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sabato 7 maggio 2011

Per sapere di te

 

JUAN GUSTAVO COBO BORDA

TRE ANNI DOPO

Mi manca ancora tanto per sapere di te,
ancora ignoro tutto,
perché il bacio è un’altra forma di interrogarti.
Per questo, man mano che il desiderio
diventa sogno,
soffio sul tuo volto
affinché gli occhi, aprendosi,
riconoscano in questa freschezza insospettata
la loro confidenza più intima.
Ancora mi manca tanto per sapere di te,
ancora ignoro tutto,
ma questa luce che ti disegna,
mentre cammini nuda nella stanza,
e ti fissa nel suo ocra dorato,
è già sufficiente, e mi basta.

(da Offerta sull’altare del bolero, 1981)

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Quanto si conosce di un’altra persona? E quanto tempo ci vuole per conoscerla? E ancora, riusciremo mai a conoscerla tutta, nonostante una lunga frequentazione? Sono domande che ci pongono questi versi del poeta, critico letterario, giornalista e diplomatico colombiano Juan Gustavo Cobo Borda. Naturalmente non si può ridurre tutto a una mera formula matematica, le risposte sono varie e mutevoli, soggette a ulteriori varianti (chi guarda con gli occhi dell’amore, chi invece già sulla china del disinganno, chi obnubilato dalla routine). Io so che è sempre piacevole però scoprire utilizzando il metodo suggerito da Cobo Borda…

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Dipinto di Jack Vettriano

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LA FRASE DEL GIORNO  
È
così trascurabile ogni poesia amorosa, / così pleonastica, / che non posso evitare di scriverla. 
JUAN GUSTAVO COBO BORDA, Russando al sole come una foca delle Galápagos




Juan Gustavo Cobo Borda (Bogotá, 10 ottobre 1948), poeta, giornalista e diplomatico colombiano. Ispirata da Borges e Kavafis, la sua poesia è la linea trasversale dei suoi scritti. Ha ricoperto anche incarichi diplomatici che lo portarono ad essere ambasciatore in Argentina, Spagna e Grecia.


venerdì 6 maggio 2011

Sebbene invisibile


GUSTAVO ADOLFO BÉCQUER

XVI. SE AL FRUSCIO DELLE CAMPANELLE BLU

Se al fruscio delle campanelle blu
sul tuo balcone
credi che sospirando passi il vento
mormorante,
sappi che nascosto tra le verdi foglie
sospiro io.

Se al risuonare confuso alle tue spalle
di un vago rumore,
credi che per nome ti abbia chiamato
una voce lontana,
sappi che tra le ombre che ti circondano
ti chiamo io.

Se si turba impaurito a notte fonda
il tuo cuore,
al sentire sulle tue labbra un soffio
avvolgente,
sappi che, sebbene invisibile, al tuo fianco
respiro io.

(da Rime, 1871)

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No, non è uno stalker, come potrebbe sembrare a prima vista, ma la voce delicata di un poeta che non riesce ad esprimere il suo amore. Il sentimento non è presente, ma assume i toni ora malinconici del passato, ora dolci del desiderio ancora da appagare, attraverso le parole di Gustavo Adolfo Bécquer, poeta spagnolo dell’Ottocento. Un amore idealizzato ma non per questo meno vero, un amore profondo e unilaterale che vive della bellezza ammirata e che riesce a manifestarsi solo nell’immaginazione, anche lì sommessamente: un piccolo suono, un refolo di vento, un soffio nella notte.

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L. BURGESS, “THE GAZING BALL”

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LA FRASE DEL GIORNO  
L’amore non è realizzazione, è amore. 
GIORGIO SAVIANE, Il terzo aspetto




Gustavo Adolfo Claudio Domínguez Bastida, più noto come Gustavo Adolfo Bécquer (Siviglia, 17 febbraio 1836 – Madrid, 22 dicembre 1870), poeta, scrittore e giornalista spagnolo. Il suo ideale poetico è lo sviluppo di una lirica intimista, espressa con sincerità, semplicità, musicalità di forma e facilità di stile, ispirata da Heine, Byron e De Musset e che a sua volta ispirerà i modernisti spagnoli.



giovedì 5 maggio 2011

Cos’è l’arte? (XXI)

 

HENRI MATISSE

“Non c'è niente di più difficile per un pittore veramente
creativo del dipingere una rosa, perché prima di tutto
deve dimenticare tutte le altre rose che sono state dipinte”

Henri Matisse, “Frutta e caffettiera”
olio su tela, 1898 / San Pietroburgo, Museo Hermitage

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GEORGES BRAQUE

“Nell’arte una sola cosa importa, quello che non si può spiegare”

Georges Braque, “Piatto di frutta e vetro”
collage e carboncino su carta, 1912 / collezione privata

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AUGUSTE RODIN

“L'arte è contemplazione, è il piacere dello spirito che penetra
nella natura e scopre che anch’essa ha un’anima”

Auguste Rodin, “Il pensatore”
bronzo e marmo, 1902/ Parigi, Museo Rodin

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LA FRASE DEL GIORNO
Ogni arte è imitazione della natura.
SENECA

mercoledì 4 maggio 2011

Quello che abbiamo avuto

 

AGHI MISHOL

LUNEDÌ

Dunque, che abbiamo avuto?
Il dolce odore dell’ontano,
il sole arancione, dipinto, che si svela all’improvviso
nella prima raffica di luce
quando si taglia un caco per il largo,
un azzurro mattutino dei
fiori di cicoria,
il campo intero,
un grappolo di chioccioline
su uno stelo di scilla
e poi c’è stata anche la parola “cutrettola”.
Che altro poi?
Un requiem di cicale,
pecore rosa sul declivio del cielo,
e la tenera, baciata peluria
sotto l’orecchio del gatto
ed è, direi,
tutto quello che abbiamo avuto
oggi.

(da Il papavero e il sesamo, Crocetti, 2008 – Trad. di Ariel Rathaus)

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È un inno al minimalismo questa poesia della poetessa israeliana Aghi Mishol. Ma mi fa pensare. Mi fa pensare a quando resto a guardare il tramonto o una meravigliosa luna che sorge bassa sull’Oriente. Mi fa pensare a quando mi fermo ad osservare i fiori sbocciati nel mio giardino, a giocare con un cane, a quando cammino in un mattino nebbioso, a quando sento la pioggia tamburellare sull’ombrello. Mi fa pensare a un improvviso taglio di luce che illumina la stanza, a un profumo improvvisamente portato dal vento, alla neve che cade, al canto del cuculo che annuncia primavera, alla dolcezza della sera di maggio. Insomma, a tutte le piccole gioie della vita, alla minuta felicità quotidiana che quasi ci sfugge, pressati come siamo dai ritmi velocissimi della società odierna. Perché questi versi di Aghi Mishol sono un inno alla poesia che è presente ovunque nei nostri giorni. Spetta solo a noi saperla cogliere.

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Mary Cassatt, “Lilacs in a window”

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LA FRASE DEL GIORNO  
A volte basta una sciocchezza a farci felici. 
ALEXANDRE DUMAS FIGLIO, La signora delle camelie




Agi Mishol, pseudonimo di Agnes Fried (Cehu Silvaniei, Romania, 20 ottobre 1947), poetessa israeliana. La sua è una poesia piena di ricche metafore e di continua osservazione della condizione umana con onesta empatia, cura e spirito elegante.

martedì 3 maggio 2011

In un gioco di nuvole

 

VINCENZO CARDARELLI

VIAGGIO

Come il partente invidia chi rimane!
Come felice, stabile,
si mostra il mondo a lui che lo contempla
con l'animo d'un esule, con occhi
di morituro.
Deciso all'addio,
egli è, pure indugiando, già in cammino
e fuori dalla vita.
Così a me tutto apparve, in ogni tempo,
come quelle città che salutai
verso sera,
mentre, partendo, già il ricordo urgeva,
o ch'io scopersi fervide e ridenti,
dall'alto d'un ponte,
passando in ferrovia,
rasentando i segreti delle case
col treno in corsa
che discioglieva i luoghi a me più grati
in un gioco di nuvole.
Oh senza sosta io vissi
ed esule dovunque.
Nessun'arte imparai, niuna certezza
mi assiste
nel punto di salpare ormai per sempre.

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Il viaggio naturalmente è la vita. Ed è a quella che pensa con toni leopardiani Vincenzo Cardarelli che in vita era bonariamente preso in giro come “massimo poeta italiano morente”. Una vita in cui si passa correndo, cercando di coglierne gli aspetti mentre già fuggono, al pari di un viaggiatore che osservi il paesaggio dal finestrino di un treno: le nuvole mutano di forma, i crinali si susseguono, si alternano ai campi e la vista fatica a catalogare ciò che vede, a distinguere i dettagli nel movimento. Nessuna certezza dunque, nessuna risposta è stata immagazzinata per controbattere alla precarietà del dato quotidiano: il poeta, ormai sul punto di terminare il viaggio, si scopre apolide, protagonista di un infinito esilio.

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Oscar Stenwall, "Carrozza di terza classe"

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LA FRASE DEL GIORNO  
Come varia il colore / delle stagioni / così gli umori e i pensieri degli uomini. / Tutto nel mondo è mutevole tempo. 
VINCENZO CARDARELLI, Poesie



Vincenzo Cardarelli, nato Nazareno Caldarelli (Corneto Tarquinia, 1º maggio 1887 – Roma, 18 giugno 1959), poeta, scrittore e giornalista italiano. Sorta dall’Avanguardia degli Anni Dieci, la sua poetica rivela influssi dell’espressionismo linguistico e del frammentismo, ad esprimere  temi come lo sradicamento, il viaggio, l'adolescenza, la perdita di identità.


lunedì 2 maggio 2011

Il rondone raccolto sul marciapiede

 

EUGENIO MONTALE

IL RONDONE

Il rondone raccolto sul marciapiede
aveva le ali ingrommate di catrame,
non poteva volare.
Gina che lo curò sciolse quei grumi
con batuffoli d’olio e di profumi,
gli pettinò le penne, lo nascose
in un cestino appena sufficiente
a farlo respirare.
Lui la guardava quasi riconoscente
da un occhio solo. L’altro non si apriva.
Poi gradì mezza foglia di lattuga
e due chicchi di riso. Dormì a lungo.
Il giorno dopo riprese il volo
senza salutare.
Lo vide la cameriera del piano di sopra.
Che fretta aveva fu il commento. E dire
che l’abbiamo salvato dai gatti. Ma ora forse
potrà cavarsela.

(da Diario del ‘71 e del ‘72, Mondadori, 1973)

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Diario del' ‘71 e del ‘72 è una raccolta molto particolare del tardo Eugenio Montale: il poeta genovese evoca figure, mischia viventi e scomparsi, intarsia i piccoli fatti quotidiani con i grandi pensieri, con gli antichi ricordi, e lo fa con uno stile che scolorisce il grande verso montaliano, decadendo nella prosa, nel discorsivo. Giorgio Zampa, a proposito di questa raccolta, ma anche di Satura e Quaderno di quattro anni, le opere  a cavallo degli anni ‘70 parla di un bianco e nero, di un grigio in cui affiora qua e là qualche tinta. Con Il rondone siamo sicuramente nel bianco e nero: il salvataggio del pennuto è un piccolo dato minimalista nella giornata del poeta, ormai costretto a rallentare i ritmi dalla vecchiaia. Non è un inno alla speranza il volo spiccato dopo le amorevoli cure della governante, ma un semplice dato di fatto, registrato – come dice Zampa – nel “verbale, tenuto coraggiosamente a giorno,  della propria sconfitta quotidiana”.

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Fotografia © Bastet78

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LA FRASE DEL GIORNO  
Mi chiedi  perché navigo / nell’insicurezza e non tento / un’altra rotta? Domandalo / all’uccello che vola illeso / perché il tiro era lungo e troppo larga / la rosa della botta. 
EUGENIO MONTALE, Diario del ‘71 e del ‘72




Eugenio Montale (Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981), poeta e scrittore italiano, Gli fu conferito il Premio Nobel per la Letteratura nel 1975 “per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni”, ovvero la “teologia negativa” in cui il "male di vivere"  si esprime attraverso la corrosione dell'Io lirico tradizionale e del suo linguaggio.

domenica 1 maggio 2011

Nuove poesie per maggio

 

Maggio dalle lunghe giornate e dal clima dolce, prima che arrivi l’arsura dell’estate, offre le scene incantevoli che descrivono questi due poeti: Mario Novaro racconta il mare di Liguria, l’alba che sale a illuminare i giardini di Oneglia; Attilio Bertolucci esprime l’emozione dei tramonti nella casa di campagna nel Parmense, dove sorge la “capanna indiana” e dove maggio “fra le ombre del giardino” arriva a “inondare la tovaglia, a verniciare il rosso delle ciliege”.

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MARIO NOVARO

SOSPIRO

Sempre un sospiro nuovo
mi resterà nel cuore,
poi che anzi l'alba io vidi all'oriente la luna
che in mare tendeva
languida trama di un sogno di maggio

e Venere la seguiva
in un incanto di raggio e cielo più terso:
mormorava il mare alla riva:
e in un bruno pallor l'aria odorava
gonfia di primavera:
mentre gli uccelli fra le rame dei pini
ancora muti aspettavano il giorno.

(da Murmuri ed echi, Ricciardi, 1912)

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Pauline Eble Campanelli, “May baskets”

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ATTILIO BERTOLUCCI

GODI DI MAGGIO

Godi di maggio che consuma in fretta
i giorni delle rose alla luce
spettrale della sera, la giovinezza
non aspetta...
Ma estivo è ormai questo silenzio intorno
alla tua casa di campagna e il sonno
dei vivi e dei morti mentre il giorno
va via.

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LA FRASE DEL GIORNO  
Le stagioni vengono e vanno, maggio / è tornato e non ce ne siamo accorti / che quando abbiamo visto tentennare / con giocondo barbaglio una lucerna fra le ombre del giardino. 
ATTILIO BERTOLUCCI, La capanna indiana




Mario Novaro (Diano Marina, 25 settembre 1868 – Ponti di Nava, 9 agosto 1944), poeta e filosofo italiano. Nella sua poesia - la sola opera Murmuri ed echi del 1912 - un'ansia metafisica si accompagna, pascolianamente, a un impressionismo lirico.


Attilio Bertolucci (San Prospero Parmense, 18 novembre 1911 – Roma, 14 giugno 2000), poeta italiano. Le sue opere poetiche sono il risultato di una felice contaminazione tra eredità ermetica e capacità di tradurre ogni astratta eleganza in un discorso poetico naturale.