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mercoledì 7 luglio 2010

La Calabria di Franco Costabile

“Buon per lui gli studi letterari non lo hanno fatto diventare un letterato, cioè nulla hanno potuto contro la sua natura di paesano meridionale. Nella veemenza del suo risentimento (un dolore più antico di lui, un bisogno di giustizia inappagato da secoli) non troviamo enfasi oratoria, ma la misteriosa forza di persuasione di una poesia naturale”. Così il poeta e critico Libero Bigiaretti presentava nella prefazione a “La rosa nel bicchiere” la poesia di Franco Costabile, calabrese di Sambiase, nato nel 1924 e poi trasferitosi a Roma, dove fu allievo di Ungaretti.

E la Calabria, con i suoi dolori e le sue miserie, con l’emigrazione e la povertà, con la disperazione e l’orgoglio trasmette ai versi la sua asprezza, troncandoli, spezzandoli, lanciandoli in appassionate nostalgie, in dolci illusioni che talora mitigano il risentimento, l’indignazione. Nessuna enfasi, dice bene Bigiaretti, ma una sincerità a volte brutale che dipinge la sua terra e le sue verità. Un dolore che diventa stanchezza e che porta Costabile a togliersi la vita a 41 anni, nel 1965. Ungaretti scrive per lui questo epitaffio: «“Con questo cuore troppo cantastorie” / dicevi ponendo una rosa nel bicchiere / e la rosa s'è spenta poco a poco / come il tuo cuore, si è spenta per cantare / una storia tragica per sempre».

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DA “LA ROSA NEL BICCHIERE”, Canesi, 1961

LA ROSA NEL BICCHIERE


Un pastore
un organetto
il tuo cammino.
Calabria,
polvere e more.

Uova
di mattinata
il tuo canestro.
Calabria,
galline
sotto il letto.
Scialli neri
il tuo mattino
di emigranti.
Calabria,
pane e cipolla.

Lettera
dell'America
il tuo postino.
Calabria,
dollari nel bustino.

Luce
d'accetta
l'alba
dei tuoi boschi.
Calabria,
abbazia di abeti.

Una rissa
la tua fiera.
Calabria
d'uva rossa
e di coltelli.

Vendetta
il tuo onore.
Calabria
in penombra
canne di fucili.

Vino
e quaglie,
la festa
ai tuoi padroni.
Calabria,
allegria
di borboni.

Carrette
alla marina
la tua estate.
Calabria,
capre sulla spiaggia.

Alluvioni
carabinieri,
i tuoi autunni.
Calabria,
bastione
di pazienza.

Un lamento
di lupi,
i tuoi inverni.
Calabria,
famigliola
al braciere.

Francesco di Paola
il tuo sole.
Calabria,
casa sempre aperta.

Un arancio
il tuo cuore,
succo d'aurora.
Calabria,
rosa nel bicchiere.

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AUSTRALIA


Era come te
nella vigna
un giorno di marzo
di vento e di sole.
Di tanto, o padre,
non t'è rimasto
che qualche cartolina
a un angolo,
sul vetro della cristalliera.



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MIO SUD


Mio sud,
mezzogiorno
potente di cicale,
sembra una leggenda
che vi siano
torrenti a primavera.

Mio sud,
inverno mio caldo
come latte di capre,
già si dorme
fratello e sorella
senza più gusto.

Mio sud,
pianura mia,
mia carretta lenta.
Anime di emigranti
vengono la note a piangere
sotto gli ulivi,
e domani alle nove
il sole già brucia,
i passeri
a mezz'ora di cammino
non hanno più niente da cantare.

Mio sud,
mio brigante sanguigno,
portami notizie della collina.
Siedi, bevi un altro bicchiere
e raccontami del vento di quest'anno.

Mio treno di notte
lento nella pianura
Battipaglia... Salerno...
mio paesano, stanco sulla valigia,
come vagabondo.

Mio questurino
davanti a un'ambasciata,
potevi startene adesso in collina
a dare sotto le foglie il verderame,
sentire l’aria la terra,
le ragazze dell'altro versante
darti una voce.
Potevi essere
anche un perito agrario
se a casa potevano,
intenderti di migliorie, d'allevamenti,
e pensare un trapianto a primavera.
O forse eri solo un manovale,
lavoravi a giornate, forse non lavoravi.
Adesso un silenzio, il giorno:
da qui a lì, e niente succede.


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Fotografie con Licenza Gnu
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LA FRASE DEL GIORNO
Qui non vorrei morire dove vivere / mi tocca, mio paese, / così sgradito da doverti amare.
 
VITTORIO BODINI, La luna dei Borboni e altre poesie




Francesco Antonio Costabile (Sambiase, 27 agosto 1924 – Roma, 14 aprile 1965), poeta ermetico italiano. La sua poetica mescola le suggestioni e l'essenzialità dell'ermetismo con la sensibilità per le vicende umane e sociali propria del neorealismo: il destino della Calabria nel secondo Dopoguerra, il dramma delle emigrazioni, povertà, criminalità organizzata e assenza dello stato.


martedì 6 luglio 2010

Il Sud

 

 

VITTORIO BODINI

FOGLIE DI TABACCO, 1

Tu non conosci il Sud, le case di calce
da cui uscivamo al sole come numeri
dalla faccia d'un dado.

(da La luna dei Borboni e altre poesie, Mondadori, 1962)

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Una similitudine meravigliosa questa del poeta pugliese Vittorio Bodini. Vale la pena di farci un post anche se sono soltanto tre versi. C’è tutta l’essenza del sud in queste ventuno parole: le case bianche di Ostuni e di Locorotondo, così simili a quelle che si possono trovare dall’altra parte dello Ionio, in Grecia. Ci sono i trulli di Alberobello, le stradine lastricate con le chianche, i balconi con i gerani. C’è il calore che cuoce la terra e fa crescere gli ulivi e i fichidindia, che riempie di giallo e di rosso i prati tra il finocchietto selvatico e la menta e li rende simili a un dipinto di Corot. Lo stesso calore che si espande alla gente e la fa ospitale e generosa. Il calore di una sera attorno al forno con il massaro che cuoce focacce e poi le offre con un bicchiere di Negramaro.

Eccoli lì questi uomini e queste donne del Sud, vestiti di nero come i numeri di un dado che si riversano fuori dalle porte nelle città bianche…

 
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Minh Dam, "Panorama di Ostuni"

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LA FRASE DEL GIORNO
Mio Sud, / mio brigante sanguigno, / portami notizie della collina. / siedi, bevi un altro bicchiere / e raccontami del vento di quest’anno
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FRANCO COSTABILE, La rosa nel bicchiere



lunedì 5 luglio 2010

Montale e il treno

EUGENIO MONTALE

ADDII, FISCHI NEL BUIO, CENNI, TOSSE

Addii, fischi nel buio, cenni, tosse
e sportelli abbassati. È l'ora. Forse
gli automi hanno ragione. Come appaiono
dai corridoi murati!
..............................................
- Presti anche tu alla fioca
litania del tuo rapido quest'orrida
e fedele cadenza di carioca? -

(da Le occasioni, 1939)

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Una stazione, un treno che parte nella sera. E il muoversi meccanico delle ruote. Nient’altro. Eppure Eugenio Montale ne ottiene una poesia di puro suono mescolando i rumori.

Anche lì il poeta va in cerca dei momenti importanti della vita, di quegli attimi imprevisti nei quali è possibile almeno intravedere un diverso manifestarsi della realtà, nei quali è forse possibile afferrare un atomo di eternità, trovare un senso all’esistenza, differire dagli “automi” che procedono incessanti senza porsi domande. Quei momenti sono “Le occasioni” che danno il titolo alla raccolta e che segnano tutta la poetica di Montale come un filo rosso che la attraversi, quelli che negli “Ossi di seppia” sono “silenzi in cui le cose / s’abbandonano e sembrano vicine / a tradire il loro ultimo segreto”…

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Angelo Morbelli, "La Stazione Centrale di Milano, 1889"

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LA FRASE DEL GIORNO
Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
EUGENIO MONTALE, Ossi di seppia




Eugenio Montale (Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981), poeta e scrittore italiano, Gli fu conferito il Premio Nobel per la Letteratura nel 1975 “per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni”, ovvero la “teologia negativa” in cui il "male di vivere"  si esprime attraverso la corrosione dell'Io lirico tradizionale e del suo linguaggio.

domenica 4 luglio 2010

L’apparizione della bellezza

FABIO FIALLO

SUL SAGRATO

Abbagliante di grazia e di bellezza,
apparve sul sagrato della chiesa
e tutti al suo passaggio si inchinarono
tranne me.

Come uno sciame di allegre farfalle,
volarono gli elogi intorno a lei:
un omaggio che le resero tutti,
tranne me.

E tranquillo così, indifferente
alla sua casa ciascuno tornò,
e indifferenti vivono e tranquilli
ah, tutti, tranne me!

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Anticonformista? Timido? Snob? O semplicemente poeta? Fabio Fiallo, il maggiore poeta romantico della Repubblica Dominicana ci dipinge questa gustosa scenetta: una bella ragazza appare meravigliosa nel passeggio domenicale dopo la Messa e strega con il suo fascino tutti gli uomini presenti, che si affollano a renderle omaggio e si perdono poi in lodi e complimenti. Tutti, tranne il poeta.

Alla fine ognuno torna alla sua casa, al suo pranzo e il passaggio della bellezza è ormai dimenticato, come una cometa apparsa in cielo e subito eclissatasi. Tranquilli, indifferenti. Il poeta invece no, il poeta non può: egli è un cultore della bellezza, è il profeta che coglie la “limpida meraviglia” ungarettiana e la trasforma in versi…

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Fotografia: Ruth Orkin, “Ragazza americana in Italia”

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LA FRASE DEL GIORNO
La bellezza deve essere sconvolgente, lasciare senza fiato... deve bruciarti addosso come un sogno, come gli occhi stupendi di una ragazza
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FRANCIS SCOTT FITZGERALD, Maschiette e filosofi




Fabio Federico Fiallo Cabral (Santo Domingo, 3 febbraio 1866 – L'Avana, Cuba, 29 agosto 1942), scrittore, poeta e politico dominicano. La sua opera coincide con il movimento "modernista". Tuttavia, nonostante la sua amicizia con Rubén Darío, i suoi versi risentono di un romanticismo di tipo becqueriano, con un gusto spiccato per le cose semplici. 


sabato 3 luglio 2010

Un volto su una moneta


KONSTANTINOS KAVAFIS

OROFERNE

Il volto che è qui sulla moneta e sembra quasi che sorrida, è il volto bello e fine di Oroferne, figlio di Ariarate.

Scacciato ancora bambino dalla Cappadocia, dal grande palazzo paterno, lo mandarono a crescere nella Ionia, dimenticato fra stranieri.

Ah, stupende notti di Ionia, quando a pieno conobbe, alla maniera greca, e senza paura, il piacere dei sensi. Sempre asiatico nel cuore; nelle maniere però e nella lingua, greco, adorno di turchesi, con abiti greci, il suo corpo profumava di gelsomino e tra i giovani belli della Ionia, il più bello, il più ideale.

Poi, come i Siri entrarono nella Cappadocia, e lo fecero re, si lasciò sprofondare nella vita regale per godere in modo nuovo ogni giorno, e arricchirsi avidamente d'oro e d'argento, per gioire e farsi grande dello splendore e dei tesori accumulati. Quanto alle cure e al governo del paese - non aveva la minima idea di quanto intorno accadeva.

I Cappadoci presto lo deposero: fuggì in Siria, nel palazzo di Demetrio, a divertirsi e oziare.

Un giorno tuttavia un pensiero insolito lo risvegliò dal suo torpore: si ricordò che per parte di madre Antiochia e della vecchia Stratonice, anche lui era erede della corona di Siria, era quasi un Seleucide. Per un po' chiuse con sbornie e lussurie, incapace e stordito qualcosa cercò di macchinare qualcosa di fare e progettare. Fallì miseramente e fu annientato.

La sua fine fu scritta chissà dove e si è persa; oppure la storia l'ha tralasciata e a ragione, particolare insignificante, non degno di menzione.

Il volto che è qui sulla moneta e lasciò un segno della bella giovinezza, una luce della sua grazia poetica, una memoria sensuale del ragazzo di Ionia, è il volto di Oroferne, figlio di Ariarate.

1915

(da Poesie d’amore e della memoria, traduzione di Paola Maria Minucci)

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Una moneta antica, risalente al II secolo avanti Cristo. Il volto di un giovane re, bello e dissoluto. È da lì che Konstantinos Kavafis ricostruisce la storia: quell’uomo è Oroferne, che la figlia di Antioco III il Grande di Siria, convinta di essere sterile, presentò come proprio figlio insieme ad Ariarate al marito, il re di Cappadocia Ariarate IV. Quando la donna però partorì due femmine e un maschio, questi fu designato dal padre come successore: Ariarate fu inviato a studiare a Roma, Oroferne nella Ionia. E lì, tra le mollezze greche, crebbe nella lussuria e nella vanità.

Quando i Siri presero il potere in Cappadocia, Oroferne fu chiamato ad essere re, e si comportò come era abituato negli ozi ionici, disinteressandosi del potere e abbandonandosi al sesso e al divertimento. In breve la sua natura convinse i Siri a deporlo. Fuggì allora in Siria, a continuare la sua vita di stravizi. Come capita a molti falliti, un giorno gli balenò un’idea vincente: impadronirsi del trono siriano. E per metterla in pratica doveva mettersi in riga. Naturalmente, un altro fallimento era scritto nel suo destino. E qui le tracce di Oroferne si perdono… Ma è proprio da questo punto che comincia l’interesse di Kavafis, è qui che la sua poesia prende possesso della storia: va a scavare nell’ombra, prova a riempire i vuoti, a dire il non detto di quelle epoche dimenticate e decadenti.

Una moneta… Voglio consigliare qui un interessante blog che segue la storia proprio come Kavafis in questa poesia. Ricostruisce il passato partendo da quei pochi grammi di metallo, spesso vile, allarga l’orizzonte da quei ritratti, da quei disegni coniati sul tondello in una sospensione tra passato e presente: è “Grammi di storia – La storia raccontata dalle monete” di Adriano Parracciani, una lettura davvero piacevole e avvincente.

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LA FRASE DEL GIORNO
Certe volte mi sembra che l'intera storia universale non sia che un libro illustrato il quale rispecchia il più cieco e il più acceso desiderio degli uomini: il desiderio di oblio
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HERMANN HESSE, Il pellegrinaggio in Oriente




Konstantinos Petrou Kavafis, (Alessandria d'Egitto, 29 aprile 1863 – 29 aprile 1933), poeta e giornalista greco. Pubblicò 154 poesie, spesso ispirate all'antichità ellenistica, romana e bizantina, percorre, mirando al sublime, i vari gradi di un'esperienza estetica congiunta alla pratica dell'amore omosessuale.


venerdì 2 luglio 2010

Cos’è l’arte? (XII)

CAMILLE PISSARRO

“Dipingi solo con i tre colori fondamentali e i loro immediati complementari”


Camille Pissarro, “Rouen, Rue de l'Épicerie”
olio su tela, 1898 / collezione privata

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LEONARDO DA VINCI

“Farai le figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell'animo; altrimenti la tua arte non sarà laudabile”

Leonardo da Vinci, “Studio di un cavallo”
inchiostro su carta, 1490 / Windsor, Royal Library

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PIETER PAUL RUBENS

“Bisogna distinguere la materia dalla forma”

Pieter Paul Rubens, “Il cappello di paglia” 
olio su tavola di quercia, 1623 / Londra, National Gallery

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LA FRASE DEL GIORNO
L'arte è natura concentrata.
HONORÉ DE BALZAC, Le illusioni perdute

giovedì 1 luglio 2010

Poesie per luglio

Luglio, mese di canicola – almeno o è sempre stato, quest’anno dalla meteorologia pazza potrebbe anche non esserlo. Tempo di giochi per bambini e ragazzi che sfruttano le vacanze scolastiche, tempo di villeggiature al mare e in montagna. Tempo di svaghi sotto l’ombrellone o su un prato di montagna. Relax, un buon libro, parole crociate e poesia…

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GIUSEPPE UNGARETTI

DI LUGLIO

Quando su ci si butta lei,
Si fa d’un triste colore di rosa
Il bel fogliame.
Strugge forre, beve fiumi,
Macina scogli, splende,
È furia che s’ostina, è l’implacabile,
Sparge spazio, acceca mete,
È l’estate e nei secoli
Con i suoi occhi calcinanti
Va della terra spogliando lo scheletro.

1931

(da Sentimento del tempo, 1943)

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Fotografia © Fanum Fortunae


JUAN RAMÓN JIMÉNEZ

ALBEGGIARE

Dora il sole di miele
il campo malva e verde
- pietra e vigneto, pianura e dosso -.
La brezza inclina, fresca e mite,
il fiore azzurro delle siepi viola
Ancora, o già, nessuno
nell'immensa campagna preparata
che con cristallo e ali
l’allodola abbellisce.
Sparsi qua e là, spalancati e deserti,
i rossi borghi abbacinati.

(da Diario di poeta e mare, 1918)


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LA FRASE DEL GIORNO
C'è un feroce rosso cane / che a muti passi va per il cielo, / la lingua fuori, arruffato il pelo, / e si getta alle aeree fontane
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DIEGO VALERI, Poesie




Giuseppe Ungaretti (Alessandria d’Egitto, 8 febbraio 1888 – Milano, 1º giugno 1970) è uno dei tre grandi poeti dell’Ermetismo italiano. Trasferitosi a Parigi nel 1912, prese parte alla Prima guerra mondiale nelle trincee del Carso e poi in Champagne. Dal 1935 al 1942 insegnò in Brasile e dal 1947 al 1965 fu professore di letteratura moderna alla Sapienza.