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mercoledì 7 aprile 2010

Un vascello con la vela ammainata

EDGAR LEE MASTERS

GEORGE GRAY

Molte volte ho osservato
il marmo che hanno scolpito per me:
un vascello con la vela ammainata
alla fonda in un porto.
In verità ciò non rappresenta la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché mi fu offerto l’amore e io fuggii
i suoi disinganni;
Il dolore bussò alla mia porta, ma ebbi paura;
mi chiamò l’ambizione, ma le opportunità
mi hanno terrorizzato.
Eppure desidero dare
un significato alla mia vita.
E ora io so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino
dovunque conducano il vascello.
Dare il significato alla propria vita
può finire in follia,
Ma la vita senza significato è la tortura senza requie
e vago desiderio.
È un vascello che anela al mare
e ne ha paura.

(da Antologia di Spoon River, 1915)

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In quella moderna “Antologia Palatina” che è la Spoon River di Edgar Lee Masters ci sono molte storie e molte vite raccontate attraverso i personaggi di un’America puritana e provinciale. George Gray è uno di quelli che amo di più: sulla sua tomba è scolpita una nave con la vela ammainata ferma in porto. Quello è il bilancio della sua vita: un’ignavia che non gli ha consentito di accogliere l’amore per timore della sua fine, dei suoi disinganni; che gli ha impedito di cogliere gli onori per paura degli oneri, e così non si è abbandonato neppure alla forza purificatrice del dolore, a quella vivificatrice dell’occasione. E ora che la sua vita è finita, ha capito che è stata vuota, priva di qualsiasi significato. Da quella tomba di granito sulla collina di Spoon River, il povero George Gray ci esorta a non fare come lui, a vivere con coraggio, a innalzare le vele della nostra nave e ad affrontare il mondo, senza paura.

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Fotografia © Klara/Pexels

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LA FRASE DEL GIORNO
La sola cosa di cui dobbiamo aver paura è la paura.
FRANKLIN DELANO ROOSEVELT, Discorso del 4 marzo 1933





Edgar Lee Masters (Garnett, Kansas, 23 agosto 1868 – Melrose Park, Pennsylvania, 5 marzo 1950), poeta, scrittore e avvocato statunitense, noto soprattutto come autore dell'Antologia di Spoon River, raccolta poetica di immaginarie epigrafi tombali del cimitero dell’altrettanto immaginaria città di Spoon River.


martedì 6 aprile 2010

L’Aquila, un anno dopo


Un anno. Trecentosessantacinque giorni che hanno contenuto immenso dolore, solidarietà, eroici gesti, i funerali strazianti alla caserma di Coppito, il G8, i grandi del mondo a spasso tra le macerie con il caschetto in testa, le  fotografie con i potenti, la ricostruzione, le polemiche, chi ha avuto, chi vuole di più, chi non ha avuto, una canzone così così incisa da alcuni dei migliori cantanti italiani.

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Un anno con Bertolaso e Berlusconi, con i volontari della Protezione Civile, con la Croce Rossa, con la gente prima ospitata nelle tendopoli e negli alberghi della costa (dove, per la verità molti risiedono ancora) e poi nelle casette antisismiche costruite a tempo di record e arredate e fornite di bottiglia di spumante per brindare davanti alle telecamere, con Stefania Pezzopane, presidente – ora ex -della provincia ridente negli scatti con Obama, George Clooney, Bill Murray…

Un anno dal terremoto dell’Aquila che ci ha colpito enormemente. È tanto un anno? È poco? Cosa si può fare in un anno? Il centro della città è ancora come allora, ci vorrà tempo per spostare quattro milioni di tonnellate di macerie, rimettere in sicurezza, ricostruire. Ci vorrà tempo per ripristinare un gioiello calpestato da un rullo compressore. Si può capire l’impazienza degli abitanti, si deve comprendere l’attaccamento alla città. Ci sono i vincoli paesaggistici e artistici, c’è da recuperare l’amianto. Le autorità che si rimpallano la responsabilità di intervenire – alla fine sembra che spetti agli enti locali – dovrebbero almeno gettare il seme della speranza: basta poco per riaccendere la fiamma, via qualche maceria, su qualche cantiere. Con equilibrio e senza strumentalizzazioni, come spiega il prefetto Gabrielli: «Come al solito l’Italia si divide in due curve di ultras, c’è chi dice che è stato fatto tutto e chi dice che non è stato fatto niente. Io rivendico il diritto a una via di mezzo e dico: molto è stato fatto, moltissimo resta da fare». Avanti, allora: facciamo: lo dobbiamo alla gente dell’Aquila, lo dobbiamo al loro futuro, a quel “Domani” frettolosamente cantato all’indomani del terremoto…

 


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LA FRASE DEL GIORNO
Dove è il dolore, là il suolo è sacro.
OSCAR WILDE, De Profundis

lunedì 5 aprile 2010

Petalo per petalo

ANONIMO GIAPPONESE

QUI, IN MEZZO AI FIORI DI CILIEGIO

Qui, in mezzo ai fiori di ciliegio che turbinano
è come neve primaverile
che cade e non si scioglie...
Se guardo alla folla di petali perduti
che volteggiano nella brezza
allora penso: dov'è finita la primavera?

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Una bella immagine di primavera questa espressa da un anonimo poeta antologizzato nel “Kokinshu”, florilegio della poesia giapponese raccolto nel IX secolo. I petali dei ciliegi in fiore volano a migliaia nella brezza: sembra che nevichi, e già bianco è il terreno. Ma a differenza della neve questo manto non si scioglie, anzi, i “fiocchi” continuano a volare anche dopo essersi depositati al suolo. Straniato da questa illusione, il poeta si trova a domandarsi se non sia per caso tornato l’inverno.

 

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Fotografia © Hanami

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Un impressionismo cesellato, realizzato con brevi pennellate, come è tipico della poesia nipponica. Anche un autore del XIX secolo, Masaoka Shiki, è attirato da questa illusoria nevicata con cui il ciliegio fiorisce e sfiorisce:

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MASAOKA SHIKI

PETALO PER PETALO

Petalo per petalo
il fiore del ciliegio
cade e ricade
leggero come un velo
lento sulla terra
sfiorandola di baci.

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È l’effimera durata della bellezza a colpirci, quella vanità che rapidamente si consuma e che ci fa pensare anche alle nostre vite, a ciò che conta e a ciò che invece non è importante. Come questo anonimo dodoitsu del Gombei:

ANONIMO GIAPPONESE DEL GOMBEI

LE STAGIONI

Le stagioni s’affollano e si sciolgono
si sfogliano e rinascono
ma i nostri giorni si sommergono nel tempo.
Appare il fiore in questo istante
rifiorirà nella sua giovinezza
e noi non avremo,
voi e me,
ohimè!
noi non avremo
che una sola primavera.

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LA FRASE DEL GIORNO
Quantunque la bellezza brilli, essa cade.
KOBO DAISHI




Masaoka Shiki, pseudonimo di Masaoka Tsunenori (Matsuyama, 14 ottobre 1867 – Tokyo, 19 settembre 1902), poeta, critico letterario e giornalista giapponese. È considerato, con Matsuo Bashō, Yosa Buson e Kobayashi Issa, uno dei quattro grandi autori di haiku, l'unico a non esser vissuto nel periodo Edo.


domenica 4 aprile 2010

Pasqua 2010


DAVID MARIA TUROLDO

VIVI DI NOI


Vivi di noi.
Sei
La verità che non ragiona.
Un Dio che pena
Nel cuore dell'uomo.


(da Io non ho mani, Bompiani, 1948)
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Fotografia © Gabriele Pace/Pexels

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Pochi versi per Pasqua, versi spirituali che inneggiano al mistero. Per chi crede e per chi non crede. Per chi crede in Dio e non nella Chiesa. Per chi semplicemente si pone domande davanti all’ineffabile, al dolore, alla bellezza di un giorno di primavera, al cielo stellato che dispone l’universo come una carta davanti agli occhi. Per chi oggi si immerge nella tradizione del giorno di Pasqua, con le uova colorate, l’insalata di campo, la torta pasqualina, il casatiello, la colomba, la pinza, insomma il piatto locale, e tutto questo gli piace. Per chi si accende di gioia davanti ai bambini che aprono l’uovo di cioccolata e si gode lo stupore o consola la delusione per la sorpresa trovata all’interno. Per tutti voi, amiche e amici del “Canto delle Sirene”, buona Pasqua!


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LA FRASE DEL GIORNO
Camminate finché avete la luce, prima che il buio vi sorprenda. Chi cammina al buio non sa dove va.
GIOVANNI, 12, 35



David Maria Turoldo, al secolo Giuseppe Turoldo (Coderno, 22 novembre 1916 – Milano, 6 febbraio 1992), presbitero, teologo, filosofo, scrittore e poeta italiano, membro dell'Ordine dei servi di Maria. Fu sostenitore delle istanze di rinnovamento culturale e religioso della Chiesa, di ispirazione conciliare.


sabato 3 aprile 2010

Bella più dei narcisi


MELEAGRO

GIÀ LE VIOLE FIORISCONO

Già le viole fioriscono, e i narcisi
amanti della pioggia, e fioriscono
i gigli di montagna, ma Zenofila,
che si nutre d'amore,
fiore in boccio tra i fiori, è fiorita
come una dolce rosa di Suada.
O giardini perché inutilmente
con le vostre corolle ridete?
Lei su tutte prevale
le vostre ghirlande odorose.

(Antologia Palatina, V, 144 – trad. Luciano Luisi)

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Ah l’amour… è il commento che viene spontaneo leggendo questo epigramma di Meleagro di Gadara, poeta greco del I secolo avanti Cristo presente nell’Antologia Palatina con centrotrenta componimenti, acutamente paragonati a “bianche viole”.

L’amour, l’amore quasi cavalleresco che acceca gli uomini e li colpisce con la bellezza, tanto da farli sragionare. L’amore capace di obnubilare la mente del saggio, di elevare verso l’infinito lo sciocco. E Meleagro, greco d’Oriente, vissuto nella fastosa e gaudente Tiro, crocevia di commerci e di piaceri, all’amore dedicò la sua poesia, rivestendo di colori e di suoni dolci figure di efebi e di donne, come questa Zenofila, più splendente del rigoglio di una primavera fenicia, più bella dei narcisi e delle viole che, bellissimi, ingentiliscono la stagione più affascinante.

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Fotografia © Daniele Riva

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LA FRASE DEL GIORNO
Eros, in grembo alla madre, scherzando / giocò all’alba coi dadi la mia anima.
MELEAGRO, Antologia Palatina, XII, 47




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Meleagro di Gadara (Gadara, oggi Umm Qais, Giordania 130 a.C. – Kos, Grecia, 60 a.C. circa), filosofo, scrittore e poeta greco antico. Di lui restano 130 epigrammi raccolti nell’Antologia Palatina, perdute sono le satire menippee e l’opera “Le Càriti”. Le sue poesie cantano l’amore per etere ed efebi.


venerdì 2 aprile 2010

Aprile

“Era d’aprile. Quel movimento delle foglie, della terra, dell’aria, delle cose, luce che parla di domani, rimescolamento interno delle fibre di cui si era dimenticata l’esistenza”: così Dino Buzzati in un racconto pubblicato sul “Corriere della Sera” il 17 gennaio 1960 e incluso poi nelle “Cronache fantastiche”.

Aprile, il dolcissimo aprile, il “più crudele dei mesi” di Thomas Stearns Eliot, il periodo del pieno risveglio, del rigoglio più sfrenato in cui la natura si agita come una ballerina che esegue la danza del ventre. Il tempo dolcissimo delle giacche leggere, delle serate lunghe per restare nel tramonto a parlare con gli amici, seduti al tavolino di un bar o su una veranda dove l’aroma dei fiori si espande fragrante e inebriante. Lontano magari scintillerà il mare nell’ultima luce o il lago calerà nell’ombra delle montagne, o ancora il fiume scorrerà via lento e placido portandosi via i riflessi delle case sulle sponde.

Aprile, l’ora del sommovimento, del ritorno alla vita, del riemergere dalla crosta ghiacciata dell’inverno: e, fermi nel sole, su una panchina, su un muretto, su una seggiola si protende il viso per ricaricarsi di tutta l’energia che ci era mancata per lunghi mesi. Camminare per i giardini fioriti di narcisi, tulipani, giacinti e glicini, di ciliegi, peschi, pruni, magnolie e gelsomini è come andare in una pinacoteca: la vista ne è estasiata, l’olfatto è colpito dai profumi.

Aprile, lunghe camminate nei boschi, sui sentieri che discendono a serpentina verso il fiume, dove i bucaneve e le primule si sono ormai ritirate e l’erba cipollina già irradia il suo pungente aroma, dove fiori azzurri e violetti dei quali non si è mai saputo il nome spuntano da ogni forra, da ogni rupe, da ogni blocco calcareo in cui la terra è riuscita ad annidarsi. E sull’alzaia, nello splendore di sponde rese bianche dalla fioritura dei ciliegi selvatici, si passeggia senza fretta, rispecchiandosi nell’acqua verde, ubriachi della dolcezza di aprile.

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Fotografia © Daniele Riva

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LA FRASE DEL GIORNO
D’un aprile mi rammento. Traboccava / il cuore come il glicine dai muri. / Erravano i miei passi ebbri e sicuri, / ed un vento fiorito li portava.
SERGIO SOLMI, Poesie

giovedì 1 aprile 2010

Poesie per aprile

“Aprile è il mese più crudele, genera / Lillà da terra morta, confondendo / Memoria e desiderio, risvegliando / Le radici sopite con la pioggia di primavera”: così inizia “La terra desolata di Thomas Stearns Eliot, qui magistralmente tradotto da Roberto Sanesi. È il mese che ci dona il risveglio, che ci pone domande alle quali non sappiamo o non vogliamo dare risposta. La sua dolcezza è estenuante, febbrile, inebriata di aromi e di sapori che riempiono l’aria. È mese misterioso e premonitore, in attesa che la primavera innalzi i vessilli della sua pienezza. In questa sua dolcezza navighiamo, o meglio camminiamo come funamboli sospesi tra l’allegria e la malinconia.

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CESARE PAVESE

THE CATS WILL KNOW

Ancora cadrà la pioggia
sui tuoi dolci selciati,
una pioggia leggera
come un alito o un passo.
Ancora la brezza e l’alba
fioriranno leggere
come sotto il tuo passo,
quando tu rientrerai.
Tra fiori e davanzali
i gatti lo sapranno.

Ci saranno altri giorni,
ci saranno altre voci.
Sorriderai da sola.
I gatti lo sapranno.
Udrai parole antiche,
parole stanche e vane
come i costumi smessi
delle feste di ieri.

Farai gesti anche tu.
Risponderai parole-
viso di primavera;
farai gesti anche tu.

I gatti lo sapranno,
viso di primavera;
e la pioggia leggera,
l’alba color giacinto,
che dilaniano il cuore
di chi più non ti spera,
sono il triste sorriso
che sorridi da sola.
Ci saranno altri giorni,
altre voci e risvegli.
Soffriremo nell’alba,
viso di primavera.

10 aprile 1950

(da Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, 1951)


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EUGENIO MONTALE

L’ARCA

La tempesta di primavera ha sconvolto
l'ombrello del salice,
al turbine d'aprile
s'è impigliato nell'orto il vello d'oro
che nasconde i miei morti,
i miei cani fidati, le mie vecchie
serve - quanti da allora
(quando il salice era biondo e io ne stroncavo
le anella con la fionda) son calati,
vivi, nel trabocchetto. La tempesta
certo li riunirà sotto quel tetto
di prima, ma lontano, più lontano
di questa terra folgorata dove
bollono calce e sangue nell'impronta
del piede umano. Fuma il ramaiolo
in cucina, un suo tondo di riflessi
accentra i volti ossuti, i musi aguzzi
e li protegge in fondo la magnolia
se un soffio ve la getta. La tempesta
primaverile scuote d'un latrato
di fedeltà la mia arca, o perduti.

(da La bufera e altro, 1956)



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LA FRASE DEL GIORNO
La Primavera arriva nel Mondo – / Avvisto gli Aprili – / Incolori per me, finché non arrivi tu / Come, fino all'Ape / I Fiori restano negativi, / Mossi a Qualità / Da un Ronzio –.
EMILY DICKINSON, Poesie




Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908 – Torino, 27 agosto 1950), scrittore, poeta, traduttore, saggista e critico letterario italiano. Nato poeta con Lavorare stanca, si è poi dedicato alla narrativa scrivendo romanzi famosissimi: Paesi tuoi, La luna e i falò, La casa in collina. I suoi temi principali sono il mito e la terra.


Eugenio Montale (Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981), poeta e scrittore italiano, Gli fu conferito il Premio Nobel per la Letteratura nel 1975 “per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni”, ovvero la “teologia negativa” in cui il "male di vivere"  si esprime attraverso la corrosione dell'Io lirico tradizionale e del suo linguaggio.