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domenica 15 giugno 2008

Il dolore di Antonia


ANTONIA POZZI

RICONGIUNGIMENTO


Se io capissi
quel che vuole dire
- non vederti più -
credo che la mia vita
qui - finirebbe.
Ma per me la terra
è soltanto la zolla che calpesto
e l'altra
che calpesti tu:
il resto
è aria
in cui - zattere sciolte - navighiamo
a incontrarci.
Nel cielo limpido infatti
sorgono a volte piccole nubi,
fili di lana
o piume - distanti -
e chi guarda di lì a pochi istanti
vede una nuvola sola
che si allontana.



* * * * *


NOVEMBRE


E poi - se accadrà ch'io me ne vada -
resterà qualche cosa
di me
nel mio mondo -
resterà un'esile scia di silenzio
in mezzo alle voci -
un tenue fiato di bianco
in cuore all'azzurro -
Ed una sera di novembre
una bambina gracile
all'angolo di una strada
venderà tanti crisantemi
e ci saranno le stelle
gelide verdi remote -
Qualcuno piangerà
chissà dove - chissà dove -
Qualcuno cercherà i crisantemi
per me
nel mondo
quando accadrà che senza ritorno
io me ne debba andare.



Di Antonia Pozzi abbiamo visto il dolore, l’impossibilità di rimanere ancorata alla vita, la ricerca dell’abisso. In queste due poesie che si possono leggere come un triste presagio, spiccano la purezza delle parole e la bellezza delle immagini: i fiori venduti da una bambina, le nuvole che si sfilacciano nel cielo azzurro per poi ricongiungersi.
Il 2 dicembre del 1938 la poetessa ventiseienne si recherà all’Abbazia di Chiaravalle e inghiottirà decine di barbiturici sdraiandosi nel gelido prato di fronte alla chiesa. Vano sarà l’intervento di un contadino: trasportata al Policlinico di Milano, vi morirà la sera seguente.

Leggendo Antonia Pozzi possiamo capire quanto profonda possa divenire la sofferenza, quanto un piccolo dolore si possa ingigantire fino ad assorbire tutta quanta un’esistenza, come un buco nero capace di attirare una stella brillante quale lo era la poetessa milanese, colta e raffinata, amante della natura e della montagna.

Per la biografia e un breve profilo critico vedi :
Antonia Pozzi in montagna



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LA FRASE DEL GIORNO
Vile, veramente vile è solo chi ha paura dei suoi ricordi.
ELIAS CANETTI, La Provincia dell'Uomo




Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un'amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l'influsso della lirica di Rilke.


domenica 29 aprile 2018

Fede in te


ANTONIA POZZI

CONFIDARE

Ho tanta fede in te. Mi sembra
che saprei aspettare la tua voce
in silenzio, per secoli
di oscurità.

Tu sai tutti i segreti,
come il sole:
potresti far fiorire
i gerani e la zàgara selvaggia
sul fondo delle cave
di pietra, delle prigioni
leggendarie.

Ho tanta fede in te. Son quieta
come l’arabo avvolto
nel barracano bianco,
che ascolta Dio maturargli
l’orzo intorno alla casa.

 
8 dicembre 1934

(da Parole, Mondadori, 1939)

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È nota la contrastata storia d’amore della poetessa Antonia Pozzi: studentessa al liceo classico Manzoni di Milano, intrecciò una relazione con il suo professore di greco e latino, Antonio Maria Cervi, interrotta nel 1933 in seguito all’intervento dei genitori di lei, l’avvocato Roberto Pozzi e la contessa Lina Cavagna Sangiuliani. Ma l’amore – dice Antonia – sa aspettare, sa attendere “in silenzio, per secoli  /di oscurità” con la speranza e la fiducia del credente. Speranza e fiducia che purtroppo Antonia Pozzi perse, avvelenandosi con i barbiturici nel prato dell’abbazia di Chiaravalle a soli 26 anni.

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Antonia

SCENA DA “ANTONIA”, 2015 DI FERDINANDO CITO FILOMARINO

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LA FRASE DEL GIORNO
Sperare / mentre il domani intatto sconfina / e tosto / dimenticare il volto / delle speranze, nel tempo vero.
ANTONIA POZZI, Parole




Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un'amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l'influsso della lirica di Rilke.


sabato 22 maggio 2010

Glicini e sambuchi


ANTONIA POZZI

ALTURA

La glicine sfiorì
lentamente
su noi.

E l'ultimo battello
attraversava il lago in fondo ai monti.

Petali viola
mi raccoglievi in grembo
a sera:
quando batté il cancello
e fu oscura
la via al ritorno.

11 maggio 1935

.

Fotografia © Alina Rossoshanska/Pexels

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ANTONIA POZZI

LA RAMPA

Vidi un'altissima luna
per dune di nebbia versarsi
in limpidi laghi
d'aria.

E il tuo sorriso mi cadeva in volto,
dall'alto,
da fresche fontane
dentro urne di pietra
grondanti:

mentre ai ginocchi ci serrava l'alito
giovane
dei sambuchi

e profondavano nell'ombra
lunghe scale
di terra.

14 maggio 1935

(da “Parole”, 1941)

.

“Se le mie parole potessero essere offerte a qualcuno questa pagina porterebbe il tuo nome” è l’epigrafe posta da Antonia Pozzi prima della sua raccolta di poesie. A quell’amore divenuto impossibile, osteggiato dalla famiglia e troncato improvvisamente dall’amato, alla fine Antonia darà la sua vita, divenuta insopportabile, avvelenandosi.

Quando, a distanza di pochi giorni l’una dall’altra, scrive queste due poesie, ha 23 anni: risalta una delicatezza che si intreccia al dolce clima di maggio, al sentore dei fiori profumatissimi delle glicini e dei sambuchi ma anche a una malinconia latente, alla tentazione per l’oscurità, all’abisso che si spalanca oltre una stradina di montagna.


Fotografia © Barnabas Davoti

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LA FRASE DEL GIORNO
Fo
rse la vita è davvero / quale la scopri nei giorni giovani: / un soffio eterno che cerca / di cielo in cielo / chissà che altezza.
ANTONIA POZZI, Parole




Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un'amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l'influsso della lirica di Rilke.


martedì 9 marzo 2010

Il canto selvaggio di Antonia Pozzi


ANTONIA POZZI

CANTO SELVAGGIO

Ho gridato di gioia, nel tramonto.
Cercavo i ciclamini fra i rovai:
ero salita ai piedi di una roccia
gonfia e rugosa, rotta di cespugli.
Sul prato crivellato di macigni,
sul capo biondo delle margherite,
sui miei capelli, sul mio collo nudo,
dal cielo alto si sfaldava il vento.
Ho gridato di gioia, nel discendere.
Ho adorato la forza irta e selvaggia
che fa le mie ginocchia avide al balzo;
la forza ignota e vergine, che tende
me come un arco nella corsa certa.
Tutta la via sapeva di ciclami;
i prati illanguidivano nell'ombra,
frementi ancora di carezze d'oro.
Lontano, in un triangolo di verde,
il sole s'attardava. Avrei voluto
scattare, in uno slancio, a quella luce;
e sdraiarmi nel sole, e denudarmi,
perché il morente dio s'abbeverasse
del mio sangue. Poi restare, a notte,
stesa nel prato, con le vene vuote:
le stelle – a lapidare imbestialite
la mia carne disseccata, morta.

Pasturo, 17 luglio 1929

(da Parole, 1941)

.

Antonia Pozzi era nata nel 1912: questa sua poesia è dunque una delle primissime che scrisse, nell’amena località di villeggiatura di Pasturo, in Valsassina. Una diciassettenne che ama la montagna e sfoga la sua esuberanza tra prati e roveti, nei boschi colmi di ciclamini, nel languore dorato del tramonto. Una ragazza che esprime il suo lato selvaggio nell’appartenenza alla natura, nella consapevolezza di esserne parte con il suo corpo. Eppure, ci sono già i sintomi, c’è quel desiderio finale di morte che è presago in maniera inquietante: Antonia si ucciderà proprio così, di lì a nove anni: la sera del 2 dicembre 1938 si stenderà sul prato gelido dell’abbazia di Chiaravalle, imbottita di barbiturici, ad attendere la fine….

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Egon Schiele, “Donna con le gambe distese”

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LA FRASE DEL GIORNO
Vorrei che la mia anima ti fosse / leggera, / che la mia poesia ti fosse un ponte, / sottile e saldo, / bianco – / sulle oscure voragini / della terra.
ANTONIA POZZI, Parole




Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un'amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l'influsso della lirica di Rilke.


lunedì 13 febbraio 2012

Centenario di Antonia Pozzi

 

Neanche ventisette anni. Tanto è durata la vita di Antonia Pozzi, poetessa milanese di un’unica raccolta, uscita postuma, Parole. Ma la sua è una voce ancora capace di ammaliare, ci riempie le orecchie e il cuore con i suoi versi spesso asciutti, sospesi tra espressionismo ed ermetismo, venati di crepuscolarismo ma soprattutto pervasi dall’oscillare tra l’amore e il dolore, dall’attrazione per l’abisso che un giorno la inghiottirà.

Oggi celebriamo il suo centenario: Antonia Pozzi nacque infatti a Milano il 13 febbraio 1912 in una famiglia colta e raffinata della buona borghesia ambrosiana. Divenne una ragazza moderna e appassionata del mondo: si dedicò agli studi, laureandosi in Lettere con una tesi sulla formazione culturale di Flaubert, si appassionò alla fotografia, alla montagna, viaggiò in Inghilterra, Grecia, Austria, Germania e Sicilia, si interessò anche di progetti sociali. E si innamorò: un amore contrastato dalla famiglia con il professore di greco del liceo, un doloroso amore non interamente corrisposto che lavorò in lei come un tarlo fino alla decisione di chiudere i conti con la vita il 3 dicembre del 1938.

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Da PAROLE, 1938

LAMENTAZIONE

Che cosa mi hai dato
Signore
in cambio
di quel che ti ho offerto?
del cuore aperto
come un frutto –
vuotato
del suo seme più puro –
gettato
sugli scogli
come una conchiglia inutile
poi che la perla è stata
rubata –

che cosa mi hai dato
in cambio
della mia perla perfetta
diletta?
quella che scelsi
dal monile più splendente
come sceglievano i pastori
antichi
nel gregge folto
l'agnello più lanoso più robusto più bianco
e l'immolavano
sopra il duro altare?

Che cosa hai fatto tu
se non legarmi
a questo altare
come ad una eterna
tortura? –

Ed io ti ho dato
la mia creatura
unica
la mia ansia materna
inappagata
il sogno
della mia creatura non creata
il suo piccolo viso senza
fattezze
la sua piccola mano senza
peso –
Sulle rovine della mia casa non nata
ho sparso
cenere e sale –

E tu
che cosa mi hai dato
in cambio
della mia dolce casa
immacolata?
se non questo deserto
Signore
e questa sabbia che grava
le mie mani di carne
e m'intorbida gli occhi
e m'insudicia le piaghe
e m'infossa
l'anima –

O non ci sono più nembi
nel tuo cielo
Signore
perché si lavi
in uno scroscio
tutta questa
miseria?

Milano, 6 maggio 1933

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L’ARMONICA

In una radura – dolce
singhiozzante armonica –
vorrei udirti – a condurre
una danza di fanciulli
davanti a crode
che il tramonto dissangua e lascia esanimi
in braccio al cielo –

non qui – nella via dura
dove canti canzoni di miseria
e la tua voce è un tralcio
lucente d'edera
che abbraccia invano
le alte case nemiche.

19 ottobre 1933

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PERIFERIA

Lampi di brace nella sera:
e stridono
due sigarette spente in una pozza.

Fra lame d'acqua buia
non ha echi
il tuo ridere rosso:
apre misteri
di primitiva umanità.

Fra poco
urlerà la sirena della fabbrica:
curvi profili in corsa
schiuderanno
laceri varchi nella nebbia.

Oscure
masse di travi: e il peso
del silenzio tra case non finite
grava con noi
sulla fanghiglia,
ai piedi
dell'ultimo fanale.

19 gennaio 1936

.

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MATTINO

In riva al lago azzurro della vita
son corpi le nuvole bianche
dei figli carnosi del sole:

già l'ombra è alle spalle, catena
di monti sommersi.

E a noi petali freschi di rosa
infioran la mensa e son boschi
interi e verdi di castani smossi
nel vento delle chiome:

odi giunger gli uccelli?

Essi non hanno paura
dei nostri volti e delle nostre vesti
perché come polpa di frutto
siamo nati dall'umida terra.

Pasturo, 10 luglio 1938

.

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia ha questo compito sublime: di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci rimbalza nell'anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell'arte, così come sfociano i fiumi nella celeste vastità del mare.
ANTONIA POZZI, Lettere




Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un'amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l'influsso della lirica di Rilke.


domenica 20 ottobre 2024

Una cosa di nessuno


ANTONIA POZZI

LARGO

O lasciate lasciate che io sia
una cosa di nessuno
per queste vecchie strade
in cui la sera affonda –
 
O lasciate lasciate ch’io mi perda
ombra nell’ombra –
gli occhi
due coppe alzate
verso l’ultima luce –
 
E non chiedetemi – non chiedetemi
quello che voglio
e quello che sono
se per me nella folla è il vuoto
e nel vuoto l’arcana folla
dei miei fantasmi –
e non cercate – non cercate
quello ch’io cerco
se l’estremo pallore del cielo
m’illumina la porta di una chiesa
e mi sospinge a entrare –
Non domandatemi se prego
e chi prego
e perché prego –
 
Io entro soltanto
per avere un po’ di tregua
e una panca e il silenzio
in cui parlino le cose sorelle –
Poi ch’io sono una cosa –
una cosa di nessuno
che va per le vecchie vie del suo mondo –
gli occhi
due coppe alzate
verso l’ultima luce –

(da Parole, 1939)

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Non sembra scritta da una ragazza di diciotto anni - l'età di Antonia Pozzi quando tracciò questi versi: emerge tutta quella stanchezza di vivere che può ricordare il "Lasciatemi così / come una / cosa / posata / in un / angolo / e dimenticata" del Natale ungarettiano. Un prodromo di quel peso che porterà otto anni dopo Antonia ad avvelenarsi sul prato dell'abbazia di Chiaravalle.

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SCENA DAL FILM “ANTONIA” 2015 DI FERDINANDO CITO FILOMARINO

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   LA FRASE DEL GIORNO   

Oh, le parole prigioniere / che battono battono / furiosamente / alla porta dell’anima / e la porta dell’anima / che a palmo a palmo / spietatamente / si chiude!
ANTONIA POZZI, Parole

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Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un'amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l'influsso della lirica di Rilke.


venerdì 2 settembre 2016

Come l’erba dei prati

 

ANTONIA POZZI

PRATI

Forse non è nemmeno vero
quel che a volte ti senti urlare in cuore:
che questa vita è,
dentro il tuo essere,
un nulla
e che ciò che chiamavi la luce
è un abbaglio,
l’abbaglio supremo
dei tuoi occhi malati –
e che ciò che fingevi la meta
è un sogno,
il sogno infame
della tua debolezza.

Forse la vita è davvero
quale la scopri nei giorni giovani:
un soffio eterno che cerca
di cielo in cielo
chissà che altezza.

Ma noi siamo come l’erba dei prati
che sente sopra sé passare il vento
e tutta canta nel vento
e sempre vive nel vento,
eppure non sa così crescere
da fermare quel volo supremo
né balzare su dalla terra
per annegarsi in lui.

Milano, 31 dicembre 1931

(da Parole, 1939)

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“Volti al travaglio come una qualsiasi fibra creata perché ci lamentiamo noi?”: è la stessa domanda di Ungaretti a risuonare in questa poesia di Antonia Pozzi la stessa accettazione del destino umano, espressa con la meravigliosa immagine del prato accarezzato da un vento che non può fermare – qui sta la differenza con Ungaretti, qui è già l’ansia di vivere che porterà Antonia a uccidersi a 26 anni, avvelenandosi con i barbiturici in un altro prato, quello freddo e invernale dell’Abbazia di Chiaravalle.

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Prato

FOTOGRAFIA © THEMEBIN

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LA FRASE DEL GIORNO
E come potresti donare / alle cose una vita / se fosse nelle cose la tua patria / e non in te / la patria d'ogni cosa?
ANTONIA POZZI, Parole




Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un'amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l'influsso della lirica di Rilke.


lunedì 23 maggio 2022

Libera e leggera


ANTONIA POZZI

LA STAZIONCINA DI TORRE ANNUNZIATA

ad A.M.C.

C'era un disordinato andirivieni
di valige sfrangiate, penzoloni
su ghette e scarpe gialle da provincia,
che schizzavano dentro l'atrio grigio
dagli sbadigli bianchi delle porte
aperte sulla piazza e sui binari.
Gli sportelli sbarravano sul muro
uno stupore lucido, verdone;
un ombrello, testardo, s'impuntava
contro terra in un suo capriccio nero.
Né tu né io ci guardavamo in viso:
ma i miei occhi sentivan d'incontrarti.
Dove, non so. Forse in quel po' di cielo
che si vedeva sopra la tettoia
o in mezzo alle fumate carnicine
che il Vesuvio sbuffava senza posa
e il vento senza posa smozzicava.
Io mi sentivo libera e leggera
come quei fiocchi bianchi di pelurie
che si sprigionano dai pioppi, in maggio
e cercan l'alto come delle preci.
La tua voce era un mare di purezza:
ogni ombra di materia vi affogava.
A tratti le parole si frangevano
in sfumature lunghe di silenzio
e all'anima sembrava di vibrare
nuda nel vento e di sfiorare Dio.

Milano, 17 aprile 1929

(da Parole, Mondadori, 1939)

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Una serie di impressioni bastano alla poetessa Antonia Pozzi, qui appena diciassettenne, per raccontare del suo viaggio a Napoli e in particolare della sosta alla piccola stazione di Torre Annunziata: uno scenario che fotografa un preciso quadro di un’Italia ormai sul principio degli Anni Trenta, sul quale si innesta l’emozione provata da Antonia, la leggerezza che proviene dall’amore (l’A.M.C. della dedica è Antonio Maria Cervi, il professore di latino e greco con cui ebbe una relazione contrastata dalla famiglia e la cui rottura la portò ad uccidersi all’età di 26 anni).

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GERALD GREEN, "USCENDO DA LOUGHBOROUGH"

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LA FRASE DEL GIORNO
E tu sarai, / nella pineta, a sera, l'ombra china / che custodisce: ed io per te soltanto, / sopra la dolce strada senza meta, / un'anima aggrappata al proprio amore.
ANTONIA POZZI, Parole




Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un'amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l'influsso della lirica di Rilke.


giovedì 14 aprile 2016

La mia voce profonda

 

ANTONIA POZZI

PREGHIERA ALLA POESIA

Oh, tu bene mi pesi
l'anima, poesia:
tu sai se io manco e mi perdo,
tu che allora ti neghi
e taci.

Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda:
tu lo sai,
tu lo sai che ho tradito,
ho camminato sul prato d'oro
che fu mio cuore,
ho rotto l'erba,
rovinata la terra –
poesia – quella terra
dove tu mi dicesti il più dolce
di tutti i tuoi canti,
dove un mattino per la prima volta
vidi volar nel sereno l'allodola
e con gli occhi cercai di salire –
Poesia, poesia che rimani
il mio profondo rimorso,
oh aiutami tu a ritrovare
il mio alto paese abbandonato –
Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.

Pasturo, 23 agosto 1934

(da Parole, 1939)

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Preghiera alla poesia, a quella dea che concede talora ai mortali di penetrare il mistero, di cogliere il barlume di qualcosa che va al di là della realtà. Antonia Pozzi eleva questo suo inno a quell’intima “voce profonda”, ed è un’amica, è la principale confidente, è la sola che può curare l’anima dall’alto della sua purezza.

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Linda_Caridi_In_Antonia

UNA SCENA DAL FILM “ANTONIA” © FRENESY FILM COMPANY

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LA FRASE DEL GIORNO
Se è tua / questa che è più di un dolore / gioia di continuare sola / nel limpido deserto dei tuoi monti / ora accetti / d'esser poeta.
ANTONIA POZZI, Parole




Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un'amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l'influsso della lirica di Rilke.


mercoledì 10 giugno 2026

Il Piave e le colline


ANTONIA POZZI

SVENTATEZZA

Ricordo un pomeriggio di settembre,
sul Montello. Io, ancora una bambina,
col trecciolino smilzo ed un prurito
di pazze corse su per le ginocchia.
Mio padre, rannicchiato dentro un andito
scavato in un rialzo di terreno,
mi additava attraverso una fessura
il Piave e le colline; mi parlava
della guerra, di sé, dei suoi soldati.
Nell'ombra, l'erba gelida e affilata
mi sfiorava i polpacci: sotto terra,
le radici succhiavan forse ancora
qualche goccia di sangue. Ma io ardevo
dal desiderio di scattare fuori,
nell'invadente sole, per raccogliere
un pugnetto di more da una siepe.

Milano, 22 maggio 1929

(da Parole, 1938)

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C’è in questa poesia di Antonia Pozzi tutto il contrasto interiore tra la vita degli adulti e quella dei bambini: la drammaticità della memoria storica – siamo sul Montello, solo dieci anni dopo le sanguinose  battaglie del Piave – che appare agli occhi del padre reduce entra in conflitto con la spensieratezza della piccola Antonia. La poetessa gioca con questi contrasti, tesse una trama di buio e di luce, di ombra e di sole, di radici e di frutti.

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FOTOGRAFIA © K/PEXELS

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  LA FRASE DEL GIORNO  

Ogni cosa, d'intorno, è grande e ombrosa / come tutti i ricordi dell'infanzia.
ANTONIA POZZI, Parole

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Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un'amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l'influsso della lirica di Rilke.


mercoledì 16 novembre 2016

Ti do me stessa

 

ANTONIA POZZI

BELLEZZA

Ti do me stessa,
le mie notti insonni,
i lunghi sorsi
di cielo e stelle – bevuti
sulle montagne,
la brezza dei mari percorsi
verso albe remote.

Ti do me stessa,
il sole vergine dei miei mattini
su favolose rive
tra superstiti colonne
e ulivi e spighe.

Ti do me stessa,
i meriggi
sul ciglio delle cascate,
i tramonti
ai piedi delle statue, sulle colline,
fra tronchi di cipressi animati
di nidi –

E tu accogli la mia meraviglia
di creatura,
il mio tremito di stelo
vivo nel cerchio
degli orizzonti,
piegato al vento
limpido – della bellezza:
e tu lascia ch'io guardi questi occhi
che Dio ti ha dati,
così densi di cielo –
profondi come secoli di luce
inabissati al di là
delle vette –

4 dicembre 1934

(da Parole, 1939)

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“Ti do me stessa” ripete Antonia Pozzi: l’anafora suddivide le tre parti della giornata, mattino, pomeriggio e notte a indicare un amore totale, capace di riversare intera tutta la sua meraviglia così come gli spettacoli naturali offerti all’emozione. L’invito è all’amato, perché accolga in sé questa esile creatura, perché la lasci fremere al vento dell’amore: “Nel cielo limpido infatti / sorgono a volte piccole nubi, / fili di lana / o piume - distanti – / e chi guarda di lì a pochi istanti / vede una nuvola sola / che si allontana.

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Bolscioi

ANONIMO DI SCUOLA RUSSA, “BALLERINA DEL BOLSCIOI”, PART.

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LA FRASE DEL GIORNO
Ma noi siamo come l’erba dei prati / che sente sopra sé passare il vento / e tutta canta nel vento / e sempre vive nel vento, / eppure non sa così crescere / da fermare quel volo supremo / né balzare su dalla terra / per annegarsi in lui.

ANTONIA POZZI, Parole




Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un'amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l'influsso della lirica di Rilke.


martedì 7 agosto 2018

Un mio fardello


ANTONIA POZZI

SOLITUDINE

ad A.M.C.

Ho le braccia dolenti e illanguidite
per un’insulsa brama di avvinghiare
qualche cosa di vivo, che io senta
più piccolo di me. Vorrei rapire
d’un balzo e poi portarmi via, correndo,
un mio fardello, quando si fa sera;
avventarmi nel buio per difenderlo,
come si lancia il mare sugli scogli;
lottar per lui, finché non rimanesse
un brivido di vita; poi, cadere
nella più fonda notte, sulla strada,
sotto un tumido cielo inargentato
di luna e di betulle; ripiegarmi
su quella vita che mi stringo al petto -
e addormentarla – e anch’io dormire, infine…
No: sono sola. Sola mi rannicchio
sopra il mio magro corpo. Non m’accorgo
che, invece di una fronte indolenzita,
io sto baciando come una demente
la pelle tesa delle mie ginocchia.

Milano, 4 giugno 1929

(da Parole, Mondadori, 1939)

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La dolce dolorosa malinconia che ha attraversato la breve vita della poetessa milanese Antonia Pozzi si manifesta spesso nella solitudine – nel 1929, quando scrive questi versi, ha 17 anni – a dispetto della presenza di familiari e amici: “andare verso un domani /  che la solitudine chiude / in fondo al deserto…” scriverà quattro anni dopo dal buen retiro di Pasturo; e ancora “solitudine e pianto / solitudine e pianto / dei larici”, fino a definirsi nel dicembre del 1934 una “barca di solitudine”. È una solitudine amorosa, testimoniata dalla dedica ad A.M.C., ovvero al professore di latino e greco Antonio Maria Cervi, con cui ebbe una relazione travagliata interrotta per volontà dei genitori. Quel desiderio di possedere qualcosa, quel senso di maternità, quella continua ricerca di qualcosa nell’esistenza è un peso troppo grande per lei: è già presaga questa poesia, prefigura la sua fine, il suicidio nel prato dell’abbazia di Chiaravalle, “nella più fonda notte, sulla strada, / sotto un tumido cielo inargentato di luna e betulle: ripiegarmi / su quella vita che mi stringo al petto”.

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Liepke

DIPINTO DI MALCOLM T. LIEPKE

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LA FRASE DEL GIORNO
Perché non per astratto ragionamento, ma per un’esperienza che brucia attraverso tutta la mia vita, per un’adesione innata, irrevocabile, del più profondo essere, io credo alla poesia. E vivo della poesia come le vene vivono del sangue.
ANTONIA POZZI




Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un'amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l'influsso della lirica di Rilke.


martedì 4 novembre 2014

Un mare placato

 

ANTONIA POZZI

PAUSA

Mi pareva che questa giornata
senza te
dovesse essere inquieta,
oscura. Invece è colma
di una strana dolcezza, che s'allarga
attraverso le ore –
forse com'è la terra
dopo uno scroscio,
che resta sola nel silenzio a bersi
l'acqua caduta
e a poco a poco
nelle più fonde vene se ne sente
penetrata.

La gioia che ieri fu angoscia,
tempesta –
ora ritorna a brevi
tonfi sul cuore,
come un mare placato:
al mite sole riapparso brillano,
candidi doni,
le conchiglie che l'onda
lasciò sul lido.

7 dicembre 1934

(da Parole, 1939)

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La quiete dopo la tempesta, il calmo assorbimento delle emozioni: è un languido stordimento quello che racconta Antonia Pozzi: capita di ritrovarsi dopo giornate vissute intensamente e scoprire in quella tranquillità che il sentimento si è placato, si è disteso piacevolmente, rilassato come un muscolo dopo essere stato contratto: “e l'anima ritrova la sua pace, / come un folle balzo di acque / che si plachi, incontrando / la suprema quiete del mare”.

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Signorini

TELEMACO SIGNORINI, “SULLE COLLINE A SETTIGNANO”

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LA FRASE DEL GIORNO
Anima, sii come la montagna: / che quando tutta la valle / è un grande lago di viola / e i tocchi delle campane vi affiorano / come bianche ninfee di suono, / lei sola, in alto, si tende / ad un muto colloquio col sole.
ANTONIA POZZI, Parole




Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un'amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l'influsso della lirica di Rilke.


mercoledì 10 aprile 2013

Fresche nuvole d’aprile

 

ANTONIA POZZI

BRUGHIERA

I

Accoccolato tra le pervinche
sfuggi
la furia ansante dei cavalli
e l'urlo
dei cani al sole.

Tu sei come il ramarro verde e azzurro
che del proprio rumore si spaura
e hai cari
questi ciliegi appena in fiore, quasi
senz'ombra.

Tenui
profili di colline alle tue ciglia:
e all'orecchio
così curvo sull'erica riarsa
a quando a quando il rombo
dei puledri lanciati per la piana.

II

Con le farfalle raso terra
esitavi
al fiorire della ginestra:
e ad un tratto
enormi ali ti dà
quest'ombra trasvolante in rombo.

Ora ridi,
acciaio splendido,
all'ombroso
imbizzarrirsi dei cavalli, al pavido
balzare delle lepri fra i narcisi.

III

Indugiano
carezze non date
fra le dita dei peschi
e gli sguardi
d'amore che mai non avemmo
s'appendono alle glicini sui ponti –

Ma il fiume
è densa furia d'acque senza creste, nel grembo
porta profondi visi di montagne:
e all'immenso
svolto dei boschi trova lieve il vento,
tocca le fresche nuvole
d'aprile.

28 aprile 1937

(da Parole, 1939)

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Assume toni delicati, quelli dei peschi e dei ciliegi in fiore, delle pervinche e delle ginestre che colorano i prati di primavera, delle glicini nei giardini di aprile, la considerazione di Antonia Pozzi sul disperato amore che la porterà a uccidersi, quello che avvelena la sua giovane vita con una crisi esistenziale che la sconvolge: “Così vedi – frantumo / me stessa in tante povere / inezie / pietose / se m'impediscono di sentire / che questo è l'ultimo addio – / ch'io reco sulle mani il mio / amore morto”. Ma qui, nel rigoglio della bella stagione, venti mesi prima dei barbiturici, ancora quell’amore sa trovare la leggerezza delle farfalle e dei petali, la stessa che hanno i sogni…

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spring charm

DIPINTO DI JOHANNES SELIC

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LA FRASE DEL GIORNO
Triste orto abbandonato l'anima / si cinge di selvagge siepi / di amori: / morire è questo / ricoprirsi di rovi / nati in noi.
ANTONIA POZZI, Parole




Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un'amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l'influsso della lirica di Rilke.


venerdì 2 ottobre 2015

Carezze cieche

 

ANTONIA POZZI

UN’ALTRA SOSTA

a L.B.

Appoggiami la testa sulla spalla:
ch'io ti carezzi con un gesto lento,
come se la mia mano accompagnasse
una lunga invisibile gugliata.
Non sul tuo capo solo: su ogni fronte
che dolga di tormento e di stanchezza
scendono queste mie carezze cieche,
come foglie ingiallite d'autunno
in una pozza che riflette il cielo.

Milano, 23 aprile 1929

(da Parole, 1939)

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Un sogno di ragazza, quello della diciassettenne Antonia Pozzi: un amoroso gesto più materno che sensuale per l’amica Lucia, cui la poesia è dedicata, una condivisione di tenerezza che nell’abbraccio racchiude - con infinita sensibilità - tutto il mondo.

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Toulouse-Lautrec

HENRI DE TOULOUSE-LAUTREC, “LES AMIES”

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LA FRASE DEL GIORNO
Rinascere – non sai: / come la prima carezza vergine / della luce / sul volto di una terra cieca
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ANTONIA POZZI, Parole




Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un'amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l'influsso della lirica di Rilke.


domenica 16 giugno 2013

A me pareva il mare

 

ANTONIA POZZI

AMORE DI LONTANANZA

Ricordo che, quand'ero nella casa
della mia mamma, in mezzo alla pianura,
avevo una finestra che guardava
sui prati; in fondo, l'argine boscoso
nascondeva il Ticino e, ancor più in fondo,
c'era una striscia scura di colline.
Io allora non avevo visto il mare
che una sol volta, ma ne conservavo
un'aspra nostalgia da innamorata.
Verso sera fissavo l'orizzonte;
socchiudevo un po' gli occhi; accarezzavo
i contorni e i colori tra le ciglia:
e la striscia dei colli si spianava,
tremula, azzurra: a me pareva il mare
e mi piaceva più del mare vero.

Milano, 24 aprile 1929

(da Parole, 1939)

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Qualche sera fa stavo guardando uno dei pochi canali televisivi ancora degni di essere visti, Rai 5, e c’era una puntata di Cool Tour Speciale Poesia dedicata alla poetessa milanese Antonia Pozzi. Tra le poesie lette c’era questa, una delle prime da lei scritte, quando aveva da poco compiuto diciassette anni, riferita a un passaggio nella casa materna di Zelata di Bereguardo: forse ancora un po’ acerba, ma già viva di quelle immagini finali che disegnano un’illusione di mare, che fanno un’illusione ancora più bella della realtà. Come i sogni, come i desideri…

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Ticino

IL TICINO A BEREGUARDO - FOTOGRAFIA © CINEMAGORA

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LA FRASE DEL GIORNO
So che forse noi siamo creature / nate tutte da un'ansia eterna: il mare; / e che la vita, quando fruga e strazia / l'essere nostro, spreme dal profondo / un po' del sale da cui fummo tratte.
ANTONIA POZZI, Parole




Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un'amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l'influsso della lirica di Rilke.


giovedì 25 ottobre 2018

Una vetrata


ANTONIA POZZI

RIFLESSI

Parole – vetri
che infedelmente
rispecchiate il mio cielo –

di voi pensai
dopo il tramonto
in una oscura strada
quando sui ciotoli una vetrata cadde
ed i frantumi a lungo
sparsero in terra lume –

26 settembre 1933

(da Parole, Mondadori, 1939)

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Che cosa sono le poesie? Che cosa sono nella vita e nell’opera del poeta? Ne fornisce un’immagine sorprendente la poetessa milanese Antonia Pozzi: quelle sue parole che se “potessero / essere offerte a qualcuno”  porterebbe il nome dell’amato, sono come frantumi di una immensa vetrata, tessere di un puzzle che pezzo a pezzo ricompone una vita e una personalità.

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Vetrata

FOTOGRAFIA © BRADLEY BASSO

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LA FRASE DEL GIORNO
Oh, tu bene mi pesi / l’anima, poesia.
ANTONIA POZZI, Parole




Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un'amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l'influsso della lirica di Rilke.


giovedì 1 maggio 2014

Maggio: due poesie

 

Maggio: la primavera copiosa e giubilante riversa a piene mani il suo verde sotto il sole, lo trapunge di papaveri rossi e fiordalisi, lascia nell’aria una nevicata di semi di pioppi. Il poeta spagnolo José María Valverde descrive una sera di maggio che parla all’anima, la poetessa milanese Antonia Pozzi si lascia stregare lungo un canale dalle foglie azzurre degli eucalipti.


springtimeredpoppies

PETER ELLENSHAW, “SPRINGTIME, RED POPPIES”



JOSÉ MARÍA VALVERDE

SERA DI PRIMAVERA, I

Queste sere, Signore, son tutte tue, per certo,
ordite della tua sostanza, della tua carne dorata.
È primavera, ma ignoro se aprile o maggio;
si scorda il transito del tempo, morte lenta,
come bocca insaziata. Così sarà l'eterno,
l'uguale di questa sera, copiosa, giubilante,
che non s'aliena in cerca di perfezione, immota.
E tanta in queste ore eternità si stempera,
che non so dei miei anni. Forse sono il fanciullo
cui primavera d'augurii feriva,
forse un uomo io sono con il mondo nel petto,
o un vecchio stanco, che contempla la vita
come un frutto rotondo, sollecito all'appello del suolo.
E il mondo è una candida comunione delle terre,
lo spazio si cancella, ferita rimarginata,
fatto lieve canzone, lume degli orizzonti.
Sento stendersi intorno pianure, come cori
che intonano un'identica nota senza varianti:
la luce del sole, che affratella i monti e le valli
solo in una presenza, fatta musica d'anima.
È come sempre. Come ieri, come domani.

(Traduzione di Oreste Macrì)

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ANTONIA POZZI

GLI EUCALIPTI

Alti gli eucalipti lungo l'argine
effusi al piede
in uno sgorgo acceso di papaveri –
Crepitano le foglie péndule
nel vento –
qualcuna cade
imbiancata
dalla calura –
lungo il canale profondo naviga –
piccola falce –
come la prima luna
nell'aria oscura –

16 maggio 1933

(da Parole, 1939)

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LA FRASE DEL GIORNO
Io mi sentivo libera e leggera / come quei fiocchi bianchi di pelurie / che si sprigionano dai pioppi, in maggio / e cercan l'alto come delle preci.
ANTONIA POZZI, Parole




jose_maria_valverdeJosé María Valverde Pacheco (Valencia de Alcántara, 26 gennaio 1926 – Barcellona, 6 giugno 1996), poeta, linguista, traduttore, saggista e critico letterario spagnolo. Lettore di spagnolo dell'Università di Roma nel 1949, fu poi professore di estetica all'Università di Barcellona e di Letteratura spagnola all'Università della Virginia, e a Trent, In Canada


Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un'amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l'influsso della lirica di Rilke.



sabato 23 novembre 2013

La sera, cantando

 

ANTONIA POZZI

L’ORA DI GRAZIA

Tetraggine lenta, sfinita
di un cortile umidiccio
in maschera di giardino;
ostentata verdezza
di un fico sterile
che non sa né il vento né il sole;
malinconia di una piccola finestra a ogiva,
di un ballatoio ingombro di foglie morte,
di un povero tralcio nero inchiodato al muro
che sopra al ballatoio si sfa
in quattro pampini vizzi.
Qui l'ora di grazia non può essere
se non l'ora delle campane:
quando la sera, cantando,
si getta dalle torri incombenti
e come acqua ricolma
ogni fossa terrena;
quando su ogni stento terreno
che duole in maschera di ricchezza
la sera, come acqua, riflette,
dal cielo al fondo, qualche raggio di stella.

Milano, 7 novembre 1931

(da Parole, 1939)

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Uno squallido angolo di periferia, un cortile triste e spoglio, desolato, dove anche l’autunno aggiunge del suo spogliando un fico che non dà frutti e una povera vite, spargendo foglie secche sui balconi di ringhiera. Eppure Antonia Pozzi con lo sguardo della poesia riesce a cogliervi un’inattesa grazia: basta che il tramonto infiammi la sera, che le campane rovescino il cielo, per versare dell’oro in quell’angolo tetro.

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Cortile

CESARE BERGONZI, “VECCHIO CORTILE - CORSO LODI, 6 MILANO”

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LA FRASE DEL GIORNO
Come una grazia cade / dal cielo il silenzio. / Ed io ti sento l'anima battere, / dietro il silenzio, / come un filo vivo di acque / dietro un velo di ghiaccio.

ANTONIA POZZI, Parole




Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un'amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l'influsso della lirica di Rilke.


martedì 13 agosto 2013

Tu eri il cielo in me

 

ANTONIA POZZI

IL CIELO IN ME

Io non devo scordare
che il cielo
fu in me.

Tu
eri il cielo in me,
che non parlavi
mai del mio volto, ma solo
quand'io parlavo di Dio
mi toccavi la fronte
con lievi dita e dicevi:
– Sei più bella così, quando pensi
le cose buone –

Tu
eri il cielo in me,
che non mi amavi per la mia persona
ma per quel seme
di bene
che dormiva in me.

E se l'angoscia delle cose a un lungo
pianto mi costringeva,
tu con forti dita
mi asciugavi le lacrime e dicevi:
– Come potrai domani esser la mamma
del nostro bimbo, se ora piangi così? –

Tu
eri il cielo in me,
che non mi amavi
per la mia vita
ma per l'altra vita
che poteva destarsi
in me.
Tu
eri il cielo in me
il gran sole che muta
in foglie trasparenti le zolle

e chi volle colpirti
vide uscirsi di mano
uccelli
anzi che pietre
– uccelli –
e le lor piume scrivevano nel cielo
vivo il tuo nome
come nei miracoli
antichi.

Io non devo scordare
che il cielo
fu in me.

E quando per le strade – avanti
che sia sera – m'aggiro
ancora voglio
essere una finestra che cammina,
aperta, col suo lembo
di azzurro che la colma.
Ancora voglio
che s'oda a stormo battere il mio cuore
in alto
come un nido di campane.
E che le cose oscure della terra
non abbiano potere
altro – su me,
che quello di martelli lievi
a scandere
sulla nudità cerula dell'anima
solo
il tuo nome.

11 novembre 1933

(da Parole, 1939)

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Un’altra poesia d’amore di Antonia Pozzi. Amore totale, amore disperato, quello che – divenuto impossibile – la portò ad avvelenarsi: mancando il cielo sulla testa, la ragazza milanese non trovò altro che buio. Qui, siamo nel 1933, l’amore c’è ancora, ma la figura dell’amato rivela comunque già i sintomi della viltà: “non parlavi mai del mio volto”, “non mi amavi per la mia persona”, “non mi amavi per la mia vita”. Un uomo che non ha mai saputo cogliere i riflessi di un’anima che voleva soltanto colorarsi di quel cielo come “una finestra che cammina, aperta”…

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2086_La_Magie_Noire-Rene_Magritte-MuseeLLN

RENÉ MAGRITTE, “LA MAGIE NOIRE”, 1946

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LA FRASE DEL GIORNO
Se le mie parole potessero / essere offerte a qualcuno / questa pagina / porterebbe il tuo nome.

ANTONIA POZZI, Parole




Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un'amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l'influsso della lirica di Rilke.