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domenica 11 settembre 2016

O New York

 

ALDA MERINI

ALDA MERINI PER L’11/9

O New York notturna del nostro amore
così decapitata, ogni tua luce
è stata il vagito della nostra poesia.
Tu non puoi morire quando sogni
poiché noi italiani ti abbiamo
cullato tra le nostre braccia.
Penso che l'amore sia una grande torre
una torre addormentata nel cuore della notte.
Ma questi giganti che ormai non parlano più
hanno sepolto sotto le loro macerie
anche i nostri sospiri d’amore,
”quando la sera si stendeva sopra un tavolo
come un paziente in preda alla narcosi”

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Quindici anni, volati come il vento. Eppure quell’11 settembre 2001 rimane lo spartiacque tra due secoli, tra due vite. Il mondo è cambiato, la percezione della sicurezza è mutata, in peggio naturalmente, e altri sanguinosi eventi hanno colpito l’Europa e gli stessi Stati Uniti. Ci sono state guerre in nome di quell’11 settembre, che poi con effetto domino hanno sconquassato la regione nordafricana e quella mediorientale. L’attentato con aerei di linea che causò il crollo delle Torri Gemelle e la morte di quasi 3000 persone è ben chiaro nelle nostre menti, ancora vivido. Tutti quanti sappiamo dove eravamo e che cosa stavamo facendo in quel preciso momento. Il fatto che abbia colpito una delle città più amate del mondo e in un certo senso anche quel “sogno americano” che romanticamente portiamo in cuore ha contribuito ancora di più a scolpire quel giorno nei nostri ricordi. Questi sono i versi d’occasione che la poetessa milanese Alda Merini dedicò “a caldo” all’evento.

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11-9

FOTOGRAFIA © ROBERT CLARK/AP

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LA FRASE DEL GIORNO
Con l’11 settembre molto è cambiato: ora è diffusa la coscienza del contingente, dell’effimero, della fragilità.

JOHN FRANCIS STAFFORD




Alda Giuseppina Angela Merini (Milano, 21 marzo 1931 - 1º novembre 2009),  poetessa, aforista e scrittrice italiana. Vide pubblicate le prime poesie a diciannove anni. L’amore agitato con Giorgio Manganelli riportò alla luce i disagi psichici: dal 1965 al 1972 fu internata in ospedale psichiatrico. Dimessa, visse nella sua casa sui Navigli, spesso in stato di emarginazione, circondandosi di artisti.


lunedì 25 aprile 2016

Lo impiccarono i tedeschi

 

MARIO TOBINO

IL PASI

Il Pasi era un giovanotto
veniva dalla Romagna,
insieme eravamo giovani,
si camminava muovendo le spalle,
le donne avean per noi debolezza.
Lui lo impiccarono i tedeschi
dopo sevizie che non ho piacere si sappiano,
io ho un cappotto di anni,
ma, o Pasi, sei stato
il più bell'italiano di mezzo secolo.

(da L'asso di picche, Vallecchi, 1955)

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25 aprile, Anniversario della Liberazione. Al di là della retorica e dei suoi eccessi, ecco una umanissima poesia di Mario Tobino, scrittore e psichiatra viareggino, combattente sul fronte libico e, dopo l’8 settembre, partigiano sulle colline toscane. È il ricordo di Mario Pasi, medico ravennate, commissario del CLN bellunese, catturato nel dicembre 1944 dai tedeschi, torturato e seviziato per quattro mesi nella caserma Tasso di Belluno e impiccato il 10 marzo 1945 al Bosco delle Castagne per rappresaglia ad un attentato al Poligono di tiro di Mussoi. I versi di Tobino fanno pensare ancora una volta alla celebre frase della Casa in collina di Cesare Pavese: “Ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”.

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foto-archivio-25-aprile

IMMAGINE DAL WEB

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LA FRASE DEL GIORNO
La storia fosse scritta dalle vittime / altro sarebbe, un tempo di minuti, / di formiche incessanti che ripullulano / al nostro soffio e pure ad una ad una / vivide di tenacia, intente d’essere.
ALFONSO GATTO, La storia delle vittime




Mario Tobino (Viareggio, 16 gennaio 1910 – Agrigento, 11 dicembre 1991), medico, scrittore e poeta italiano. Autore prolifico, esordì prima come poeta per poi affermarsi come romanziere. Le sue opere sono segnate da uno spiccato autobiografismo e da una forte connotazione psicologica e sociale.



mercoledì 4 novembre 2015

Basterà un giorno di sole

 

PIERO JAHIER

DICHIARAZIONE

Altri morirà per la Storia d'Italia volentieri
e forse qualcuno per risolvere in qualche modo la vita.
Ma io per far compagnia a questo popolo digiuno
che non sa perché va a morire
popolo che muore in guerra perché "mi vuol bene"
"per me" nei suoi sessanta uomini comandati
siccome è il giorno che tocca morire.
 
Altri morirà per le medaglie e per le ovazioni
ma io per questo popolo illetterato
che non prepara guerra perché di miseria ha campato
la miseria che non fa guerre, ma semmai rivoluzioni.
Altri morirà per la sua vita
ma io per questo popolo che fa i suoi figlioli
perché sotto coperte non si conosce miseria
popolo che accende il suo fuoco solo a mattina
popolo che di osteria fa scuola
popolo non guidato, sublime materia.

Altri morirà solo, ma io sempre accompagnato:
eccomi, come davo alla ruota la mia spalla facchina
e ora, invece, la vita.

Sotto ragazzi,
se non si muore
si riposerà allo spedale.
Ma se si dovesse morire
basterà un giorno di sole
e tutta Italia ricomincerà a cantare.

(da Con me e con gli Alpini, Edizioni de “La Voce”, 1920)

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Oggi è il 4 novembre, giornata dedicata alla memoria dei caduti della Prima guerra mondiale. Sto leggendo La guerra dei nostri nonni, il libro di Aldo Cazzullo con le testimonianze sul conflitto, definito da Papa Benedetto XV “inutile strage”. Fu una guerra atroce e insensata, condotta dal comando italiano con un’incoscienza al limite del sadismo. A fare da contraltare a quegli ordini di attacco contro ogni ragione e contro ogni logica, vi era però l’umanità delle truppe, della “carne da macello” usata dai governanti per avanzare di pochi chilometri sulle cartine geografiche. A loro vada il nostro ricordo in questi anni in cui, ricorrendo il centenario, si susseguono mostre, film e e manifestazioni commemorative. A loro, che ebbero il rispetto degli ufficiali inferiori come il tenente Piero Jahier, che si arruolò volontario tra gli Alpini per “ritrovare se stesso” in mezzo a quella varia umanità popolare: contadini analfabeti, artigiani, padri di famiglia richiamati, poveri cristi usati come arma da quei sovrani che litigano per i possedimenti e poi “se scambieno la stima / boni amichi come prima. / So cuggini e fra parenti / nun se fanno comprimenti: / torneranno più cordiali / li rapporti personali”, come recita una poesia di Trilussa.

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Alpini

ALPINI IN AZIONE, 1915 - FOTOGRAFIA © WIKIMEDIA

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LA FRASE DEL GIORNO
Critican sempre perché mi accompagno / cogli inferiori  / Ma non mi accompagno cogli inferiori: /mi accompagno coi miei uguali.
PIERO JAHIER, Con me e con gli alpini




Piero Jahier (Genova, 11 aprile 1884 – Firenze, 19 novembre 1966), scrittore, poeta e traduttore italiano. La sua poesia possiede un tono biblico e profetico che egli assume sia dalla versione latina e italiana delle Sacre Scritture sia dalle cadenze di Walt Whitman e di Paul Claudel (che lo scrittore ebbe modo di tradurre) e ancora dal futurismo. Le immagini che propone sono di una forte moralità e si rifanno alla vita contadina e agli affetti domestici.


domenica 24 maggio 2015

La notte violentata

 

GIUSEPPE UNGARETTI

IN DORMIVEGLIA

Valloncello di Cima Quattro il 6 agosto 1916

Assisto la notte violentata

L’aria è crivellata
come una trina
dalle schioppettate
degli uomini
ritratti
nelle trincee
come le lumache nel loro guscio

Mi pare
che un affannato
nugolo di scalpellini
batta il lastricato
di pietra di lava
delle mie strade
ed io l’ascolti
non vedendo
in dormiveglia

(da L’Allegria, 1931)

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“Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il ventiquattro maggio; / l’esercito marciava per raggiunger la frontiera / per far contro il nemico una barriera! / Muti passaron quella notte i fanti, / tacere bisognava e andare avanti”: l’inno patriottico della Prima Guerra Mondiale fotografa esattamente quel 24 maggio del 1915 in cui anche l’Italia precipitava nella “inutile strage”: un silenzio sgomento e un ordine da eseguire alla lettera. Fu un conflitto crudele, logorante, di trincea, cruento: passò attraverso l’orrore dei gas e delle decimazioni, avviò la strada dei bombardamenti aerei, seminò distruzione.

Giuseppe Ungaretti è probabilmente il suo più grande cantore in poesia, uno sguardo dall’interno, dalle trincee del Carso: certi suoi versi sono divenuti quasi proverbiali: “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie” (Soldati) e “Di queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro // Di tanti / che mi corrispondevano / non è rimasto / neppure tanto” (San Martino del Carso). L’immagine della notte violentata dagli spari degli uomini rintanati come le lumache nelle trincee è calzante, è l’inutile violenza che ancora una volta si manifesta. Ma Ungaretti è uomo di speranza e quei colpi di fucile, quelle mitragliate che forano il buio si trasformano nel ritmico martellare degli scalpellini pugliesi che lastricarono la sua Alessandria d’Egitto con pietra lavica. Anche la guerra un giorno finirà.

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Piave prima guerra mondiale-2

IL PASSAGGIO DEL PIAVE IN UN’IMMAGINE TRATTA DAL WEB

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LA FRASE DEL GIORNO
Ma nel cuore / nessuna croce manca / È il mio cuore / il paese più straziato.

GIUSEPPE UNGARETTI, L’Allegria




Giuseppe Ungaretti (Alessandria d’Egitto, 8 febbraio 1888 – Milano, 1º giugno 1970) è uno dei tre grandi poeti dell’Ermetismo italiano. Trasferitosi a Parigi nel 1912, prese parte alla Prima guerra mondiale nelle trincee del Carso e poi in Champagne. Dal 1935 al 1942 insegnò in Brasile e dal 1947 al 1965 fu professore di letteratura moderna alla Sapienza.


lunedì 24 marzo 2014

Fosse Ardeatine, 70 anni

 

ALFONSO GATTO

IL RACCONTO

Kappler-faccia tagliata venne per testimone
a raccontarci il massacro.
Si disse fanatico e sacro
nella sua grande fatica
d'abbattere ostaggi, un portone
di buio aperto dai fari
la cava di Roma antica.

Su quel trofeo di vendetta
- sempre più deboli i forti
ciechi nel giallo alone
del tufo in polvere - in vetta
lui solo a sparare per tutti
i carnefici arresi all'orrore,
lui solo totale furore
di mazza sugli innocenti.
E tacquero i venti,
il silenzio non era del mondo
ma di quel sangue assetato.

Kappler-faccia tagliata parlava in tedesco,
il pubblico zitto
l'interprete muto.
Nessuno guardava più in giro,
tutti fissi in un punto, quel punto:
Kesselring, il viso compunto
nell'ordine, il fatto compiuto.
E nulla andò perduto
di quelle parole, io non le riesco
a staccare da me - e non da me, ma dal fitto
del petto con cui le respiro.
Blut diceva il sangue e tu-fo il tufo come noi,
mostrando fra le sue dita
la gialla arenaria che frana
su quella morte impaurita,
sulla giustizia vana
che lascia parole.

All'Appia antica se il sole
rallegra la via
e s'odono i passi perduti
dei morti cristiani,
ricorda gli eterni minuti
di questo supplizio. Domani
i giusti saranno con noi
nel tempo che i morti non hanno.
Or la pietà dell'inganno
vi chiude le tombe già aperte
perché la morte vi opprima
col peso di tutte le offerte,
col senno di poi.
Per altri innocenti, per altro furore
s'accenda la prima
la stessa parola d'amore
che ci fu tolta: domani.

(da La storia delle vittime, 1966)

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“Ad ascoltarlo [Kappler] erano tutti fissi dai propri banchi: egli descriveva la scena delle esecuzioni, esaltandosi alle sue stesse parole, stancandosi della fatica del massacro come allora, ma senza rompere l'equilibrio necessario… Erano queste stesse precisazioni che spiegavano l'episodio del massacro nel suo svolgimento e lo rendevano terribilmente vero”: Alfonso Gatto seguì come giornalista del Mattino del popolo di Venezia il processo ad Albert Kesselring e Herbert Kappler, responsabili dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, compiuto come rappresaglia dai tedeschi il 24 marzo 1944, all'indomani dell’attentato di Via Rasella nel quale i partigiani uccisero 33 soldati nazisti. Fu una vera e propria strage a sangue freddo: i tedeschi, dopo averli portati nelle cave di pozzolana sull’Ardeatina, uccisero dieci italiani per ogni loro soldato, sbagliando anche i calcoli poiché le vittime furono 335, rastrellate nelle carceri di Via Tasso e di Regina Coeli – in particolare partigiani, monarchici, massoni ed ebrei -  e tra i detenuti in attesa di giudizio anche per reati non politici. Poi fecero saltare la cava con le mine per sigillarla. Fu una delle crudeltà più impressionanti e gratuite dell’intera guerra, che lasciò un segno profondo nella coscienza della nuova Italia.

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ROMA, FOSSE ARDEATINE © ANTMOOSE

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LA FRASE DEL GIORNO
Quanto poté durare il tuo martirio / nelle sinistre Fosse Ardeatine / per mano del carnefice tedesco / ubriaco di ferocia e di viltà? / Come il lungo calvario di Gesù / seviziato, deriso e sputacchiato / nel suo ansante sudor di sangue e d'anima / fosse durato, o un'ora o un sol minuto; / fu un tale peso pel tuo cuore umano, / che avrai sofferto, o figlio, e conosciuto / tutto il dolor del mondo in quel minuto.
CORRADO GOVONI, Aladino, lamento su mio figlio morto




Alfonso Gatto (Salerno, 17 luglio 1909 – Orbetello, 8 marzo 1976), poeta e scrittore italiano. Ermetico, ma di confine, giornalista e pittore, insegnante di Letteratura all'Accademia di Belle Arti, collaboratore di “Campo di Marte”, la sua poesia è caratterizzata da un senso di morte che si intreccia al vivere.


venerdì 22 novembre 2013

Dallas, 22 novembre 1963

 

RAFFAELE CARRIERI

LA MORTE DI KENNEDY

Nella molto ricca città di Dallas
la Speranza si mise a piangere
e il sole si nascose per non vedere.
Nella bandiera dello Stato del Texas
c'è una sola stella
e quell'unica solitaria stella
quel venerdì diventò nera.
Nella molto ricca città di Dallas
la Speranza piangeva.
All'oscuro la Speranza piangeva
perché la luce era diventata nera
e la verità cieca.
Le campane, le campane, tutte le campane
delle ottocento chiese
della molto ricca città di Dallas
la sera del venerdì restarono mute,
mute in gramaglie.
E quando il lutto le scosse,
quando il lutto le percosse,
le campane, le campane, tutte le campane
della molto ricca città di Dallas
si misero a piangere la morte.

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L’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, giovane presidente americano in carica, avvenuto a Dallas il 22 novembre 1963, colpì molto l’opinione pubblica in tutto il mondo. Era come se un sogno si fosse infranto, era la speranza risorta dalle ceneri della guerra che veniva ferita da alcuni colpi di fucile sparati da non si sa chi. Fu un evento epocale – molti, non solo americani, ancora adesso sanno rispondere con sicurezza alla domanda “Dov’eri quando uccisero Kennedy?”, un po’ come accadde a noi nati in seguito con l’11 settembre. Il mondo quel 22 novembre sembrò sul punto di cambiare e virare nuovamente verso tempi bui – solo due anni prima era rimasto con il fiato sospeso per la questione della Baia dei Porci che aveva paventato l’ombra del conflitto atomico tra URSS e USA.  Raffaele Carrieri, racconta da poeta le emozioni provate quel giorno, quella sera di un venerdì di novembre rimasto nella storia.

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JFK_limousine

FOTOGRAFIA © PENN JONES PHOTOGRAPHS

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LA FRASE DEL GIORNO
Un uomo fa ciò che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana
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JOHN FITZGERALD KENNEDY, Profiles in courage




Raffaele Carrieri (Taranto, 23 febbraio 1905 – Pietrasanta, 14 settembre 1984), scrittore e poeta italiano. A quattordici anni abbandonò la città natale e viaggiò imbarcandosi come marinaio su bastimenti mercantili. Tornato in Italia fu per due anni gabelliere a Palermo. ”La mia poesia è tutta autobiografica; ispirata a fatti realmente accaduti, a viaggi, a soggiorni in paesi stranieri” scrisse di sé.

domenica 8 settembre 2013

L’8 settembre 1943

 

FRANCO FORTINI

UNA SERA DI SETTEMBRE

Una sera di settembre
quando le dure donne rauche di capelli strinati
si addolcivano pronte nei borghi calcinati
e ai fonti la sabbia lavava le gavette tintinnanti
ho visto sotto la luna di rame
sulla strada viola di Lodi due operai, tre ragazze ballare
tra le bave d'inchiostro dei fosfori sull'asfalto
una sera di settembre
quando fu un urlo unico la paura e la gioia
quando ogni donna parlò ai militari
dispersi tra i filari delle vigne
e sulle città non c'era che il vino agro
dei canti e tutto era possibile
intorno al fuoco della radio pallido
e chi domani sarebbe morto sugli stradali
beveva alle ghise magre delle stazioni
o nella paglia abbracciato al fucile dormiva
quando l’'estate inceneriva
da Ventimiglia a Salerno
e non c'era più nulla
ed eravamo liberi
di fuggire, di non sapere o piangere,
una sera di settembre.

1955

(da Poesia e errore, Feltrinelli, 1959)

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Fu una grande illusione collettiva quella che settant’anni fa, l’8 settembre 1943, prese gli italiani: quella sera infatti, seppero dalla radio che entrava in vigore l’armistizio di Cassibile siglato cinque giorni prima con gli anglo-americani. Alle 19.42, mentre fuori splendeva ancora l’ultima luce del giorno, il generale Badoglio diede l’annuncio, già letto a Radio Algeri dal generale americano Dwight Eisenhower.

« Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane.

La richiesta è stata accolta.

Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.

Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».

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Mentre i vertici dello Stato e del Regio Esercito fuggivano verso sud, la maggior parte degli italiani credette che la guerra fosse finita. Ma, dopo l’euforia, dopo la notte di baldoria e di gioia che racconta Franco Fortini in questa poesia, ci sarà la disillusione, risulterà chiaro il senso di smarrimento e di disorganizzazione: quei militari che ballavano nelle vigne e dormivano nei fienili si troveranno a dover inseguire lo “Stato”, a ritrovare le loro compagnie e i loro battaglioni, a scegliere infine da che parte stare. E a guardarsi le spalle da un altro terribile nemico, l’infuriato ex alleato tedesco. L’8 settembre 1943 la guerra non era finita: l’Italia aveva solo cambiato di campo, infilandosi nel doloroso capitolo della guerra civile.

 

8-settembre-1943-la-resa-dellitalia-L-Vpe_V7

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LA FRASE DEL GIORNO
Quando scoppia una guerra, la gente dice: "Non durerà, è cosa troppo stupida". E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare.
ALBERT CAMUS, La peste




Franco Fortini, nato Franco Lattes (Firenze, 10 settembre 1917 – Milano, 28 novembre 1994), poeta, critico letterario, saggista e intellettuale italiano. La sua poesia è testimonianza anche ideologica delle lotte di classe del primo dopoguerra, voce progressista e coscienza critica del fallimento degli ideali.



sabato 26 gennaio 2013

Tridentina, avanti!

 

NELSON CENCI

A UN AMICO LASCIATO SUL DON

Non ti ritrovai oltre il fiume
di ghiaccio e di morte,
quella notte di luna,
senza voce di vento
ma con parlare sommesso
tra gli aridi cespugli
ad attendere ombre
per un cammino di speranza.

Non ti vidi sulle piste segnate da croci
nel fragore d'armi e di grida,
dove tempo non v'era
per la pietà e il dolore.
Di questi lontani giorni
perduta è in altri ogni memoria
e sepolte sono le remote ansie.
Ma in questo mutare di cieli
io ascolto il buio
con stelle d'inverno a segnare le notti
e nei sogni dell'alba,
in questi risvegli di sole,
dopo lunghi silenzi ora ti ritrovo nel nostro verde vivere.
Non con la pioggia che batte sui vetri
lacrime di addio
ma con l'azzurro di giovani vite
a salutare il giorno.
Non più mani gonfie di gelo,
volto scavato di fame,
occhi perduti nel vuoto.

Non più scarponi di ghiaccio
a trascinare per strade di neve
il grande desiderio di morte
con l'acuto ricordo di giovani vite
perdute a rattristare il cuore.
Anche se il tempo oscura i ricordi
e qualcosa ogni giorno muore,
sotto queste foglie d'autunno
che coprono nella scavata terra
profumo di nuova erba e di fiori,
sempre viva resta la memoria
di Voi che abitate le notti.

(da Il passato che torna, 2001)

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Il 26 gennaio 1943 si combatteva a Nikolajewka la sanguinosa battaglia con cui gli italiani – tecnicamente invasori a fianco dell’esercito tedesco – dopo un’epica marcia di due settimane con temperature intorno ai 30° sotto zero dal Don verso le retrovie di Rossosch -riuscirono a sfondare l’accerchiamento sovietico e a uscire dalla sacca per poter finalmente tornare in patria.

Così raccontava Giulio Bedeschi in Centomila gavette di ghiaccio, un libro che può essere considerato, come Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, l’Anabasi di quella ritirata, di quella sconfitta miracolosamente trasformata in vittoria: “Un uomo, un solo uomo sommò nell'animo la disperata angoscia di tutti, vedendo i suoi alpini retrocedere combattendo sulla neve; i suoi alpini, poiché egli era il generale Reverberi comandante la Tridentina; e dalla somma di dolore gli scaturì dall'anima un gesto ed un grido. Fu una cosa semplice, ma condotta a cavalcioni della morte. Esisteva ancora un rugginoso carro blindato germanico in grado di rotolare i suoi cingoli sulla neve grazie a pochi litri di carburante residuo; su quello il generale si slanciò, salì ritto sul tetto, diede un secco ordine al guidatore, il carro si mosse avanzando verso i battaglioni in ripiegamento e verso il nemico. — Tridentina...! Tridentina avanti..! — gridò con forza selvaggia il generale Reverberi dall'alto del carro in movimento, indicando col braccio puntato Nikolajewka. Non fu lasciato avanzare solo: i suoi alpini, riserva disarmata, si gettarono avanti seguendo il carro; generale e soldati raggiunsero i battaglioni che, elettrizzati, fecero massa compatta: il carro sopravanzò trascinando seco il cuore e l'ansito dell'intera divisione; quell'uomo ritto sul tetto metallico non cadde, non fu trapassato, Iddio lo lasciò in piedi, gli consentì di guidare gli alpini fin sulle difese nemiche, di travolgerle in uno slancio furibondo, di rovesciare i cannoni fumanti, di porre in fuga i russi conquistando Nikolajewka e aprendo il varco entro cui dal costone, come richiamata dalle soglie della morte, irruppe la marea d'uomini dilagando nel paese”.

Settant’anni sono tanti, sono una vita compiuta. Molti dei testimoni dei fatti accaduti allora nella steppa russa – ucraina, per la precisione – sono passati nel paradiso di Cantore, come dicono gli Alpini: pochi mesi fa se n’è andato anche Nelson Cenci, il “tenente Cenci” del Sergente nella neve, medico, scrittore e poeta, autore dei versi proposti per questo anniversario. Gli anni trascorsi hanno trasformato i nemici in amici, i gesti di solidarietà verso quelle popolazioni “nemiche” ma mai considerate tali si sono succeduti negli anni. E ora, appurata infine l’inutilità di tutte le guerre, i caduti di ogni parte sono accomunati sotto un’unica bandiera, quella della memoria.

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LA FRASE DEL GIORNO
Il messaggio dei superstiti fu la condanna dell'assurda politica di guerra del fascismo. Questo spiega perché le popolazioni delle valli che avevano visto morire i loro figli in Russia si schierarono subito, d'istinto, con la Resistenza. I partigiani lottarono contro i nazi-fascisti anche per conto dei fratelli, dei figli, degli amici che erano morti in Russia.
NUTO REVELLI, La Stampa, 23 gennaio 1963




Nelson Cenci
(Rimini, 21 febbraio 1919 – Cologne, 3 settembre 2012), scrittore italiano. Nel 1942 partì per la campagna di Russia con la Tridentina - è il "tenente Cenci" del Sergente nella neve di Rigoni Stern. Dopo la guerra divenne medico e pubblicò memoriali, tra i quali Ritorno, poesie e racconti.


mercoledì 25 aprile 2012

La nuova storia


ROBERTO ROVERSI

IL TEDESCO IMPERATORE
X. La piazza è in festa

Carri armati posano
sotto gli alberi, i negri
ridono, stendono le mani,
la gente nelle vie,
tutte le finestre al sole.
Giorno sacro d'aprile. Alti vocianti
feroci uomini nuovi.
“È finita la guerra”, questo
il popolo grida; gli anni si frantumano,
un mondo nuovo affiora ribollendo
dalle schiuma aspra del dolore.
La piazza bianca di calce, bianca nell'aria d'aprile,
tacque; un uomo apparve sul palco,
parlò poche parole aprendo
la nuova storia.

(da Dopo Campoformio. Poemetti, Feltrinelli, 1962)

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Non ci sono parole da aggiungere a questa poesia: l’ho scelta per rappresentare quell’aria nuova che si respirò in Italia a partire dal 25 aprile 1945. La Liberazione, la fine della guerra, del fascismo, degli anni difficili. La consapevolezza che comunque le cose sarebbero state ancora non facili, che c’era da rimboccarsi le maniche e ricostruire, che bisognava conquistarsi il futuro, ma in libertà e democrazia. Ne uscirà “un’Italia rotta e adirata che ancora insiste / e resiste […] e non è splendente ma / grigia, non celeste ma nera, struggente come una brace” come scrisse Roberto Roversi, autore dei versi, giovane partigiano e poi fondatore con Pasolini e Leonetti di Officina.

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LIBERAZIONE DI BOLOGNA © PUBBLICO DOMINIO

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LA FRASE DEL GIORNO
Tu non sai le colline / dove si è sparso il sangue. / Tutti quanti fuggimmo / tutti quanti gettammo / l'arma e il nome.
CESARE PAVESE, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi




Roberto Roversi (Bologna, 28 gennaio 1923 – 14 settembre 2012), scrittore, poeta e giornalista italiano. Marxista, gestore della libreria Palmaverde, fondò e diresse le riviste Officina e Rendiconti. Fu paroliere per Lucio Dalla, con il quale pubblicò tre album.


sabato 14 aprile 2012

Titanic


THOMAS HARDY

LA CONVERGENZA DELLE METÀ

versi sulla perdita del Titanic

I

Nella solitudine del mare
al fondo dell’umana vanità
e dell’Orgoglio che la progettò, immobile sta.

II

Le camere d’acciaio, un giorno pire
dei suoi fuochi di salamandra,
fredde correnti percorrono risuonando al ritmo delle lire delle maree.

III

Sugli specchi destinati
a riflettere l’opulenza
striscia Il verme marino, grottesco, viscido, indifferente animale.

IV

Gioielli progettati con gioia
per rapire menti sensuali
giacciono opachi, le loro scintille offuscate, nere e cieche.

V

Pesci dai fiochi occhi a palla
ammirano gli equipaggiamenti dorati
e si domandano: “Che ci fa questa vanagloria, quaggiù?”

VI

Allora: mentre forgiava
questa creatura dall’ala tagliente
la Volontà Immanente che muove e sorregge tutto

VII

Preparava uno sposo sinistro
per lei – così allegramente grande -
una Forma di Ghiaccio, ancora lontana e separata.

VIII

E mentre l’elegante nave cresceva
in statura, grazia e colore,
nel silenzio oscuro cresceva lontano anche l’Iceberg.

IX

Estranei sembravano essere
nessun occhio d’uomo poteva vedere
l'intima saldatura della loro storia futura

X

O presumere che fossero incanalati
su rotte coincidenti
per diventare a breve due  metà di un solo augusto evento,

XI

Finché la Tessitrice degli Anni
non ha detto “Ora”, e ognuno ha saputo
e il compimento è giunto a scuotere due emisferi.

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Si sono versati fiumi di inchiostro e note musicali e chilometri di pellicole cinematografiche sul Titanic, “questa nera nave che mi dicono non può affondare” per citare almeno L’abbigliamento di un fuochista di Francesco De Gregori, che affondò il 14 aprile 1912 dopo aver urtato un iceberg poco prima della mezzanotte molto al largo di Terranova. Morirono 1553 dei 2223 passeggeri e la notizia fece il giro del mondo come “il più disastroso naufragio della storia”. Dalla cronaca passò direttamente nel mito: 18 film, da Saved from the Titanic del 1912 a Titanic 3D del 2012, citazioni come quella in Ghostbusters, dove arriva come nave fantasma nel porto di New York, location per romanzi d’avventura e spionaggio quale Recuperate il Titanic! di Clive Cussler. E rare poesie, come questa di Thomas Hardy (1840-1928), poeta inglese legato al naturalismo: la scrisse pochi giorni dopo il disastro, si scagliò contro il gigantismo del progresso e destinò alle famiglie delle vittime i proventi della vendita. Non un granché come poesia, ma una testimonianza storica interessante.

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WILLY STOWER, “TITANIC SINKING”

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LA FRASE DEL GIORNO
Qualcosa rimane sempre – / bottiglie, tavoli, sedie a sdraio, stampelle, / i detriti lasciati alle spalle, / un vortice di parole, /canti, bugie, reliquie / rottami – tutto questo – / che danzano e rotolano sull’acqua
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HANS MAGNUS ENZENSBERGER, La fine del Titanic




Thomas Hardy (Upper Bockhampton, 2 giugno 1840 – Dorchester, 11 gennaio 1928), poeta e scrittore britannico. Divenne famoso per i suoi romanzi improntati alla nuova corrente letteraria del realismo ma con notevoli influenze romantiche. Quasi tutti i suoi romanzi si svolgono nel Wessex, una contea inesistente, regno anglosassone medievale, e narrano di storie d'amore tormentate con risvolti tragici.



giovedì 26 gennaio 2012

Nikolajewka


“Per le strade passavano in silenzio slitte e gruppi di uomini.
Sembravano ombre che uscivano dalla neve”.
MARIO RIGONI STERN

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.Oggi, invece della poesia, un canto straziante costituito da una sola parola ripetuta su una melodia che ha qualcosa delle antiche canzoni russe. Non è un canto di guerra, sebbene a una dolorosa vicenda bellica – la Ritirata di Russia del gennaio 1943 - si riferisca, ma un omaggio reso sul finire degli Anni ‘60 dal rivoluzionario direttore di cori Bepi De Marzi. Ascoltandolo, sembra di vedere quella lunga marcia di soldati male armati, male equipaggiati, con i piedi congelati, le barbe ispide coperte di ghiaccio, assediati dalla fame e dal gelo. Avevano abbandonato l’ansa del Don per ripiegare, i russi li avevano accerchiati ma loro non lo sapevano, credevano di trovare gli alleati tedeschi ad attenderli con camion e aerei. Invece il 26 gennaio 1943 arrivarono al sottopassaggio della ferrovia di Nikolajewka e dovettero combattere per uscire dalla sacca e riguadagnare la strada verso l’Italia, verso le case e le famiglie lontane migliaia di chilometri, maledicendo anche chi li aveva mandati in quel macello.

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Sentite che cosa raccontava sulla Stampa del 23 gennaio 1963 Nuto Revelli, che fu ufficiale alpino del Tirano in quella ritirata e poi partigiano: «Tutti eravamo più o meno congelati. Il nostro equipaggiamento, già disastroso all'inizio della ritirata, era ridotto a brandelli. Durante gli otto giorni di marcia, quasi tutti avevano gettato gli scarponi di tipo "standard", uguali per la Russia come per l'Africa, perché i piedi congelati gonfiavano, e li avevano sostituiti con strisce o involti di coperte. C'era anche gente scalza o con i piedi fasciati di paglia. Sotto i cappotti con l'interno di pelliccia indossavamo divise di falsa lana, dura come spilli. Gli unici indumenti caldi erano le calze e le maglie che c'eravamo portati da casa nostra al momento della partenza dall'Italia. (…)

Nella notte fra il 25 e il 26 gennaio, la temperatura riprese a scendere e ritornò quella degli altri giorni, sui 30° sottozero. Io dormivo in un'isba alla periferia di Nikitowka, verso Arnautowo. Eravamo una trentina, accatastati uno sull'altro. Con me stavano il comandante della compagnia, tenente Giuseppe Grandi, di 29 anni, di Limone Piemonte, e i sottotenenti Antonio De Minerbi, di Roma, Mario Torelli, genovese, e Raffaele De Filippis, di Campobasso. Verso l'una sentimmo gli scoppi vicini, come di bombe a mano. Qualcuno disse che c'era l'allarme, ma eravamo disfatti e nessuno ebbe la forza di alzarsi. In quel momento era iniziata la battaglia per Nikolajewka. (…) Lo scontro durò violentissimo sino alla tarda mattinata. Gli ufficiali andarono all'assalto alla testa dei loro alpini, con le armi che per il gelo si inceppavano.

Mentre si combatteva sotto il tiro degli anticarro e delle mitragliere russe cercando di superare il terrapieno, il generale Nasci ordinò di gettare in avanti tutto il peso della sterminata colonna degli sbandati. Migliaia di uomini, in uno spaventoso groviglio di slitte e muli, rotolarono urlando verso il trincerone della ferrovia. Alla testa erano i generali Reverberi e Giulio Martinat, capo di Stato Maggiore del Corpo d'Armata Alpino. Con loro erano i capitani Giovan Battista Stucchi e Giuseppe Novello e altri ufficiali della "Tridentina". (…)

Verso le 18, l'enorme colonna, superato convulsamente il trincerone della ferrovia, travolse la linea di resistenza sovietica e si gettò verso le isbe ancora difese da centri di fuoco nemici. Non si sapeva dove alloggiare le centinaia di feriti, perché tutte le case erano invase dagli sbandati oppure occupate dai soldati russi. Anche per i sovietici, sopraffatti dalla massa enorme di italiani piombata sulla città, esisteva il problema della sopravvivenza. Anche loro erano provati dai combattimenti, con molti feriti, paralizzati come noi dalla temperatura a 30° sottozero. (...)

In questo ambiente, in certi settori della città si stabilì quasi una tregua forzata. Lo scrittore Mario Rigoni Stern, allora sergente maggiore della 55ª del "Vestone", entrò in un'isba occupata da soldati russi. Aveva fame. Una donna gli porse un piatto di latte e miglio. Rigoni Stern mangiò sotto lo sguardo dei sovietici, poi ringraziò e uscì.

Lo sbarramento principale era stato superato. Camminammo ancora per cinque giorni e cinque notti, nel freddo polare e nella tormenta, incontrando diversi centri di resistenza nemici, sotto i continui attacchi della caccia sovietica. I piloti russi volavano indisturbati: mai, dall'inizio della ritirata, era comparso anche un solo aereo italiano, neppure per cercarci. In testa continuò a marciare la "Tridentina" , seguita dalla colonna ininterrotta degli sbandati che si allungava nella steppa per una profondità di circa 30 chilometri.

Il 31 gennaio, presso Wosnessenoeka, trovammo pochissime ambulanze con il generale Gariboldi, comandante dell'Armir. Caricammo sui veicoli i feriti più gravi. (…) Come straccioni, passammo davanti al generale Gariboldi, curvi, a gruppetti, con le coperte sulla testa. Ci guardò. Sfilavano i resti della sua armata. Con noi c'era anche suo figlio, sottotenente del 5° Alpini. (…)

Nikolajewka fu una grande vittoria, la vittoria della disperazione. La battaglia venne combattuta e vinta dalla “Tridentina”, ma anche la "Cuneense", la "Julia" e la "Vicenza" contribuirono con il loro sacrificio alla salvezza del grosso del Corpo d'Armata Alpino. (…) I superstiti del Corpo d'Armata Alpino, tornati in Italia, raccontarono la loro esperienza. Parlavano con entusiasmo della popolazione ucraina e con odio degli "alleati" tedeschi. (…) Ricordo che il 30 gennaio, appena fuori dalla sacca, i tedeschi delle retrovie si divertivano a fotografarci. Era quasi come se il nostro disastro fosse una loro vittoria e ci segnavano a dito con disprezzo. Il 9 marzo, a Slobin, il maggiore Gerardo Zaccardo adunò il Battaglione "Tirano" e ci parlò della tragedia e della ritirata: "È un insulto per i nostri morti parlare ancora di alleanza con i tedeschi: dopo la ritirata, i tedeschi sono nostri nemici, più che nella guerra del 1915"».

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Russia04

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Ecco perché quella parola è ripetuta allora: come un monito per i vivi, come una memoria per quei fratelli rimasti nella neve e poi, quando la neve si è sciolta nel breve inverno ucraino, nei campi di girasoli. Il mantra di chi è tornato dall’orrore, da una moderna anabasi nell’inferno di ghiaccio: come recitano i versi di una poesia di Nelson Cenci, anch’egli tenente in quell’epica ritirata, “La pista si è fatta di stelle / e cristalli di luna si spengono / su misere croci senza nome”.

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LA FRASE DEL GIORNO
Qualcuno ci aveva detto di andare oltre ma il nostro cuore ci ha portati qua. Si avanzava per andare a baita. Allora sì che abbiamo lottato per la nostra Italia, per le nostre valli, i nostri campi, le nostre donne.
MARIO RIGONI STERN, Epoca, 28 giugno 1959

domenica 11 settembre 2011

Dieci anni


WISŁAWA SZYMBORSKA

FOTOGRAFIA DELL’11 SETTEMBRE

Saltarono dai piani in fiamme, giù
… uno, due, altri ancora
più in alto, più in basso.

Una fotografia li ha colti mentre erano vivi
e ora li preserva
sopra il suolo, diretti verso il suolo.

Ognuno di loro ancora intero
con il proprio volto
e il sangue ben nascosto.

C’è ancora tempo,
perché i loro capelli siano scompigliati,
e perché chiavi e spiccioli
cadano dalle loro tasche.

Essi si trovano ancora nel reame dell’aria,
entro i luoghi
che hanno appena aperto.

Ci sono soltanto due cose che posso fare per loro
… descrivere questo volo
e non aggiungere una parola finale.

(da Attimo, 2002)

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Dieci anni. Sembra ieri, ma dieci anni sono passati dal “giorno nero dell’umanità”, e se consideriamo i cambiamenti avvenuti, possiamo renderci conto di quanto tempo sia passato dal crollo delle Torri Gemelle centrate dagli aerei di linea guidati da terroristi kamikaze. L’11 settembre del 2001 c’erano ancora Saddam Hussein in Iraq e il regime dei talebani in Afghanistan, protagonisti della sanguinosa “guerra al terrore” che ancora si trascina in territorio afghano; c’era Bin Laden, la mente del piano terroristico, da pochi mesi catturato e ucciso. C’erano capi di stato che sono stati spazzati via dalle rivolte nei paesi arabi. C’era un altro papa, Giovanni Paolo II – e sua è quella frase sul “giorno nero dell’umanità”. C’era un altro presidente americano, il contestato George W. Bush, mentre adesso c’è Obama che più che al terrorismo deve pensare alla devastante crisi economica. Eppure, ogni volta che pensiamo a quell’attacco all’America, riviviamo la stessa emozione, ripensiamo a quelle immagini: gli aerei, la palla di fuoco nelle Torri, la gente coperta di polvere, le persone che si gettavano dalle torri in fiamme scegliendo di non finire divorate dal fuoco ma sfracellandosi al suolo. Quel giorno eravamo tutti pietrificati davanti a quella scena: la CNN ritrasmessa dalle televisioni di tutto il mondo, la mandava di continuo. E l’ha vista e ne è rimasta colpita anche la poetessa polacca Wisława Szymborska, Premio Nobel 1996: questa è la poesia che tributò in occasione del primo anniversario dell’11 settembre.

Sono passati dieci anni ed è accaduto esattamente ciò che pensavamo quel pomeriggio dolcemente caldo di settembre: il mondo non è più lo stesso.

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LA FRASE DEL GIORNO
Il crollo delle torri del World Trade Center e l'incendio al Pentagono sono quel tipo di avvenimenti che ciascuno pensa destinati a mutare il corso della storia, senza peraltro sapere in quale direzione. Momento raro, intenso, veglia d'armi, attesa.
MARC AUGÉ




Wisława Szymborska (Kórnik, 2 luglio 1923), poetessa e saggista polacca, insignita del Premio Nobel per la Letteratura nel 1996 “per una poesia che, con ironica precisione, permette al contesto storico e biologico di venire alla luce in frammenti d'umana realtà”.


domenica 21 agosto 2011

Il furto della Gioconda


Cento anni fa, la notte tra domenica 20 e lunedì 21 agosto 1911, il dipinto più famoso del mondo, la Gioconda di Leonardo da Vinci  venne rubato dal Louvre di Parigi. Il furto del secolo. A prelevare il pannello di pioppo di 77 cm x 53 e a nasconderlo sotto il cappotto prima di eclissarsi nella notte parigina fu un decoratore e imbianchino italiano emigrato in Francia dalla provincia di Varese, Vincenzo Peruggia. Secondo alcune fonti, si era nascosto in un armadio per le scope durante l’orario di apertura ed era poi sgattaiolato fuori; secondo altre si presentò alle 7 del mattino vestito con l’uniforme bianca degli inservienti del museo, che il 21 era chiuso. Comunque sia, il compito gli fu facilitato dall’aver lavorato alla messa in opera della teca che custodiva il dipinto, posto allora nel Salon Carré, e dall’aver conosciuto in tal modo le abitudini delle guardie: uscì mentre una di esse era andata a farsi riempire un secchio d’acqua e se ne andò in taxi. Il mattino del 22 agosto il pittore Louis Béroud si presentò presto al Louvre per eseguire uno schizzo preparatorio per l’opera che intendeva dipingere, Mona Lisa au Louvre, e trovò il muro vuoto. Chiese allora ai guardiani, che gli dissero che forse era nell’atelier fotografico. Non c’era…

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Prima di arrivare a Vincenzo Peruggia, altri furono sospettati: persino Guillaume Apollinaire, che fu arrestato e passò qualche giorno in prigione, e Pablo Picasso, tirato in ballo da Apollinaire, che venne a lungo interrogato dalla Gendarmerie: i due avevano manifestato l’intenzione di svuotare i musei distruggendo le opere in essi esposti per sostituirle con le proprie. Boutade da artisti megalomani, nulla più. E poi le autorità francesi pensarono anche che si trattasse di un affronto degli odiatissimi tedeschi. Non era vero, naturalmente. Il Louvre rimase chiuso per un’intera settimana per agevolare le indagini: quando riapri, al posto dell’illustre Monna Lisa era appeso un ritratto eseguito da Raffaello Sanzio, quello del letterato Baldassarre Castiglione.

La polizia bussò anche alla porta di Vincenzo Peruggia, a Parigi: la Gioconda era nascosta sotto il letto, ma nessuno pensò di perquisire l’appartamento, si accontentarono dell’alibi – naturalmente falso – fornito dall’imbianchino. Rimase lì per quasi due anni, fino a quando Peruggia si trasferì a Firenze. E lì divenne impaziente, contattò il proprietario di una galleria d’arte, Adolfo Geri, e gli disse che voleva restituire il dipinto alla sua patria, l’Italia. Si diceva un convinto patriota e pensava che un’opera di tal fatta dovesse essere esposta in un museo italiano. Un errore era alla base delle sue convinzioni: la Gioconda fu dipinta in Francia e non, come credeva lui, sottratta a un museo italiano durante le spoliazioni effettuate dalle truppe di Napoleone. Geri mise in contatto Peruggia con il direttore degli Uffizi, Giovanni Poggi. L’incontro avvenne all’Hotel Tripoli, in Via de’ Cerretani: Peruggia chiese 500.000 lire per le spese sostenute, Poggi chiese invece di poter autenticare l’opera. Nel frattempo, l’imbianchino andò a spasso per Firenze: fu lì che la polizia, allertata da Geri e Poggi, lo arrestò.

Il processo non andò poi tanto male per Vincenzo Peruggia: fu dichiararono “mentalmente minorato” e condannato a una pena di un anno e quindici giorni di prigione, poi ridotta di cinque mesi. Ma attirò le simpatie di molti, che vedevano nel suo furto un gesto romantico: lui stesso alimentò quell’immagine dichiarando di aver trascorso due anni meravigliosi guardando la Gioconda appesa sopra il tavolo della cucina.

Il dipinto invece cominciò il suo pellegrinaggio per tornare al Louvre: rimase esposto agli Uffizi, poi a Roma, a Palazzo Farnese, ambasciata di Francia, e alla Galleria Borghese in occasione del Natale 1913. Poi fu messo su un treno e inviato a Modane, dove le autorità francesi ne ripresero possesso. Fece tappa a Bordeaux e a Tolosa; il presidente della Repubblica in persona, insieme ai rappresentanti del governo, lo accolse nel Salon Carrè: Monna Lisa era finalmente tornata a casa.

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FOTOGRAFIE © MUSEO DEL LOUVRE

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LA FRASE DEL GIORNO
Mentre la ritraeva, c’era gente che cantava e suonava, e buffoni che la facevano restare allegra, per ridurre quella malinconia che si suole avere nella pittura di un ritratto.

GIORGIO VASARI, Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori et scultori italiani

domenica 26 dicembre 2010

La battaglia di Natale

 

MARIO RIGONI STERN

QUEL NATALE NELLA STEPPA


In quell'inverno di quarant’anni fa (1941-1942 ndr) il grande freddo non aveva rallentato le operazioni militari e dal Mare di Barents al Mar d'Azov la guerra infuriava al pari della tormenta. Malgrado le perdite subite e l'occupazione nazista di gran parte della Russia europea, l'Armata Rossa era partita al contrattacco con una forza disperata e una preparazione tecnica che, dopo quanto era successo nei mesi precedenti, nessuno aveva previsto. Nel dicembre più freddo e più tragico della storia su, oltre il Circolo Polare Artico, finnici e russi del Nord si fronteggiavano in azioni dove più che le qualità guerriere valevano quelle fisiche e molti campioni di fondo caddero con gli sci ai piedi non solo per armi ma anche per gelo e fatica in una unica e lunghissima notte. I tedeschi rifornivano le loro guarnigioni in Lapponia a dorso d'uomo lungo una pista che partiva da Kemi, nel Golfo di Botnia, e che era chiamata «Strada del Mar dì Ghiaccio». Oltre mille chilometri più in basso, Leningrado era accerchiata da mesi e potè essere rifornita solamente quando il Ladoga gelò tanto da sopportare prima il peso delle slitte e poi delle autocolonne. Hitler aspettava ogni giorno la notizia della capitolazione della città: anzi, la resa non doveva nemmeno essere trattata, aveva detto: «Leningrado deve essere cancellata dalla faccia della Terra!». E più precisamente il generale Walimont, capo della «sezione difesa nazionale» del comando superiore dell'esercito, aveva approntato un piano per «bloccare ermeticamente Leningrado, quindi indebolirla con il terrore e con la fame. In primavera occuperemo la città, manderemo prigionieri nell'interno della Russia i sopravvissuti e raderemo al suolo Leningrado con l'esplosivo». Ma c'era anche chi aveva proposto di recintare la città con i reticolati, mitragliare chi tentava di uscire e I lasciare i tre milioni di cittadini morire di fame, anche se ciò creava per i comandi tedeschi «il problema di epidemie che si potrebbero diffondere tra le nostre truppe». Ma la città della Rivoluzione d'Ottobre seppe resistere per più di due anni e dopo, quando venne liberata, risultò che un cittadino su tre era morto per fame. La divisione SS Totenkopf (Teschio) che era giunta fino a Cudovo, interrompendo la ferrovia Mosca-Leningrado, dovette ritirarsi e sul fronte di Mosca le truppe siberiane comandate da Georgij Zukov. che già in ottobre aveva organizzato la difesa di Leningrado, incalzavano senza tregua le truppe corazzate di Guderian che erano arrivate fino a vedere le torri del Cremlino rosseggiare nel tramonto invernale. Ma anche giù, nel Sud, dopo altri mille chilometri da Mosca, il 25 novembre Timoscenko passò all'offensiva contro l'armata di von Kleist e riprese Rostov, la porta del Caucaso, dove l'esercito tedesco abbandonò carri armati e materiali pesanti. Al principio di quell'inverno apparvero anche per la prima volta sul fronte russo i famosi carri T34, dai larghi cingoli per camminare sopra la neve e il fango e con la corazza inclinata e sfuggente per non dare impatto alle bombe anticarro; molto agili nelle manovre, anche se apparentemente rozzi e grossolani nelle rifiniture, erano armati con un cannone da 76 mm e due mitragliatrici, pesavano 27 tonnellate e marciavano a 45 km all'ora con un motore di 500 hp che non s'incantava nemmeno nei freddi più feroci quando Guderian, lo stratega dei mezzi corazzati tedeschi, notava nel suo diario che «a meno 63° molti uomini morivano mentre facevano i propri bisogni» e se non sì era più che lesti a mangiare la zuppa questa in un attimo si solidificava.




Le scarpe

Si racconta anche che un giorno un generale russo si fece portare davanti un gruppo di prigionieri tedeschi e alla presenza dei suoi soldati ordinò a questi prigionieri che si levassero le scarpe facendole posare ognuno davanti a sé. Fece allora notare come gli stivali chiodati dei tedeschi avessero la misura dei piedi, e aggiunse: «Loro non sanno che da duecento anni i soldati del nostro esercito portano le calzature molto abbondanti, in modo che durante l'inverno si possano imbottire di paglia o di carta per non restare con i piedi congelati. Anche questa delle scarpe su misura e una ragione per cui i tedeschi perderanno la guerra». Intanto nel bacino del Donetz il nostro Corpo di Spedizione faceva la sua parte anche se tante difficoltà, non dovute esclusivamente a quel rigidissimo inverno, sottoponevano i soldati a una prova mai subita prima. Nelle basi di Jassinovataia, Rykovo, Gorlovka, Michailovska attorno alle cucine dei reparti stormi di bambini e di ragazzi senza casa e senza più famiglia aspettavano l'ora del rancio per ripulire le marmitte dove i nostri cucinieri lasciavano qualcosa per loro; in cambio si prestavano a raccogliere legna tra le macerie delle case o attingere l'acqua dai pozzi che grondavano lunghe stalattiti di ghiaccio. Alla sera, come i cani randagi, questi bambini sfamati dalla pietà dei nostri soldati si ritiravano a passare la notte nelle fabbriche semidistrutte nei pressi delle miniere di carbone, o in qualche isba di nessuno. Il giorno di Natale i sovietici ripresero l'offensiva proprio nel settore tenuto dalla Celere dove tre battaglioni di bersaglieri, due della Tagliamento e quattro gruppi di artiglieria tenevano un fronte di venti chilometri. Davanti a loro erano state ammassate tre divisioni di fanteria e un corpo di cavalleria. Anche se le unità sovietiche avevano un organico inferiore, la loro superiorità numerica e il loro volume di fuoco erano superiori, e alle 6,40, dopo una violenta e breve preparazione con artiglieria e mortai, uscirono all'attacco appoggiate dai carri armati. Lo scontro fu violento, duro, e l'ordine che avevano i bersaglieri e i militi della Tagliamento, che in quell'occasione dipendevano non dal Csir ma direttamente dal XLIX Corpo alpino tedesco, era di "non cedere un metro di terreno". Ma «superate le difese esterne, il nemico dilagava irrefrenabile nell'interno delle posizioni dove alcuni presidi, completamente aggirati, resistevano fino al totale annientamento». Era un preludio a quello che sarebbe successo un anno dopo sulle rive del Don all'8a Armata italiana. La battaglia continuò tutto quel giorno con alterne vicende e in tanti episodi. Alle 13,30 il comando tedesco ordinò il contrattacco con due colonne miste di bersaglieri e fanti tedeschi, e quando scende la sera di quel 25 dicembre 1941 molti italiani sono irrigiditi per sempre nella neve. Alcuni caposaldi resistono ancora, altri sono silenziosi, alcuni villaggi sono occupati metà dai russi e metà dagli italiani. Il giorno successivo saranno i fanti della Pasubio che interverranno da sinistra contro le colonne russe che tentano di raggiungere il fiume Krinka, minacciando Stalino. I combattimenti continueranno spezzettati fino al giorno 27 quando i reparti del Csir si consolideranno sulle loro posizioni. Lo stesso giorno il comando della 1° Armata corazzata ordina una controffensiva e ancora la Pasubio, la Torino e la Celere il giorno 28 attaccano le linee che hanno di fronte. Si verifica in questa azione la ripetizione dell'attacco sferrato dai russi il giorno di Natale: in un primo tempo le posizioni attaccate vengono prese, successivamente il contrattacco neutralizza l'offensiva. Tutte queste operazioni del Corpo di Spedizione Italiano vanno sotto il nome di «Battaglia di Natale»; ai nostri reparti costarono molte perdite, centinaia furono anche i congelati perché i combattimenti si svolsero in un freddo polare e tra nebbie fitte che stagnavano nelle depressioni delle balche.



Sciatori

Mentre succedeva questo, ad Aosta, nella caserma Chiarle, un piccolo reparto dì un centinaio d'uomini stava completando la sua preparazione tecnica e logistica: erano gli alpini sciatori del battaglione Monte Cervino, scelti da tutti i reggimenti nella cerchia delle Alpi. Come avanguardia di tanti altri alpini partì per la Russia nel gennaio del 1942. Lungo il viaggio, in una città della Polonia, il convoglio del Cervino sostò di fronte a un treno di soldati tedeschi che proveniva dal settore di Mosca: i soldati erano dentro i carri bestiame sdraiati su un po' di strame, le ferite erano fasciate con carta, erano anche senza scarpe e disarmati, pallidi e smunti; per riscaldarsi avevano acceso un po' di carbone dentro gli elmetti. Un giovane alpino chiese nella loro lingua: «Come va la guerra?». «Merda la guerra!» rispose uno per tutti.

(da La Stampa, 24 dicembre 1981, poi in I racconti di guerra, Einaudi, 2007)


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Mario Rigoni Stern racconta da storico appassionato la “battaglia di Natale” che si combatté sul fronte russo nell’inverno del 1941, l’anno precedente la celebre “Ritirata”. In quel momento le sorti della guerra arridevano ancora ai tedeschi, ma proprio quello scontro, cui presero parte anche le divisioni di fanteria italiane Pasubio e Torino, le camicie nere della Tagliamento e la divisione Celere con i bersaglieri, i Lancieri di Savoia e i Cavalieri di Savoia, i carristi della San Giorgio, appoggiati dall’aeronautica, segnò il primo grave scacco per le armate hitleriane. Nel 1942, con l’allargamento del conflitto agli Stati Uniti e l’alleanza anglo-sovietica del 26 maggio, il destino della guerra muterà radicalmente.
Dal racconto di Rigoni Stern emerge anche un’altra indicazione: l’inadeguatezza degli equipaggiamenti. Infatti in questa prima battaglia nel gelo del fronte russo al termine risulta più alto il numero dei morti congelati rispetto ai caduti in combattimento. Il “generale Inverno” fatale a Napoleone, lo sarà anche per Hitler. Intanto, in quei giorni freddissimi con temperature sempre al di sotto dei -20° e sovente al limite dei -60°, l’Armata Rossa contrattacca usando l’arma psicologica di ignorare quei giorni tradizionalmente considerati come tregua, e riconquista Kalinin, Tula e Kaluga, respingendo i tedeschi, che erano arrivati a 50 km da Mosca. Una lezione che non viene appresa, visto che l’inverno successivo si ripeterà l’identica scena e Rigoni Stern, inviato con i suoi alpini del battaglione Vestone, la Divisione Tridentina, la Julia e la Cuneense a supportare le divisioni di fanteria italiane e i corpi d’armata tedeschi, rumeni e ungheresi, dovrà raccontare un’altra odissea nel ghiaccio e nella neve della steppa ucraina.

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LA FRASE DEL GIORNO
Tornammo in pochi, e quando in quel maggio arrivammo alla stazione di Udine, aspettarono la notte per farci uscire dai vagoni bestiame. Non volevano che la gente ci vedesse. Avevamo il torto o la colpa di essere ancora vivi. 
MARIO RIGONI STERN, I racconti di guerra




Mario Rigoni Stern (Asiago, 1º novembre 1921 – 16 giugno 2008), scrittore italiano. I suoi testi, di cui il più noto è il romanzo Il sergente nella neve, piccola Anabasi di un gruppo di alpini italiani sul fronte del Don, nel secondo conflitto mondiale, hanno doti di freschezza e d'immediatezza lirica decantata in coscienza morale.


domenica 12 settembre 2010

La battaglia di Maratona

Sono trascorsi 2500 anni, giorno più giorno meno, dalla battaglia di Maratona, quando i Greci ebbero la meglio per la prima volta sui Persiani  in una battaglia di terra. La data indicata come tradizionale in cui i navigli persiani ripresero il mare è infatti il 12 settembre dell’anno 490 avanti Cristo; alcuni storici la anticipano di un mese, considerando il giorno indicato come quello in cui in realtà si svolsero i festeggiamenti; altri dubbi sono sulla differenza tra i mesi spartani e quelli ateniesi.

Comunque, quello che importa è che nel corso di quest’anno ricorrono i 2500 anni dalla battaglia, tanto che la Grecia celebra l’evento con un’apposita moneta da 2 euro.

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L’impero achemenide di Dario stava attuando una politica espansionista sia per motivi economici sia per l’orgoglio persiano: già c’erano state battaglie disastrose per la sin troppo divisa lega greca: Efeso, Mileto, la Tracia avevano dovuto sottostare a Dario, che non era riuscito a passare il monte Athos a causa di una tempesta che ne decimò la flotta. Riorganizzatasi, nel 490 in breve l’armata persiana guidata dal nipote di Dario, Artaferne, conquistò le Cicladi, Nasso, Paro, Delo, Dati, Teno, Andro e Caristo. Ormai era minacciata Eretria, la principale alleata di Atene: era sotto assedio. Atene chiese aiuto a Platea e Sparta: gli Spartani risposero che sarebbero intervenuti solo al termine delle loro feste Carnee, cioè dopo il 20 settembre. Non ci fu tempo di aspettare: i Persiani erano ormai pronti allo scontro. Sul campo c’erano circa 10.000 ateniesi spalleggiati da 1.000 Plateesi e, sul fronte avverso, la notevole forza di Dario, Persiani e Saci, divisa però in 11.000 uomini di fanteria e 10.000 marinai rimasti sulle navi.

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Navi persiane a Maratona – Ricostruzione © EDSITEment

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Per otto giorni gli eserciti rimasero accampati senza che accadesse nulla. Poi scoppiò la scintilla: Eretria venne espugnata e rasa al suolo; i suoi abitanti furono venduti come schiavi senza che Atene potesse o volesse muovere un dito. Callimaco, il polemarco che guidava le truppe terrestri, accampato vicino al tempio di Eracle, capì che Artaferne ora poteva liberamente muovere per mare contro Atene, lasciando l’altro generale Dati a Maratona a condurre schermaglie. Il consiglio di guerra tenuto in fretta e furia vide prevalere l’opinione di Milziade, lo stratega, che optava per l’attacco immediato. Cinque sì e quattro no: Callimaco però aspettò fino all’ultimo, quando gli giunse notizia dell’imbarco persiano sulle navi. A quel punto il turno di comando, che passava a rotazione tra i vari generali, toccò a Milziade. Il generale dispose i suoi 11.000 soldati in file parallele, entrò nella piana e attaccò. La strategia prevedeva che le ali avanzassero più veloci del centro dello schieramento: i Persiani premettero proprio sul centro e finirono in breve avvolti da un doppio cordone di greci. L’unica via d’uscita era la ritirata verso le navi. E così avvenne: Dati perse sette navi e 6.400 uomini, i caduti ateniesi furono solo 192, tra i quali Callimaco e un altro generale, Cinegiro, fratello di Eschilo; anche il grande poeta tragico era tra l’altro presente alla battaglia. Intanto Artaferne attendeva il segnale di attacco navale: arrivò, fatto dai cospiratori interni ad Atene attraverso un riflesso sul Monte Pentelico. Ma gli Ateniesi, subodorando la rivolta e le intenzioni persiane, rientrarono in fretta al Falero e il condottiero persiano rinunciò all’impresa.

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.L’avvolgimento: i Greci (nero) mettono in fuga i Persiani (rosso) © US Militar Academy

 

Così racconta Erodoto nelle sue “Storie”: “La battaglia ingaggiata a Maratona durò lungo tempo. E al centro, dove erano schierati i Persiani e i Saci, loro alleati, avevano la meglio i barbari: sicché da questa parte essi vincevano e, sgominate le file avversarie, inseguivano i nemici all'interno del paese. Alle due ali invece erano più forti Ateniesi e Plateesi. Ma questi, pur essendo vincitori, non si diedero ad inseguire la parte dei barbari che sfuggiva, mentre, facendo una conversione delle due ali, presero a combattere contro quelle truppe che in quel momento avevano la meglio sugli Ateniesi al centro, e la vittoria così arrise agli Ateniesi”.

E nacque la leggenda che porterà alla nascita della moderna “maratona”, la gara di corsa sui 42 Km e 195 metri: un soldato di nome Fidippide venne inviato in città a comunicare il fausto esito della battaglia. Corse per 37 km (la distanza classica fu fissata alle Olimpiadi di Londra per arrivare giusti giusti al palco reale dal castello di Windsor), gridò “Νενικήκαμεν!”, ovvero “Abbiamo vinto”, stramazzò al suolo stravolto dalla fatica e morì.

Jean-Pierre Cortot, “Il soldato di Maratona annuncia la vittoria”

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La vittoria di Maratona non decise le sorti del conflitto tra Greci e Persiani, né determinò la supremazia di un popolo sull’altro. La sua importanza è un’altra: fu il primo vagito dell’Europa.

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Maratona oggi – Fotografia © Adam Carr

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LA FRASE DEL GIORNO
Se un uomo non colpisce per primo sarà colpito per primo.
ATENAGORA DI SIRACUSA

lunedì 2 agosto 2010

Strage di Bologna, 30 anni fa

Erano le 10.25 di un mattino d’estate quando a Bologna, nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione ferroviaria, stipata di persone in partenza per le vacanze e di turisti in transito, esplose una bomba a tempo nascosta in una valigia. L’ordigno, collocato appositamente su un tavolino sotto il muro portante per aumentarne l’impatto, causò il crollo dell’intera ala ovest, investendo il treno Ancona-Basilea che si trovava a passare e il posteggio dei taxi. I morti furono 85, i feriti oltre 200. Il 2 agosto 1980, trent’anni fa.

L’Italia fu colpita al cuore ancora una volta, dopo Piazza Fontana e Piazza della Loggia, 35 giorni soltanto dopo un’altra strage, quella del volo Itavia 870 abbattuto a Ustica. E ancora si sarebbero visti processi e depistaggi, ipotesi e controipotesi, condanne e assoluzioni senza giungere mai a una certezza. Il capo della loggia P2 Licio Gelli e i dirigenti dei servizi segreti Pazienza, Musumeci e Belmonte furono condannati per i depistaggi. All’ergastolo finirono due neofascisti, l’ex attore-bambino Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, che ai processi amoreggiavano in gabbia e si sposarono in carcere nel 1985. A trent’anni fu condannato Massimo Ciavardini. Tutti e tre ora sono liberi. Sul cippo in memoria della strage i nomi di chi perse la vita sono indicati come “Vittime del terrorismo fascista”. Mandanti e piste alternative spuntano però di tanto in tanto, anche da personaggi autorevoli come l’ex presidente Francesco Cossiga, che ipotizzò un intervento palestinese, o il terrorista Carlos, che parlò di un improbabile complotto CIA-Mossad.

Quel giorno, con i miei genitori, gli zii e i cugini, tornavo dalle vacanze al mare a Lignano. Ci fermammo a pranzare a Desenzano e la notizia ci raggiunse dalla radio proprio mentre parcheggiavamo. Erano le 11.55..

Sul lago sembrò essere calata improvvisamente una cappa di piombo, i discorsi si fecero sommessi, molti silenzi si frapposero. Qualcosa del genere l’avrei riprovato vent’anni più tardi, l’11 settembre 2001. Anche le famose cotolette giganti con patatine, che erano il piatto forte di quel locale sul Garda, sembravano non avere più sapore. È quello il ricordo più vivido di quel 2 agosto 1980. Poi sarebbero arrivati i telegiornali, le immagini dello strazio, i soccorritori coperti di polvere, le ambulanze improvvisate sugli autobus, Pertini che commentava “Non ho parole”. Come lui, tutti eravamo sgomenti e ammutoliti.

Fotografie © www.stragi.it

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LA FRASE DEL GIORNO
Ci sono storie che per tante ragioni colpiscono più di altre. Per chi vive o è nato a Bologna, per esempio, la storia della strage della stazione è sicuramente la più straziante di tutte. Ma non c'è bisogno di amare Bologna per sentirsi particolarmente colpiti dall'evento. Quello che è successo alla stazione il 2 agosto del 1980 è qualcosa di incredibile, di enorme, al limite dell'impensabile.
CARLO LUCARELLI, Nuovi misteri d’Italia