lunedì 27 ottobre 2008

I cachi di Loi


Diòspirus cachi sü büttér de nev,
'me pomm d'aranz ch' un'aria de penser
vedra j a penzula al nevurasch di tecc,
e i pess durâ de Cina disen plàgass
nel tòrbed de la vasca presuné,
e 'l Bobi, negher bòtul, can schifus
che lecca merda e va, cume quj orb
che passen 'rent a tí cul frecc di mort,
e, de lifrun, la bissa scudelera
la cerca, nel raspà che fa la tèra,
i fiur del paradis, l'urtensia, i spûs,
che lívren fâ d'argent al brüsch de l'üga
lung a la müra inamurâ del sû,
e Meri, urizunt fâ de tristessa,
sciura di can, tusetta che del ciel
gelusa te sgarràvet la s'genada
di stell de sass süj cachi slünascent, tí, Meri,
d'una serva sgravaggiada
passer de scund, vestina ch'aj cancell,
cuj öcc de sû, tra i glícin la slisava,
e l'umbra del giardin pareva lé, niascín,
che dai ramas'g te s'inveggiava
trí méter fâ de níul, culmègn penser,
la frunt che, nel sugnàss, la smentegava
i ciam, el rosc di fjö süj strâ de nev, Meri di fiur,
maestra de bardassa,
arlía d'amur, ch'al curr di desdòtt ann,
cuj tò silensi e la sapiensa ghiba,
d'un tumb, ansius murí, te ghé lassâ,
nüm fàtuv, nüm strigòzz, strafúj 'me tí,
che sül catràm luntan d'una quaj strada
el ciel l'era un linsö de névur fint.



TRADUZIONE

Diospyrus cachi su pani di burro di neve,
come mele d'arancio che un'aria di pensieri
vetrata li penzola alla nuvolaglia che minaccia dai tetti,
e i pesci dorati della Cina si dicono parole vane
nel torbido d'acqua della vasca prigionieri,
e il Bobi, botolo negro, cane schifoso
che lecca merda e va, come quei ciechi
che passano accanto a te col gelo dei morti,
e, da pigraccia, di soppiatto, la corazzata tartaruga
cerca, nel raspare che fa alla terra,
la serenella del paradiso, l'ortensia, le libellule,
che finiscono volando la loro vita fatte d'argento
al brusco dell'uva
lungo la mura innamorate del sole,
e Meri, orizzonte fatto di tristezza,
signora dei cani, ragazzina che del cielo
gelosa rubavi furtiva il gelare del gennaio
delle stelle di sasso sui cachi illuminati dalla luna,
tu, Meri,
di una serva sgravata
passerotto da nascondere, vestina che ai cancelli,
cogli occhi di sole, tra le glicini scivolava,
e l'ombra del giardino sembrava lei,
uccelletto da cova,
che dalle glacce sui vetri vedevi invecchiare
tre metri fatti di nuvole, pensieri di tetti e comignoli,
e ti s'invecchiava la fronte che, nel sognarsi,
dimenticava i richiami,
il frottare dei ragazzi sulle strade di neve,
Meri dei fiori,
maestra di ragazzaglia,
visione d'amore, che al correre dei diciotto anni,
coi tuoi silenzi e la sapienza gelida,
d'un improvviso, rovinoso, ansioso morire,
tu ci hai lasciati,
noi fatui, noi spavaldi e miserelli, malcresciuti come te,
che sul catrame lontano di una qualche strada
il cielo era diventato un lenzuolo di nuvole finte.


Singolare figura quella del poeta Franco Loi: nato a Genova nel 1930, scrive nel dialetto della sua città d'adozione, Milano, dove arrivò a sette anni. La sua prima raccolta, "I cart", uscì nel 1973, due anni prima di "Stròlegh", dalla quale è tratta questa poesia che sa d'autunno.

Partendo dai cachi che pendono dai rami in attesa che maturino - e ben maturi devono essere per poterli mangiare, altrimenti allegano i denti - Loi rappresenta un paesaggio che va lentamente verso la decomposizione, che passa dalla maturità dell'estate alla stasi dell'inverno in attesa di rifiorire a primavera. Come la tartaruga che cerca il posto adatto per il letargo e le libellule che si immolano dopo aver portato a termine il compito della loro specie.

Questo addormentarsi della natura, questa lunga decadenza, sofferta e malinconica, questo morire nelle nebbie d'autunno, porta a Loi il ricordo di una compagna d'infanzia scomparsa: erano i tempi della guerra ed i ragazzi si aggiravano per le campagne che circondavano anche Milano, anzi erano dentro Milano, non ancora soffocante metropoli. Il poeta traccia il ritratto di Meri, figlia di una serva nubile, ancora più derelitta degli altri poveri ragazzi, e lo fa con la dolcezza di quando si ricorda il tempo perduto: una dolcezza che lascia la bocca amara.





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LA FRASE DEL GIORNO
La gente dice cose straordinarie senza magari rendersene conto: a volte dolcissime, altre feroci, e le dice in un modo, il dialetto, che è impossibile rendere in italiano con la stessa efficacia.
FRANCO LOI, su "Il Giornale", 19 maggio 2007

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