31 dicembre 2020

Che cosa porterà il vento?


VLADIMÍR HOLAN

PRIMA DI CAPODANNO

Che cosa porterà il vento stanotte?
La pioggia, la neve o una lettera?
Una lettera di chi? Una lettera buona o cattiva?
Tutto, anche il silenzio stesso
ha qualcosa da tacere.
Però tutto, anche l’inesprimibile,
finirà per dire la gelosia.

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È sempre così tra Santo Stefano e Capodanno: proviamo il sentimento espresso dal poeta ceco Vladimír Holan. In questi giorni come sospesi tra una festa e l’altra, ci si domanda cosà porterà l’anno nuovo – e questo 2021 che sta per arrivare incarna tutte le nostre speranze che cancelli l’orribile 2020 della pandemia, che porti la prosperità che nella storia generalmente è sopravvenuta dopo le grandi pestilenze.

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NORMAN ROCKWELL, HAPPY NEW YEAR, 1945

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LA FRASE DEL GIORNO
Gli anni non son che dei giorni nella vita dei popoli.
STENDHAL, Memorie di un turista




Vladimír Holan (Praga, 16 settembre 1905 – 31 marzo 1980), poeta ceco. Dall’astrattismo e dal simbolismo ermetico con cui iniziò a scrivere versi passò a forme più realistiche e pessimistiche, centrate sul destino dell'uomo e della società, attuate con un linguaggio oscuro.




Greca



STATISTICHE DEL CANTO DELLE SIRENE PER L’ANNO 2020

VISITE: 91.219 (-26%)

PAGINE VISTE: 145.590 (-33%)

TEMPO MEDIO SUL SITO: 1:31 (-12%)


LE DIECI PRINCIPALI CHIAVI DI RICERCA
(escludendo “Il canto delle sirene” e simili):

  1. estate di san martino pascoli
  2. il poeta è un fingitore
  3. quando beltà splendea
  4. non avrò vissuto invano
  5. si vis amari ama
  6. haiku autunno
  7. scialle zingaro significato
  8. parabola guido gozzano
  9. saperti amante e non poterti avere
  10. è già il pallido autunno


RECORD DI VISITE: 733, il 21 marzo)
(il più basso 173 il 25 dicembre)


I POST PIÙ LETTI IN ASSOLUTO NEL 2020

  1. Il bimbo e la mela (Guido Gozzano, Parabola)
  2. Ciò che la primavera fa con i ciliegi (Pablo Neruda, Giochi ogni giorno con la luce…)
  3. Il poeta è un fingitore (Fernando Pessoa, Autopsicografia)
  4. Variazioni su Orazio (Orazio, Carmina, I, 11)
  5. Lattiginosa d’alba (Giorgio Caproni, Prima luce
  6. Haiku d’autunno
  7. Le affinità d’anima (Eugenio Montale, Ex voto)
  8. Viaggio intorno alla mia camera (Xavier De Maistre)
  9. Un frutto appena sbucciato (Giorgio Caproni, Marzo)
  10. Properzio e Cinzia (Properzio, Elegie, I, 12)



I POST PIÙ LETTI TRA QUELLI SCRITTI NEL 2020

  1. La rosa porporina (Libero De Libero, Scempio e lusinga)
  2. Cose leggere e vaganti (Umberto Saba, Ritratto della mia bambina)
  3. Kikí Dimulà
  4. Centenario di Marcos Ana
  5. Le lune del cuore (Paul Celan, Sempre e mai)
  6. Centenario di Tonino Guerra
  7. Rosa rosae (Marino Moretti, Elogio di una rosa)
  8. Centenario di Gesualdo Bufalino
  9. Nave d’oro (José María Álvarez, E la nave va)
  10. Nobel 2020 a Louise Glück


SITI CHE LINKANO IL BLOG
(cui va Il mio doveroso grazie)

  1. La Poesia di Claudio Malune
  2. La belle auberge
  3. La Spada
  4. Nervi d’arpa
  5. Friuli multietnico

PROVENIENZE DA SOCIAL NETWORK, AGGREGATORI E MOTORI DI RICERCA

  1. Google
  2. Bing
  3. Facebook
  4. Blogger
  5. Yahoo
  6. FeedBurner
  7. Duckduckgo
  8. Ecosia
  9. Pinterest
  10. Dlvr.it
  11. Virgilio

30 dicembre 2020

Rari giorni d’inverno


LUCIO MARIANI

FINE DI DICEMBRE

Rari giorni d’inverno quando la tramontana
spezza gli aliti al fiume e tende il cielo
come se contrappunto fosse il giura e invece sono
queste martoriate pietre che bussano ai lastrici
divini, la sola porta impropria perché a Roma
non spettano salvezze. Così dicono gli orli delle case
fratturati cristalli d’arabia, trapunti dalle luci
e dai suoni mattini, lo dicono fumando i meccanici topi
e i natali non soffici né sacri, anche lo dicono
le sue morti feriali, la mia coperta corta. Lo ripetono
qui – minimamente – i cerini di lusso che s’accendono
a stento fra le mani di chi non ha più fede
nell’avvento di un nuovo nord.
In questi rari giorni d’inverno
quando il sole mi pesa così poco
sarà bene tenere alta la testa. Forse si vive
altrove.

(da Farfalla e segno. Poesie scelte 1972-2009, Crocetti, 2010)

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“Forse si vive altrove”: è la chiusa la chiave di lettura di questa poesia di Lucio Mariani nella fine d’anno della Roma antica. È la radicale solitudine in cui il poeta vive, nella quale è costantemente immerso. Quelle pietre, quei ruderi sono il mezzo per esorcizzare l’oblio: “Per questa terra abrasa i nostri occhi di cane / rovistano i gomitoli del tempo, tutte le età rapprese / nelle vene delle colonne morse, lungo il petalo bruno / d’una cavèa sonora, tra i nomi consumati sulla pallida / stele abbandonata all’abbraccio di oliastri”.

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FOTOGRAFIA © BARBAKING - LICENZA CREATIVE COMMON 3.0
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LA FRASE DEL GIORNO
Lascia che ogni scintilla mangi l’aria / e arda il fuoco di sterpi e vecchi legni / che bruci e inventi il ballo delle lingue / nell’elenco scandito dai suoi rossi /mentre spietata fiamma ci riduca / in cenere ogni storia.
LUCIO MARIANI, Oratorio




Lucio Mariani (Roma, 1936 – 16 ottobre 2016). Poeta e saggista italiano. Il suo linguaggio espressivo – spesso arditamente innovativo – riflette sulla condizione umana e recupera il valore perenne del mito attraverso una poesia che scuote, sovverte i concetti, disorienta le certezze.


29 dicembre 2020

Sugathakumari


Giunge notizia di un’altra poetessa indiana portata via dal Covid-19. Prima di Shamsur Rahman Faruqi, se n’è andata il 23 dicembre Sugathakumari, classe 1934. Di lingua hindi, era nota soprattutto per il suo attivismo a favore dell’ambiente e delle donne. E il mezzo del suo attivismo è stata proprio la poesia, lo strumento con cui combatteva le battaglie, soprattutto servendosene per trattare i temi sulla natura e le risposte femministe al disordine e all’ingiustizia sociale.

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SUGATHAKUMARI
PIOGGIA DI NOTTE

Pioggia di notte,
come una giovane donna pazza
per niente
che piange, ride e si lamenta,
borbottando senza tregua,
seduta rannicchiata
a strapparsi i lunghi capelli.

Pioggia di notte,
figlia pensierosa della notte buia
che scivola lenta come un lungo gemito
in questo ospedale
e tende le sue dita gelida attraverso la finestra
per toccarmi.

Pioggia di notte
quando lamenti e brividi,
voci taglienti
e il grido angosciante di una madre
mi scuotono e metto le mani sulle orecchie
e singhiozzo e mi agito
nel mio letto di malata,
tu, mio caro, esci dalla penombra con parole di conforto.

Qualcuno ha detto che una parte malata
può essere tagliata e rimossa
ma questo può essere fatto a un povero cuore
profondamente malato.

Pioggia di notte,
testimone del mio amore,
che mi ha cullato fino a farmi addormentare
dandomi gioia più di quanto poté fare la luce della luna;
la luce della luna che nelle mie notti propizie
mi ha fatto ridere
mi ha fatto emozionare.

Pioggia di notte,
ora testimonia il mio dolore
quando mi giro e rigiro nel mio letto di malata
nelle ore insonni della notte
dimenticando persino di piangere
sola, di congelarmi lentamente in una pietra.

(da Malayalam Poetry Today, 1984)

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia per me è il respiro, bere l’acqua, mangiare, l’amore di mia madre, la misericordia, la benedizione di questa terra e molte altre cose.
SUGATHAKUMARI, Mathrubhumi, 10 maggio 2020




Sugathakumari (Aranmula, allora Regno di Travancore, 22 gennaio 1934 –Thiruvananthapuram, 23 dicembre 2020), poetessa e attivista indiana impegnata sul fronte dell’ambientalismo e dei movimenti femministi nel Kerala. Figlia del poeta Bodheswaran, fondò il Prakrithi Samrakshana Samithi e Abhaya, organizzazioni in difesa rispettivamente dell’ambiente e delle donne indigenti.



28 dicembre 2020

Shamsur Rahman Faruqi


Il poeta indiano Shamsur Rahman Faruqi è morto di Covid-19 nella sua casa di Allahabad il giorno di Natale. Figura predominante del Modernismo in lingua urdu, aveva 85 anni. “La figura più alta nel mondo dell’urdu” ha dichiarato il critico teatrale Anis Azmi, “la sua morte lascia un vuoto che non può essere colmato”.

Esperto di prosodia classica, ha introdotto nella letteratura urdu nuovi canoni, assorbiti dalla cultura occidentale e adattati all’estetica araba, persiana e urdu. Progressista, ha scritto della vita degli indiani musulmani attraverso i secoli. Pur consapevole della necessità delle minoranze di conservare la propria identità, ha condannato l’uso del burka, del hijab e della calotta indossata dai conservatori.

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RUBA’I IV

Sono filo spinato, diventerei
una foglia d’oro.
Sono un arido pascolo, diventerei
occhi fluenti.
Sarei immortale
se potessi baciare
la lieve cicatrice di una vecchia ferita
sul tuo ginocchio.

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SENZA TITOLO

Al timido profumato orecchio della notte
lei sussurrò: Quello, quello che è lontano
eppure luminoso davanti a me come il mio cuore
quello che pulsa come una minuscola spina
nelle piante dei miei piedi, nelle guance rosate
dei palmi delle mie mani
quello che è come una pioggia sfuggente sul pascolo del mio corpo
Lui che con il desiderio assassino dei suoi occhi
non mi dà tregua, mi rende impaziente
come chi spera di vedere
un fiore invisibile. Lui
arriva stasera

Ma lui non arrivò neanche quella notte
Come potrebbero i polsi rotti sostenere
tutti quei sogni, tutte quelle promesse,
tutti quei giuramenti di incontrarsi di nuovo?
Come potrebbero gli occhi vitrei
trattenere la forma ardente e tumultuosa,
quelle labbra luccicare
di sangue bollente?
La notte buia non ha visto
niente. E niente ha ascoltato.
Le sue orecchie delicate e i suoi occhi offuscati
non hanno udito o veduto alcun male.

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LA FRASE DEL GIORNO
È triste che la lingua sia diventata uno strumento di proprietà ed egemonia; non il filo che unisce le persone.
SHAMSUR RAHMAN FARUQI




Shamsur Rahman Faruqi (Azamgarh, 30 settembre 1935 – Allahabad, 25 dicembre 2020), poeta, critico e traduttore indiano di lingua urdu.  Maggiore figura del Modernismo, introdusse nella letteratura urdu canoni occidentali, adattandoli all’estetica letteraria araba, persiana e indiana.


27 dicembre 2020

Lo struggimento


SARAH KIRSCH

FREDDO

Dal mare nero di catrame sale
la luna. Dovresti adesso
rifugiarti sotto un tetto, stimato
Cuore. Altrimenti lo struggimento piange
il perduto sogno della
bellezza del mondo, che
così guasta giace laggiù.
La foglia cade per gelo
che fa altro tempo

(da Figlia di re, 1992 - Traduzione di Gabriella Mongardi)

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La contemplazione quotidiana della natura e del paesaggio porta la poetessa tedesca Sarah Kirsch alla meditazione: l’osservazione del mare notturno in questo caso conduce ad una nostalgica emozione che richiama – come visto qualche giorno fa con la poesia Niente che sia d’oro di Robert Frost – il concetto giapponese del mono-no aware.

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FOTOGRAFIA © PIC2ME

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LA FRASE DEL GIORNO
E sento la voce di uno / dalla  grande bellezza / Il vento contrario, io volo / E sempre a te vengo, / cuore palpitante mentre la casa ondeggia.
SARAH KIRSCH




Sarah Kirsch, pseudonimo di Ingrid Hella Irmelinde Bernstein (Limlingerode, 16 aprile 1935 – Heide, 5 maggio 2013), poetessa tedesca. Figlia di un nazista convinto, cambiò il suo nome Ingrid in uno ebraico per protestare contro l’antisemitismo. Tedesca dell’est, discriminata per aver firmato una lettera di protesta, riparò a Berlino ovest nel 1977.


26 dicembre 2020

Anche se brucia


GUSTAVO PEREIRA

SOMARI

La poesia deve essere vista come un corpo
che tutti vogliono baciare
                                   (anche se brucia)
e possedere
                    (anche se si scioglie nelle mani).

(da Sommario di somari, 1980)

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Il “somari” è un genere poetico che si è inventato il poeta venezuelano Gustavo Pereira: caratterizzato dalla brevità e dall’incisività, in questo caso definisce la poesia come un atto passionale, come una combustione amorosa che però si dissolve in se stessa, rimanendo allo stato eterno di desiderio.

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AMEDEO MODIGLIANI, "NUDO SDRAIATO CON CUSCINO AZZURRO"

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LA FRASE DEL GIORNO
Se non fosse per i sognatori / il mondo sarebbe / spazzatura / e un antro buio il nostro letto.
GUSTAVO PEREIRA




Gustavo Pereira (Punta de Piedras, Venezuela, 7 marzo 1940), poeta e critico letterario venezuelano. Membro del gruppo “Simbolo”, fu direttore della rivista Trópico Uno. È famoso per i “somari”, poesie concise caratterizzate da incisività e forza del messaggio, sul genere dell’haiku giapponese.


25 dicembre 2020

L’albero di Natale


TOMÁS GARCÉS

L'ALBERO DI NATALE

La Grotta, pietra viva;
la via dei Re il deserto.
Sotto una luce fredda
l'albero di Natale.

Lo sfiorano ali d’angelo,
vi cantano gli uccelli.
Oh tenda e prateria!
oh ramo verde al vento!

I rami di questo albero
la grotta fredda han chiuso.
Non lasciano fuggire
l'alito caldo del bue.

Appendiamoci i nostri sogni
ché li vedrà il Bambino.
Arance d’oro fa
l'albero di Natale.

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Dopo il presepio di ieri, facciamo anche l’albero di Natale, attorno al quale oggi – DPCM permettendo, possiamo riunirci con i nostri familiari più stretti. Rinnovo i miei auguri con queste quartine, scritte dal poeta catalano Tomás Garcés in occasione del Natale 1952.

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FOTOGRAFIA © NGOC MINH NGO

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LA FRASE DEL GIORNO
Signore, se la notte è fredda, / accendi un fuoco d’amore.
MARIÁ MANENT




Tomàs Garcés i Miravet (Barcellona, 9 ottobre 1901 – 16 novembre 1993), poeta e traduttore spagnolo, di lingua catalana. Avvocato e giornalista, è considerato il poeta della “cançó”, componimento breve dalle strofe corte e dai versi regolari, nello stile neopopulista di Federico García Lorca e Rafael Alberti.


24 dicembre 2020

L’amore che canta in silenzio


DAVID MARIA TUROLDO

MENTRE IL SILENZIO FASCIAVA LA TERRA

Mentre il silenzio fasciava la terra
e la notte era a metà del suo corso,
tu sei disceso, o Verbo di Dio,
in solitudine e più alto silenzio.

La creazione ti grida in silenzio,
la profezia da sempre ti annuncia,
ma il mistero ha ora una voce,
al tuo vagito il silenzio è più fondo.

E pure noi facciamo silenzio,
più che parole il silenzio lo canti,
il cuore ascolti quest’unico Verbo
che ora parla con voce di uomo.

A te, Gesù, meraviglia del mondo,
Dio che vivi nel cuore dell’uomo,
Dio nascosto in carne mortale,
a te l’amore che canta in silenzio
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Per la contemplazione è necessario il silenzio, l’isolamento: possiamo rendercene conto appieno in questo Natale del 2020 che ci lascia da soli, che separa le famiglie, che impone il coprifuoco e cancella le Messe di mezzanotte: siamo soli davanti al presepio, davanti alla notte più magica dell’anno. Quel vagito che rompe il silenzio  nella poesia di David Maria Turoldo sia l’urlo della speranza, sia quel filo di luce che ci porta lontano da questo anno di sofferenza. Questo vi auguro, amici lettori del Canto delle Sirene. Buon Natale!

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GHERARDO DELLE NOTTI, "ADORAZIONE DEL BAMBINO",1620, FIRENZE, UFFIZI
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LA FRASE DEL GIORNO
La notte è avanzata: / Dio, fa' che la notte finisca, / che non sia più Notte!
DAVID MARIA TUROLDO, O sensi miei




David Maria Turoldo, al secolo Giuseppe Turoldo (Coderno, 22 novembre 1916 – Milano, 6 febbraio 1992), presbitero, teologo, filosofo, scrittore e poeta italiano, membro dell'Ordine dei servi di Maria. Fu sostenitore delle istanze di rinnovamento culturale e religioso della Chiesa, di ispirazione conciliare.


23 dicembre 2020

Un bambino che nasce


WILLIAM CARLOS WILLIAMS

UNA NATIVITÀ DI BRUEGEL

Pieter Bruegel il Vecchio dipinse
una natività, dipinse un Bambino
appena nato
tra le parole.
Uomini armati
pesantemente armati
armati di
picche,
alabarde e spade
che sussurravano distogliendo gli sguardi,
arrivarono al punto
della questione
parlando al vecchio panciuto
dalla barba grigia (al centro)
lo zimbello dei loro commenti
guardandolo di traverso,
stupiti della scena,
come i più stupidi
soldati tedeschi alla fine
della Guerra
— ma il Bambino (come in un
catalogo illustrato
a colori) giace nudo sulle ginocchia
di sua Madre
- è una scena, abbastanza
autentica, che si verifica spesso
tra i poveri (saluto
l’uomo Bruegel che dipinse
quel che vide —
molte volte senza dubbio
tra i suoi stessi figli ma naturalmente
non in questo contesto)
Le teste con corone e mitre
dei tre uomini, uno di colore,
che erano giunti, ovviamente da lontano
(banditi?)
con ricche vesti
offrivano
per propiziare i loro dei
Avevano mani cariche di doni
— e occhi per le visioni
in quei giorni – e videro,
videro con i loro stessi occhi,
queste cose
per l’invidia dei soldati
Dipinse
il trambusto della scena,
i capelli trasandati
da vagabondo del vecchio nel
mezzo, le sue labbra incurvate —
— incredulo
che vi fosse tanto clamore
per una cosa semplice come un bambino
che nasce a un vecchio
e a una ragazza e una bella ragazza
per giunta
Ma i doni! (opere d’arte,
dove li avranno potuti prendere
o più facilmente
li avranno rubati?)
— come onorare altrimenti
un vecchio o una donna?
— i vestiti laceri dei soldati,
le bocche spalancate,
le ginocchia e i piedi
rotti da trent’anni di
guerra, dure campagne, le bocche
annaffiate per la festa
che è stata allestita
L’artista Pieter Bruegel ha visto
i due lati:
l’immaginazione deve essere nutrita —
e lui l’ha nutrita
imparzialmente.

(da Quadri da Bruegel e altre poesie, 1962)

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Un po’ di arte per Natale: il poeta statunitense William Carlos Williams entra nell’Adorazione dei Magi di Pieter Bruegel il Vecchio, un olio su tavola del 1564 esposto alla National Gallery di Londra. Una lettura che interpreta sia la scena della natività sia la sua collocazione nel XVI secolo e ancora l’importanza dell’artista, che fa da tramite tra la sua immaginazione e noi per dipingere “una scena copiata si può dire / dai maestri italiani / ma con una differenza / la maestria / nel dipingere / e la mente la mente piena di risorse / che concertò l'insieme // la mente vigile scontenta / di ciò che le chiedevano / e non poteva fare”.

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PIETER BRUEGEL IL VECCHIO, "ADORAZIONE DEI MAGI"

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LA FRASE DEL GIORNO
Le arti hanno una relazione complessa con la società. Il poeta non è un fenomeno fisso, né lo è di più la sua opera.
WILLIAM CARLOS WILLIAMS, Il cuneo




WilliamsWilliam Carlos Williams (Rutherford, New Jersey, 17 settembre 1883 – 4 marzo 1963), poeta, scrittore e medico statunitense. Fece parte degli “Altri” con Man Ray e Duchamp, divenendo uno dei principali esponenti del Modernismo americano. Per Quadri da Bruegel e altre poesie ottenne nel 1963 un Premio Pulitzer postumo.


22 dicembre 2020

In fondo alla valle


FRANCO FORTINI

FOGLIO DI VIA

Dunque nulla di nuovo da questa altezza
Dove ancora un poco senza guardare si parla
E nei capelli il vento cala la sera.

Dunque nessun cammino per discendere
Se non questo del nord dove il sole non tocca
E sono d’acqua i rami degli alberi.

Dunque fra poco senza parole la bocca.
E questa sera saremo in fondo alla valle
Dove le feste han spento tutte le lampade.

Dove una folla tace e gli amici non riconoscono.

(da Foglio di via e altri versi, Einaudi, 1946)

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“Foglio di via” in questo contesto non è certo quello del rimpatrio obbligatorio o del rinvio al luogo di residenza per motivi di pubblica sicurezza. È il foglio di via in ambito militare, il documento di viaggio rilasciato al soldato che si deve spostare. Il poeta fiorentino Franco Fortini addirittura lo usa come titolo per l’intera raccolta: è l’attestato che porta l’uomo ad essere soldato e combattente. E di conseguenza è anche il diario che consente al poeta di trasbordare dall’ermetismo al neoesistenzialismo e di assumere una piena coscienza sociale e politica.

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GIOVANNI FATTORI, "IL RITORNO DEL SOLDATO"

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LA FRASE DEL GIORNO
Ora m'accorgo d'amarti / Italia, di salutarti / necessaria prigione.
FRANCO FORTINI, Foglio di via e altri versi




Franco Fortini, nato Franco Lattes (Firenze, 10 settembre 1917 – Milano, 28 novembre 1994), poeta, critico letterario, saggista e intellettuale italiano. La sua poesia è testimonianza anche ideologica delle lotte di classe del primo dopoguerra, voce progressista e coscienza critica del fallimento degli ideali.


21 dicembre 2020

Due poesie per l’inverno


Oggi alle 11.02 comincia l’inverno, stagione fredda che porta però la luce e non a caso comincia con le feste di Natale che con il cristianesimo soppiantarono i Saturnalia degli antichi Romani. Ho scelto due poesie per raccontare il freddo e la neve: un bozzetto, quasi una natura morta, in dialetto triestino di Virgilio Giotti; e un componimento giovanile di Antonio Porta, che allora si firmava con il suo vero nome, Leo Paolazzi.

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FOTOGRAFIA © DAVIS TREE SERVICES


VIRGILIO GIOTTI

INVERNO

Dei purziteri,
ne le vetrine,
xe verduline
le ulive za;

ghe xe le renghe
bele de arzento;
e sùfia un vento
indiavolà:

cativo inverno
ècote qua!


Nelle vetrine
dei salumieri
sono già verdoline
le olive;

ci sono le belle
aringhe d'argento;
e soffia un vento
indiavolato:

inverno cattivo,
eccoti qua!

(da Caprizzi, canzonete e stòrie, Edizioni di Solaria, 1928)

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LEO PAOLAZZI (ANTONIO PORTA)

INVERNO RINSECCHITO

Inverno rinsecchito
sotto sparse gelide nevi,
tra i cipressi e le case segnate dagli anni,
aggrappate a colline pietrose,
inverno del mio primo bacio,
con poche parole in accenno,
taciturno come i tuoi alberi senza fronde
e il volo breve timoroso del passero.

Stagione assorta
dove parlavo del vento
e le carezze di lei
intimorite, con le mani fredde,
con il cielo limpido
chiaro sopra di noi.

(da Calendario, Schwarz,1956)

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LA FRASE DEL GIORNO
Impara nella semina, insegna nel raccolto, ed in inverno godi.
WILLIAM BLAKE, Il matrimonio del Cielo e dell’Inferno




Virgilio Giotti, pseudonimo di Virgilio Schönbeck (Trieste, 15 gennaio 1885 – 21 settembre 1957), poeta italiano. Le sue opere, molte delle quali in dialetto triestino, con toni pascoliani e crepuscolari dipingono con delicatezza ed eleganza un quadro di affetti e di persone.


Antonio Porta, pseudonimo di Leo Paolazzi (Vicenza, 9 novembre 1935 – Roma, 12 aprile 1989), scrittore e poeta italiano. Attivo nell'editoria, redattore di riviste e membro del Gruppo 63, fu presto noto come uno dei novissimi. La sua poesia, distintasi per l'iniziale oltranza innovatrice si è poi orientata verso toni più affabilmente comunicativi.


20 dicembre 2020

Le conversazioni telefoniche


GWENDOLYN BROOKS

CONVERSAZIONI TELEFONICHE

(Dopo aver parlato di William Faulkner con George Kent)

Le conversazioni telefoniche
sono piccole vite.
I loro umori e le loro temperature
cadono e si rialzano e cadono.

Ognuna è nuova.
C’è una nascita -
facile o difficile.
Il bambino cresce o diminuisce.
Canta. Piange.
Gattona. Dorme.

Ma all’improvviso
(talvolta)
un’Imminenza di Luce.
Nastri di fuoco e musica.
Un trasporto democratico.

(da Poesie scelte, 1963)

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Ci siamo serviti molto in questo pandemico 2020 delle conversazioni telefoniche, l’unico mezzo per raggiungere amori e amici, parenti e clienti lontani. Comprendiamo appieno quello che dice la poetessa statunitense Gwendolyn Brooks: il discorso nasce e cresce, langue, riprende, prende vie diverse, ritorna, e talvolta un lampo di luce lo illumina.

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DIPINTO DI PEREGRINE HEATHCOTE

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LA FRASE DEL GIORNO
La gente usa quelli che chiama telefoni perché odia stare nello stesso luogo insieme, ma ha anche paura di stare sola.
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CHUCK PALANIUK, Survivor




Gwendolyn Elizabeth Brooks (Topeka, Kansas, 7 giugno 1917 – Chicago, Illinois, 3 dicembre 2000), poetessa e scrittrice statunitense. È stata la prima afroamericana a vincere il Premio Pulitzer per la poesia. Nel 1985-86 ricoprì l’incarico di Poeta Laureato della Biblioteca del Congresso.


19 dicembre 2020

E subito svanisce


ROBERT FROST

NIENTE CHE SIA D’ORO RESTA

In Natura il primo verde è dorato,
e subito svanisce.
Il primo germoglio è un fiore
che dura solo un’ora.
Poi a foglia segue foglia.
Come l’Eden affondò nel dolore
Così oggi affonda l’Aurora.
Niente che sia d’oro resta.

(Nothing gold can stay, da New Hampshire, 1963)

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πάντα ῥεῖ, Panta rei, tutto scorre, diceva Eraclito. Ogni cosa è destinata a cambiare nel flusso del tempo, anche la bellezza e l’innocenza. Tutto ha un’effimera fugacità.  Quello che il poeta statunitense Robert Frost vuole significare è un concetto che i giapponesi definiscono come mono-no aware: la partecipazione emotiva di fronte alla bellezza della vita e della natura e contemporaneamente la nostalgia derivante dal mutamento che vi si genera.


FOTOGRAFIA © WIN400
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LA FRASE DEL GIORNO
Bello è il bosco, buio e profondo, / Ma io ho promesse da non tradire, / E miglia da fare prima di dormire, / E miglia da fare prima di dormire.
ROBERT FROST, New Hampshire




Robert Lee Frost (San Francisco, 26 marzo 1874 – Boston, 29 gennaio 1963), poeta statunitense, vincitore di quattro Premi Pulitzer. Le sue poesie, attraverso la raffigurazione con una notevole padronanza del linguaggio colloquiale della vita rurale del New England all’inizio del ‘900, indagano temi sociali e filosofici. La strada non presa è la sua poesia più celebre.


18 dicembre 2020

Come pesa la neve


ATTILIO BERTOLUCCI

LA NEVE

Come pesa la neve su questi rami
come pesano gli anni sulle spalle che ami.
L’inverno è la stagione più cara,
nelle sue luci mi sei venuta incontro
da un sonno pomeridiano, un’amara
ciocca di capelli sugli occhi.
Gli anni della giovinezza sono anni lontani.

(da La capanna indiana, Garzanti, 1951)

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La poesia di Attilio Bertolucci ripercorre “la paziente storia dei giorni” (At home, nella sezione Lettera da casa). Le stagioni vi ricoprono un ruolo fondamentale, segnano lo scorrere del tempo, il passare degli anni: e in questa poesia d’inverno c’è come una presa di coscienza di questo flusso inesorabile.

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FOTOGRAFIA © WALLPAPERACCESS

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LA FRASE DEL GIORNO
Si ricordava di tante cose variopinte, / dei natali di un tempo. / Era come un sasso su cui passa un’azzurra riviera.
ATTILIO BERTOLUCCI, Fuochi in novembre




Attilio Bertolucci (San Prospero Parmense, 18 novembre 1911 – Roma, 14 giugno 2000), poeta italiano. Le sue opere poetiche sono il risultato di una felice contaminazione tra eredità ermetica e capacità di tradurre ogni astratta eleganza in un discorso poetico naturale.


17 dicembre 2020

Un verso è un re


MARIA LUISA SPAZIANI

UN VERSO

Un verso è un re, che con la cortesia
dei re giunge puntuale a ogni convegno.
Non nasce mai cinque minuti prima
di congiunzioni fissate ab aeterno.

Sarebbe un deragliare di pianeti.

Un verso è un dio che si presenta, trema
ai tuoi vetri, ha freddo, non trova le parole.
E qualche volta muore per la bianca
paura di non nascere.

(da Geometria del disordine, Mondadori, 1981)

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L’ispirazione è naturalmente l’oggetto di questa poesia di Maria Luisa Spaziani: lo spunto che giunge improvvisamente, che si propone quasi come un messaggio che viene dall’alto, l’idea di avere squarciato per un millesimo di secondo il velo della realtà: E allora ecco che si presenta il verso: il poeta deve solo fare in modo che nasca.

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FOTOGRAFIA © PEXELS

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LA FRASE DEL GIORNO
Scrivendo una buona poesia veniamo invasi da qualcosa che chiameremmo spirito, la convinzione estetica che prende radici dal nostro profondo.
MARIA LUISA SPAZIANI, Satura, Anno V, n. 17




Maria Luisa Spaziani (Torino, 7 dicembre 1922 – Roma, 30 giugno 2014), poetessa italiana formatasi nel clima postermetico di chiara ascendenza montaliana. La sua poesia è venuta via via distendendosi dal mottetto o epigramma a forme narrativo-discorsive.


16 dicembre 2020

Confondono le acque


LEONARDO SINISGALLI

FIUMI COME SPECCHI

I fiumi come gli specchi
sono intercomunicanti.
Agri Olona Verde Aniene
si mescolano al Livenza,
confondono le acque
della mia esistenza.

(da Mosche in bottiglia, Mondadori, 1975)

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Leonardo Sinisgalli, tenendo certamente presente la celebre I fiumi di Ungaretti, accomuna tutte le fasi della sua esistenza enumerando i suoi fiumi: l’Agri della natia Lucania, l’Olona del suo lungo soggiorno milanese, il Garigliano dei tempi della scuola, citato con il suo nome antico, l’Aniene dei viaggi compiuti mentre lavorava con la Società del Linoleum, il Livenza delle vacanze estive a Lignano Pineta. Tutti i fiumi, tutte le epoche della vita, si mescolano a formare ciò he in quel momento è il poeta.

(da Mosche in bottiglia, Mondadori, 1975)

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IL LIVENZA A SACILE - FOTOGRAFIA © VISIT SACILE

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LA FRASE DEL GIORNO
Oggi nessuno sa se il tempo viene o va.
LEONARDO SINISGALLI, I nuovi Campi Elisi




Leonardo Sinisgalli (Montemurro, 9 marzo 1908 – Roma, 31 gennaio 1981), poeta,  saggista e critico d'arte italiano. Noto come Il poeta ingegnere per il fatto che lavorò per Olivetti e Pirelli e per aver fatto convivere nelle sue opere cultura umanistica e cultura scientifica. Fondò e diresse la rivista “Civiltà delle macchine”.


15 dicembre 2020

Quando amano


VELIMIR CHLÉBNIKOV

GLI UOMINI, QUANDO AMANO

Gli uomini, quando amano,
facendo lunghi sguardi
ed emettendo lunghi sospiri.

Le bestie, quando amano,
iniettando torbido negli occhi
e facendo morsi di schiuma.

I Soli, quando amano,
coprendo le gambe di stoffa di terra
e a passo di danza incedendo verso l'amica.

Gli dei, quando amano,
serrando in giusti limiti il palpito del cosmo,
come Puškin la fiamma d'amore per la cameriera di Volkonskij.

1911

(da Poesie, Einaudi, 1989 – Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

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“L'Universo intero ubbidisce all'Amore” scrisse Jean de La Fontaine, e Dante chiude la sua Divina Commedia con la celebre frase “L’amor che move il sole e l’altre stelle”. Ne è convinto anche il poeta russo Velimir Chlébnikov: all’amore non sottostanno solo gli uomini e gli animali, ma anche le stelle e gli dei, l’universo intero. È il medesimo amore, che sia delle stelle o del poeta Puškin.

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CARLO CARRÀ, "DONNA AL BALCONE", 1912

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LA FRASE DEL GIORNO

Platone dice una cosa molto precisa sull'amore: afferma che nello slancio amoroso vi è una scintilla dell'universale.
ALAIN BADIOU, Elogio dell’amore




Velimir Chlébnikov, pseudonimo di Viktor Vladimirovič Chlebnikov (Oblast' di Astrachan', 9 novembre 1885 – Santalovo, 28 giugno 1922), poeta russo, uno dei principali esponenti del Futurismo. Nei suoi versi abbondano le sperimentazioni linguistiche e i neologismi, tanto che diede vita a una lingua poetica detta zaum.


14 dicembre 2020

Un palazzo dai muri di vento


ROGER GILBERT-LECOMTE

IL VUOTO DI VETRO

Un palazzo dai muri
di vento

Un palazzo con le torri
di fiamme nel gran giorno

Un palazzo d'opale
nel cuore dello zenit

L’uccello fatto d’aria pallida
vi vola veloce

lasciando una scia bianca
nello spazio nero

Il suo volo traccia un segno
che vuol dire assenza

(da L’ amore, la morte, il vuoto e il vento, 1933)

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Il “semplicista” francese Roger Gilbert-Lecomte costruisce una poesia surreale basta sul niente, in cui protagonisti sono il vuoto, il nulla, l’aria, il vento, l’assenza. Eppure, questo castello in aria si regge clamorosamente in piedi, nonostante sia apparso dai territori del sogno.

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DIPINTO DI RAFAL OLBINSKI

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LA FRASE DEL GIORNO

Tutto lo spazio e ciò che serra / è un buco nero in pieno bianco.
ROGER GILBERT-LECOMTE, L’amore, la morte, il vuoto e il vento




Roger Gilbert-Lecomte, (Reims, 18 maggio 1907 – Parigi, 31 dicembre 1943), poeta francese.Fondò con altri ragazzi Le Grand Jeu, rivista dei “poeti semplicisti” alla ricerca di esperienze mistiche ed extrasensoriali attraverso l’uso di droghe.Nel 1925 si avvicinò con i suoi sodali al Surrealismo tramite André Breton, che poi “scomunicò” il gruppo.


13 dicembre 2020

Il sole minore


JOHN DONNE

NOTTURNO NEL GIORNO DI SANTA LUCIA,

IL GIORNO PIÙ BREVE DELL’ANNO

È la mezzanotte dell'anno.
È la mezzanotte del giorno di Lucia,
per sette ore a stento si disvela.
Il sole è sfinito e dalle sue fiasche
non raggi costanti, ma deboli bagliori
ora manda.
La linfa del mondo tutta fu assorbita.
Bevve la terra idropica l'universale balsamo.
Morta e interrata la vita si è ritratta,
là, ai piedi del letto, quasi. Eppure,
tutto ciò non par che un riso
rispetto a me che sono il suo epitaffio.
 
E allora studiatemi, voi che sarete amanti
in un altro mondo, in un'altra primavera,
perché io sono ogni cosa morta
che nuova alchimia d'amore ha trasmutato.
Perché anche dal nulla la sua arte
ha distillato una quintessenza,
da opaca privazione, da povera vuotezza.
Annichilato, ora rinasco
dall'assenza, dal buio, dalla morte,
cose che non sono.
 
Da ogni cosa, ogni altro prende ciò che è bene,
vita, anima, forma, spirito, ne trae esistenza.
Dall'alambicco dell'amore così fatto,
sono la tomba io, di tutto quel che è nulla. Spesso
fu un diluvio il nostro pianto,
ne sommergemmo il mondo. Noi due. E spesso
siamo mutati sino a essere due caos
quando parve che d'altro ci curassimo. E spesso
l'assenza ci privò dell'anima. Fece di noi carcasse.
 
Ma per la sua morte (parola che le fa torto)
del primigenio nulla un elisir son fatto.
Se fossi un uomo, che sono uno
dovrei di necessità saperlo. Seguirei,
se fossi un animale, un fine, un mezzo.
Le stesse piante, le stesse pietre
odiano, amano; e tutto, tutto possiede
una proprietà.
Se fossi un qualunque nulla,
come lo è un'ombra, vi dovrebbe pur essere
una luce, un corpo.
 
Ma io sono il Nulla; il mio sole non si rinnoverà.
E voi amanti, voi per cui il sole minore
è trascorso ora in Capricorno
per prendere nuova passione, e a voi donarla,
godete intera la vostra estate perché lei gode
la festa della sua lunga notte.
Io a lei mi disporrò e chiamerò quest'ora
la sua vigilia, la sua veglia,
in questa profonda mezzanotte
del giorno e dell'anno.

(A nocturnal upon St. Lucy’s day, being the shortest day of the year, da Canzoni e sonetti, 1633 – Traduzione di Rosa Tavelli))

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Il buio e la luce, in perenne contrasto, risaltano soprattutto il giorno del solstizio d’inverno, quando il sole raggiunge la sua declinazione massima più lontana dalla terra nell’emisfero boreale. Il poeta inglese John Donne in questo suo Notturno scritto nel 1611 dopo che la moglie Anne More diede alle luce un bimbo morto, coniuga con pensiero sofferente amore e morte in consonanza con la luce e il buio del giorno tradizionalmente più corto dell’anno – secondo il calendario giuliano, in vigore fino al 1582 e ancora rimasto nel proverbio su Santa Lucia. Il calendario gregoriano, per superare il disallineamento dell’anno civile con quello ecclesiastico, aggiunse dieci giorni, passando dal 4 ottobre direttamente al 15 ottobre del 1582, facendo slittare in avanti dunque anche il giorno del solstizio.

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FOTOGRAFIA © EWAN TOWNHEAD.

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LA FRASE DEL GIORNO
Perché l'amor controlla amor d'ogni altra vista / E fa di una stanzetta un universo.
JOHN DONNE, Canzoni e sonetti




John Donne (Londra, 22 gennaio 1572 – 31 marzo 1631), poeta, religioso e saggista inglese, avvocato e chierico della Chiesa d'Inghilterra. Scrisse sermoni e poemi di carattere religioso, traduzioni latine, epigrammi, elegie, canzoni, sonetti e satire. Considerato come il rappresentante inglese del concettismo durante il Siglo de Oro, incarnò la reazione all’uniformità dell’epoca elisabettiana e l’apertura al barocco.


12 dicembre 2020

Sulla neve


BLAGA DIMITROVA

IL SORRISO DEL NORD

Colori d'arcobaleno sulla neve
attraverso una lacrima gelata.

1947

(da All'aperto, 1956 - Traduzione di Valeria Salvini)

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Pochissime parole in due soli versi: la poesia sa manifestare la sua emozione anche così: Sembra di vederla la giovane Blaga DImitrova nel freddo di un inverno bulgaro, tutta imbacuccata: basta quella lacrima, quella comunione con la natura circostante, a trasformare tutto quanto, a mutare il bianco della neve in tutti i colori dell’arcobaleno.

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PATRICIA CLARK TAYLOR, "DONNA NELLA NEVE"

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LA FRASE DEL GIORNO
Nevica davvero, e come cigni che si abbassano, qua una penna là un'altra, e poi una piuma, giungono i luminosi abitanti della bianca dimora..
EMILY DICKINSON




Blaga Nikolova Dimitrova (Bjala Slatina, 2 gennaio 1922 – Sofia, 2 maggio 2003), poetessa, scrittrice e politica bulgara, vicepresidente della Bulgaria dal gennaio 1992 al luglio 1993. Nel tempo la sua poetica passò da tematiche sentimentali che la portarono a scrivere prevalentemente liriche d'amore ad un maggiore impegno sociale e politico.


11 dicembre 2020

Centenario di Carlo Vallini


Minato nel fisico, provato da tre anni di trincea come ufficiale degli Alpini a Cividale, l’11 dicembre di cento anni fa, il poeta Carlo Vallini moriva a Milano, città dove era nato nel 1885. Trascorsa l’infanzia a Genova, si imbarcò come mozzo su un veliero della Giamaica per poi stabilirsi a Torino, dove divenne amico di Guido Gozzano, con il quale condivise un corposo epistolario, e dove frequentò i circoli letterari crepuscolari laureandosi in lettere con Arturo Graf.

Crepuscolare, di derivazione dannunziana, di lui restano due sole raccolte, pubblicate entrambe nel 1907 per i tipi di Streglio: La rinunzia e Un giorno, la traduzione in prosa della Ballata del carcere di Reading di Oscar Wilde e il dramma teatrale Radda. La sua poesia è rivestita di una dolente concezione del tempo, quasi premonitoria della sua fine precoce, pervasa comunque da una sottile ironia “scettica e aristocratica” come la definì Edoardo Sanguineti.

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ALCUNI DESIDERI

Non chiedo la grazia divina
del sogno, né la scintilla
del genio: una vita tranquilla
mi basta, una vita meschina.
Per questa mania solitaria
m'occorrerebbe un' onesta
casa, assai vecchia e modesta,
con molta luce e buon' aria,
con alberi verdi e da frutti
d'intorno, sepolta tra un folto
di pergole ombrose; ma molto,
ma molto lontana da tutti.
Un' assai vecchia dimora,
linda, ospitale ed ammodo,
un po' rozza e semplice al modo
delle massaie d'allora;
e in questo rifugio all'antica,
vorrei, nell'oblio,secolare,
illudermi di riposare
da un' imaginaria fatica.
Che sonni, che sonni tranquilli
da bimbo nella sua cuna,
le notti col lume di luna,
le notti col canto dei grilli!

Vorrei pure scrivere, senza
fatica, dei versi: ma sparsi
a spizzico, da giudicarsi
con una bonaria indulgenza:
dei versi bizzarri, rimati
secondo la mia prosodia,
con molta malinconia
e quasi niente grammatica:
e il lusso da milionario
vorrei per un mese, d'avere
a nolo per cameriere -
un dottore universitario
per mettere in bella copia
le mie bislacche parole
e dirmi dove ci vuole
la lettera semplice o doppia.

O gioia di essere solo!
non l'ombra d'un conosciuto
vicino, toltone il muto
dottore che avrei preso a nolo.
Non ascolterei che la sola
natura, l'unica amica;
non compirei più la fatica
di dire una mezza parola.
Avrei con me qualche rado
libro, assai fuori di mano;
andrei per i campi pian piano
senza saper dove vado;
nella mia testa i pensieri
andrebbero com'io li lascio
andare, tutti a rifascio,
i più pazzi con i più seri:
e a sera, sull'imbrunire,
un letto fresco e profondo
mi smemorerebbe del mondo
con la voluttà di dormire.

Se un semplice regime uguale
bastasse a guarirmi dal tedio!
Ma in simile caso il rimedio,
sarebbe peggiore del male.
Non guarirei, ne son certo,
da tutte queste torture
imaginarie, neppure
se andassi in mezzo al deserto;
il male, purtroppo, non sta
di fuori, ma nel mio interno,
ed è un prodotto moderno
come l'elettricità:
e come un tarlo che roda
addentro, senza mai posa,
ed era in addietro una posa
ormai passata di moda.
Oh come darei le parole
inutili e l'opere vane
dell'uomo, per essere un cane
che dorma placido al sole!
Per esser la foglia o l'insetto
o l' albero o il gufo o il leone,
per non aver la ragione,
per non aver l'intelletto,
per essere (questo conforto
concedi, o Natura, a chi è stanco
già troppo), per esser pur anco
un uomo, ma essere morto!

(da Un giorno, Streglio, 1907)

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O SETTEMBRE, NEL BEL PARCO SILENTE

O Settembre, nel bel parco silente
ove assorto al mio sogno un dì vagai,
fa’ ch’io rivegga ancora dai rosai
fiorir le rose, prodigiosamente.

Ch’io rioda tra i boschi dolcemente
gemer le mie fontane dolci lai
e le gelide statue che mai
mutano gesto, interrogarmi intente.

Irrompa tra i cipressi, per le aperte
finestre, nel castello, la sovrana
fiamma sanguigna del gran sol che muore

e dilaghi via via per le deserte
plaghe, una voce triste che lontana
mi sembri e pianga invece nel mio cuore.

(da La rinunzia, Streglio, 1907)

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LA FRASE DEL GIORNO
Non forse questa generazione / nostra, asservita alla novella maga, / troppo gli enigmi della vita indaga / e il bene in un’indagine ripone?
CARLO VALLINI, La rinunzia




Carlo Vallini (Milano, 18 luglio 1885 – 11 dicembre 1920) poeta italiano. Partito dal dannunzianesimo virò verso il Crepuscolarismo, diventando amico di Guido Gozzano. Nel 1907 pubblicò le sue uniche raccolte: La rinunzia e Un giorno. L’oscurità crepuscolare è spesso temperata da un’elegante ironia


10 dicembre 2020

I vaghi fianchi del tempo


JAIME GARCÍA TERRÉS

SARTIAME

Sistemo i miei dolori come posso, vado di fretta.
Li metto nelle tasche o li nascondo scioccamente
sotto la pelle dentro le ossa;
alcuni, un bel po’
vagano sparsi per il sangue,
rosse rabbie improvvisamente in malora.
Tutto perché non ho un posto per ogni cosa;
tutto per colpire i vaghi fianchi del tempo
con speroni che non conoscono calma o respiri.

(da I regni combattenti, 1961)

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“Le parole che ho detto, i canti che ho misurato / sono stati verità per un istante, poi più nulla”: il poeta messicano Jaime García Terrés è alla ricerca del senso del tempo, e se ne va come un Don Chisciotte contro i mulini a vento lottando contro la degradazione della realtà e la banalità del quotidiano.

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VLADIMIR KUSH, "IL FILO DELLA VITA"

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LA FRASE DEL GIORNO
Cos'è la poesia? Più che qualcosa che dia significato, qualcosa che dà un nome a ciò che non lo ha.
JAIME GARCÍA TERRÉS




Jaime García Terrés (Città del Messico (24 maggio 1924 – 29 aprile 1996), poeta editore, saggista, traduttore e diplomatico messicano. Direttore del Fondo di Cultura Economica, fu ambasciatore in Grecia dal 1965 al 1968. La sua opera indaga la banalità del vivere quotidiano. Tradusse Eliot, Pound, Yeats, Benn e Hölderlin.


9 dicembre 2020

Sotto la luna


VLADIMIR NABOKOV

CHI MI CONDURRÀ

Chi mi condurrà a casa per la strada sconnessa,
vicino alle paludi grigie e ai campi che scorrono?
Chi, voltandosi verso di me, indicherà con il frustino
la casa che rinverdisce tra le betulle e i sorbi?
Chi mi aprirà la porta? Chi piangerà sull’uscio?
E ora, in questo stesso istante,
c’è qualcuno che all’improvviso
ha sentito che in un paese lontano
passeggio sotto la luna e canto al passato?

(da The New Yorker, 30 ottobre 1978)

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La lontananza di un esule, la nostalgia per un luogo lontano e la memoria di ciò che è stato: tutto questo emerge nel cuore dello scrittore e poeta russo naturalizzato statunitense Vladimir Nabokov, l’autore del celeberrimo Lolita. Basta una passeggiata al chiaro di luna a rinverdire i ricordi della casa, della gente che vi abita, a far sorgere la malinconica bellezza del momento.

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RENÉ MAGRITTE, "IL MAESTRO DI SCUOLA"

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LA FRASE DEL GIORNO
Lo spazio è uno sciame dentro gli occhi; e il tempo / un canto nelle orecchie.
VLADIMIR NABOKOV, Fuoco pallido




NabokovVladimir Vladimirovič Nabokov (Pietroburgo, 23 aprile 1899 – Montreux, Svizzera, 2 luglio 1977) scrittore, saggista, critico letterario, entomologo, drammaturgo e poeta russo naturalizzato statunitense, è conosciuto soprattutto per il romanzo Lolita. Ha scritto in russo e in inglese.


8 dicembre 2020

Le foglie gridano


WALLACE STEVENS

IL CORSO DI UN PARTICOLARE

Oggi le foglie gridano, sospese ai rami battuti dal vento,
eppure il nulla dell’inverno un poco si assottiglia.
È ancora pieno di ombre gelate e forme di neve.

Le foglie gridano… A distanza, si sente solo il grido.
È un grido indaffarato, che riguarda qualche altro.
E sebbene si dica che si è parte del tutto,

c’è un conflitto, una resistenza implicata;
l’essere parte è un impulso che declina:
si sente la vita di ciò che dà vita com’è.

Le foglie gridano. Non è grido di pietà divina,
né l’alito estremo di eroi senza fiato, né grido umano.
È il grido di foglie immanenti a se stesse,

vuote di fantasia, che non significano più di quello che sono
all’orecchio di chi finalmente le accolga, è la cosa
stessa, finché in ultimo il grido non riguarda nessuno.

(da Le aurore dell’autunno, 1950 - Traduzione di Nadia Fusini)

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”La teoria della poesia è la teoria della vita, così com’è” scrisse il poeta statunitense Wallace Stevens. È quello che esprime quel “si sente la vita di ciò che dà vita com’è”. La sua, soprattutto negli ultimi anni, è una poesia meditativa, in sintonia con la natura. Lo è anche la consonanza con le foglie che dolorosamente resistono all’inverno.

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FOTOGRAFIA © PXHERE

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LA FRASE DEL GIORNO
Una poesia non necessita di un significato come la maggior parte delle cose nella natura.
WALLACE STEVENS




Wallace Stevens (Reading, Pennsylvania, 2 ottobre 1879 – Hartford, Connecticut, 2 agosto 1955) è stato un poeta statunitense. Laureato ad Harvard, avvocato dal 1904, lavorò per una compagnia di assicurazioni. Espressione tra le più alte del Modernismo, nei suoi versi risaltano  l'immaginazione e lo spessore metaforico del linguaggio.