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domenica 11 aprile 2010

Ode alla moka

Lo stabilimento Bialetti di Crusinallo di Omegna, in provincia di Vercelli, chiude. Produceva le caffettiere per la moka, quelle che recano sull’alluminio lucido l’omino con i baffi, carissimo amico di chi si ricorda ancora i tempi di Carosello: era uno dei sodali di Miguel Son Mi e di Carmencita, di Calimero e di Joe Condor.

Il problema è che ora va di moda il caffè “come al bar”, che poi è un’emerita sciocchezza, perché se vuoi il caffè del bar è al bar che devi andare a berlo. Quello che puoi ottenere in casa con la macchinetta e le cialde è solo un’imitazione, alla quale manca comunque l’atmosfera del bar con quell’odore nell’aria di centinaia di caffè e di altre bevande, con il rumore della macchina dell’espresso e delle pagine dei giornali sfogliate, con il chiacchiericcio di sottofondo e il clangore dei cucchiaini nelle tazzine.

Ma non è questo il problema: il “caffè come al bar” continua per la sua strada con George Clooney e Paolo Bonolis come testimonial. Il problema è la moka (sì, anche gli operai della Bialetti che perdono il loro posto di lavoro, ma questo lo davo per scontato). La moka è poesia e i miei amici napoletani lo possono capire più di tutti. È il rito della preparazione: l’acqua fino al limite della valvola, poi il serbatoio dove si pone la preziosa miscela macinata – e lì le varie scuole di pensiero: si pressa, non si pressa, ci si fanno dei buchini con uno stuzzicadenti. Quando la si pone sul gas comincia la poesia dell’attesa, finché non si sente il caffè gorgogliare e, mentre la moka si riempie, l’aroma si spande per la cucina, avvolge le narici con il suo profumo dorato, il colore della schiuma che si viene formando sulla superficie.

Ah, il caffè è pronto… E allora versiamolo nelle tazzine, sì, quelle di porcellana della festa, quelle con il bordino dorato, questa in fondo è un’ode alla moka. Avete messo lo zucchero direttamente nella caffettiera? Ho visto in un film di Mario Martone, “L’amore molesto”, che alcuni fanno così. No? Allora, se volete mettetecene quanto vi pare. Bevetelo anche amaro, se vi piace così, se siete dei puristi. Per me un cucchiaino basta…

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LA FRASE DEL GIORNO
Nero. Più nero. Troppo nero. / Moka.
LUCIANO FOLGORE, Ponti sull’Oceano

sabato 10 aprile 2010

Il seme del domani


IRINA RATUSHINSKAYA

GETTANDO IL TEMPO NEI BARATTOLI

Abbiamo imparato, eh sì, a gettare il tempo nei barattoli
e abbiamo rimestato nella notte condensata di continuo.
Questo secolo si fa ancora più nero, il prossimo non verrà presto,
a spazzar via i nomi dai muri delle prigioni di ieri.

L'abbiamo allestito con tale cura, eppure noi
non siamo nella ciurma, nemmeno ci ammettono a bordo.

Ma coprendo il carico ben misurato con stuoiame grezzo
riusciamo tuttavia a spargere il seme.
Abbiamo le mani lacere ma ancora sappiamo togliere i chiodi
anticarro dai raccolti, destinati a durare oltre di noi.

(trad. di Damiano Albeni)


Questo secolo non ci vedrà alla fine. Nonostante gli enormi progressi che la medicina farà nel XXI secolo e sempre che il CERN di Ginevra non risucchi prima la terra in un enorme buco nero creato alla ricerca del bosone di Higgs, la “particella di Dio”. È legge naturale. La poetessa ucraina Irina Rasutinskaja, nata nel 1954 e internata per sette anni nei terribili gulag siberiani per “attività antisovietica”, rileva che questo nuovo secolo non è cominciato nel migliore dei modi e richiama anzi alla memoria i cupi fantasmi del Novecento. L’attacco alle Torri Gemelle, la guerra in Iraq e in Afghanistan, i continui attentati che insanguinano il pianeta, il timore del nucleare iraniano…

Non ci saremo quando il XXII secolo arriverà come una grande nave container, non saremo a bordo. Ma qualche cosa di noi resterà, se avremo lavorato bene, se sapremo spargere a piene mani nel mondo la libertà. Noi saremo in quei frutti. Per questo dobbiamo adesso con ogni cura piantarne i semi e annaffiarli, difenderli dall’inquinamento e dalle carestie. Se non saremo sul ponte di quella nave, saremo almeno nell’idea che la sospinge.

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Fotografia © B. Miniati, 1938

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LA FRASE DEL GIORNO
Non ci sono mai stati dei grand’uomini vivi. È la posterità che li crea.
GUSTAVE FLAUBERT, Correspondance




Irina Borisovna Ratušinskaja
(Odessa, 4 marzo 1954), scrittrice e poetessa russa. Dissidente, scontò tre anni e mezzo di carcere dal 1983 al 1986. Le sue poesie scavano in profondità nella tradizione russa e sollevano temi potenti che hanno sempre torturato i poeti russi: memoria, storia, destino, amore, poesia, fede e libertà.


venerdì 9 aprile 2010

Sant’Egidio a Fontanella

Da Sotto il Monte, il ridente paese adagiato tra il Monte Canto e l’Adda che ha dato i natali a Papa Giovanni XXIII, salendo per una stradina tutta curve che si inerpica tra i vigneti lontano dalle grandi vie di comunicazione, si arriva alla frazione di Fontanella. Qui ci si staglia davanti, quando la strada ormai finisce, la splendida Abbazia di Sant’Egidio, struttura superstite di un complesso cluniacense fondato nel 1080.

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La chiesa, edificata in stile romanico, consta di tre navate semicircolari con fregi e capitelli. All’edificio originario tra il 1130 e il 1373 si aggiunsero altre costruzioni, nel 1430 venne ripristinato il palazzo che affianca la chiesa e dove si possono ora ammirare strumenti della civiltà contadina. La torre campanaria risale alla fine del XV secolo, il portico e la sagrestia sono invece del Seicento.


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Numerosi affreschi decorano l’interno della chiesa: quelli più antichi, situati nella zona del presbiterio sono del 1100-1200; del 1400-1500 sono San Pietro attorniato dai Santi Sebastiano e Cristoforo, il Compianto del Cristo morto e il Cristo Pantocratore in trono.


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All’esterno, sul lato destro della chiesa, dove si apre il portico secentesco, c’è il sarcofago della regina Teoperga, opera quattrocentesca. Nel portico c’è anche una vetrinetta con i libri di Padre David Maria Turoldo, che si possono acquistare in loco: Sant’Egidio fu infatti la sua chiesa. Il centro di studi ecumenici “Giovanni XXIII” da lui fondato con la “Casa di Emmaus”, dove risiedeva, è pochi metri oltre Sant’Egidio.


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Fotografie © Daniele Riva

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LA FRASE DEL GIORNO 
Tu e lui, / null'altro. / Lui / il Tu senza risposte. 
DAVID MARIA TUROLDO, Canti ultimi

giovedì 8 aprile 2010

Quando le parole si uniscono


GHIANNIS RITSOS

ANCHE LE PAROLE

Anche le parole
vene sono
dentro di esse
sangue scorre
quando le parole si uniscono
la pelle della carta
s’accende di rosso
come
nell’ora dell’amore
la pelle dell’uomo
e della donna.

(da Erotica, Crocetti, 1981 - Traduzione di Nicola Crocetti)

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C’è un filo rosso che attraversa la poesia greca dai tempi di Anacreonte e di Saffo fino a Kavafis e Ritsos: la forza irresistibile dell’amore, che colpisce “come un maglio” o “come il vento sul monte si abbatte sulle querce”, per usare le analogie dei due lirici antichi citati.

Il tempo passa e scorrono i millenni, addirittura venticinque, prima che Ghiannis Ritsos si esprima con queste parole più moderne ma della stessa intensità di allora. E la sezione di “Erotica” in cui è racchiusa questa poesia si intitola significativamente “Piccola suite in rosso maggiore”, a indicare un ipotetico accordo musicale “forte” come l’amore e vivo di quel rosso che è il colore del sangue, il colore della vita che pulsa: “Bello il tuo corpo / Infinito il tuo corpo. / Mi sono perso nell’infinito” dice il poeta in altri versi della raccolta.

La poesia diventa essa stessa forma d’amore, è il simbolo dell’unione fisica e spirituale di due esseri, della sua energia creatrice, della sua carica di vita, la “risposta definitiva / al niente”.

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Egon Schiele, “Autoritratto con Wally”

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LA FRASE DEL GIORNO
E io a lui: «I’ mi son uno che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’e ditta dentro vo significando».
DANTE ALIGHIERI, Purgatorio, XXIV, 52-54




Ghiannis Ritsos (Monemvasia, 1º maggio 1909 – Atene, 11 novembre 1990), poeta greco tra i maggiori del XX secolo. Fu candidato nove volte al Premio Nobel. La sua vita fu animata da un'incrollabile fede negli ideali marxisti e nelle virtù catartiche della poesia.


mercoledì 7 aprile 2010

Un vascello con la vela ammainata

EDGAR LEE MASTERS

GEORGE GRAY

Molte volte ho osservato
il marmo che hanno scolpito per me:
un vascello con la vela ammainata
alla fonda in un porto.
In verità ciò non rappresenta la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché mi fu offerto l’amore e io fuggii
i suoi disinganni;
Il dolore bussò alla mia porta, ma ebbi paura;
mi chiamò l’ambizione, ma le opportunità
mi hanno terrorizzato.
Eppure desidero dare
un significato alla mia vita.
E ora io so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino
dovunque conducano il vascello.
Dare il significato alla propria vita
può finire in follia,
Ma la vita senza significato è la tortura senza requie
e vago desiderio.
È un vascello che anela al mare
e ne ha paura.

(da Antologia di Spoon River, 1915)

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In quella moderna “Antologia Palatina” che è la Spoon River di Edgar Lee Masters ci sono molte storie e molte vite raccontate attraverso i personaggi di un’America puritana e provinciale. George Gray è uno di quelli che amo di più: sulla sua tomba è scolpita una nave con la vela ammainata ferma in porto. Quello è il bilancio della sua vita: un’ignavia che non gli ha consentito di accogliere l’amore per timore della sua fine, dei suoi disinganni; che gli ha impedito di cogliere gli onori per paura degli oneri, e così non si è abbandonato neppure alla forza purificatrice del dolore, a quella vivificatrice dell’occasione. E ora che la sua vita è finita, ha capito che è stata vuota, priva di qualsiasi significato. Da quella tomba di granito sulla collina di Spoon River, il povero George Gray ci esorta a non fare come lui, a vivere con coraggio, a innalzare le vele della nostra nave e ad affrontare il mondo, senza paura.

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Fotografia © Klara/Pexels

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LA FRASE DEL GIORNO
La sola cosa di cui dobbiamo aver paura è la paura.
FRANKLIN DELANO ROOSEVELT, Discorso del 4 marzo 1933





Edgar Lee Masters (Garnett, Kansas, 23 agosto 1868 – Melrose Park, Pennsylvania, 5 marzo 1950), poeta, scrittore e avvocato statunitense, noto soprattutto come autore dell'Antologia di Spoon River, raccolta poetica di immaginarie epigrafi tombali del cimitero dell’altrettanto immaginaria città di Spoon River.


martedì 6 aprile 2010

L’Aquila, un anno dopo


Un anno. Trecentosessantacinque giorni che hanno contenuto immenso dolore, solidarietà, eroici gesti, i funerali strazianti alla caserma di Coppito, il G8, i grandi del mondo a spasso tra le macerie con il caschetto in testa, le  fotografie con i potenti, la ricostruzione, le polemiche, chi ha avuto, chi vuole di più, chi non ha avuto, una canzone così così incisa da alcuni dei migliori cantanti italiani.

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Un anno con Bertolaso e Berlusconi, con i volontari della Protezione Civile, con la Croce Rossa, con la gente prima ospitata nelle tendopoli e negli alberghi della costa (dove, per la verità molti risiedono ancora) e poi nelle casette antisismiche costruite a tempo di record e arredate e fornite di bottiglia di spumante per brindare davanti alle telecamere, con Stefania Pezzopane, presidente – ora ex -della provincia ridente negli scatti con Obama, George Clooney, Bill Murray…

Un anno dal terremoto dell’Aquila che ci ha colpito enormemente. È tanto un anno? È poco? Cosa si può fare in un anno? Il centro della città è ancora come allora, ci vorrà tempo per spostare quattro milioni di tonnellate di macerie, rimettere in sicurezza, ricostruire. Ci vorrà tempo per ripristinare un gioiello calpestato da un rullo compressore. Si può capire l’impazienza degli abitanti, si deve comprendere l’attaccamento alla città. Ci sono i vincoli paesaggistici e artistici, c’è da recuperare l’amianto. Le autorità che si rimpallano la responsabilità di intervenire – alla fine sembra che spetti agli enti locali – dovrebbero almeno gettare il seme della speranza: basta poco per riaccendere la fiamma, via qualche maceria, su qualche cantiere. Con equilibrio e senza strumentalizzazioni, come spiega il prefetto Gabrielli: «Come al solito l’Italia si divide in due curve di ultras, c’è chi dice che è stato fatto tutto e chi dice che non è stato fatto niente. Io rivendico il diritto a una via di mezzo e dico: molto è stato fatto, moltissimo resta da fare». Avanti, allora: facciamo: lo dobbiamo alla gente dell’Aquila, lo dobbiamo al loro futuro, a quel “Domani” frettolosamente cantato all’indomani del terremoto…

 


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LA FRASE DEL GIORNO
Dove è il dolore, là il suolo è sacro.
OSCAR WILDE, De Profundis

lunedì 5 aprile 2010

Petalo per petalo

ANONIMO GIAPPONESE

QUI, IN MEZZO AI FIORI DI CILIEGIO

Qui, in mezzo ai fiori di ciliegio che turbinano
è come neve primaverile
che cade e non si scioglie...
Se guardo alla folla di petali perduti
che volteggiano nella brezza
allora penso: dov'è finita la primavera?

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Una bella immagine di primavera questa espressa da un anonimo poeta antologizzato nel “Kokinshu”, florilegio della poesia giapponese raccolto nel IX secolo. I petali dei ciliegi in fiore volano a migliaia nella brezza: sembra che nevichi, e già bianco è il terreno. Ma a differenza della neve questo manto non si scioglie, anzi, i “fiocchi” continuano a volare anche dopo essersi depositati al suolo. Straniato da questa illusione, il poeta si trova a domandarsi se non sia per caso tornato l’inverno.

 

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Fotografia © Hanami

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Un impressionismo cesellato, realizzato con brevi pennellate, come è tipico della poesia nipponica. Anche un autore del XIX secolo, Masaoka Shiki, è attirato da questa illusoria nevicata con cui il ciliegio fiorisce e sfiorisce:

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MASAOKA SHIKI

PETALO PER PETALO

Petalo per petalo
il fiore del ciliegio
cade e ricade
leggero come un velo
lento sulla terra
sfiorandola di baci.

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È l’effimera durata della bellezza a colpirci, quella vanità che rapidamente si consuma e che ci fa pensare anche alle nostre vite, a ciò che conta e a ciò che invece non è importante. Come questo anonimo dodoitsu del Gombei:

ANONIMO GIAPPONESE DEL GOMBEI

LE STAGIONI

Le stagioni s’affollano e si sciolgono
si sfogliano e rinascono
ma i nostri giorni si sommergono nel tempo.
Appare il fiore in questo istante
rifiorirà nella sua giovinezza
e noi non avremo,
voi e me,
ohimè!
noi non avremo
che una sola primavera.

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LA FRASE DEL GIORNO
Quantunque la bellezza brilli, essa cade.
KOBO DAISHI




Masaoka Shiki, pseudonimo di Masaoka Tsunenori (Matsuyama, 14 ottobre 1867 – Tokyo, 19 settembre 1902), poeta, critico letterario e giornalista giapponese. È considerato, con Matsuo Bashō, Yosa Buson e Kobayashi Issa, uno dei quattro grandi autori di haiku, l'unico a non esser vissuto nel periodo Edo.