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venerdì 10 settembre 2010

La bellezza sfuggita

  

JUAN RAMÓN JIMÉNEZ

FARFALLA DI LUCE


Farfalla di luce,
la bellezza sfuma quando giungo
alla sua rosa.

Corro, cieco, dietro di lei...
la prendo quasi, ecco...

Resta nella mia mano solo
la forma della sua fuga!


(da Pietra e cielo, 1919 - Traduzione di F. Tentori Montalto)
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Nel corso della sua lunga ricerca poetica, il premio Nobel spagnolo Juan Ramón Jiménez è riuscito a cancellare la malinconia delle cose perdute cantate nei versi giovanili trasformandola in elevazione verso il bello grazie all’amore per la moglie Zenobia.

L’ansia verso il bello è uno dei temi principali delle poesie di Jiménez, capace di arrivare a dire: “Che lacerazione immensa / quella della mia vita nel tutto”, lacerazione nel dissidio tra sogno e realtà, tra ricordo e oblio, tra passato e futuro. Arriverà infine a riconoscersi “animale di fondo”, identificando in Dio la sublime incarnazione del bello. Ma questo accadrà nella raccolta del 1949. Qui siamo ancora lontani, in “Pietra e cielo”, edita quando Jiménez aveva trentotto anni: l’inquietudine del poeta è ancora al suo culmine.
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  Cheval3
Dipinto di Michael Cheval

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LA FRASE DEL GIORNO
Non so con che dirlo, / perché ancora non si è creata / la parola mia.

JUAN RAMÓN JIMÉNEZ, Eternità




JimenezJuan Ramón Jiménez (Palos de Moguer, 24 dicembre 1881 - San Juan, Portorico, 29 maggio 1958), poeta spagnolo premiato con il Nobel nel 1956, fu uno dei principali esponenti della Generazione del ’14 e del Modernismo. La sua ricerca poetica lo portò a privilegiare la poesia nuda ed essenziale, fatta solo di immagine e di parola al di là della musicalità esteriore.


giovedì 9 settembre 2010

Cos’è l’arte? (XIV)

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ÉDOUARD MANET

“Dobbiamo ammaliare la verità,
darle l’apparenza della follia…”

Édouard Manet, “M.lle Victorine Mourant in costume da espada”
olio su tela, 1862/ New York, Metropolitan Museum of Arts

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PAOLO VERONESE

“Quando in un quadro mi rimane dello spazio
l’adorno di figure che invento”

Paolo Veronese, “La battaglia di Lepanto”
olio su tela, 1572 / Venezia, Gallerie dell’Accademia

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JOAN MIRÓ

“Il solo modo di rinnovarsi è di svecchiare,
di dare un’energia pulita”

Joan Miró , “La caricia de un pájaro”
bronzo dipinto, 1967 / Barcellona, Fundación Miró

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LA FRASE DEL GIORNO
Diventare artista! Avere il mio studio! Nel mio studio mettere un pianoforte per Te! Oh il mio sogno! Avere i fiori, la donna, la purissima arte, qualche libro tedesco e qualche inglese e francese! Essere artista!
AMBROGIO BAZZERO, Storia di un’anima

mercoledì 8 settembre 2010

Jacques Prévert

 

Jacques Prévert è un poeta che non amo molto: la sua invenzione verbale lo avvicina più spesso a un guitto o a un enigmista, a un costruttore di calembour, a uno sperimentatore che travalica il surrealismo. È un divertente clown che sa però servire i valori dell’uomo e della libertà, così come molti artisti che si sono trovati a vivere il periodo a cavallo delle due guerre mondiali.

Dall’allusività fortemente ironica, dai luoghi comuni, dall’accanimento sull’allitterazione, dagli anagrammi e dagli scioglilingua riescono però a emergere poesie di una bellezza struggente, dove l’amore si presenta come unica salvezza del mondo.

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Jacques Prévert ritratto da Pablo Picasso

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Da “PAROLE”, 1946

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LA CANZONE DEL CARCERIERE

Dove vai bel carceriere
Con quella chiave macchiata di sangue
Vado a liberare la mia amata
Se sono ancora in tempo
L'avevo chiusa dentro
Teneramente crudelmente
Nella cella del mio desiderio
Nel più profondo del mio tormento
Nelle menzogne dell'avvenire
Nelle sciocchezze del giuramento
Voglio liberarla
Voglio che sia libera
E anche di dimenticarmi
E anche di lasciarmi
E anche di tornare
E di amarmi ancora
O di amare un altro
Se un giorno le va a genio
E se resto solo
E lei sarà andata via
Io serberò soltanto
Serberò tuttavia
Nel cavo delle mani
Fino alle ultime mie ore
La dolcezza dei suoi seni plasmati dall'amore.

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IMMENSO E ROSSO

Immenso e rosso
Sopra il Grand Palais
Il sole d'inverno appare
E scompare
Come lui il mio cuore sparirà
E tutto il mio sangue se ne andrà
Se ne andrà in cerca di te
Mio amore
Mia beltà
E ti ritroverà
Là dove tu sei

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z

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PARIS AT NIGHT

Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte
Il primo per vederti tutto il viso
Il secondo per vederti gli occhi
L'ultimo per vedere la tua bocca
E tutto il buio per ricordarmi queste cose
Mentre ti stringo fra le braccia

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Da “STORIE”, 1963

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FIESTA

E i bicchieri erano vuoti
e la bottiglia in pezzi
E il letto spalancato
e la porta sprangata
E tutte le stelle di vetro
della bellezza e della gioia
risplendevano nella polvere
della camera spazzata male
Ed io ubriaco morto
ero un fuoco di gioia
e tu ubriaca viva
nuda nelle mie braccia

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z

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BUSSANO

Chi è
Nessuno
È solo il mio cuore che batte
Che batte forte forte
Per te
Ma fuori
La manina di bronzo della porta di legno
Non si muove
Non si agita
Non muove nemmeno la punta delle dita

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z

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LA LUCERTOLA

La lucertola dell’amore
Ancora una volta è fuggita
E m’ha lasciato la coda fra le dita
Ben mi sta
Avevo voluto serbarla per me.

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(Poesie tradotte da Ivos Margoni, tranne “Paris at night”, tradotta da Maurizio Cucchi)

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LA FRASE DEL GIORNO
Bisognerebbe tentare di essere felici, non fosse altro per dare l'esempio.

JACQUES PRÉVERT, Spectacle




Jacques Prévert (Neuilly-sur-Seine, 4 febbraio 1900 – Omonville-la-Petite, 11 aprile 1977), poeta e sceneggiatore francese. Surrealista, anarchico, polemico, umorista: molte sono le facce di Prévert, ma una la convinzione che sottende la sua poetica: l’amore è l’unica salvezza del mondo


martedì 7 settembre 2010

Tramonto al Sud

CADE A PEZZI A QUEST’ORA…

LUCIANO BODINI

Cade a pezzi a quest'ora sulle terre del Sud
un tramonto da bestia macellata.
L'aria è piena di sangue,
e gli ulivi, e le foglie del tabacco,
e ancora non s'accende un lume.

Un bisbigliare fitto, di mille voci,
s'ode lontano dai vicini cortili:
tutto il paese vuole far sapere
che vive ancora
nell'ombra in cui rientra decapitato
un carrettiere dalle cave. Il buio,
com'è lungo nel Sud! Tardi s'accendono
le luci delle case e dei fanali.

Le bambine negli orti
ad ogni grido aggiungono una foglia
alla luna e al basilico.

(da La Luna dei Borboni e altre poesie, Mondadori, 1962)

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La poesia di Vittorio Bodini è una dolente testimonianza del Sud, un racconto vivo espresso con un linguaggio spesso crudo e formale che sa dare il massimo risalto all’essenza realistica, come in questo caso.

Un tramonto sanguigno, anzi sanguinolento, addirittura “pulp”: un rosso da bestia macellata nel cielo e sulle terre di Puglia. Il buio scende ad avvolgere paesi e campagne ma la vita ancora corre sottotraccia: i bisbigli, le grida di bambine intente al gioco sono come un fuoco che arde sotto la cenere. E una luce può sorprendere questa vita nell’ombra, come “il fanale d’un camion, / scopa d’apocalisse, va scoprendo / crolli di donne in fuga / nel vano delle porte” (Finibusterrae, dalla stessa raccolta).

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Fotografia © P. & G. Montanaro

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LA FRASE DEL GIORNO

E questo era il tempo: vite umane / scandivano la misura d'altre vite, / ma pei fanciulli dagli occhi / persi nel prigioniero verde, che di rado /stormiva, / ognuno di quei gridi, ogni suono / erano distaccati dalla trama del giorno, / unici, irragionevoli.
VITTORIO BODINI, Dopo la luna




lunedì 6 settembre 2010

Questo foglio che scrivo

ALESSANDRO PARRONCHI

SENTI L’ALLORO

Senti l'alloro senti
come profuma fondo
il fremito del mondo
fra le labbra e sui denti

la mano che lo rompe
il vento che lo bacia
lascia che più d'ogni altro
il suo odore mi piaccia.

Questo foglio che scrivo
saprà di vita un giorno
quando tra fumo e cenere
un occhio lo raccolga

uno sguardo lo beva
trasmetterà il segreto
di quel che sono, un palpito
che oggi m'è dato in dono.

(da “Coraggio di vivere”, All’Insegna del Pesce d’oro, 1956)

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“Questo foglio che scrivo saprà di vita un giorno” ovvero questo è il senso dello scrivere poesie: trasmettere il segreto, comunicare agli altri la propria intima essenza.

Alessandro Parronchi, nel 1997, presentando la sua antologia “Diadema”, precisava: “La poesia, scritta e da scrivere, è rimasta un diario a cui l’anima affida le sue aspirazioni, i sentimenti più certi, l’anelito a una libertà non impedita dalle corruzioni e da quello che – nota il Leopardi più volte e infine nell’LXXXIV dei suoi Pensieri . Cristo ha definito «il mondo» (…) La poesia ha ristretto il suo significato cercando se possibile di spingere più a fondo il suo potere di richiamo a quel che ha la vita nei momenti del divenire”.

E allora ecco che la poetica di Parronchi, sulla spinta umana, acquista una misura intima che lo porta dalla lezione ermetica delle prime opere (I giorni sensibili, I visi, Un’attesa) a una ricerca più armoniosa, aperta e concreta, a una dimensione più aderente alla realtà.

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Fotografia © Toni’s treasure

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LA FRASE DEL GIORNO
Noi, che parte si recita? Crediamo / d’esserci detto molto e forse ancora / non è nata tra noi / una parola vera.
ALESSANDRO PARRONCHI, Coraggio di vivere




Alessandro Parronchi (Firenze, 26 dicembre 1914 – 6 gennaio 2007), poeta, storico dell'arte e traduttore italiano. Con il suo stile ricercato è passato da un ermetismo  incantato a un intimismo che trae giovamento dalla consolazione della memoria: per questo le sue poesie sono oggetto di un meditato lavorio con cui il ricordo media l’emozione.


domenica 5 settembre 2010

Divertimento pessimo

WISŁAWA SZYMBORSKA

GLI ANIMALI DEL CIRCO

Gli orsi battono le zampe ritmicamente,
la scimmia in tuta gialla va in bicicletta,
il leone salta nel cerchio fiammeggiante,
schiocca la frusta e suona la musichetta,
schiocca e culla gli occhi degli animali,
l’elefante regge un vaso sulla testa,
e i cani ballano con passi uguali.

Mi vergogno molto, io – umano.

Divertimento pessimo quel giorno:
gli applausi scrosciavano a cascata,
benché la mano più lunga d’una frusta
gettasse sulla sabbia un’ombra affilata.

(da Per questo viviamo, 1952)

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Il circo è bellissimo: quel mondo colorato e magico dove gli acrobati saltano da un trapezio all’altro, le contorsioniste si rinchiudono in una scatola a tempo di musica, abili ginnasti creano la piramide umana e i pagliacci si prendono a martellate innocue e si spruzzano acqua da fiori appuntati sul bavero. Acrobati, contorsioniste, ginnasti, pagliacci: esseri umani. Non gli animali, chiamati sotto il tendone a compiti per loro innaturali: orsi che ballano, scimmie in bicicletta, leoni costretti ad umiliarsi davanti alla frusta del domatore. Per carità, saranno accuditi in maniera esemplare, in modo amorevole, come dimostra il caso di cronaca del leoncino operato a Palermo in un ospedale per una malformazione all’anca che gli impediva di camminare. Però gli animali non devono esistere nei circhi, non devono sottostare alle lunghe ore di addestramento e alle privazioni. Ammirevole è il celebre Cirque Du Soleil che fa uno spettacolo armonioso e aggraziato con i soli artisti.

È un dibattito che ferve in questi anni, in questi giorni. La poesia che registra l’indignazione di Wisława Szymborska, risale invece al 1952 e dimostra una volta di più la grande sensibilità della poetessa polacca Premio Nobel per la Letteratura. E tutti noi, mi auguro, con lei proviamo vergogna.

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Marc Chagall, “Grosse Grauer Zirkus”

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LA FRASE DEL GIORNO
È più importante impedire ad un animale di soffrire, piuttosto che restare seduti a contemplare i mali dell'universo pregando in compagnia dei sacerdoti.
BUDDHA, citato in “Creaturismo. Le fondamenta del creato” di Bruna D’Aguì




Wisława Szymborska (Kórnik, 2 luglio 1923), poetessa e saggista polacca, insignita del Premio Nobel per la Letteratura nel 1996 “per una poesia che, con ironica precisione, permette al contesto storico e biologico di venire alla luce in frammenti d'umana realtà”.


sabato 4 settembre 2010

Il sogno del prigioniero


EUGENIO MONTALE

IL SOGNO DEL PRIGIONIERO

Alba e notti qui variano per pochi segni.

Il zigzag degli storni sui battifredi
nei giorni di battaglia, mie sole ali,
un filo d'aria polare,
l'occhio del capoguardia dallo spioncino,
crac di noci schiacciate, un oleoso
sfrigolìo dalle cave, girarrosti
veri o supposti - ma la paglia è oro,
la lanterna vinosa è focolare
se dormendo mi credo ai tuoi piedi.

La purga dura da sempre, senza un perché.
Dicono che chi abiura e sottoscrive
può salvarsi da questo sterminio d'oche;
che chi obiurga se stesso, ma tradisce
e vende carne d'altri, afferra il mestolo
anzi che terminare nel pâté
destinato agl'Iddii pestilenziali.

Tardo di mente, piagato
dal pungente giaciglio mi sono fuso
col volo della tarma che la mia suola
sfarina sull'impiantito,
coi kimoni cangianti delle luci
sciorinate all'aurora dei torrioni,
ho annusato nel vento il bruciaticcio
dei buccellati dai forni,
mi son guardato attorno, ho suscitato
iridi su orizzonti di ragnateli
e petali sui tralicci delle inferriate,
mi sono alzato, sono ricaduto
nel fondo dove il secolo è il minuto
e i colpi si ripetono ed i passi,
e ancora ignoro se sarò al festino
farcitore o farcito. L'attesa è lunga,
il mio sogno di te non è finito.

(da La Bufera e altro, Mondadori, 1957)

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Un prigioniero in una cella. Vola con le ali degli uccelli fuori di lì: la sua speranza di libertà è affidata solo alla fantasia. E alla memoria, che attraverso un sogno d’amore, lo conduce via da quel tragico presente, verso un passato che trasforma in intimità domestica lo squallore della cella. Almeno fino a che i segni e i suoni di quel luogo non giungano a richiamare orribili strumenti di tortura e la sorte che attende. Solo l’abiura, la confessione, potrebbero essere la salvezza a scapito del mutarsi da vittima in carnefice.

Al di là dell’identificazione tentata dai critici con le vittime dei lager nazisti o delle purghe staliniane, la metafora in questi versi di Eugenio Montale, naturalmente, è quella della condizione umana, dell’oppressione che la società compie con i suoi condizionamenti, cui è difficile se non impossibile sfuggire. Questi sono dunque gli “Iddii pestilenziali” che esigono i loro banchetti – e si noti la presenza di termini legati alla cucina, dai girarrosti al buccellato, dalle noci al mestolo: la sorte è quella delle tarme schiacciate sul pavimento, l’unica illusoria via di fuga è quella del sogno che fa la luce cangiante dell’aurora simile a fruscianti sete di kimono.

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Fotografia © Gulag Museum

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LA FRASE DEL GIORNO
La fantasia non fa castelli in aria, ma trasforma le baracche in castelli in aria.

KARL KRAUS, Pro domo et mundo




Eugenio Montale (Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981), poeta e scrittore italiano, Gli fu conferito il Premio Nobel per la Letteratura nel 1975 “per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni”, ovvero la “teologia negativa” in cui il "male di vivere"  si esprime attraverso la corrosione dell'Io lirico tradizionale e del suo linguaggio.