venerdì 18 aprile 2008

Aimé Césaire, la negritudine


"Ragione, io ti sacrifico alla brezza della sera".
AIMÉ CÉSAIRE
Il poeta martinicano Aimé Césaire è morto ieri all'ospedale di Fort-de-France, dove era ricoverato per problemi cardiaci. Era nato nell'isola caraibica, a Basse-Pointe, nel 1913 ed è stato sindaco di Fort-de-France e deputato del dipartimento francese d'oltremare per oltre cinquant'anni.

Nel 1939 pubblica "Diario del ritorno al paese natale", la sua raccolta più nota, dove appare per la prima volta il termine "negritudine", che passa a definire la coscienza di essere neri, comune poi ad altri poeti impegnati come il senegalese Léopold Sédar Senghor e il guyanese Léon Gontran Damas, suoi compagni di studi all'École Normale Supérieure di Parigi.
È un concetto che va al di là del puro dato biologico e si riferisce piuttosto a una delle forme della condizione umana, assommando tutti i valori spirituali, artistici e filosofici dell'essere neri e che porta Césaire a lottare per l'autonomia della Martinica e non per la sua indipendenza e a combattere contro il colonialismo ed il razzismo. Celebre è il suo "Discorso sul colonialismo", accolto nel 1955 come un manifesto di rivolta. Vi si legge infatti: "La colonizzazione disumanizza l'uomo, persino il più civilizzato; l'azione coloniale, l'impresa coloniale, la conquista coloniale, fondata sul disprezzo dell'uomo indigeno e giustificata da questo disprezzo, tende inevitabilmente a modificare colui che la intraprende; il colonizzatore che, per mettersi in pace la coscienza, si abitua a vedere nell'altro la bestia, si riduce a trattarlo come un'animale, tende oggettivamente a trasformarsi lui stesso in bestia".

Quanto al poeta, Césaire rappresenta uno dei più alti esempi del Surrealismo francese, sin dall'opera citata, una tragedia in versi che esprime la sorte degli schiavi lasciando intravedere la speranza della liberazione. Il recupero delle tradizioni delle Antille è un tema caro anche al Césaire drammaturgo, che reinterpreta nel 1969 Shakespeare, con "Una tempesta", e si ispira nel 1967 al dramma di Lumumba, ucciso dai secessionisti del Katanga dopo il golpe del 1961, mettendo in scena "Una stagione in Congo"


PARTIRE
Come ci sono uomini-iena e uomini-
pantera, sarei un uomo-ebreo
un uomo-cafro
un uomo-indù di Calcutta
un uomo di Harlem che non vota

l'uomo-carestia, l'uomo-insulto, l'uomo-tortura
si poteva in ogni momento afferrarlo, avvolgerlo
di colpi, ucciderlo - perfettamente ucciderlo - senza dovere
rendere conto ad alcuno, senza avere scuse da presentare ad alcuno
un uomo-ebreo
un uomo-pogrom
un cucciolo
un mendicante

ma si uccide il Rimorso, bello come la
faccia stupita di una signora inglese che trovasse
nella sua zuppiera un cranio di Ottentotto?

da "Diario di ritorno al paese natale", 1939






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LA FRASE DEL GIORNO
Lo specchio, per sé, non vede. Lo specchio è come la verità.
LUIGI PIRANDELLO, La trappola

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