sabato 11 ottobre 2008

Bosco Cappuccio


ONCE UPON A TIME

In Cappuccio Forest
there's a slope
of green velvet
like a lovely
overstuffed chair

My dozing off there
alone
in a far-off cafe
with a faint light
like this one
this moon is shedding


Navigando nel mare magno della Rete mi sono imbattuto in questa poesia. Mi sembrava familiare, man mano che la mente traduceva in italiano le parole inglesi. Poi la memoria è riuscita ad associare il titolo italiano, "C'era una volta" e l'autore, Giuseppe Ungaretti. Le note relative al testo sono state la conferma definitiva: mi mancava di sapere solo il nome del traduttore, Andrew Frisardi.

Ecco, il bello della conoscenza è questo, scoprire in un remoto blog statunitense la poesia di un autore italiano, tradotta ed apprezzata. E rivalutarla, trovare qualche cosa di nuovo in quelle parole lette e rilette tante volte nella lingua originale. Come vedere un oggetto noto da un diverso punto di vista.

Bosco Cappuccio è una località, un paesino strappato dagli italiani agli austroungarici nel primo anno di guerra. Ha un nome da favola, ma non erano che poche case perse in un ammasso di rovine. Eppure Giuseppe Ungaretti, il primo agosto del 1916 proprio di quel borgo sognava, dalle postazioni di Quota Centoquarantuno, dove la guerra di posizione e di trincea infuriava. Un'oasi di tranquillità per il poeta, il desiderio di una normalità che non può avere, ben simboleggiata da quel termine "poltrona" a indicare un pendio erboso come se ne trovano nei paesi di montagna e di collina - e Bosco Cappuccio è sulle pendici del San Michele. Ed un caffè dove rintanarsi, quasi nascondersi alla luce fievole, rannicchiarsi come un bambino nel ventre materno.

C'ERA UNA VOLTA

Bosco Cappuccio
ha un declivio
di velluto verde
come una dolce
poltrona

Appisolarmi là
solo
in un caffè remoto
con una luce fievole
come questa
di questa luna


Paul Cézanne, "Il fumatore"

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LA FRASE DEL GIORNO
La casa della poesia non avrà mai porte.
ALDA MERINI, Aforismi e magie

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