domenica 28 novembre 2010

A mezza voce, finalmente insieme

 

SERGIO SOLMI

BAGNI POPOLARI

Uomo che sfioro per via col braccio
e sempre a me così paurosamente
estraneo, ti ritrovo
in questa bigia caserma, che grava
l'oscura sera di dicembre.
Tra gli scrosci dell'acqua, a mezza voce
un motivo tu accenni, ti fa eco,
invisibile, un altro.

Dal finestrino in sé raccolti tremano
gli alberi scarni del cortile.

Penso perché t'ho tradito, perché
l'istessa tua lingua io non parli, perché
l'eguale nostra pena
io debba in queste confuse parole
che non intendi, esprimere. La muta
poesia mi fa nodo in cuore. Questa
mano ch'io porgo, inutile
lasci cadere.

Ma stasera, invisibile, anch'io sono
un tuo fratello. Tra gli scrosci d'acqua
un motivo tu accenni, io seguo, un altro
fischiettando fa eco, un coro sorge.
Dalla dura ubbidienza quotidiana
sciolte alfine le membra dentro il lene
bagno domenicale, prigionieri
rassegnati, la timida
libertà nostra in musica s'esala.

A mezza voce, finalmente insieme,
miei fratelli, cantiamo.

(da “Poesie”, Mondadori, 1950)

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Per capire questa poesia di Sergio Solmi (1899-1982) dobbiamo entrare nel contesto storico e sociale dell’epoca, risalire a un periodo, quello del Ventennio fascista, della seconda guerra mondiale e degli anni ad essa appena successivi, prima che esplodessero l’industrializzazione degli Anni ‘50 e il boom economico dei ‘60.  Insomma, fare il bagno in casa non era comodo come adesso: c’era spesso bisogno di catini, bacili e bacinelle. Riporto da “Mille lire al mese” di Gianfranco Venè: “Fare il bagno era una pratica (un trafficare di pentole e di tinozze, un gran distendere stracci attorno ai recipienti, un gioco di secchi rovesciati addosso per il risciacquo) strettamente riservata ai giorni di vacanza, preferibilmente nelle stagioni meno crude. Se no c’erano i bagni pubblici, versione cittadina, talvolta pretenziosa, dei cessi pubblici. Si andava, dove esisteva, al Cobianchi; locale il cui nome evocava candore di piastrelle biancoazzurre, tepori e vapori acquei, inservienti con grembiulone scopa e straccio, odore di barbiere, pavimenti sempre bagnati”. È qui che va Solmi, è qui che trova un’improvvisa e inattesa fratellanza con gli altri uomini, quelli che gli passano accanto per strada e che sente estranei, quelli che non riesce a comprendere, con i quali non riesce a instaurare un dialogo. Invece, in quei bagni popolari, quando qualcuno attacca un motivo e altre voci lo seguono, come un’improvvisa liberazione sente finalmente di fare parte anch’egli di questo coro.

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L’ex Diurno Cobianchi di Milano

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LA FRASE DEL GIORNO
Come un vento improvviso che m’investe / sei tu, vuota felicità d’esistere. 
SERGIO SOLMI, Poesie, “Canto del convalescente”

2 commenti:

Adriano Maini ha detto...

L'egregio Solmi in un delicato ritratto di consapevolezza umana.

Vania ha detto...

...che "strana"...che vera.
ciao Vania

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