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martedì 15 giugno 2010

La poesia di un plenilunio


DINO BUZZATI

PLENILUNIO

“Non si trovava più la pratica della Metalmeccanica Cislaghi.
«L’altro ieri era là» gridò l’ingegner Sebasti. «Signorina Miani, cerchi un poco nella cartella delle offerte. Non sarà mica volatilizzata, no?»
«Ingegnere, è mezz’ora che la cerco: Le ripeto, qui non c’è»
«Dia qui, dia qui, lasci vedere a me… Accidenti, ma dove ha gli occhi, signorina?… Non ha visto che è qui, sopra tutte?… Ma no, accidenti, non è mica questa… Eppure… L’altro ieri era qui…» Alzò ancora la voce. «Perdio, qualcuno deve averci messo le mani in queste carte!»
Alzò gli occhi. La Miani era pallida, il suo petto, sotto il grembiule nero andava su e giù per l’ansito. Quindici anni che lavorava in ditta, ed era ancora intimidita, bastava che il Sebasti si agitasse, e lei tremava come una bambina.
«E non tremi così, capito? Ha paura che io la mangi?»
«Ma io… » balbettò la signorina «no str… tra… ff…»
«Che cosa sta dicendo? Venga qui, non si capisce neanche quel che dice…»
Pensò: adesso la prendo per un polso, la tiro contro a me e le do un bacio. Finalmente. Quindici anni che ci penso. Se non oso stasera che gli altri se ne sono andati. Sbirciò l’orologio elettrico sul muro: le otto e dodici.
In quell’attimo lo prese un batticuore. E una sensazione strana nella testa, come se gli pompassero il cervello. Barcollò. Proprio adesso!, pensò, Sarebbe bello che mi venisse un male.
«Signorina, per piacere, un bicchiere d’acqua.»
Spaventata la Miani corse a prenderlo. Dominandosi, egli si mantenne in piedi. Sono gli anni, pensò, non sono più quello di una volta.
La ragazza rientrò. Il bicchiere d’acqua in mano, stava dinanzi a lui, fissandolo, le labbra un po’ socchiuse.
(Però anche lei – pensò Sebasti – che pelle stanca sotto gli occhi.)
Per respirare aprì la finestra che dava sul cortile della vecchia casa ottocentesca. Entrò un fiato d’aria gelida. Fuori era la notte, e la notte era inondata dalla luna. All’insaputa di lui, della impiegata, del portinaio, del sindaco, del capo della polizia, del vescovo, della popolazione intera: una luna pura e splendida illuminava la città. Era come un immenso sguardo immobile. E a quella luce misteriosa anche i muri dello squallido cortile diventavano poesia.
Poesia anche le secchie, le scope, le scalette accatastate sui balconi, e i panni ad asciugare, penduli. Poesia anche l’ombra fitta nell’angolo dove i muratori avevano lasciato il carretto a mano. Palazzo di Bagdad, reggia felice, ricchezza, sogni. E dietro quelle finestre chiuse gli sconosciuti amori! Nulla era cambiato dai tempi lontanissimi che lui era bambino, la stessa luce, lo stesso incanto, e dentro lo stesso struggimento indefinibile. In quel mentre nell’ufficio il telefono cominciò a chiamare. Stanchissimo, egli si passo una mano sulla fronte”.

(da In quel preciso momento, Mondadori, 1955)

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Così è la vita: un tirannico despota che ci strangola il tempo e ci riempie di stress, di impegni, di scadenze. Una frenetica rincorsa dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina. E noi la assecondiamo, siamo sedotti da quel suo charme che ci parla di carriera, di denaro, di fama. E non ci accorgiamo che tutto questo ci avvelena, giorno dopo giorno.

Così accade ai due protagonisti di questo breve racconto di Dino Buzzati, l’ingegner Sebasti e la signorina Miani, due impiegati in un anonimo ufficio come tanti ce ne sono, come tanti ce n’erano in quell’Italia che riprendeva a correre dopo la guerra. Ma lo scrittore bellunese conosce qual è l’antidoto a questo veleno: la poesia. Basta che l’ingegnere spalanchi la finestra per bere avidamente aria: la poesia si manifesta in tutto il suo splendore – in questo caso è la luce della luna che bagna ogni cosa rivestendola di una luce magica. Nella poesia c’è tutto quello che ci serve: l’emozione, il ricordo, l’amore, la felicità. Basta che lo ricordiamo, anche quando la vita nuovamente ci chiama con il suo trillo di telefono…

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Fotografia © Duedicuori

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LA FRASE DEL GIORNO
La grande poesia contiene una carica di vita che basta toccarla inavvertitamente per ricevere una scossa.
DINO BUZZATI, In quel preciso momento




Dino Buzzati, all'anagrafe Dino Buzzati Traverso (San Pellegrino di Belluno, 16 ottobre 1906 – Milano, 28 gennaio 1972), scrittore, giornalista, pittore, drammaturgo e poeta italiano. Fu cronista e redattore del Corriere della Sera. Autore di romanzi e racconti surreali e realistico-magici, è celebre per Il deserto dei Tartari.


lunedì 14 giugno 2010

Cos’è l’arte? (XI)

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VINCENT VAN GOGH

“Vorrei fare dei ritratti che tra un secolo, alla gente di quel tempo, sembrassero delle apparizioni”.

Vincent Van Gogh, “Ritratto del Dottor Gachet”
olio su tela, 1890 / Collezione privata

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GUSTAVE COURBET

“La pittura è un'arte essenzialmente concreta e può consistere soltanto nella rappresentazione delle cose reali ed esistenti”.

Gustave Courbet, “Gli spaccapietre”
olio su tela, 1849 / distrutto nel bombardamento di Dresda

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RENÉ MAGRITTE

“Io cerco di trasformare in materia l'insensibile”.

 

René Magritte, “La corde sensible”
olio su tela, 1960 / collezione privata

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LA FRASE DEL GIORNO
L'arte vera non è quel che sembra, bensì l'effetto che ha su di noi.
ROY ADZAK

domenica 13 giugno 2010

Cos’è la poesia? (XV)


ANNA ACHMATOVA

LA MUSA

Quando la notte attendo il suo arrivo,
la vita sembra sia appesa a un filo.
Che cosa sono onori, libertà, giovinezza
di fronte all’ospite dolce
col flauto nella mano? Ed ecco è entrata.
Levato il velo, mi guarda attentamente.
Le chiedo: “Dettasti a Dante tu
le pagine dell’Inferno?” Risponde: “Io”.

1924

(da Il giunco, 1925)

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Cos’è la poesia? Quante risposte abbiamo sentito in questi quattordici post sul tema. Ora viene Anna Achmatova a dirci che la poesia è una misteriosa visitatrice notturna, una dolce Musa che conduce per mano i versi e l’ispirazione e li porta nelle dimore dei poeti. La poesia rivelata, dunque. L’attimo in cui la realtà mostra quello che ci sfugge: un flash che illumina la scena per un brevissimo istante. Al suo confronto tutto diventa vano: non contano più gli onori e la fama, non ha più valore il denaro, né la giovinezza o la libertà sono poi così importanti. Il premio è quella sua “eterna giovinezza”, la “perspicacia magnanima degli astri” che si apre nella mente del poeta, come la stessa Achmatova la descrive nella lirica dedicata a Boris Pasternak.

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Jean-Auguste Ingres, “Ritratto di Cherubini con la musa della Lirica”

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LA FRASE DEL GIORNO
La mia musa concepisce e partorisce chiusa nel misterioso santuario della mente, e lo popola di creazioni innumerevoli, a dar forma alle quali non sarebbero sufficienti né la mia attività febbrile, né tutti gli anni di vita che mi rimangono.
GUSTAVO ADOLFO BÉCQUER, Memorie di un tacchino




Anna Andreevna Achmatova, pseudonimo di Anna Andreevna Gorenko (Bol'soj Fontan, 23 giugno 1889 – Mosca, 5 marzo 1966), poetessa russa. Fu osteggiata dal regime sovietico per il suo “estetismo” e per il “disimpegno" politico”. La sua poesia spesso scarna, libera dalle analogie simboliche, scolpita fino all'osso, si veste di un’ironia e di una malinconia che sconfinano nel disincanto.


sabato 12 giugno 2010

Il coraggio di Anna Achmatova


ANNA ACHMATOVA

AH, TU PENSAVI CHE ANCH’IO FOSSI UNA


Ah, tu pensavi che anch’io fossi una
che si possa dimenticare
e che si butti, pregando e piangendo,
sotto gli zoccoli di un baio.


O prenda a chiedere alle maghe
radichette nell’acqua incantata,
e ti invii il regalo terribile
di un fazzoletto odoroso e fatale.


Sii maledetto. Non sfiorerò con gemiti
o sguardi l’anima dannata,
ma ti giuro sul paradiso,
sull’icona miracolosa
e sull’ebbrezza delle nostre notti ardenti:
mai più tornerò da te.


1921

(da Anno Domini MCMXXI, 1922)

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“Pessimismo nevrotico”, “Erotismo malato”: così il regime sovietico tentò di bollare i versi scomodi di Anna Achmatova, ostacolandone in ogni modo la pubblicazione. Perché la poetessa russa era una voce moderna che cantava la memoria e la sopravvivenza della grande Madre Russia, ma soprattutto era una donna coraggiosa e moderna, capace di superare prove durissime: la fucilazione del marito Gumilev nel 1934, l’invio ai gulag di molti amici poeti, l’imprigionamento dell’unico figlio Lev nel 1938 – e lei ogni mattina per diciassette mesi si reca ostinata al carcere per avere sue notizie.
Ecco perché questa poesia non ci stupisce: racconta di una donna che tratta come si deve un uomo dal comportamento piuttosto vile, che non si sottrae all’amore ma che non lo sottomette alla propria vita. La poesia è del 1921, la Achmatova ha trentadue anni e la rivoluzione bolscevica è appena ai suoi inizi. Anna non si è piegata davanti a un uomo che la faceva soffrire, poteva farsi spezzare da un regime?

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Olga Della-Vos-Kardovskaya, “Ritratto di Anna Achmatova”

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LA FRASE DEL GIORNO
Bisogna uccidere fino in fondo la memoria, / bisogna che l’anima si pietrifichi, / bisogna di nuovo imparare a vivere.
ANNA ACHMATOVA, Requiem




Anna Andreevna Achmatova, pseudonimo di Anna Andreevna Gorenko (Bol'soj Fontan, 23 giugno 1889 – Mosca, 5 marzo 1966), poetessa russa. Fu osteggiata dal regime sovietico per il suo “estetismo” e per il “disimpegno" politico”. La sua poesia spesso scarna, libera dalle analogie simboliche, scolpita fino all'osso, si veste di un’ironia e di una malinconia che sconfinano nel disincanto.


venerdì 11 giugno 2010

Calcio e poesia

 
Il calcio è fonte di passioni che spesso lo trasformano da sport a crudele rappresentazione. Naturalmente è del campo che parlo, perché tutto quello che avviene al di fuori, che lo corrode come un acido altro non è che violenza e teppismo. Ma sul rettangolo verde si consumano gioie e drammi sportivi: i vincenti inscenano i loro peana di vittoria, gli sconfitti siedono sull’erba con i volti disfatti e gli occhi bagnati di lacrime. Ogni quattro anni i Campionati mondiali esaltano gli istinti sportivi di intere popolazioni. Quelli che cominciano oggi in Sudafrica non saranno da meno. Ancora nessuno sa cosa porteranno, ma hanno nel loro tessuto immagini che vengono da lontano: l’urlo di Tardelli nella notte di Madrid, il gol incredibile di Maradona contro l’Inghilterra nel 1986 e quello scandaloso segnato con la mano, Vittorio Pozzo in doppiopetto portato in trionfo dai suoi giocatori nel 1934, le bandiere nelle notti magiche di Italia ‘90, il cielo azzurro sopra Berlino 2006, i brasiliani con l’immagine di Senna dopo il trionfo ai rigori del 1994…

Emozioni. Come emozione è la poesia. E i poeti non potevano mancare di raccontare il gioco del calcio.
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VITTORIO SERENI

RINASCONO LA VALENTIA E LA GRAZIA

Rinascono la valentia
e la grazia.
Non importa in che forme - una partita
di calcio tra prigionieri:
specie in quello
laggiù che gioca all'ala.
O tu così leggera e rapida sui prati
ombra che si dilunga
nel tramonto tenace.
Si torce, fiamma a lungo sul finire
un incolore giorno. E come sfuma
chimerica ormai la tua corsa
grandeggia in me
amaro nella scia.


(da Diario d'Algeria, 1947)
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UMBERTO SABA

TRE MOMENTI

Di corsa usciti a mezzo il campo, date
prima il saluto alle tribune. Poi,
quello che nasce poi,
che all'altra parte rivolgete, a quella
che più nera si accalca, non è cosa
da dirsi, non è cosa ch'abbia un nome.
 
Il portiere su e giù cammina come
sentinella. Il pericolo
lontano è ancora.
Ma se in un nembo s'avvicina, oh allora
una giovane fiera si accovaccia
e all'erta spia.
 
Festa è nell'aria, festa in ogni via.
Se per poco, che importa?
Nessun'offesa varcava la porta,
s'incrociavano grida ch'eran razzi.
La vostra gloria, undici ragazzi,
come un fiume d'amore orna Trieste.

(da Canzoniere, 1951).

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LA FRASE DEL GIORNO
Il calcio si sta trasformando in una religione sostitutiva di tipo laico, con una sua ritualità, i suoi simboli, le sue cattedrali, le sue sette.
MANUEL VÁZQUEZ MONTALBÁN, Avvenire, 2 agosto 1998




Vittorio Sereni (Luino, 27 luglio 1913 – Milano, 10 febbraio 1983), poeta italiano, è il capostipite della variante lombarda del novecentismo poetico, detto “Linea lombarda”. Ufficiale di fanteria, viene fatto prigioniero dopo l’8 settembre 1943. Nel dopoguerra è direttore letterario di Mondadori e cura la prima edizione dei Meridiani.


Umberto Saba, pseudonimo di Umberto Poli (Trieste, 9 marzo 1883 – Gorizia, 25 agosto 1957), poeta italiano tra i massimi del ‘900. Di famiglia ebraica, fu avviato agli studî commerciali, e fu per lunghi anni direttore e proprietario di una libreria antiquaria a Trieste. La sua poesia, quasi intimo diario e confessione, indaga le cose ultime, la donna, l’amore, il senso atavico del dolore. La sua opera è raccolta nel Canzoniere.



giovedì 10 giugno 2010

Dichiarazione di guerra, 70 anni

“Il Paese non è affatto pronto. I carri armati sono tutti leggeri e solo 70 sono medi. Le artiglierie sono quelle del ’15-’18, molti pezzi sono bottino di guerra austriaco. La contraerea è inesistente, le munizioni coprono un dodicesimo delle necessità e carburante ce n’è soltanto per otto mesi”. Così c’era scritto nell’ultimo rapporto del generale Rodolfo Graziani a Mussolini. Badoglio, dal canto suo, riteneva altamente insufficiente l’equipaggiamento delle nostre truppe. Ciano, dieci mesi prima, aveva scritto: “In questo momento la guerra sarebbe una pazzia, solo fra tre anni le possibilità di vittoria per l’Italia potrebbero essere dell’80 per cento”.



Insomma, per l’Italia l’ideale sarebbe stato mettersi alla finestra e rimanere neutrale come la Spagna del Generalissimo Franco. Invece alle 16.30 del 10 giugno 1940 il Ministro degli Esteri Galeazzo Ciano comunica all’ambasciatore francese, convocato a Palazzo Chigi, che “l’Italia si considera in stato di guerra con la Francia a partire da domani 11 giugno”. E in serata Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia proclama con la solita enfasi e le studiate pause all’Italia e al mondo: “Un'ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L'ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell'Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l'esistenza medesima del popolo italiano” per concludere, con parole che risuonano amare e dolorose a noi che conosciamo gli eventi seguiti a quella follia: “La parola d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all'Oceano Indiano: vincere! E vinceremo!, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all'Italia, all'Europa, al mondo”.

Settant’anni sono passati da quella giornata e Italia e Francia sono paesi amici, che cooperano all’interno dell’Unione Europea. Stanno anche costituendo una brigata mista di alpini della Taurinense e chasseurs des Alpes della 27a divisione. Ma quella “pugnalata alla schiena” che il regime piazzò su un paese dominato dall’invasore nazista, con l’esercito in rotta e un governo fantoccio già pronto a guidarlo per conto dell’oppressore, forse non sarà sanata che dai secoli. Quei 14 giorni di guerra resteranno per sempre una viltà inspiegabile. Io, che amo giocare con i “se” della storia", mi sono talvolta chiesto che cosa sarebbe successo se quel 10 giugno quel balcone fosse rimasto chiuso, se l’Italia fosse rimasta neutrale. Magari sarebbe finita allo stesso modo e inevitabile era per i rapporti di forza la discesa in campo con il Reich. Magari avremmo risparmiato migliaia e migliaia di vite, cancellando gli orrori dei bombardamenti, le carneficine della ritirata di Russia e di Cefalonia, le stragi perpetrate ovunque dalle SS. Ma la storia è quella che è stata e purtroppo non si può farla con i “se”.



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LA FRASE DEL GIORNO
È il guaio della guerra. Fa impazzire troppa gente.
ERNEST HEMINGWAY, Storie della guerra di Spagna

mercoledì 9 giugno 2010

La Nostra guerra

Avevo già raccontato a proposito di “L’inattesa piega degli eventi” della passione di Enrico Brizzi per la storia alternativa, quella che avrebbe potuto realizzarsi se a un bivio della storia si fosse presa una decisione invece di un’altra o se un evento si fosse verificato in modo diverso. Là Brizzi raccontava dell’Italia coloniale del 1960 con un Mussolini morente rimasto al potere grazie all’alleanza con Gran Bretagna e Stati Uniti contro l’Asse Parigi-Tokyo-Berlino e la conseguente vittoria nella II Guerra Mondiale, ribattezzata con l’enfasi tipica di quell’Italia “La Nostra guerra”.

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E proprio “La Nostra guerra” è il titolo del “prequel” edito da Baldini Castoldi Dalai nel 2009 e ora ristampato in tascabile. L’Italia fascista, rimasta neutrale fino al 1942, è costretta ad entrare in guerra quando il 1° settembre Hitler lancia un ultimatum a Mussolini. La famosa dichiarazione di guerra del giugno ‘40 diventa così in questa Italia alternativa quella di un’orgogliosa difesa: “Un’ora segnata dal destino batte il cielo della nostra Patria”… identico l’incipit ma differente il finale: “Le Alpi saranno ancora il nostro baluardo, e le nostre acque trappola mortale per le unità germaniche. La parola d’ordine è una sola… Vincere! E vinceremo!”

A raccontare è il dodicenne Lorenzo Pellegrini, il giornalista donnaiolo dell’”Inattesa piega degli eventi”: le vicende familiari, con il padre avvocato e le sue amanti, con la madre che scopre non essere sua madre, con i ragazzi che conosce durante il conflitto e le prime esperienze erotiche si intrecciano con le azioni belliche, i bombardamenti sulle città del Nord, l’invasione tedesca di tutta la Valpadana e l’annessione delle regioni occidentali alla Francia e di quelle orientali al Reich, con i profughi e gli sfollati che scendono verso sud e verso le città di fondazione che il regime aveva trionfalmente costruito. La guerra civile non è tra fascisti e antifascisti ma tra camicie nere e monarchici, con il re pronto a vendere l’Italia alla Germania per disfarsi del Duce.

Brizzi integra le note del ragazzo con alcuni stralci in cui i protagonisti della Storia si incontrano e tramano - la celebre scena della Conferenza di Yalta vede Mussolini al posto di De Gaulle, ad esempio – e si diverte a giocare con le date: il 25 luglio Mussolini non viene arrestato, ma ferito in un attentato ordito da Casa Savoia; l’8 settembre Vittorio Emanuele III è costretto ad abdicare trasformando l’Italia de facto in una repubblica. A Campo Imperatore ci finisce lui, non Mussolini. IL CLN nasce lo stesso, come CLR (Comitato Littorio di Resistenza), la bomba atomica viene testata con successo dai ragazzi di Via Panisperna nel deserto libico e venduta agli americani, il Reich finisce con il suicidio di Hitler ma a violare il “Nido d’aquila” sulle alpi bavaresi non saranno i marines americani ma i nostri bersaglieri…

Un esercizio molto interessante questo di Brizzi, che ormai padroneggia la sua saga con maestria. Ma quell’Italia che esce da un “se” strappato alle grinfie della Storia, per quanto immaginaria, ha molti tratti che ci ricordano quale sia il carattere reale del paese: non servono ucronia o storia alternativa a cambiarci, siamo e resteremo Italiani…

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LA FRASE DEL GIORNO
Al momento di compiere il primo passo tutti gli altri successivi non sono ancora previsti; ma chi comincia ad agire male continua ad agire male, per evitare le conseguenze del primo fallo.
GAETANO SALVEMINI, Le origini del fascismo in Italia