980)

.

Alle Olimpiadi di Montreal, nel luglio 1976, la stella fu indubbiamente la ginnasta rumena Nadia Comaneci: vinse tre medaglie d’oro nel concorso generale, nella trave e nelle parallele asimmetriche, dove fu la prima atleta a far registrare un 10, il punteggio massimo. nella storia dei Giochi, mandando in tilt il sistema di registrazione dei voti computerizzati, che si fermava a 9,99. Oltre all’argento nel concorso a squadre e al bronzo nel corpo libero, segnò anche il record di atleta più giovane a vincere un oro olimpico. La sua grazia, la sua leggerezza, la sua eleganza nel compiere i gesti atletici colpirono il mondo, che si chiedeva anche quali sforzi e quanta programmazione e preparazione si celassero dietro quell’exploit – non certo il doping di stato della Germania Orientale, ma certamente l’allenamento ossessivo e “militarizzato” per quella che era poco più che una bambina. Se lo chiede anche il poeta Alessandro Parronchi, che presagisce quasi il suo futuro: dopo aver vinto altri due ori a Mosca, svariati titoli europei e universitari, a Nadia, dopo la fuga negli Stati Uniti dei suoi allenatori durante le Olimpiadi di Los Angeles del 1984, viene preclusa la possibilità di andare all’estero. “La vita assume nuovi toni di squallore” scrive nella sua autobiografia. Allena i giovani ginnasti e nel 1989, un mese prima della caduta del regime di Ceausescu, riesce a fuggire in Ungheria, da lì in Austria e infine negli Stati Uniti dove tuttora vive, dopo essere stata naturalizzata cittadina americana e aver sposato il ginnasta Bart Conner, conosciuto proprio alle Olimpiadi di Montreal.

.

nadiacomaneci2

FOTOGRAFIA © LIBRARISING

.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------
LA FRASE DEL GIORNO
Il duro lavoro ha fatto sì che fosse facile. Questo è il mio segreto. Questo è il motivo per cui ho vinto.
NADIA COMANECI




Alessandro Parronchi (Firenze, 26 dicembre 1914 – 6 gennaio 2007), poeta, storico dell'arte e traduttore italiano. Con il suo stile ricercato è passato da un ermetismo  incantato a un intimismo che trae giovamento dalla consolazione della memoria: per questo le sue poesie sono oggetto di un meditato lavorio con cui il ricordo media l’emozione.


mercoledì 25 agosto 2010

Olimpiadi di Roma, 50 anni

 


Ci sono eventi che restano nella memoria storica di un popolo: credo che le Olimpiadi di Roma siano uno di questi. Intendo dire che anche chi non le ha vissute perché, come me, non era ancora nato o era troppo giovane per averne coscienza, ne ha tuttavia una vaga sensazione come un retaggio atavico. Lo stesso è capitato, ad esempio, con lo sbarco sulla Luna.

 Il 25 agosto del 1960 iniziavano con una cerimonia inaugurale che vide la sfilata di 84 paesi e la dichiarazione di apertura da parte del presidente Giovanni Gronchi. Giochi che avevano il fascino dei campi di gara inusuali: lo stadio dei Marmi, le Terme di Caracalla, la Basilica di Massenzio, il Colosseo; e poi ancora il Golfo di Napoli, il lago di Albano, Castelgandolfo. Memorabile fu la maratona notturna vinta a piedi scalzi dall’etiope Abebe Bikila attraverso i luoghi più pittoreschi della Roma antica. Alla storia anche l’oro di Livio Berruti nei 200 metri con il record del mondo uguagliato, le cinque medaglie d’oro su sei degli italiani del ciclismo e le quindici su sedici dei sovietici nella ginnastica, le vittorie di Cassius Clay e Nino Benvenuti nel pugilato, l’oro di Costantino di Grecia nella vela, il trionfo di Raimondo D’Inzeo nell’equitazione e la nascita del “Settebello” azzurro nella pallanuoto. E ancora le due Germanie per l’ultima volta unite prima della costruzione del Muro di Berlino.

 


Un tempo che non c’è più, un’Italia completamente diversa nel suo tessuto sociale, stravolta dal progresso e dai cinquant’anni trascorsi. Un tempo in cui non c’erano sponsor e dove lo sport era scevro dalla politica e dalle strumentalizzazioni: solo otto anni dopo ci saranno le pantere nere sul podio di Tokyo, dodici anni dopo avverrà il massacro di “Settembre nero” a Monaco, sedici anni dopo il boicottaggio di Montreal…

 

L’accensione del braciere, Wilma Rudolph, la vittoria di Livio Berruti

.

* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
LA FRASE DEL GIORNO
Non sono i più forti, o i più belli, a vincere nelle Olimpiadi; ma prima di tutto coloro che partecipano.

ARISTOTELE, Etica Nicomachea

venerdì 11 giugno 2010

Calcio e poesia

 
Il calcio è fonte di passioni che spesso lo trasformano da sport a crudele rappresentazione. Naturalmente è del campo che parlo, perché tutto quello che avviene al di fuori, che lo corrode come un acido altro non è che violenza e teppismo. Ma sul rettangolo verde si consumano gioie e drammi sportivi: i vincenti inscenano i loro peana di vittoria, gli sconfitti siedono sull’erba con i volti disfatti e gli occhi bagnati di lacrime. Ogni quattro anni i Campionati mondiali esaltano gli istinti sportivi di intere popolazioni. Quelli che cominciano oggi in Sudafrica non saranno da meno. Ancora nessuno sa cosa porteranno, ma hanno nel loro tessuto immagini che vengono da lontano: l’urlo di Tardelli nella notte di Madrid, il gol incredibile di Maradona contro l’Inghilterra nel 1986 e quello scandaloso segnato con la mano, Vittorio Pozzo in doppiopetto portato in trionfo dai suoi giocatori nel 1934, le bandiere nelle notti magiche di Italia ‘90, il cielo azzurro sopra Berlino 2006, i brasiliani con l’immagine di Senna dopo il trionfo ai rigori del 1994…

Emozioni. Come emozione è la poesia. E i poeti non potevano mancare di raccontare il gioco del calcio.
.

.

VITTORIO SERENI

RINASCONO LA VALENTIA E LA GRAZIA

Rinascono la valentia
e la grazia.
Non importa in che forme - una partita
di calcio tra prigionieri:
specie in quello
laggiù che gioca all'ala.
O tu così leggera e rapida sui prati
ombra che si dilunga
nel tramonto tenace.
Si torce, fiamma a lungo sul finire
un incolore giorno. E come sfuma
chimerica ormai la tua corsa
grandeggia in me
amaro nella scia.


(da Diario d'Algeria, 1947)
.

.


.

.

UMBERTO SABA

TRE MOMENTI

Di corsa usciti a mezzo il campo, date
prima il saluto alle tribune. Poi,
quello che nasce poi,
che all'altra parte rivolgete, a quella
che più nera si accalca, non è cosa
da dirsi, non è cosa ch'abbia un nome.
 
Il portiere su e giù cammina come
sentinella. Il pericolo
lontano è ancora.
Ma se in un nembo s'avvicina, oh allora
una giovane fiera si accovaccia
e all'erta spia.
 
Festa è nell'aria, festa in ogni via.
Se per poco, che importa?
Nessun'offesa varcava la porta,
s'incrociavano grida ch'eran razzi.
La vostra gloria, undici ragazzi,
come un fiume d'amore orna Trieste.

(da Canzoniere, 1951).

.

* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
LA FRASE DEL GIORNO
Il calcio si sta trasformando in una religione sostitutiva di tipo laico, con una sua ritualità, i suoi simboli, le sue cattedrali, le sue sette.
MANUEL VÁZQUEZ MONTALBÁN, Avvenire, 2 agosto 1998




Vittorio Sereni (Luino, 27 luglio 1913 – Milano, 10 febbraio 1983), poeta italiano, è il capostipite della variante lombarda del novecentismo poetico, detto “Linea lombarda”. Ufficiale di fanteria, viene fatto prigioniero dopo l’8 settembre 1943. Nel dopoguerra è direttore letterario di Mondadori e cura la prima edizione dei Meridiani.


Umberto Saba, pseudonimo di Umberto Poli (Trieste, 9 marzo 1883 – Gorizia, 25 agosto 1957), poeta italiano tra i massimi del ‘900. Di famiglia ebraica, fu avviato agli studî commerciali, e fu per lunghi anni direttore e proprietario di una libreria antiquaria a Trieste. La sua poesia, quasi intimo diario e confessione, indaga le cose ultime, la donna, l’amore, il senso atavico del dolore. La sua opera è raccolta nel Canzoniere.



giovedì 3 giugno 2010

Stadi

Gli stadi sono andati assumendo negli ultimi decenni una valenza polifunzionale: da struttura prettamente sportiva si sono trasformati in centri di aggregazione che integrano ristoranti, musei, attività commerciali e persino funzioni sociali come succede nello stadio “La Maladière” di Neuchatel, che ospita la sede dei pompieri.

Il Comune di Milano ha in corso una mostra all’Urban Center di Galleria Vittorio Emanuele, a pochi passi dall’uscita in Piazza della Scala: “Stadio. Non solo sport” raccoglie i modellini di sedici impianti celebri e meno celebri che delineano lo sviluppo dell’architettura sportiva e il rapporto che lega gli stadi alla città.

Che siano riqualificazioni o impianti realizzati dal nulla, si possono ammirare le avveniristiche scelte degli architetti: l’arco reticolare che sostiene la copertura richiudibile di Wembley, l’involucro del “Nido d’uccello” olimpico di Pechino, la struttura minimalista di metallo abbinata al tessuto plastico stampato del futuro stadio Olimpico di Londra, i cuscini in materiale riciclabile e indeformabile dell’Allianz Arena di Monaco, le doghe trasparenti e riflettenti dell’Aviva di Dublino, la copertura capace di generare energia solare del Sankt Jakob di Basilea, il mosaico tra Miró e Gaudì che rivestirà il Camp Nou di Barcellona entro il 2014.

.

 image

Il progetto del nuovo “Camp Nou” di Barcellona e il “Nido d’uccello” di Pechino

I vecchi stadi mostrano tutti loro difetti: c’è il “Meazza” San Siro di Milano che non è più all’altezza dei nuovi canoni progettuali, privo com’è di strutture polifunzionali, ad eccezione del Museo dello Stadio. Stessa sorte per il “Santiago Bernabeu” di Madrid, che ha dovuto avviare una ristrutturazione radicale nel 2002 integrando al suo interno esercizi commerciali, il canale televisivo e il museo del club.

L’Aviva di Dublino e il nuovo stadio della Juventus

Il futuro porterà anche in Italia lo stadio di proprietà delle singole squadre, come accade in Inghilterra: in mostra c’è anche il nuovo stadio della Juventus, che nel 2011 sarà il primo impianto multifunzionale italiano. All’evento sportivo assocerà la fruizione dello stadio anche per manifestazioni cittadine con una piazza di 24.000 mq e ospiterà un parco commerciale, attrezzature sportive, aree a verde pubblico, un museo, utilizzando energie alternative quali il teleriscaldamento e i pannelli solari.

La speranza è che queste nuove mentalità facciano fiorire mentalità più aperte nelle teste di quelli che si definiscono tifosi e non sono altro che teppisti.



STADIO. NON SOLO SPORT
11 maggio-30 giugno 2010

Milano, Urban Center
Galleria Vittorio Emanuele 11/12
www. comune.milano.it

Ingresso gratuito


* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
LA FRASE DEL GIORNO
Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure.
ITALO CALVINO, Le città invisibili

sabato 15 maggio 2010

Cento anni d’azzurro

 

Cento anni d’azzurro. L’azzurro Savoia delle maglie della nazionale italiana di calcio. In realtà quando giocarono la prima partita, il 15 maggio del 1910 all’Arena di Milano, i calciatori italiani indossavano una maglia bianca, in omaggio alla Pro Vercelli, la squadra che aveva vinto gli ultimi due campionati e che quell’anno sarebbe stata derubata del titolo da un inghippo dell’Internazionale, che buttò alle ortiche il fair play e costrinse i vercellesi a schierare una formazione di ragazzini, essendo impegnati i titolari nel campionato militare.

Comunque quel primo incontro all’Arena fu un successo per l’Italia del calcio: stroncò i cugini francesi per 6-2. Il primo gol lo segnò il milanista Lana, che ne avrebbe realizzati altri due, compreso il primo rigore dato alla nazionale. Sul tabellino dei marcatori finirono anche Fossati, Rizzi, Debernardi e i francesi Bellocq e Dicret. La prima di 378 vittorie in 700 partite (il 54%), con il record di un 9-0 agli Stati Uniti il 2 agosto del 1948 nel torneo olimpico. 185 sono stati i pareggi e 137 le sconfitte: la più sonora un 1-7 patito dall’Ungheria il 6 aprile del 1924, la più clamorosa lo 0-1 firmato da Pak-Do-Ik nell’incontro con la Corea del Nord nei Mondiali inglesi del 1966.

 


Questi cento anni hanno visto gli azzurri trionfare quattro volte ai Mondiali: nel 1934 in Italia, nel 1938 in Francia, entrambe le volte guidati da Pozzo; nel 1982 in Spagna con Bearzot, nel 2006 in Germania con Lippi. E una volta agli Europei, nell’edizione casalinga del 1968, con Valcareggi in panchina e la fortuna di vincere il sorteggio con la monetina a spese dell’Unione Sovietica in semifinale. Nel palmarès anche l’unico titolo olimpico, conquistato dalla squadra di Pozzo nel 1936. In più ci sono le amarezze dei mondiali persi in finale nel 1970 e nel 1994 contro il Brasile e dell’Europeo sciaguratamente regalato ai francesi nel 2000.

La cosa più strana è che il paese si trasforma quando gioca la Nazionale: mette da parte tutti i suoi campanilismi e diventa davvero unito. Per quanto Renzo Bossi e Calderoli dicano di non tifare Italia, nessuno ci crede. Sono tutti lì e tutti spiegano il loro tricolore da Bolzano a Catania, si arriva anche ad applaudire il campione della squadra avversaria in campionato se fa gol. “Con quella maglia addosso non mi sono mai sentito solo” confessa Dino Zoff, il portiere eroe di Spagna 1982 e detentore del record d’imbattibilità con 1143 minuti senza gol tra il ‘72 e il ‘74: è vero, dove non riuscirono Cavour e Garibaldi, ogni due anni riescono i ragazzi che scendono in campo con la maglia azzurra agli Europei e ai Mondiali. E quando giocano all’estero regalano sogni e speranze agli emigranti, un pezzetto di cielo d’Italia è in quell’azzurro che spesso li riempie d’orgoglio, come nel 1973, quando Fabio Capello segnò il gol dell’1-0 che permise alla nazionale di espugnare per la prima volta il tempio dei maestri del calcio inglesi, Wembley, ripagandoli di tante umiliazioni.

E nel prossimo secolo azzurro cosa ci aspetta? Sui risultati non si può dire nulla, ma certo in campo e fuori ci saranno i nuovi italiani, quelli con la pelle scura, quelli con l’accento dell’Est o sudamericano: la squadra è sempre stata lo specchio del paese e le nazionali juniores già ne sono testimonianza.

 

Fotografie (dall’alto): Olimpiadi del 1912, Mondiali 1938, Mondiali 1982, Festa al Circo Massimo per la vittoria ai Mondiali 2006

.

*  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *  *
LA FRASE DEL GIORNO 
Gli Italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre. 
WINSTON CHURCHILL

martedì 11 maggio 2010

Ayrton


MARIO BENEDETTI

REQUIEM PER AYRTON SENNA

Ieri sera, quando ho saputo che Ayrton Senna
si era immolato sul circuito di Imola
mi ha invaso una compassione polverosa,
una tristezza residua

Non ho mai provato ammirazione per la Formula Uno
ma questo paulista temerario ed euforico
che sfidava la morte su bolidi di fuoco
dilapidava un coraggio così terzomondista
che non si poteva che sostenerlo quando per esempio
sottometteva il primo mondo di Alain Prost

Biografia di orizzonti curvilinei
costellata di trionfi in extremis
trascorreva laggiù
caldo di minacce
meteorite terrestre e bruciacchiato
incredulo e credente
spietato e pietoso
artigiano del proprio martirio

intempestivo e drastico
veloce come un singhiozzo
usciva dalla pista e dalla primavera
i sogni si accodavano senza avanguardia
e nessuno potrà più issarli a trecento all’ora
e mentre i professionisti della sensazione ci stordiscono
omaggio e pena ci fanno silenziosi.

(da “Inventario tres”)

.

Sono trascorsi sedici anni da quando Ayrton Senna usciva di pista dopo pochi giri nel Gran Premio di San Marino di Formula 1 e il piantone dello sterzo della sua Williams gli devastava il petto. Era il 1° maggio del 1994, una domenica in cui tutto il mondo rimase con il fiato sospeso in attesa di notizie dall’ospedale dove il pilota brasiliano era stato ricoverato. Troppo forte era stato lo choc per chi era davanti ai televisori: il giorno prima, durante le prove di qualificazione, sullo stesso circuito era morto l’austriaco Ratzenberger ma il circus non si era voluto fermare. Lo stesso Senna, prima della gara, aveva deposto un mazzo di fiori nel punto in cui era morto il pilota.

Si era capito subito che il simpatico Ayrton, allegro e triste al contempo come tutti i brasiliani, non ce l’avrebbe fatta. La notizia fatale arrivò in serata, una sera di primavera con le foglie nuove e rigogliose e i fiori ad abbellire i giardini. Sembrava troppo forte e ingiusto quel contrasto: un uomo di 34 anni, bello, ricco e famoso, se ne andava così.

Anche il poeta uruguayano Mario Benedetti fu molto colpito e dedicò a Senna questa poesia, nella quale rivendica anche l’orgoglio terzomondista, la capacità di Ayrton di battagliare con i grandi piloti europei e di sottometterli: celebri furono i prolungati duelli con il francese Alain Prost. Ma tutto passa in secondo piano dietro la scomparsa di un uomo. Restano solo la pena e la tristezza, il dolore e la memoria. Il processo ai vertici della Williams è finito in un nulla di fatto, come spesso capita in Italia, Ayrton invece brilla nel cielo dei miti.

.

 image

.

* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
LA FRASE DEL GIORNO
Ognuno lascia la vita come se l’avesse cominciata allora.
EPICURO, Esortazioni




Mario Orlando Hamlet Hardy Brenno Benedetti-Farugia, noto come Mario Benedetti (Paso de los Toros, 14 settembre 1920 – Montevideo, 17 maggio 2009), poeta, saggista, scrittore e drammaturgo uruguaiano. Figlio di immigrati italiani, fece parte della Generazione del’45. Nel 1973 fu costretto all’esilio dal golpe militare. Rientrò nel 1983.


venerdì 26 dicembre 2008

Trent'anni di Dakar


Non è solo sport la "Dakar", anzi quello è forse il suo aspetto marginale: è avventura, è scoperta di mondi differenti, in particolar modo l'Africa profonda, il suo odore di spezie, le notti fredde e i giorni bollenti dei deserti. In una parola sola, questo particolarissimo rally riservato ad auto, moto e camion è un "mito".

Era il 26 dicembre del 1978 quando partì la prima edizione, dal Trocadero di Parigi, ed il suo nome allora era "Parigi-Dakar" ed aveva già in quell'accorpamento dei nomi di due città lontane qualcosa di epico, rimandava alla "Parigi-Pechino". Quell'anno si radunarono 182 equipaggi: il percorso, voluto dal fondatore Thierry Sabine, si concludeva nel Senegal, a Dakar, dopo 10.000 chilometri di dune, sudore e odore di olio per motori e carburante.

Nel corso di questi trent'anni la situazione è molto cambiata: se le polemiche sulla pericolosità del rally non sono riuscite a minarne lo svolgimento neanche dopo la morte durante la gara del fondatore stesso - e di ben 24 piloti, tra i quali l'italiano Fabrizio Meoni, vincitore nel 2001 e 2002 - i mutamenti politici ed economici e l'escalation del terrorismo internazionale hanno costretto gli organizzatori a spostare il punto di arrivo (Città del Capo) o di partenza (Granada, Barcellona, Lisbona, la stessa Dakar) senza mai lasciare l'Africa.

Lo scorso anno, alla vigilia di Natale, terroristi di Al Qaeda uccisero quattro turisti in Mauritania, la situazione divenne rischiosa e la "Dakar" fu annullata su pressione del governo francese. La lezione del 1992, quando vi furono attacchi alla carovana con morti e feriti in Ciad da parte della guerriglia, evidentemente era stata salutare.

Quest'anno si cambia, allora: l'Africa viene abbandonata e si migra verso il più ospitale Sudamerica: 820 tra auto, moto e camion sono stati imbarcati a Le Havre su un cargo di 180 metri e trasportati a Zarate, 60 chilometri da Buenos Aires, dove sono giunti il 18 dicembre. La gara, che inizierà il 3 gennaio, seguirà un percorso circolare in 14 tappe attraverso l'Argentina e il Cile, totalizzando 9.578 chilometri. I concorrenti partiranno da Buenos Aires e attraverseranno le Ande, la Patagonia ed il deserto di Atacama, per tornare nella capitale argentina il 17 gennaio.

Invece dei tuareg incontreranno i vigili armati di autovelox: dovranno rispettare il limite di velocità, che è di 110 km/h.




Il logo della Dakar 2009

IL SITO UFFICIALE: Dakar.com


* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
LA FRASE DEL GIORNO
Fortissimi d'animo, a buon diritto, vanno considerati coloro che, conoscendo chiaramente le difficoltà della situazione, ed apprezzando le delizie della vita, tuttavia, proprio per questo non si ritirano di fronte ai pericoli.
TUCIDIDE, La guerra del Peloponneso

domenica 24 agosto 2008

La maratona di Saint Louis



La maratona è una gara che alle Olimpiadi riserva sempre sorprese e storie interessanti. Se a Londra nel 1908 Dorando Pietri vinse e fu squalificato, quattro anni prima, a Saint Louis, in un’edizione dei Giochi stranissima, con 390 gare, di cui solo poche considerate per gli annali, giunse primo l’americano Fred Lorz.

Ma quando sul traguardo arrivò, seguito dalle auto della giuria, l’altro americano Thomas Hicks, si scoprì l’inghippo: Lorz, che era fresco come una rosa, aveva percorso gran parte dei 42 chilometri a bordo di un’automobile. In realtà, dopo una decina di chilometri, il maratoneta aveva deciso di ritirarsi e salì sull’auto. Quando il veicolo rimase in panne, nel cervello di Lorz si accese la lampadina: riprese la gara ed arrivò trionfante. Gli avevano dato anche la coppa destinata al primo quando, stremato, sopraggiunse Hicks con i giudici di gara: al povero Fred toccò confessare e restituire il simbolo della vittoria. Hicks, il vincitore, passò direttamente dallo stadio all’ospedale: aveva assunto solfato di stricnina e svenne dopo il filo di lana.



Il vincitore, Hicks (Fotografia © Missouri Historical Society)


Altri episodi bizzarri si verificarono durante la maratona di Saint Louis: il cubano Feliz Carvajal de Soto si presentò vestito da cowboy e si sbarazzò dell’abbigliamento ingombrante chilometro dopo chilometro, poi ebbe una crisi di fame, colse delle mele acerbe, le mangiò e stette subito male. Arrivò comunque quarto: secondo e terzo furono gli statunitensi Albert Corey e Arthur Newton.

L’americano Leutanow invece si trovava in testa e l’oro era praticamente già al suo collo quando venne aggredito da un cane e dovette rifugiarsi nei campi. 

Insomma, capitò di tutto: dalla truffa al doping, dalla sfortuna all’ingenuità. Ben altre furono le vergogne di quelle III Olimpiadi, i giochi dedicati alle “razze": neri, pellirosse e africani costretti a esibirsi come fenomeni da baraccone. Lo spirito olimpico doveva ancora nascere…


Il manifesto olimpico



* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
LA FRASE DEL GIORNO
Forse non è strano che nel corso mutevole della fortuna, attraverso l'infinità del tempo, la casualità degli eventi produca spesso circostanze uguali.
PLUTARCO, Sertorio

venerdì 22 agosto 2008

Film olimpici


È tempo di Olimpiadi. Quelle di Pechino, le XXIX dell'era moderna si avviano alla conclusione. La rivista “Access Hollywood” ha voluto stilare una sua personale classifica di film dedicati ai Giochi.

La medaglia d’oro non poteva che andare a “Momenti di gloria”, vincitore di quattro Premi Oscar, impreziosito dalla splendida colonna sonora di Vangelis. La pellicola di Hugh Hudson racconta la partecipazione di due giovani inglesi provenienti da ceti sociali differenti alle gare di atletica delle Olimpiadi di Parigi del 1924.

L’ideale argento di “Access Hollywood” è per un film americano del 2004 interpretato da Kurt Russell, “Miracle”, che racconta la vittoria inattesa della selezione USA di hockey su ghiaccio contro i fortissimi sovietici alle Olimpiadi invernali di Lake Placid del 1980.

Il bronzo va a “Cool Runnings (Quattro sotto zero)”, storia della partecipazione della squadra giamaicana di bob a quattro ai Giochi di Calgary del 1988. Il film, del 1993, è diretto da John Turteltaub, l’allenatore è interpretato dal compianto attore canadese John Candy.

Gli altri film che compongono la decina: “Passione per il trionfo” (1993), dedicato anch’esso all’hockey su ghiaccio americano, ma alle Olimpiadi di Albertville; “Munich” (2003) di Steven Spielberg, sulla tragedia di Monaco 1972, quando terroristi palestinesi uccisero undici atleti israeliani; “Prefontaine” (1997), biografia del mezzofondista Steve Prefontaine, quarto a Monaco 1972 nei 5.000 metri e morto in un incidente automobilistico due anni dopo; “Olympia” (1938), famosissima opera di Leni Riefenstahl sui Giochi di Berlino 1936; “Un giorno di settembre” (1999) del regista scozzese Kevin Mac Donald, un altro film sulla strage di Monaco 1972; “Giorni ribelli” (1986), storia di un ginnasta di fama che diventa allenatore; e infine “Due pattini per la gloria” (2007), con due pattinatori rivali costretti a gareggiare in coppia.


Una scena di "Momenti di gloria" (da Igm.Com)



* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
LA FRASE DEL GIORNO
... sono i più forti o i più belli, a vincere nelle Olimpiadi; ma prima di tutto coloro che partecipano.
ARISTOTELE, Etica Nicomachea

giovedì 24 luglio 2008

La vittoria di Dorando Pietri


Johnny Hayes. È il nome del vincitore della gara di maratona alle quarte Olimpiadi moderne. “Per ogni mille persone che conoscono il nome di Dorando, forse nemmeno una sarà in grado di dire chi fu il vincitore ufficiale della Maratona di Londra" ebbe a dire Harold Abrahams, il campione dei 100 metri alle Olimpiadi di Parigi del 1924, a cui venne dedicato il film “Momenti di gloria”.

Se pensiamo a quelle lontane Olimpiadi di Londra, a quella gara svoltasi il 24 luglio del 1908, esattamente cento anni fa, una sola immagine ci viene in mente: quella di un uomo baffuto con la camicia bianca e dei lunghi pantaloncini scuri, con un fazzolettone bianco in testa, barcollante, esausto, che taglia il traguardo aiutato da due uomini negli ultimissimi metri. È lui il vero vincitore, è Dorando Pietri.
Le Olimpiadi erano appena agli albori: non avevano un grande passato alle spalle, ma quell'evento colpì tutto il mondo, tanto da essere considerato l’episodio più celebre nella storia dei Giochi ancora adesso che a Pechino (non a Beijing come spesso si sente dire) si disputa la ventinovesima edizione.

"Io non sono il vincitore della maratona. Invece, come dicono gli inglesi, io sono colui che ha vinto ed ha perso la vittoria" scrisse il 30 luglio 1908 sul Corriere della Sera lo stesso Dorando Pietri. Forse quel piccolo ventitreenne di Carpi, garzone di pasticceria, aveva capito che entrava nella storia: se avesse vinto e basta, sarebbe stato uno dei tanti, come Johnny Hayes, arrivato con nove minuti di ritardo, che “vinse” solo grazie al reclamo presentato dalla federazione statunitense. Invece la sua vittoria era molto più grande, andava al di là di tutte le ingiustizie e di tutte le prepotenze, lo portava direttamente nel mito e nella leggenda, lo consegnava all’empireo sportivo.

Era una vicenda molto commovente. Il Daily Mail scrisse: “La grande impresa dell'italiano non potrà mai essere cancellata dagli archivi dello sport, qualunque possa essere la decisione dei giudici". Arthur Conan Doyle, lo scrittore “padre” di Sherlock Holmes, diede il via a una raccolta di denaro per premiare Dorando Pietri e consentirgli di aprire una panetteria; Irving Berlin gli dedicò una canzone, “Dorando”; la regina Alessandra gli donò una coppa d‘argento.

Ma i soldi arrivarono a Dorando dalla tournée negli Stati Uniti e in Sudamerica: nel novembre 1908 batté Hayes nella maratona di rivincita organizzata al Madison Square Garden di New York, e lo ribatté nel 1909. Nel 1911, a soli 26 anni, si ritirò: in tre anni di professionismo, partecipando a 46 gare aveva guadagnato premi per 200.000 lire. Non aprì una panetteria, come aveva pensato Conan Doyle, ma un hotel, che non riuscì a gestire.

Fotografie di pubblico dominio




* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
LA FRASE DEL GIORNO
Mito è infatti fondazione di vita, è lo schema senza tempo, la formula religiosa in cui la vita, dopo aver attinto dall'inconscio i tratti del mito e averli riprodotti, confluisce.
THOMAS MANN, Giuseppe e i suoi fratelli