martedì 29 aprile 2008

Antonia Pozzi


Troppo breve è stata la vita della poetessa milanese Antonia Pozzi, che nel 1938, a soli ventisei anni, pose fine ai suoi giorni avvelenandosi con i barbiturici.
Le sue poesie, pubblicate postume nel 1941 nel volume “Parole” rivelano una lotta con la disperazione di non riuscire ad aggrapparsi alla realtà. Troppo dolore, una malinconia quasi patologica, le ha arrecato la relazione con il suo professore di latino e greco al liceo classico Manzoni di Milano, Antonio Maria Cervi, osteggiata dal padre, tanto da spingerla a tentare una prima volta il suicidio nel 1932. Altro dolore le darà lo stesso Cervi rompendo definitivamente con lei l’anno seguente.

Antonia si rifugia in un mondo fatato, nell’incanto della natura dei laghi e delle montagne - passò molto tempo nella villa di famiglia a Pasturo, nel Lecchese, alle pendici della Grigna - cerca nell’acqua, nelle luci, nei cieli azzurri, nelle ombre dei boschi quel conforto che la vita non sa darle. Con inflessioni molto personali va alla rabbiosa ricerca della verità delle cose, cerca di sanare quella lacerazione che le brucia dentro, quell’ansia che le scava nel cuore.

La Pozzi conosce bene l’abisso: è appassionata di montagna, ama compiere lunghe escursioni. Eppure, non trova il modo per restare al di qua del bordo: guarda giù e sa che un giorno si lascerà andare. Neanche la fede la sorreggerà più, la vita le apparirà davvero senza via di scampo: compaiono nei suoi versi le fabbriche della periferia milanese, la desolazione di quei paesaggi industriali.

Finirà per seguire quel destino interiore, precipiterà nell’abisso, come Michelstaedter, come Pavese, come Sylvia Plath, come Marina Cvetaeva. Lasciandoci quelle poche poesie, che riecheggiano nei versi chiari la purezza di quelle acque di montagna, la dolcezza di quelle acque di lago.


VERGINITÀ

Vele solari
col tuo piede scarno
tentavi dal pontile,
raccoglievi
chiare sillabe d'acqua
nella scia delle barche.
Poi un profilo d'alte pietre
franava in lago:
ridendo
offrivi alghe al mio nudo
corpo serale.


***

PUDORE

Se qualcuna delle mie povere parole
ti piace
e tu me lo dici
sia pur solo con gli occhi
io mi spalanco
in un riso beato
ma tremo
come una mamma piccola giovane
che perfino arrossisce
se un passante le dice
che il suo bambino è bello.


***

ESEMPI

Anima, sii come il pino:
che tutto l'inverno distende
nella bianca aria vuota
le sue braccia fiorenti
e non cede, non cede,
nemmeno se il vento,
recandogli da tutti i boschi
il suono di tutte le foglie cadute,
gli sussurra parole d'abbandono;
nemmeno se la neve,
gravandolo con tutto il peso
del suo freddo candore,
immolla le fronde e le trae
violentemente
verso il nero suolo.


Anima, sii come il pino:
e poi arriverà la primavera
e tu la sentirai venire da lontano,
col gemito di tutti i rami nudi
che soffriranno, per rinverdire.
Ma nei tuoi rami vivi
la divina primavera avrà la voce
di tutti i più canori uccelli
ed ai tuoi piedi fiorirà di primule
e di giacinti azzurri
la zolla a cui t'aggrappi
nei giorni della pace
come nei giorni del pianto.

Anima, sii come la montagna:
che quando tutta la valle
è un grande lago di viola
e i tocchi delle campane vi affiorano
come bianche ninfee di suono,
lei sola, in alto, si tende
ad un muto colloquio col sole.
La fascia l'ombra
sempre più da presso
e pare, intorno alla nivea fronte,
una capigliatura greve
che la rovesci,
che la trattenga
dal balzare aerea
verso il suo amore.
Ma l'amore del sole
appassionatamente la cinge
d'uno splendore supremo,
appassionatamente bacia
con i suoi raggi le nubi
che salgono da lei.
Salgono libere, lente
svincolate dall'ombra,
sovrane
al di là d'ogni tenebra,
come pensieri dell'anima eterna
verso l'eterna luce.

Vedi anche: http://cantosirene.blogspot.com/2008/06/il-dolore-di-antonia.html

La Grigna, vista da Moggio



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LA FRASE DEL GIORNO
La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
GABRIEL GARCÍA MÁRQUEZ, Vivere per raccontarla

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