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mercoledì 14 maggio 2014

I fiori che profumano di donne

 

JEAN-PIERRE DUPREY

CANZONE NEL VENTO

Ho scoperto un grande sogno di ricordi
I fiori mi chiamano, i fiori che profumano di donne
Gli occhi dei fiori si tingono di lacrime

I pensieri vanno e vengono intorno a me

Il vento cambia spesso canzone
Il tempo cambia spesso cappotto
I fiori parlano sempre

La mia casa è in un angolo di cielo

Caddi malato in mezzo ai fiori
Quella sera, come la vita infinita
Io passeggio nella luna

(1946)

(da Premiers poèmes publiés et inédits, 1945-1947 - Traduzione di Pasquale Di Palmo)

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Il tormentatissimo poeta francese Jean-Pierre Duprey era un tardo epigono del Surrealismo: André Breton, che lo inserì nella sua Anthologie de l’humour noir, scrisse che “Il genio di Duprey consiste nell’offrirci, di questo nero, uno spettro non meno ricco di quello solare”. Occorre grattare via dunque quella patina di Surrealismo per andar al midollo di questi versi, per cogliere l’ebbrezza del ricordo e dell’amore nella canzone del vento tra i fiori.

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Little Flair

FOTOGRAFIA © LITTLE FLAIR

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LA FRASE DEL GIORNO
Cosa c’è di più triste al mondo che partire senza cantare?
JEAN-PIERRE DUPREY, Premiers poèmes publiés et inédits




Jean-Pierre Duprey (Rouen, 1° gennaio 1930 - Parigi, 2 ottobre 1959),  poeta, scultore e pittore francese. Partì per Parigi nel 1948 su invito di André Breton e partecipò al movimento surrealista. Personalità tragica e indipendente, abbandonò la poesia all'inizio degli anni Cinquanta per dedicarsi interamente alla scultura.



martedì 13 maggio 2014

Fiori d’amore

 

KATHERINE MANSFIELD

FIORI SEGRETI

È per me luce l’amore? Una luce tranquilla,
una lampada nel cui pallido cerchio io possa sognare
su vecchi libri d’amore? O è il suo splendore
un lume che vien verso me da lontano,
giù da una buia montagna? È il mio amore una stella?
Ahimè, così alta e remota, così freddamente lucente!

Il fuoco danza. È il mio amore una fiamma
che rossa e ardita passi attraverso il crepuscolo?
No, mi farebbe paura. Io son troppo fredda
per amare con impeto e furia. Una patina d’oro
brilla su questi petali che mollemente s’incurvano,
più veramente mia, più affine al mio desiderio.

S’incurvano i petali. Sono dal sole
dimenticati. Crescono nell’ombra d’un bosco
dove i cupi alberi vanno movendosi in folto
ondeggiamento. Chi li guarderà splendere
quand’io abbia tutto sognato il mio sogno? Ah, caro,
trovali, coglili ad uno ad uno per me.

(da Poesie, 1923 – Traduzione di Mara Fabietti)

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Fu molto burrascosa la vita amorosa di Katherine Mansfield, celebre scrittrice neozelandese: amò il violoncellista Arnold Trowell e poi la compagna di scuola Ida Baker, una giovane donna maori di nome Maata, e Edith Kathleen Bendall, poi Garrett, il fratello di Arnold. Incinta di lui, sposò George Bowden, insegnante di canto, ma non consumò le nozze. Si imbarcò allora in un’altra relazione omosessuale con Beatrice Hastings. Nel 1918 sposò il suo editore John Middleton Murry, dopo una burrascosa relazione durata sette anni. Tutto questo gossip solo per sottolineare il disperato bisogno d’amore di Katherine Mansfield: “Nella vita” scrisse nel Diario, pochi mesi dopo questa poesia, “qualunque cosa venga realmente accettata, subisce poi un mutamento. Così la sofferenza deve diventare Amore. Questo è il mistero. Questo io debbo fare. Io debbo, da un amore esclusivo, salire ad un amore più grande. Io debbo dare a tutta l’umanità ciò che diedi a lui solo”.

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EDWARD CUCUEL, “WOMAN RECLINING BY A LAKE”

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LA FRASE DEL GIORNO
Forse è mancare di saggezza amare alla follia; ma non c'è mancanza di saggezza più grave che quella di non amare per niente?
KATHERINE MANSFIELD




Katherine Mansfield, pseudonimo di Katherine Beauchamp (Wellington, 14 ottobre 1888 – Fontainebleau, Francia, 9 gennaio 1923),  scrittrice neozelandese nota soprattutto per i suoi racconti, in cui un'arte evocativa trasfigura con grande delicatezza un materiale essenzialmente autobiografico, influenzato dall’opera di Čechov.


lunedì 12 maggio 2014

Sulla tangenziale

 

GIANCARLO CONSONNI

GIRASOLI

Eccola sulla tangenziale
la fame dei giorni.

Passato Vimercate
nel cerchio blu delle montagne
un prato brilla di rugiada
superato ha ormai
l’irto delle stoppie.

Al margine
un girasole dimenticato
si gode il mondo.

(da Luì, Einaudi, 2003)

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Il minimalismo di Giancarlo Consonni è in realtà lo stupore del poeta che coglie il manifestarsi della poesia nel quotidiano, nell’inaspettato – la tangenziale Est che porta da Usmate a Milano passando di striscio per Vimercate, Monza, Cologno e Cinisello non è certo esente da squallore. Eppure anche lì, ecco la meraviglia improvvisa, quando, tornando dalla metropoli e dalla sua periferia, si apre uno slargo di cielo azzurro con le Prealpi ammassate proprio in fronte e in un campo un girasole sopravvissuto volge la sua corolla al sole.

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Girasole

FOTOGRAFIA © WALLPAPER ART

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LA FRASE DEL GIORNO
Per me la gioia iniziale è nella sorpresa di ricordare qualcosa che non sapevo di sapere. Sono in un posto, una situazione, come materializzato da una nuvola o sorto da terra. V’è un felice riconoscimento del lungamente perduto e il resto segue. Lo stupore per le riserve inaspettate seguita a crescere passo passo.
ROBERT FROST




Giancarlo Consonni (Merate, 14 gennaio 1943), poeta, urbanista e storico dell'architettura italiano. Ha pubblicato raccolte di poesie sia nel dialetto di Verderio (Lecco) – Lumbardia (1983), Viridarium (1987) e Vûs (1997) – sia in italiano: In breve volo (1994), Luì (2003), Filovia (2016). 


domenica 11 maggio 2014

Mia madre, mia eterna margherita

 

MARIO LUZI

SIESTA

È l’ora di lucidità spietata
quando non interrompe anima viva
il filo delle vie tagliate a squadra
per tutto l’entroterra fino ai moli
E un lampo come d’ali che saetta
nell’aria e scherza lungo le cornici
mette in croce chi regge a occhi sbarrati
nel tempo della siesta questo assedio
dell’acqua dalle darsene e i canali:
quei pochi che la vigilanza esige
lungo i muri della dogana o fermi
nelle garitte, privi anche del filo
di sonno sotto fogli di giornale
o sacchi di juta presso le gru e i ponti.

Da dietro queste sbarre di serranda
vivo tutta minuto per minuto
da sveglio questa esitazione atroce
tra il mio mattino e la mia notte; al più
fo come fa il ragazzo irriducibile
che va e viene nel suo andito buio,
smania, pilucca l’uva ancora verde
dalla pergola dietro casa, affretta
l’ora della sortita e del declino.

Mia madre, mia eterna margherita
che piangi e mi sorridi
viva ora più di prima,
lo so, lo so quel che dovrei, pazienza
di forte non è questa ostinazione
d’uomo che teme la sua resa. Forza
è pace. Il sopore che s’insinua
nell’ora giusta fra due giuste veglie
è forza anch’esso, non viltà. Ma ormai
che i tuoi occhi mi s’aprono
solamente nell’anima, due punti
tenaci al fondo del braciere
con cui guardare tutto il resto, o santa,
non è il taglio a fil di lama
che partisce ombra e sole in queste vie
puntate contro il fuoco
del mare all’orizzonte, è un altro il segno
a cui dovrò tener fronte, segno
che ferisce, passa da parte a parte
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(da Dal fondo delle campagne, Einaudi, 1965)

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Buona giornata della Festa della Mamma con una poesia di Mario Luzi. Perché, citando Enzo Biagi, “Le verità che contano, i grandi principi, alla fine, restano due o tre. Sono quelli che ti ha insegnato tua madre da bambino”. E te ne rendi conto quando tua madre non c’è più ma le sei grato per tutto quello che ti ha dato.

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Maternità

GIOVANNI GIACOMETTI, “MATERNITÀ”

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LA FRASE DEL GIORNO
Il bambino chiama la mamma e domanda: / "Da dove sono venuto? / Dove mi hai raccolto?" / La mamma piange e sorride, / stringe al petto il suo bambino e dice: / “Eri un desiderio dentro al cuore”.
RABINDRANATH TAGORE




Mario Luzi (Castello di Firenze, 20 ottobre 1914 – Firenze, 28 febbraio 2005), poeta italiano, fu uno dei grandi rappresentanti dell’Ermetismo. Più volte candidato al Nobel, fu insignito della Legion d’Onore. Fu Accademico della Crusca e senatore a vita.


sabato 10 maggio 2014

Centenario di Umberto Bellintani

 

Il 1914 fu un anno prolifico di poeti: dopo Bodini, Paz e Menicanti e in attesa di tre grandi come Luzi, Dylan Thomas e Parronchi, ecco il mantovano Umberto Bellintani, che nacque a Gorgo di San Benedetto Po il 10 maggio 1914 e lì morì nel 1999. Poeta legato alla sua terra e a quel mondo di campagna che segnò tutta la sua esistenza e nella quale si ritrovava parte della natura, così come il falco e la tortora: “Con parole d'aria, ho scritto poesie sulle ombre della sera, del silenzio e delle solitudini del ragazzo e del giovane che fui”. Di lui Eugenio Montale in una recensione sul Corriere della Sera scrisse nel 1954: “Bellintani, che vive in campagna, è un raffinato uomo di popolo, uno di quei poeti che sembrano essere saltati dalla Bibbia e da Omero ai più astrusi lirici stranieri conosciuti solo attraverso le traduzioni… spesso la poesia si rifugia in uomini come lui, non professionisti, senza le carte in regola”.

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umberto bellintani

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SONO UN TOPO DI CAMPAGNA

Forse un giorno partirò dai campi miei,
dal gorgheggio delle passere di luce
per la grigia città. Me ne andrò
alle pallide ombre dei vicoli,
nella folla dei monotoni passaggi
delle ore sui viali, alla muraglia
delle case contro il cielo delle lodole.
Non avvenga. Lasciatemi all'aperto
mattino, al cammino sulle orme del passato,
alla luna ch'è la Luna al mio paese,
alla casa ch'è la Casa.
Sono un topo di campagna, sono il grillo
che nel cuore mi ricanta ogni sera
se l'ascolto dal paterno focolare.

(da Forse un viso tra mille, 1954)

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ALL’APERTO

L'uomo che sta accucciato nella vecchia latrina,
guarda il muro avanti a sé e vede
i piccoli grani di sabbia, sotto la mano di colore.
E dice l'uomo a se stesso che è ben vivo
poiché sa di guardar da uomo vivo quelle cose.
Così esce all'aperto, cosciente di sé e felice
entro una luce che poteva essere ben grigia un momento fa,
quand'egli ancora entrato non era
in quella vecchia latrina. Ben vivo
egli si sente, e nulla gli è più signore:
nessun uomo, nessuna cosa, nemmeno Dio.
Perciò cammina ed è padrone di tutto ciò che vede
e sente attorno a sé e lontano:
sia la distesa di campi, sia il bosco del barone
proprietario di pianure e di montagne;
sia la tana del topo, sia il gorgo impetuoso
del fiume che agguanta e annega un temerario
o sfortunato nuotatore;
e sia la nube del cielo e il sole e lo spazio
e tutto il passato e futuro giro del tempo.

(da E tu che m’ascolti, 1963)

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LE MIE PAROLE AMATE

a Sosi e Gino

Le mie parole sono capra
ed erano capra e pecora
le mie parole sono zappa
e asino vanga e pietra
per affilare la falce erba
medica farfalla e ragno
nella ragnatela al sole
nel granturco e mulo erano
e cavalla scrofa carretto
le mie parole amate.

(da Dalla grande pianura, 1998)

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LA FRASE DEL GIORNO
Dunque / forse soltanto un dolcissimo rapporto / fra noi e il tutto fa ponte e il tempo passa / lento e veloce.
UMBERTO BELLINTANI, E tu che m’ascolti




Umberto Bellintani (Gorgo di San Benedetto Po, 10 maggio 1914 – San Benedetto Po, 7 ottobre 1999), poeta italiano. Diplomatosi in scultura, prese parte alla Seconda guerra mondiale in Grecia e Albania, finendo prigioniero dei tedeschi dal 1943 al 1945. Esordì nel 1953 con Forse un viso tra mille, cui seguì nel 1955 E tu che mi ascolti. Dopo un lungo periodo di silenzio pubblicò nel 1998 Nella grande pianura.

venerdì 9 maggio 2014

Un pensiero di te

 

NIKOLAUS LENAU

SULLO STAGNO CHE NON SI MUOVE

Sullo stagno che non si muove
indugia il mite chiarore lunare,
intreccia le sue pallide rose
nella verde corona di canne.

Là sul colle errano i cervi
guardano nella notte, al cielo;
si agitano talora gli uccelli,
sognanti nel fitto canneto.

il mio sguardo si china piangendo
e un pensiero soave di te mi percorre
il fondo dell’anima, come in silenzio
una preghiera di notte.

(da Poesie, 1832 - Traduzione di Roberto Fertonani)

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Il poeta romantico tende a isolarsi, “imprigionandosi nel santuario della sua sensibilità personale” come nota Émile Faguet. E un santuario è questo scorcio naturale per il poeta austriaco Nikolaus Lenau: lo stagno, il canneto, le colline sanno infondergli quiete, gli consentono di staccarsi per qualche istante dalla società di cui è insoddisfatto, dai tormenti della sua inquietudine. Il rifugio nella natura è un tratto comune a tutti gli esponenti del Romanticismo: tutto vi trova una nuova lettura.

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CASPAR DAVID FRIEDRICH, “DER TRÄUMER”

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LA FRASE DEL GIORNO
Nulla della Natura mi è indifferente: la odio e l’adoro, esattamente come una donna.
JULES MICHELET




Nikolaus Lenau, pseudonimo di Nikolaus Franz Niembsch von Strehlenau (Csatàd, 13 agosto 1802 – Döbling, 22 agosto 1850),  poeta austriaco. Di indole passionale e malinconica, condusse una vita nomade sospinto da una permanente inquietudine. Considerato tra i maggiori interpreti tedeschi della cosiddetta «poesia del dolore», fu dotato di una profonda sensibilità arricchita da un incessante lavorio d'immaginazione. 


giovedì 8 maggio 2014

Non so cosa sia l’amore

 

ERICH FRIED

UN’INEZIA

a Catherine

Non so cosa sia l'amore
ma forse
è qualcosa come:

Se lei
ritorna a casa da un paese straniero
e mi dice con orgoglio: «Ho visto
un topo d'acqua»
e io mi ricordo di queste parole
quando la notte mi sveglio
e il giorno dopo al lavoro
e ho nostalgia
di ascoltarla
ripetere queste parole
e poi
che pronunciandole
mi appaia esattamente come quando
le pronunciò -

È forse questo, penso, l'amore
o qualcosa di non molto diverso.

(da È quel che è, Einaudi, 1988 – Traduzione di Andrea Casalegno)

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Spiegare che cosa sia l’amore è abbastanza difficile, sebbene ognuno sappia di preciso che cosa esso sia. Il poeta austriaco naturalizzato britannico Erich Fried ci riesce perfettamente con questo suo piccolo apologo in cui l’amore si esprime come un’impressione e una rivelazione. Banale forse, ma rende l’idea, con il suo stile apparentemente semplice.

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JACK VETTRIANO, “VALENTINE ROSE”

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LA FRASE DEL GIORNO
È ridicolo / dice l’orgoglio / è avventato / dice la prudenza / è impossibile / dice l’esperienza / è quel che è / dice l’amore.
ERICH FRIED, È quel che è




Erich Fried (Vienna, 6 maggio 1921 – Baden-Baden, 22 novembre 1988), poeta austriaco naturalizzato britannico. Ebreo, fu costretto ad abbandonare il suo paese nel 1938 dopo l'occupazione nazista. Emigrato a Londra, fu giornalista e commentatore del programma in lingua tedesca della BBC.