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lunedì 11 aprile 2011

Properzio e Cinzia


PROPERZIO

ELEGIE, I, 12

Perché non smetti di intentarmi, Pontico, l'accusa di pigrizia
che a Roma, a sentir te, mi tratterrebbe?
È lei che è ormai lontana dal mio letto tante miglia
quanto dista l'Ipani dal veneto Eridano;
Cinzia ora più non nutre il nostro amore nei consueti amplessi
né più al mio orecchio dolcemente parla.
Un tempo le ero caro: in quei giorni, a nessun altro avvenne
d'amare con altrettanta fiduciosa certezza.
Fummo oggetto d'invidia: fu un dio che mi fece sprofondare,
o fu quell'erba, sul Caucaso raccolta, che divide gli amanti?
Non son più quel che ero: lunghi viaggi trasformano le amanti.
In poco tempo, quale grande amore se n'è fuggito!
Per la prima volta son costretto a conoscere da solo le lunghe notti,
e ad essere molesto io stesso alle mie orecchie.
O felice colui che davanti all'amata poté versare lacrime
(s'allieta Amore alle lacrime sparse),
ma felice anche colui che, disprezzato, poté mutare i suoi affetti
(c'è un po' di gioia anche a cambiar padrone!).
Per me sta scritto che non potrò amare un'altra, né staccarmi da lei:
Cinzia fu la prima, Cinzia sarà anche la fine.

(da Elegie, Mondadori – Trad. Roberto Gazich)


Ci sono coppie celebri nella letteratura: Dante e Beatrice, Laura e Petrarca, Catullo e Lesbia. Forse meno famosa per chi non ha studiato latino è quella formata nella seconda metà del I secolo avanti Cristo da Properzio e Cinzia: lei è una donna bellissima, dai capelli fulvi e dagli occhi neri, dalle lunghe mani affusolate, che ama indossare vesti eleganti e raffinate, ma è anche altera e insensibile all’amore del poeta; quell’interesse che lei ha manifestato è ormai sopito, freddo, o peggio, era solo di maniera. La Cinzia tratteggiata dall’innamorato deluso affiora così nelle Elegie sotto vari aspetti: talora è apatica e immobile (“se viene, dorme tutta coperta sulla sponda del letto”), talvolta è calda e appassionata, erotica (“ora lottava contro me col seno nudo / ora velandosi un poco con la tunica”), altre volte appare furiosa e aggressiva (“tu, furibonda per il vino, rovesciavi la mensa / e con gesto furente mi lanciasti contro coppe ricolme”). In realtà Cinzia non è che una dotta cortigiana, simile alle poetesse del Rinascimento italiano, per dirla in termini moderni una escort colta che scrive poesie e si fa mantenere da ricchi amanti. Sesto Properzio invece, nobile umbro decaduto, rovinato dalla rivolta dei proprietari terrieri, è povero in canna ma trova in lei soltanto quell’amore appagante che va cercando: l’unico modo che ha di competere è quello dell’arte, fine certo molto nobile, ma assolutamente inutile alla bisogna. Cinzia esercita su di lui il suo potere capriccioso, incatenandolo nel ruolo del servo d’amore, che Properzio esegue con maestria e con echi catulliani. Curioso il finale delle Elegie: dopo aver finalmente superato la cosa, dopo aver immaginato una Cinzia invecchiata e spenta, il poeta si fa beccare da lei a letto con due amichette, nei bagordi di un’orgia: “Mi fulminò con gli occhi, e diventò una belva, quanto può una donna, / uno spettacolo non inferiore alla presa di due città”.

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Auguste Jean Baptiste Vinchon, “Properzio e Cinzia a Tivoli”

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LA FRASE DEL GIORNO
 
Cresce, al solo vederla, il tormento per la mia donna: / trova in se stesso alimento l’incendio di Amore.
PROPERZIO, Elegie, III, 21




Sesto Aurelio Properzio (Assisi o Spello, 47 a.C. circa – Roma, dopo il 16 a.C.), poeta romano. Protetto di Mecenate, fu uno dei maggiori poeti elegiaci dell'età augustea, ammiratore di Virgilio e amico di Ovidio. Di lui ci sono giunti tutti i 4 libri di elegie pubblicati tra il 28 e il 14 a.C., ispirati agli elegiaci del primo ellenismo.


domenica 10 aprile 2011

Per la stretta del faro


ALFONSO GATTO

QUESTE SERE DESERTE

A vivere di me, con me non passi
queste sere deserte, resto solo,
solo col mio silenzio come i sassi.
Così, col mare tra le braccia, il molo

ha la sua bianca vela che gli parte,
gli torna, e più non sa se il lungo amore
è l'ansia di proteggerla in disparte
o di perderla dentro il proprio cuore.

Ti do la giovinezza che tu credi
di portarmi ogni volta, per la stretta
del faro salgo a chiedere se vedi
la brace rossa della sigaretta.

(da Poesie d’amore, Mondadori, 1973)

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È lo stesso Alfonso Gatto a spiegare nella giustificazione della raccolta (componimenti scritti tra il 1941 e il 1949 e tra il 1960 e il 1972 – Queste sere deserte è del 1971) il senso della poesia: “L’affacciarmi al faro per la sua stretta scala è un rendermi vanamente visibile alla notte, più che un vedere mio”. Quella rossa brace della sigaretta diventa quindi un segnale, una manifestazione della presenza del poeta: altrove Gatto parla di “notti passate insonni a fumare nel buio della stanza, a spiarmi nel vetro della finestra per il chiarore che la sigaretta, ad ogni boccata, dava al mio volto, lasciandolo apparire e sparire rapidamente”. Dunque i versi tratteggiano il ritratto di un uomo che a Salerno sale sul faro e richiama i ricordi della gioventù, li ritrova nella solitudine di una sera guardando il molo abbracciare il mare.

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Immagine © Visualarray

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LA FRASE DEL GIORNO
 
Così da tutte le sere / il tempo è nel tempo la rosa / che verde al verde si bagna / le labbra di sete.
ALFONSO GATTO, Poesie d’amore




Alfonso Gatto (Salerno, 17 luglio 1909 – Orbetello, 8 marzo 1976), poeta e scrittore italiano. Ermetico, ma di confine, giornalista e pittore, insegnante di Letteratura all'Accademia di Belle Arti, collaboratore di “Campo di Marte”, la sua poesia è caratterizzata da un senso di morte che si intreccia al vivere.


sabato 9 aprile 2011

Perché ho scritto io sono vivo


ENRIQUE LIHN

PERCHÉ HO SCRITTO

a Cristina e Angelica

Capita che forse, in un anno di calma,
pensi: la poesia a questo mi è servita:
non ho potuto essere felice, quello mi fu negato,
però ho scritto.

Ho scritto: fui la vittima
della mendicità e dell’orgoglio mischiati
e giustiziai anche qualche lettore;
stesi la mano in porte che mai, mai ho visto;
una ragazza cadde, in un altro mondo, ai miei piedi.

Però ho scritto: avevo questa rara certezza,
l’illusione di tenere il mondo tra le mani
— che illusione perfetta! come un cristo barocco
con tutta la sua inutile crudeltà —
Ho scritto, la mia scrittura fu come erbaccia
di fiori azzimi, pur sempre fiori,
il pane quotidiano di terre incolte:
una corazza di spine e radici

Dalla vita ho preso tutte queste parole
come un bambino orpello, ciottoli vicino al fiume:
cose magiche, perfettamente inutili
però continuano a rinnovare il loro incanto.

La specie di follia per cui un vecchio
vola dietro le colombe imitandole
mi fu data per servire a qualcosa.
Mi condannai scrivendo così che tutti dubiteranno
della mia vita reale,
(giorni della mia scrittura, terreno straniero).
Tutti quelli che servirono e quelli che furono serviti
dico che passeranno perché ho scritto
e farlo significa lavorare con la morte
gomito a gomito, rubarle tanti segreti.
Alla sorgente il fiume è una vena d’acqua
- lì, per un momento, nemmeno, su questa altura -
poi, alla fine, un mare che nulla vede
di quanti stanno nuotando sbracciandosi nella vita.
Perché ho scritto sono stato l’odio imbarazzante,
ma il mare forma parte della mia stessa scrittura:
linea dell’onda dove un verso diventa schiuma
e posso reiterare la poesia.

Ero ammalato, senza posto per i dubbi
e non solo di insonnia,
anche di idee fisse che mi facevano leggere
con oscena attenzione tanti psicologi,
però ho scritto e il crimine fu minore,
l’ho scontato verso a verso fino a scriverlo,
perché tra la parola che si adatta e l’abisso
sorge un po’ di oscura intelligenza
e a questa luce molti mostri non sono giustiziati.

Perché ho scritto non rimasi nella casa della carnefice
né mi lasciai portare dall’amore di Dio
né accettai che gli uomini fossero dei
né mi feci desiderare come scrittore
né la povertà mi parve atroce
né il potere una cosa desiderabile
né mi lavai né mi sporcai le mani
né furono vergini le mie migliori amiche
né presi per amico un fariseo
né malgrado la collera
volli sbaragliare il mio nemico.

Però ho scritto e muoio per conto mio,
perché ho scritto, perché ho scritto io sono vivo.


È una confessione questa di Enrique Lihn, poeta cileno. È un bilancio, il resoconto di una vita dove la scrittura – la poesia – diventa il filo conduttore, anzi di più, assume la funzione di etica e morale, di religione e di missione. Mezzo per risolvere i dubbi e per fare luce, per porsi domande e per porle agli altri, condanna e penitenza, saggezza estrema ed estrema follia, forma di libertà e di verità, quella almeno intelligibile agli umani. Perché la poesia è semplicemente la vita.

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Immagine © Poeta de l’alba

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LA FRASE DEL GIORNO
Se si deve scrivere correttamente poesia / Bisogna comunque prendersela con calma. / Prima di tutto: sedersi a maturare.
ENRIQUE LIHN




Enrique Lihn Carrasco (Santiago del Cile, 3 settembre 1929 – 10 luglio 1988), poeta cileno. Esponente dell'antipoesia di Nicanor Parra, in gioventù fu autore di importanti raccolte come Poesie di questo tempo e dell'altro e in maturità di lavori di grande potenza espressiva, come Per forza maggiore. Nel 1975 inaugurò un nuovo filone di poesia, fatto di sovrapposizioni continue e citazione frammentarie.


venerdì 8 aprile 2011

Centenario di Emil Cioran

 

Ricorre oggi il centenario di una grande figura del Novecento, il filosofo, saggista e scrittore Emil Cioran, romeno di nascita, avendo visto la luce l’8 aprile 1911 a Răşinari, in Transilvania, ma cittadino del mondo: visse infatti a Berlino, Dresda e Monaco durante la dittatura di Hitler e in Francia dal 1937 alla morte, avvenuta nel 1995. Di lingua rumena, conosceva anche l’ungherese parlato dai genitori, e dal 1947 scrisse esclusivamente in francese. Figlio di un prete ortodosso Cioran era però agnostico, figlio di tante culture ma apolide, spregiatore degli idealismi ma affascinato durante la gioventù dalla vitalità nazista, caustico ma emotivo, interessato alla scrittura per se stesso ma con l’opera diffusa in tutto il mondo… Probabilmente l’assioma che meglio lo contraddistingue si trova nel Funesto demiurgo, del 1969: «Soffrire è produrre conoscenza».

Il Canto delle Sirene non è luogo di pura filosofia, sebbene en passant talora affiori in maniera strumentale qua e là, ma di poesia, di arte, di aforismi. Affido, come di consueto, il ricordo di Cioran alle sue frasi.

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da AL CULMINE DELLA DISPERAZIONE (1934)

Vorrei perdere la ragione a un unico patto: essere sicuro di diventare un pazzo allegro, brioso ed eternamente di buon umore, senza problemi né ossessioni, che ride senza motivo dalla mattina alla sera.

Chi sono dunque i più infelici: coloro che sentono la solitudine in se stessi o coloro che la sentono all'esterno? Impossibile rispondere. E poi, perché dovrei darmi la pena di stabilire una gerarchia della solitudine? Essere solo non è già abbastanza?

Una lacrima ha radici più profonde di un sorriso.

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da SOMMARIO DI DECOMPOSIZIONE (1949)

L'amore – un incontro di due salive... Tutti i sentimenti attingono il loro assoluto dalla miseria delle ghiandole.

Non cominciamo a vivere realmente se non una volta giunti in fondo alla filosofia, sulla sua rovina, quando abbiamo capito sia la sua terribile insignificanza sia l'inutilità del farvi ricorso, in quanto non è di alcun aiuto.

Possiamo vivere come vivono gli altri e tuttavia nascondere un no più grande del mondo: è l'infinito della malinconia…

Non si può eludere l'esistenza con le spiegazioni, si può solo subirla, amarla o detestarla, adorarla o temerla, in quell'alternanza di felicità e di orrore che esprime il ritmo stesso dell'essere, le sue oscillazioni e le sue dissonanze, le sue veemenze amare o allegre.

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da SILLOGISMI DELL’AMAREZZA (1952)

Ogni occidentale tormentato fa pensare ad un eroe dostoevskiano con un conto in banca.

All'interno di ogni desiderio lottano un monaco e un macellaio.

Vivo attraverso i giorni come una puttana in un mondo senza marciapiedi.

Perché frequentare Platone, quando un sassofono può farci intravedere altrettanto bene un altro mondo?

Se Noè avesse avuto il dono di leggere il futuro, non c'è alcun dubbio che si sarebbe fatto colare a picco.

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da IL FUNESTO DEMIURGO (1969)

Il ruolo dell'insonnia nella storia: da Caligola a Hitler. L'impossibilità di dormire è causa o conseguenza della crudeltà? Il tiranno vigila – è ciò che propriamente lo definisce.

La differenza fra il teorico della fede e il credente è grande quanto quella fra lo psichiatra e il matto.

L'uomo non fu creato per rimanere inchiodato a una sedia. Ma forse non meritava di meglio.

Siamo stati felici soltanto nelle epoche in cui, avidi di annientamento, con entusiasmo accettavamo il nostro niente.

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da QUADERNI 1957-1972 (1997)

Tutto quello che ho di buono viene dalla mia pigrizia; senza di essa chi mi avrebbe impedito di attuare i miei cattivi progetti?

Ho conosciuto fino alla nausea il dramma religioso del miscredente. La nullità del qui e l'inesistenza dell'altrove… schiacciato da due certezze.

Ogni verità è un fardello. Una verità nuova, un fardello in più.

Il megalomane è uno che dice ad alta voce ciò che ognuno pensa di sé nel suo intimo.

La religione è un'arte di consolare. Quando il prete dice, a voi afflitti, che Dio si interessa al vostro sconforto, offre una consolazione che, in fatto di efficacia, non potrà mai trovare equivalenti in dottrine secolari.

L'altro: uno che mi impedisce di essere io. Quando si è soli, si è illimitati, si è come Dio. Appena c'è qualcuno, si cozza contro un limite, e presto non si è più niente, si è solo qualcosa.

Dio, il grande Estraneo.

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Emil Cioran in un disegno di Ironie

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LA FRASE DEL GIORNO
L'origine dei nostri atti sta nella propensione inconscia a ritenerci il centro, la ragione e l'esito del tempo. I nostri riflessi e il nostro orgoglio trasformano in pianeta la briciola di carne e di coscienza che noi siamo. Se avessimo il giusto senso della nostra posizione nel mondo, se confrontare fosse inseparabile dal vivere, la rivelazione della nostra infima presenza ci schiaccerebbe. Ma vivere significa ingannarsi sulle proprie dimensioni…
EMIL CIORAN, Sommario di decomposizione




Emil M. Cioran (Rășinari, 8 aprile 1911 – Parigi, 20 giugno 1995), filosofo, saggista e aforista rumeno. Nel 1947 cominciò a scrivere in francese, pubblicando via via i saggi in cui si presentava come testimone della "décomposition" del mondo contemporaneo, continuatore e insieme negatore di Nietzsche, reazionario e anarchico, apostolo di una scrittura frammentaria e fortemente aforistica.


giovedì 7 aprile 2011

Piogge d’aprile


SERGIO SOLMI

PIOGGE D’APRILE

A queste interminabili piogge
d'aprile, si feltrano i passi,
si sfaldano le voci, si disfà
il mondo
in una nube di suoni assorditi.
L'acqua del cielo lava le muraglie
e i sonnolenti pensieri,
come le piante, le pene antiche
schiude, ma senza bruciore.
Il corpo tracolla
adagio nel grembo del tempo
che senza illuse promesse ci guida
e i desideri nutrisce
anonimi e diffusi come foglie.
Così, senza sapere,
nell'impercettibile mutamento
a un tratto, ci distacchiamo.
Fusi in creta molle
attendiamo l'onda volubile
che ci riplasmi.
La natura riscatta i nostri errori,
mali d'un frutto suo,
ci rende alle sue rive inermi e ignudi.
E anch'io alla tua insidia gentile
ai tuoi incantevoli pianti e sospiri
m'affido,
a te che improvviso all'anima
nel nimbo piovoso mi rechi
il tuo perdono,
bella stagione.

(da Fine di stagione, 1933)

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Sergio Solmi è un poeta che mi piace particolarmente: di lui ho già proposto Arte poetica, Bagni popolari, Entro la densa lente dell’estate, Prato, Preghiera alla vita e Se pur fatiche e sogni. Perché mi piace tanto? - mi sono chiesto. Forse per l’inquietudine della sua ricerca, forse per il suo modo di interrogare il reale, di attendere che la risposta si manifesti da sé, forse per il suo tradizionalismo: “Sospirata parola, che alla fine / mi sei giunta, m'hai colto / in un momento di disattenzione, / e ti vuoi improvvisa, non cercata, / sfuggi al gesto raro, alla misura / esorbitante” (Arte poetica). Insomma, il modo in cui io intendo la poesia.

E così è per queste piogge d’aprile che rendono fertile la terra innamorata di primavera, che porteranno poi i frutti da maggio a settembre – da noi si dice che “ad aprile fiorisce anche il manico del badile”: Solmi vede anche il mondo formarsi, vede le nostre stesse vite plasmarsi come se fossero creta – l’argilla da cui nella Genesi viene tratto il primo uomo. Nelle piogge d’aprile ci purifichiamo, dal loro lavacro riemergiamo nuovi.

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Fotografia © 1X.com

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LA FRASE DEL GIORNO
 
Bellezza un poco cruda, non mia forse / e troppo mia, / come una spada lampeggiante un giorno / mi feristi nel sonno adolescente, dentro t’ebbi a non farmi più dormire.
SERGIO SOLMI, Quaderno di Mario Rossetti




Sergio Solmi (Rieti, 16 dicembre 1899 – Milano, 7 ottobre 1981),  scrittore, poeta, critico letterario e saggista italiano. È stato poeta tanto originale quanto radicato nella tradizione italiana nonché felice traduttore. Come critico, si occupò di letteratura francese (Alain, Montaigne, Rimbaud), di paraletteratura e di Giacomo Leopardi.


mercoledì 6 aprile 2011

Ode alla speranza

 

LESJA UKRAÏNKA

CONTRA SPEM SPERO

     Via, pensieri, voi, nubi autunnali!
Ora è la primavera dorata!
Forse nell’amarezza, nel pianto
Passeranno gli anni della giovinezza?

     No, voglio ridere attraverso le lacrime,
Intonare canzoni nel dolore,
Sperare comunque senza speranze,
Voglio vivere! Via, pensieri tristi!

     In un triste campo desolato
Seminerò fiori variopinti,
Seminerò fiori nel gelo,
Verserò su di essi lacrime amare.

     E per queste lacrime cocenti si dissolverà
Quella possente crosta di ghiaccio,
Forse i fiori cresceranno – e giungerà
Anche per me l’allegra primavera.

     Trasporterò un pesante masso
In cima a un’erta montagna sassosa
E, portando questo tremendo fardello,
Intonerò un’allegra canzone.

     Nella lunga notte buia, impenetrabile
Non chiuderò gli occhi per un attimo,
Cercherò la stella polare,
La chiara sovrana delle notti buie.

     Sì! Riderò attraverso le lacrime,
Intonerò canzoni nel dolore,
Spererò comunque senza speranze,
Vivrò! Via, pensieri tristi!

2 maggio 1890

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Contra spem spero è il motto latino che la poetessa ucraina Lesja Ukraïnka pone come titolo a questa sua lirica: contro ogni speranza, spero. Prende spunto dal risveglio di primavera, dal nuovo rigoglio che esprime il trionfo della vita dopo il letargo invernale, dopo il gelo, e si affida a una fede cieca nella speranza, nell’Ultima Dea dei latini. Non è facile, certo, nonostante Hermann Hesse sostenga che “È felice chi spera”: l’azione del trasportare il masso sulla cima di una montagna sassosa ricorda da vicino l’immane vana fatica di Sisifo, mitico eroe greco condannato a far rotolare in eterno su per un pendio del Tartaro un’enorme pietra che, posta in cima, inesorabilmente torna a valle. Comunque, molto meglio sperare che disperare…

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Fotografia © Anita Martinz

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LA FRASE DEL GIORNO
 
Noi viviamo di speranza, non possiamo fare altrimenti, perché come non possiamo dare tutto, così non possiamo ricevere tutto.
EDMOND JABÈS




Lesja Ukraïnka, pseudonimo di Larysa Petrivna Kosač-Kvitka (Novohrad-Volyns'kyj, 25 febbraio 1871 – Surami, 1º agosto 1913),  poetessa ucraina. Con le sue opere poetiche fu sostenitrice della dignità e dell'indipendenza culturale del suo paese. Raggiunse l'apice con La Rosa Azzurra del 1896 in cui descrive la vita dell'intelligencija ucraina, dando vita al genere del "poema drammatico".


martedì 5 aprile 2011

Ode al silenzio


L’altro sabato mi sono trovato a parcheggiare nel garage sotterraneo appena aperto di un centro commerciale. C’erano poche automobili e ci si sarebbe aspettato di trovare un silenzio quasi assoluto. Invece, sceso dall’auto, ho avuto la sgradita sorpresa di una orribile musica di sottofondo, un riempitivo, come se nella società odierna fossimo ormai incapaci di affrontare il silenzio, di trovarci di fronte ad esso. Harold Pinter sosteneva che anche un diluvio di parole può essere un tipo di silenzio, ed è a quello che ho associato quel plastificato pop del garage: “È una finta necessaria, uno schermo di fumo, violento, ipocrita, angosciato o beffardo, che mantiene l'altro al suo posto. Quando il vero silenzio cade, si conservano ancora degli echi ma si è più vicini alla nudità”. Naturalmente dentro il centro commerciale c’era quello che uno si aspetta di trovare: gente, rumore, luci, colori. Ma guardavo la giostra alta due piani girare e ripensavo ancora al silenzio di cui ero stato privato nel parcheggio, l’assenza di suoni in cui siamo assolutamente soli con noi stessi – chi prega è in silenzio, chi pensa è in silenzio… E intanto il valzer di Radetzky andava a tutto volume tra negozi, ristoranti e giochi per bambini.

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JORGE BOCCANERA

FILACCI

Il silenzio è il guanto della voce?
Potremmo toccarlo?
Ricorderemo il silenzio d'un giorno
      qualsiasi da bambini?
Forse vola sfiorando il suolo?
Il poeta che sceglie il silenzio: va
      volontariamente o è il silenzio a chiamarlo?
Chi tace, acconsente?

Sono risposte che non posso chiedere.
Non temo il silenzio,
anche quando si sfracella con le sue ali
      di polvere sulla mia finestra.
Non fa paura ascoltarlo.
Ma temo di vederlo.

(da Sordomuta, 1991 – Trad. Alessio Brandolini)

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EDUARDO MITRE

IL SILENZIO

Prateria in cui brucano le parole.
Fonte in cui la musica
fa il bagno
                           tutta nuda.

(da Versi d’autunno, 1993 – Trad. Antonella Ciabatti)

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GIUSEPPE UNGARETTI

SILENZIO IN LIGURIA

Scade flessuosa la pianura d'acqua

Nelle sue urne il sole
Ancora segreto si bagna.

Una carnagione lieve trascorre.

Ed ella apre improvvisa ai seni
La grande mitezza degli occhi.

L'ombra sommersa delle rocce muore.

Dolce sbocciata dalle anche ilari,
Il vero amore è una quiete accesa,

E la godo diffusa
Dall'ala alabastrina
D'una mattina immobile.

(da Sentimento del tempo, 1933)

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Ralph Bohnenkamp, “Stop over 4”

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LA FRASE DEL GIORNO
 
Una parola vale un denaro; il silenzio ne vale due.
TALMUD




bio-boccanera

Jorge Boccanera (Bahía Blanca, 18 aprile 1952), poeta, drammaturgo e saggista argentino. Dal 1976 visse esule in Messico e Costarica a seguito del golpe militare. Tornato a Buenos Aires nel 1997, si occupa esclusivamente di attività letterarie.


Eduardo Mitre (Oruro, 1943), poeta, saggista, critico letterario e traduttore boliviano. Laureatosi a Pittsburgh con una tesi su Vicente Huidobro, ha insegnato letteratura a New York, alla Columbia University e alla St. Johns University. Le sue poesie  hanno uno stile rigoroso e incisivo, chiaro e immediato.


Giuseppe Ungaretti (Alessandria d'Egitto, 8 febbraio 1888 – Milano, 1º giugno 1970) è uno dei tre grandi poeti dell’Ermetismo italiano. Trasferitosi a Parigi nel 1912, prese parte alla Prima guerra mondiale nelle trincee del Carso e poi in Champagne. Dal 1935 al 1942 insegnò in Brasile e dal 1947 al 1965 fu professore di letteratura moderna alla Sapienza.