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martedì 14 dicembre 2010

Cos’è l’arte? (XVII)

 

EUGÈNE DELACROIX

“Bisogna sempre sciupare un po’ un quadro per finirlo.”


Eugène Delacroix, “Frédéric Chopin”
olio su tela, 1838/ Parigi, Louvre

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ÉDOUARD MANET

“Si vede come si vuol vedere, ed è questa falsità che costituisce l'arte.”

Édouard Manet, “Le bar aux Folies-Bergère”
olio su tela, 1882 / Londra, Courtauld Institute of Art

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CLAUDE MONET 

“Bisogna rifare dieci volte, cento volte lo stesso soggetto.
Niente in arte deve sembrare dovuto al caso.”

Claude Monet, “Ninfee”
olio su tela, 1915 / Monaco di Baviera, Neue Pinakothek

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LA FRASE DEL GIORNO
La Scienza è il piedistallo della verità, l’Arte quello della bellezza.

NICOLÁS SALMERÓN

lunedì 13 dicembre 2010

La Piaf, uscendo di scena


EVGENIJ EVTUŠENKO

COSÌ LA PIAF USCIVA DALLA SCENA

C’era a Parigi, c’era una sala e davanti alla sala
qualcuno motteggiava, volteggiando col sedere,
avendo coi suoi salti calpestato l’arte per un’ora…
Era solo un proemio per la Piaf.

Ed ecco entrò, fino al fanatismo
simile a un rozzo idolo,
come se, sbagliando porta, in uno sketch allegro
entrasse una tragedia stanca.

E, sulle stolidaggini da baraccone
ella si eresse, pallida e senza forze,
come una piccola civetta dagli occhi ammalati,
pesante con le sue ali spossate.

Piccoletta e truccata, coll’abito corto,
trattenendo la tosse, con un filo di vita,
ti apparteneva, o epoca,
reggendosi appena sulle gambette esili.

Ci guardava, come guardando la Senna,
dal cui parapetto fosse lì, lì per lanciarsi;
e sentivo la voglia di correre sul palcoscenico
per sostenerla, ché sarebbe caduta.

Un gesto preciso della manina rugosa
e partì l’orchestra… Arrivò fin sull’orlo
del palcoscenico… Costrinse la schiena
a raddrizzarsi e, tremando, aspirò la musica.

Cominciò a cantare, quasi prendendo il volo,
ricadendo davanti agli sguardi puntati,
quel corpo tagliuzzato dai chirurghi,
ansando, girandosi su se stesso, come dentro di noi!

Esso, volteggiando, singhiozzava, rideva con fragore,
bisbigliava come le erbe in delirio al Bois de Boulogne,
rimbombava come un carrettino a Saint-Germain,
urlava come una sirena. Questa era la Piaf.

In lei una mescolanza di campane a stormo,
di pioggia a dirotto, di cannonate,
di insulti, di gemiti, di mormorii, di fantasmi…
Così noi, a un tratto, quasi senza volerlo,
ci sentivamo nei suoi confronti buoni come dei giganti con una lillipuziana.

Attraverso la sua gola passava il dolore, passava la fede,
passavano le stelle, passavano le campane…
Giocando, come una gigantessa, ci prendeva nella mano,
come tanti miseri Gulliver.

Ma in lei, artista autentica, la cosa più importante
era che, a dispetto della morte che l’aspettava,
per la sua gola passavano nuovi artisti,
che dietro si lasciavano nodi di lacrime.

Così la Piaf, uscendo di scena, come tuono,
profetizzava nella sua frenesia.
La piccola civetta cantava, come canterebbe una chimera
caduta sul palcoscenico dall’alto di Notre-Dame.

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All’inizio degli Anni ‘60 il trentenne Evgenij Evtušenko comincia ad essere conosciuto come la voce del dissenso sovietico, la sua fama di polemico rappresentante del disgelo si sparge all’estero: la sua voce di protesta contro il dogmatismo e contro l’indifferenza della burocrazia verso l’uomo lo portano a compiere numerosi viaggi in cui i giovani lo acclamano per i suoi sentimenti di ribellione e di speranza. È a Monaco, a Cuba, a Londra, a Parigi…

Nel 1963, nella capitale francese, ha l’occasione di assistere ad un evento memorabile, l’addio alle scene di Edith Piaf, ormai prossima a morire. Quando la cantante entra in scena dopo un inutile spettacolo preparatorio, tutto cambia, tutto assume la sua importanza. È uno scricciolo debole e malato, Edith Piaf, tenuto insieme dalla morfina, ma quando apre la bocca e inizia a cantare, è tutto un mondo che racconta, è il dolore drammatico delle sue canzoni, è il pathos che la sua voce crea. L’ultima volta, irripetibile. E questo lo sa anche il giovane poeta venuto da lontano: non c’è una donna malata su quel palcoscenico ma il simbolo immortale di un’epoca.

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LA FRASE DEL GIORNO
Il dolore guarda abbassando dolorosamente gli occhi, / perché anche nel profondo vede. 
EVGENIJ EVTUŠENKO, Il vento del domani




Evgenij Aleksandrovič Evtušenko, nato Gangnus (Zima, 18 luglio 1932) poeta e romanziere russo. Tra i poeti più significativi della generazione successiva alla morte di Stalin, ha unito nella sua opera la rivendicazione della libertà di espressione e la denuncia del perdurare, oltre la scomparsa del dittatore, dello stalinismo.


domenica 12 dicembre 2010

L’incontro casuale di Simić


CHARLES SIMIĆ

GUARDIE STAGLIATE CONTRO IL CIELO

Non ci avevo mai pensato. Gli anni erano passati.
Molti anni. Avevo tante altre cose
di cui preoccuparmi. Oggi stavo sulla sedia del dentista
quando entrò la sua nuova assistente
che finse di non riconoscermi per niente
mentre diligentemente aprivo la bocca.

La stringevo tra i cespugli dell'argine
e volevo che sciogliesse il reggiseno.
Il cielo si oscurava, e tuonava
quando alla fine lo fece, tanto che il primo
gocciolone bagnò uno dei suoi capezzoli bruni.

Era più bello di quel che faceva ora alla mia bocca.
Mentre mi contorcevo, e aspettavo una strizzatina d'occhio,
mi colse uno scoppio di risa al ricordo di noi due
che ci abbottoniamo, che corriamo fradici
sotto la prigione con le guardie armate
che nelle torri si stagliano contro il cielo.

(Traduzione di Andrea Molesini)

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Ancora una poesia di Charles Simić: questa volta è uno dei suoi lati più caratteristici, quello ironico e giocoso, ad uscire da un racconto dal tono quasi allucinatorio. Il poeta, seduto sulla scomoda sedia di un dentista, riconosce nella nuova assistente di poltrona una donna che ha amato in gioventù. E quel ricordo diventa il protagonista assoluto della poesia: i due amanti sorpresi dalla pioggia improvvisa fuggono al riparo. L’immagine rimasta per anni nella testa del poeta, tanto da essere scelta come titolo,  è però quella delle sentinelle che presidiavano il perimetro della prigione sotto le cui mura avevano trovato rifugio.

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Fotografia © Photo Malaysia

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LA FRASE DEL GIORNO
Tutti quanti abbiamo provato, ritrovando degli amici, l’incanto dei brutti ricordi. 
ANTOINE DE SAINT-EXUPÉRY, Terre des hommes




Charles Simić, vero nome Dušan Simić (Belgrado, 9 maggio 1938), poeta statunitense di origine serba. Iniziò la propria carriera nella prima metà degli anni settanta con uno stile letterario minimalista, nel tempo divenuto sempre più riconoscibile. Nel 1990 è stato insignito del Premio Pulitzer per la poesia per la raccolta Il mondo non finisce.


sabato 11 dicembre 2010

Il polpo sullo scoglio

 

VITTORIO BODINI

COME UN POLPO SBATTUTO

Come un polpo sbattuto ancora vivo contro lo scoglio
si arricciolavano i miei pensieri
a Bari fra le barche verdi e gli inviti
favolosi dei venditori
di quella iridescente pena; ma io
non avevo che una moneta
d'impazienza e di notte,
una moneta nera dei paesi
dell'interno, che soffoca le case
fra orizzonti di corda su cui oscilla
la tarantola - un'altra pena; e tu un'altra,
quando dicesti: la pietà è più forte
dell'amore. Più rapida è volata
che il mio odio la mano sulla tua guancia.

(da Dopo la luna, Sciascia, 1956)

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Tanti anni fa sono stato a Bari. C’è un’immagine che mi è rimasta impressa: sul Lungomare di Crollalanza i pescatori toglievano i polipi dai secchi e li battevano a lungo sugli scogli per renderli morbidi, li vendevano e ne offrivano pezzettini da assaggiare crudi. È questo ricordo che ha evocato la poesia di Vittorio Bodini: quel gesto crudele con cui il pescatore ammorbidiva la carne del polipo. Non ci pensavo la sera quando al ristorante me lo servivano sul piatto, ma questa pena deve essere rimasta dentro di me, così come in Bodini, per il quale la scena doveva essere frequente. E il poeta interiorizza quella sofferenza, la trasforma in analogia della sua sensibilità, la converte nel suo dolore per quello che credeva amore e invece non valeva neppure la pena di essere vissuto: lo schiaffo all’amata che lo umilia non è liberazione, ma altro dolore.

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Guido Odierna, "Barche di pescatori davanti Capri"

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LA FRASE DEL GIORNO
Vi sono anime fatte per domandare / e altre per rispondere: / la mia è una persiana verde con due occhi dietro. 
VITTORIO BODINI, Dopo la luna, “Come farò”




venerdì 10 dicembre 2010

Dello scrivere

 

“Se hai una storia, non è difficile raccontarla” scriveva Ernest Hemingway al suo editore Charles Scribner nel 1949. Scrivere è una delle cose più affascinanti del mondo, permette di mettere in ordine i propri pensieri, di realizzare le fantasie, di architettare mondi e universi, di viaggiare nel tempo. Consente di analizzare la realtà, di ordinarla o di scardinarla. Permette di  porsi in contatto con se stessi, con la parte più profonda del nostro io. Ancora Hemingway in Vero all’alba, romanzo postumo: “Quando invento la verità, la rendo più vera di quanto lo sia realmente. È questa la differenza tra i buoni e i cattivi scrittori”. Papa era sicuramente un grande scrittore. In una lettera a un altro dei suoi editori, Arthur Mizener, spiega perché si scrive: “Io ritengo che fondamentalmente si scriva per due persone: per se stessi cercando di renderlo assolutamente perfetto, oppure se non perfetto, allora bellissimo. E poi si scrive per chi si ama che lei possa o no leggerlo e che lei sia o no viva”. Scrittura come atto d’amore, quindi. Anche se Roland Barthes nei Frammenti di un discorso amoroso lo contesta – ma non troppo - con parole più alte e meno comprensibili: “Saper che non si scrive per l’altro, sapere che le cose che sto per scrivere non mi faranno mai amare da chi io amo, sapere che la scrittura non compensa niente, non sublima niente, che è precisamente là dove tu non sei: è l’inizio della scrittura”.

Ma cosa serve per scrivere? Ancora Ernest Hemingway – un’ultima volta, lo giuro, poi passo a citare altri – in uno di suoi reportages di guerra: “Una concezione veramente seria dello scrivere è infatti una delle due cose assolutamente indispensabili. L'altra, purtroppo, è il talento”. Come già chiosava nel Don Chisciotte Miguel de Cervantes: “Non è coi capelli bianchi che si scrive, ma con l'intelletto, che suole perfezionarsi con gli anni”. E non mi sento di dare totalmente ragione a una delle Note azzurre di Carlo Dossi, quella segnata con il numero 1779: “Pensare col cuore e scrivere colla testa”. Qualche volta si deve scrivere anche con il cuore…

“Scrivo / ogni lettera è un germe / la memoria / rilancia le maree / e il suo mezzodì” recitano alcuni versi di Octavio Paz, Nobel messicano, in una poesia della raccolta Salamandra. E dunque la scrittura come seme piantato, come qualcosa che può originare altro, che può certamente indurre il pensiero di chi legge. Anche Italo Calvino: “Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto”, in Se una notte d’inverno un viaggiatore. Ma anche un modo di cogliere l’ineffabile, un tentativo di sorprenderlo, come Arthur Rimbaud e la sua Vierge folle: “Scrivevo dei silenzi, delle notti, annotavo l’inesprimibile. Fissavo delle vertigini”.

Scrivere per esprimere il proprio sentimento, per provare gioia nell’esprimerlo: Wislawa Szymborska parla della “gioia di scrivere, / il potere di perpetuare / la vendetta di una mano mortale”. Thomas Mann in Morte a Venezia dice che “La felicità dello scrittore è il pensiero che riesce a diventare completamente sentimento, è il sentimento che riesce a diventare completamente pensiero”. Non è facile, e il grande bardo William Shakespeare si rammarica – o finge di farlo, il volpone – nel diciassettesimo dei Sonetti: “Se potessi scrivere la bellezza dei tuoi occhi”. A me basterebbe scrivere la bellezza di questo verso…

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Dipinto di Mihai Criste

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LA FRASE DEL GIORNO
Scrivi, scrivi. Alla fine, fra tonnellate di carta da buttare via, una riga si potrà salvare. (Forse). 
DINO BUZZATI, In questo preciso momento

giovedì 9 dicembre 2010

L’insegnante e l’infinito


CHARLES SIMIĆ

MOLTI ZERO

Senza voce l'insegnante si alza davanti a una classe
di pallidi bambini dalle labbra serrate.
La lavagna alle sue spalle tanto nera quanto il cielo
che dista anni luce dalla terra.

È il silenzio che l'insegnante ama,
il gusto dell'infinito che trattiene.
Le stelle come le impronte di denti sulle matite dei bambini.
Ascoltatelo, dice felice.

(traduzione di Andrea Molesini)

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Che cos’è l’insegnamento? Riempire zucche vuote di dati, numeri, nozioni e cognizioni? Plasmare forme grezze in modo che possano ragionare con la propria testa? Charles Simić, poeta americano di origine serba, dipinge in questa sua lirica breve una figura che probabilmente tutti avremmo voluto come maestro: l’insegnante capace di andare oltre il libro di testo, di esprimere l’intima relazione tra le cose, quella che non è segnata in nessun paragrafo, in nessuna nota a margine. È la vita che questo maestro insegna, è l’imparare a riconoscere l’infinito.

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Fotografia © Duke University Libraries

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LA FRASE DEL GIORNO
Se insegni, insegna nello stesso tempo a dubitare di ciò che insegni. 
JOSÈ ORTEGA Y GASSET




Charles Simić (vero nome Dušan Simić) (Belgrado, 9 maggio 1938), poeta statunitense di origine serba. Iniziò la propria carriera nella prima metà degli anni settanta con uno stile letterario minimalista, nel tempo divenuto sempre più riconoscibile. Nel 1990 è stato insignito del Premio Pulitzer per la poesia per la raccolta Il mondo non finisce.


mercoledì 8 dicembre 2010

Che sarà dei miei versi?


MARCO ANTONIO CAMPOS

CHI LEGGERÀ I MIEI VERSI?

Quem sabe quem os lerá?
Quem sabe a que maôs irâo?

ALBERTO CAEIRO, O guardador de rebanhos

Che sarà dei miei versi? Chi li leggerà?
Presto me ne andrò, e così sarà, e me ne andrò e allora?
Mi sono rassegnato ad andarmene, come mi rassegno
ai dolori della tendinite, alle coliche
che inarcano il corpo, alla cattiva circolazione.
Che m'importa dei romanzi, dei racconti,
delle cronache o dei saggi, ma i miei versi?
Se in futuro qualcuno li leggerà, forse percepirà
che li ho scritti con la fiamma del sole nel rogo del mezzogiorno
sopra i girasoli, con le molteplici sfumature
del porpora e del viola nell'affievolirsi del crepuscolo,
col grido doloroso della tigre uccisa con la lancia
nel momento in cui la rete ha fallito,
con gocce di sangue nel petto delle rondini
che non riuscirono a completare il volo.

(Traduzione di Emilio Coco)

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Pochi giorni fa abbiamo letto una poesia di Carlos Nejar in cui il poeta brasiliano si chiedeva dove sarebbero andate le sue poesie. Partendo da un paio di versi di Fernando Pessoa, qui nella sua personalità eteronima di Alberto Caeiro nel “Guardiano di greggi”, il poeta messicano Marco Antonio Campos si pone una domanda simile: “Che sarà dei miei versi?”.

Campos, narratore, saggista e traduttore di Baudelaire, Rimbaud, Gide, Saba, Ungaretti, Cardarelli e Quasimodo, lettore di spagnolo nelle Università di Salisburgo e Vienna, docente alla Brigham Young University e negli atenei di Buenos Aires e La Plata, non si chiede che cosa sarà dei suoi romanzi, dei suoi saggi, degli onori accademici. Di quelli non gliene importa nulla. Quello che ha a cuore è ciò che ogni poeta ama: i suoi versi. Ecco la preoccupazione: che sopravvivano, che sopravviva quell’atmosfera in cui sono stati creati, in cui la natura, l’amore, la sofferenza li hanno rivelati, che sopravviva quell’emozione…

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imagePeter Worsley, “Donna che legge”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ma è allora che comincia il poeta, / quando arriva il disgusto per la parola. 
EVGENIJ EVTUSENKO, Il vento del domani




Marco Antonio Francisco Campos Álvarez Tostado (Città del Messico, 23 febbraio 1949), scrittore, cronista, saggista, poeta e traduttore messicano. Laureato in Giurisprudenza, ha tradotto Baudelaire, Rimbaud, Gide, Saba, Ungaretti, Quasimodo, Pavese e Trakl.