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sabato 14 marzo 2009

Camillo Sbarbaro


Nelle sue poesie e prose Camillo Sbarbaro seppe coniugare un’osservazione della natura e un’analisi anche introspettiva della psicologia umana con uno stile secco e acuto, come la ventosa costa ligure in cui visse.
La sua poetica interagisce con il mondo da un piano esterno, anche quando guarda, come succede sovente, dentro di sé: Sbarbaro è l’osservatore - e in questo forse un poeta può davvero dirsi completo - è chi si pone davanti alle cose e ne coglie l’intimo fremito, con semplicità ma anche con una precisione che non conosce alcuna forzatura.
Il suo stile è piano ma non monocorde, cortese anche se non estroverso; è antimelodico, dimesso, venato da una malinconica tristezza di fondo paragonabile a quella di Leopardi.



Fotografia © L'Eco di Savona




IL MIO CUORE SI GONFIA PER TE, TERRA

Il mio cuore si gonfia per te, Terra,
come la zolla a primavera.
Io torno.
I miei occhi con nuovi. Tutto quello
che vedo è come non veduto mai;
e le cose più vili e consuete,
tutto m'intenerisce e mi dà gioia.

In te mi lavo come dentro un'acqua
dove si scordi tutto di se stesso.
La mia miseria lascio dietro a me
come la biscia la sua vecchia pelle.
Io non sono più io, io sono un altro.
Io sono liberato di me stesso.

Terra, tu sei per me piena di grazia.
Finché vicino a te mi sentirò
così bambino, fin che la mia pena
in te si scioglierà come la nuvola
nel sole,
io non maledirò d'esser nato.

Io mi sono seduto qui per terra
con le due mani aperte sopra l'erba,
guardandomi amorosamente intorno.
E mentre così guardo, mi si bagna
di calde dolci lacrime la faccia.



*


TALOR, MENTRE CAMMINO SOLO AL SOLE

Talor, mentre cammino solo al sole
e guardo coi miei occhi chiari il mondo
ove tutto m'appar come fraterno,
l'aria la luce il fil d'erba l'insetto,
un improvviso gelo al cor mi coglie.
Un cieco mi par d'essere, seduto
sopra la sponda d'un immenso fiume.
Scorrono sotto l'acque vorticose,
ma non le vede lui: il poco sole
ei si prende beato. E se gli giunge
talora mormorio d'acque, lo crede
ronzio d'orecchi illusi.
Perché a me par, vivendo questa mia
povera vita, un'altra rasentarne
come nel sonno, e che quel sonno sia
la mia vita presente.
Come uno smarrimento allor mi coglie,
uno sgomento pueril.
Mi seggo
tutto solo sul ciglio della strada,
guardo il misero mio angusto mondo
e carezzo con man che trema l'erba. 

(da Pianissimo, 1914)

*

DONNA CIELO

Non fosse la donna
il giorno sarebbe senz’albore;
non stella avrebbe
e rugiada la notte; non acqua
o fil d’erba la terra.
Senza cielo sul capo si andrebbe.

2 ottobre 1941




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LA FRASE DEL GIORNO
Il linguaggio di un poeta, l'amore di una donna - è sempre qualcosa che succede per la prima volta.
KARL KRAUS, Di notte




Camillo Sbarbaro (Santa Margherita Ligure, 12 gennaio 1888 – Savona, 30 ottobre 1967),  poeta, scrittore e aforista italiano. Nelle sue poesie seppe coniugare un’osservazione della natura e un’analisi anche introspettiva della psicologia umana con uno stile secco e acuto.


venerdì 13 marzo 2009

Attualità del "Fu Mattia Pascal"


Non è un caso che Luigi Pirandello scriva "Il fu Mattia Pascal" nel 1904: le introspezioni di Sigmund Freud sono state formulate pochi anni prima, la psicanalisi è una scienza in evoluzione. L'indagine al centro del romanzo è quella che perlustra il sentimento dell'assurdo insito come una larva all'interno dell'uomo contemporaneo, di fronte allo sconcerto del caos universale. Mattia Pascal quindi rappresenta un'esplorazione dell'identità: approfittando del fatto che è creduto morto, vaga per gli oscuri viali della sua esistenza, rimanendo però beffato dal suo privilegio. 

Il contrasto tra la realtà e l'apparenza, la categorizzazione degli uomini e delle donne in ruoli dai quali non si possono più assurdamente distaccare sono i temi che il Nobel siciliano prediligeva. "Il fu Mattia Pascal" non sfugge a questa condizione: il protagonista, che lascia la casa dopo un litigio con la moglie e per una serie di circostanze - è creduto morto, si trasferisce a Roma sotto le mentite spoglie di Adriano Meis, vince al gioco a Montecarlo - si trova impossibilitato sia a percorrere la strada della nuova vita, privo di documenti, sia a riprendere la vecchia, in quanto la moglie si è risposata. "L'ombra di un morto, questo era la mia vita" dice Mattia Pascal sintetizzando i due anni trascorsi con un altro nome: e infatti l'esclusione - tema anche di un altro romanzo, "L'esclusa", cacciata di casa perché creduta a torto adultera - è il corollario delle convenzioni sociali, del loro ruolo vincolante, dell'impossibilità di uscirvi.

Emblematico è l'incipit del romanzo: 

Una delle poche, anzi forse la sola ch'io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de' miei amici o conoscenti dimostrava d'aver perduto il senno fino al punto di venire, da me per qualche consiglio o suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo:
– Io mi chiamo Mattia Pascal.
– Grazie, caro. Questo lo so.
– E ti par poco?
Non pareva molto, per dir la verità, neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppur questo, il non poter più rispondere, cioè, come prima, all'occorrenza:
– Io mi chiamo Mattia Pascal.
Qualcuno vorrà bene compiangermi costa così poco, immaginando l'atroce cordoglio d'un disgraziato, al quale avvenga di scoprire tutt'a un tratto che... sì, niente, insomma: né padre, né madre, né come fu o come non fu; e vorrà pur bene indignarsi (costa anche meno) della corruzione dei costumi, e de' vizii, e della tristezza dei tempi, che si tanto male possono esser cagione a un povero innocente. 

Non c'è nulla se non le maschere, secondo Pirandello: si è "uno,nessuno e centomila", è impossibile realizzarsi pienamente, interagire con gli altri, anche le verità non sono uniche, ma sfaccettate a seconda degli interlocutori, dei singoli che vivono nelle loro unità: "Fuori della legge e fuori di quelle particolarità liete o tristi che siano per cui noi siamo noi, non è possibile vivere". Questo individualismo si inserisce nell'assurdità della vita, si dispiega nell'incapacità di comunicare con gli altri. E il relativismo così scettico e pessimistico di Pirandello, portato avanti in tutta la sua opera, rimane attuale in questo inizio secolo così povero di valori: discriminare bene e male, vero e falso, realtà e illusione diventa sempre meno facile.



René Magritte, "Le fils de l'homme", 1964



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LA FRASE DEL GIORNO
Ciò che conosciamo di noi è però solamente una parte, e forse piccolissima, di ciò che siamo a nostra insaputa.
LUIGI PIRANDELLO, Novelle per un anno, L'Avemaria di Bobbio




Luigi Pirandello (Agrigento, 28 giugno 1867 – Roma, 10 dicembre 1936), drammaturgo, scrittore e poeta italiano, insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1934. Per la sua produzione, le tematiche affrontate e l'innovazione del racconto teatrale è considerato tra i più importanti drammaturghi del XX secolo. Tra i suoi lavori spiccano diverse novelle e racconti brevi e circa quaranta drammi.



giovedì 12 marzo 2009

L'anno che la primavera non arrivò


Fu nel 2049. Lo ricordo come se fosse ieri e invece interi anni sono passati. Allora ero uno studente di liceo e ora sono un anziano e azzimato professore. I miei capelli si sono diradati e si sono fatti bianchi, il mio corpo è raddoppiato di peso e ha perso l'agilità che aveva. Ma la memoria, quella è viva anche più di allora.

Fu nel 2049 dunque che la primavera non arrivò. Dopo il Natale del 2048, magro e di crisi, festeggiato ormai da uno sparuto gruppo di credenti, e il Capodanno, finito un gennaio tra i più freddi che si ricordi, aspettammo la primavera, annunciata di solito da piccoli segnali: le gemme che erompono dai rami, i primi fiori che sbucano dal terreno, le primule, l'elleboro, gli amenti dorati dei noccioli... Ma venne febbraio e nulla di tutto questo apparve. "Sarà per via del freddo intenso di questo inverno" dicevano tutti, i soloni del meteo pontificavano di effetto serra, dell'abuso di carbone dopo l'esaurimento del petrolio.

Passò anche il mese breve con il suo Carnevale e le sfilate di carri. Niente, non succedeva niente: né gemme, né primule, né bucaneve. Il sole era sì più alto nel cielo ma non scaldava. A marzo ci sentimmo tutti sfiduciati, giorno su giorno passava e si rimaneva nell'inverno: rami nudi, nevicate, brinate, nebbie fitte. Il 18 aprile ci fu la Pasqua e fu triste non vedere i peschi fioriti né i petali dei ciliegi cadere lievi e ricoprire la terra - fu bianca comunque, ma per il gelo.

Si cominciò ad essere tutti preoccupati: qualcuno era riuscito a fare l'equazione primavera=cibo, quindi senza fiori non ci sarebbero stati neppure i frutti. Iniziò la corsa all'accaparramento selvaggio di provviste. Il governo di centrodestra-centrosinistra guidato dalla signora Barbara Berlusconi istituì il razionamento. Vi fu un riflusso di cristianesimo (si sa, come dice il vecchio adagio, che "quando non ce la fai più, ti attacchi al buon Gesù") e le chiese si riempirono di fedeli in preghiera. Le messe di Pasqua erano stipate all'inverosimile, oltre un milione di persone in Piazza San Pietro presero parte alla funzione celebrata da Papa Clemente XV: il Santo Padre, che si proteggeva dal freddo con il camauro e il manto bordato d'ermellino, tenne un'omelia storica, quella divenuta poi famosa come il "Nuovo discorso della Montagna", invitò alla speranza e alla redenzione con parole dure come macigni che incidevano rughe profonde sulla sua faccia africana.

Ma nulla accadde. Né a maggio fiorirono le rose, solo rami nudi. I più fiduciosi avevano anche provveduto alle potature, ma non si verificò nessuna crescita: dalle viti tagliate non stillavano le lacrime, dai fichi non scendeva la goccia di latte. Nulla. Il freddo continuò a imperversare con bufere e tormente, i camini fumavano, i termosifoni scottavano - i soliti pensatori da salotto spiegavano che così facendo avremmo peggiorato le cose innescando una spirale, però loro stavano in maniche di camicia negli studi televisivi e non pensavano certo di abbassare i riscaldamenti.

Venne anche giugno: le novene nelle chiese si moltiplicavano, il settore turistico marino e lacustre, che sarebbe dovuto andare a gonfie vele, languiva. In compenso le località sciistiche facevano affari d'oro da ormai nove mesi e la Coppa del mondo di sci era stata replicata. Gli animali in letargo si svegliarono affamati e iniziarono a scendere verso le prime case nei paesi delle valli. E tutti eravamo tristi e piangenti, grigi nel grigio.

La notte tra il 20 e il 21 giugno avvenne il miracolo: andammo a letto tutti ben coperti con i pigiami di flanella e il piumone. Fuori c'era la nebbia e la temperatura si aggirava intorno ai quattro-cinque gradi. Prima dell'alba però le coperte furono insopportabili, tutti ci svegliammo in un bagno di sudore. Quel mattino, saranno state le quattro, mi alzai e spensi i caloriferi. Mentre bevevo un sorso d'acqua in cucina per poco non lasciai cadere il bicchiere: fuori era arrivata l'estate: ai fanali della piazza potevo chiaramente scorgere le foglie dei platani, non gemme o foglioline, ma proprio foglie ben formate. Gettai in un angolo il pigiama di flanella e recuperai dall'armadio i bermuda e una maglietta. Corsi in strada: si stava benissimo, ci saranno stati un diciotto-venti gradi e le piante avevano le foglie e i fiori, alcuni pruni del viale addirittura i frutti. Altra gente scese in strada, arrivò anche mio padre e mi abbracciò forte. Anche gente che non avevo mai visto si abbracciava e mi abbracciava, ci si stringeva le mani, ci si baciava come a Capodanno. L'estate era arrivata!

Certo, ci chiedemmo perché avevamo perso un'intera stagione, ma nessuno riuscì a dare una risposta. I fondamentalisti parlarono di punizione divina e fu in effetti la teoria più sostenuta. L'ultraottantenne geologo Mario Tozzi disse invece che l'effetto serra ne era la causa. Altri diedero la colpa a qualche nuova arma sperimentale degli Stati Uniti o della Nuova Russia o a effetti della recente guerra a tre tra India, Pakistan e Cina.

Fatto sta che quel giorno stesso, il 21 giugno del 2049 - era un lunedì, caricammo i bagagli in macchina e corremmo al mare, a scottarci la pelle bianca sulla spiaggia e a fare lunghissimi bagni nell'acqua salata.






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LA FRASE DEL GIORNO
Se la primavera venisse una volta ogni cento anni invece di una volta all'anno, o sopraggiungesse con il boato di un terremoto, con quanta meraviglia gli uomini assisterebbero a un tale mutamento! Il silenzioso susseguirsi delle stagioni, invece, fa ormai pensare soltanto a una necessità.
HENRY WADSWORTH LONGFELLOW

mercoledì 11 marzo 2009

Böll in cenere


Il crollo dei sei piani dell'Archivio cittadino di Colonia il 3 marzo scorso, dovuto, a quanto pare, agli scavi per la metropolitana, è stato una tragedia che è costata la vita a tredici persone. 

La più grande opera d'arte non vale la più misera delle vite, però ora, sepolte le sfortunate vittime, gli studiosi tedeschi si trovano a dover fare i conti anche con il disastro culturale che questa tragedia rappresenta: le immagini delle macerie rammentano alla memoria dei tedeschi le fotografie dei bombardamenti alleati, quelle dei libri lacerati e sparsi tra la polvere rievocano il fantasma dei libri bruciati dai nazisti.

Ridotti in cenere, consumati, danneggiati dall'acqua, distrutti dal crollo sono mille anni di storia della città e migliaia e migliaia di documenti: lettere di Marx e di Hegel, manoscritti di Jacques Offenbach e di Napoleone e, addirittura, un'«opera omnia», quella dello scrittore Heinrich Böll, autore di "Opinioni di un clown", "L'onore perduto di Katharina Blum", "Foto di gruppo con signora", premiato con il Nobel per la Letteratura nel 1972. Tutta la sua vita di scrittore non esiste più: le sue carte, centinaia di scatole che contenevano anche manoscritti inediti e ottantamila lettere, erano state acquistate dall'Archivio di Colonia neanche un mese fa per 800.000 euro. La digitalizzazione e il riversamento su microfilm non erano ancora iniziati. L'unica consolazione è il fatto che l'edizione delle sue opere complete in 27 volumi, prevista per il 2010, è stata condotta sugli originali ora distrutti per sempre.



 © Raimond Spekking / CC BY-SA 4.0 (via Wikimedia Commons)


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LA FRASE DEL GIORNO
L'arte è pagata o troppo o troppo poco.
HEINRICH BÖLL, Opinioni di un clown

martedì 10 marzo 2009

Il rimpianto di Yeats

 

WILLIAM BUTLER YEATS

LÀ NEI GIARDINI DEI SALICI


Fu là nei giardini dei salici che la mia amata ed io ci incontrammo;
Ella passava là per i giardini con i suoi piccoli piedi di neve.
M’invitò a prendere amore così come veniva, come le foglie
crescono sull’albero;

Ma io, giovane e sciocco, non volli ubbidire al suo invito.

Fu in un campo sui bordi del fiume che la mia amata ed io ci arrestammo,
E lei posò la sua mano di neve sulla mia spalla inclinata.
M’invitò a prendere la vita così come veniva, come l’erba cresce sugli argini;
Ma io ero giovane e sciocco, e ora son pieno di lacrime.
    

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DOWN BY THE SALLEY GARDENS

Down by the salley gardens my love and I did meet;
She passed the salley gardens with little snow-white feet.
She bid me take love easy, as the leaves grow on the tree;
But I, being young and foolish, with her would not agree.

In a field by the river my love and I did stand,
And on my leaning shoulder she laid her snow-white hand.
She bid me take life easy, as the grass grows on the weirs;
But I was young and foolish, and now am full of tears...



Questa bella poesia dell'irlandese William Butler Yeats, Premio Nobel nel 1923, può essere letta come un monito ai giovani e come un inno al rimpianto. Monito ai giovani, certamente, perché non lascino sfuggire le occasioni, ma colgano gli attimi che la vita quasi con noncuranza getta sul loro cammino. Se si fermano a riflettere, quando si chinano a raccoglierli è troppo tardi: se ne sono andati come su un tapis roulant. E inno al rimpianto perché alla fine è tutto quello che rimane a chi giorno dopo giorno ha lasciato fluire la vita ed ora, anziano, medita - un po' come Gozzano - su "ciò che poteva essere e non è stato".

"Là nei giardini dei salici" venne pubblicata nel 1889, inserita in "The wandering of Oisin and other poems". Lo stesso Yeats indicò in una nota che si trattava di "un tentativo di ricostruire una vecchia canzone da tre righe ricordate da una vecchia contadina nel villaggio di Ballysodare, a Sligo che spesso le cantavano". E, trattandosi di una canzone, venne musicata: da Herbert Hughes nel 1909, da Rebecca Clarke nel 1920 e dal nostro Angelo Branduardi nel 1986.


Claude Monet, "Armonia verde", 1899



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LA FRASE DEL GIORNO

Lo vedo perfettamente: ci sono due possibili soluzioni - fare questo o quello. La mia onesta opinione e il mio amichevole consiglio è: fai o non fai, tu rimpiangerai.
SOREN KIERKEGAARD




Yeats_BoughtonWilliam Butler Yeats (Dublino, 13 giugno 1865 – Roquebrune-Cap-Martin, 28 gennaio 1939), poeta, drammaturgo, scrittore e mistico irlandese. Spesso indicato come W. B. Yeats, fu anche senatore dello Stato Libero d'Irlanda negli anni venti.Fu insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1923 “per la sua poetica sempre ispirata, che con alta forma artistica ha dato espressione allo spirito di un'intera nazione”.


lunedì 9 marzo 2009

Un frutto appena sbucciato


GIORGIO CAPRONI

MARZO


Dopo la pioggia la terra
è un frutto appena sbucciato.

Il fiato del fieno bagnato
è più acre - ma ride il sole
bianco sui prati di marzo
a una fanciulla che apre la finestra.


(da Come un'allegoria, 1936)


È di un giovane Giorgio Caproni questa poesia su marzo: la scrisse a cavallo dei vent'anni, all'inizio del suo lungo itinerario artistico - il poeta livornese morì a Roma nel 1990, alla soglia degli ottant'anni. Qui esprime la sua emozione davanti a un paesaggio che si apre dopo uno scroscio di pioggia, nella variabilità atmosferica tipica del mese. L'analogia che apre la lirica è fulminante e Caproni ha voluto isolarla per darle ancora maggior risalto: la terra, che ancora non è rifiorita ma che non è più il suolo inoperoso dell'inverno, dà l'idea di un frutto sbucciato, una mela, un'arancia, con quel suo velo acquoso che andrà rapidamente asciugandosi.

Un ermetico si sarebbe fermato qui. Caproni invece specifica, amplia il panorama: quello che lo colpisce è una figura di ragazza che appare in una casa, nel breve movimento per aprire una finestra. Il sole che è ritornato, che è simbolo di primavera, rigoglio e speranza, quel sole che leva odori pungenti dal fieno bagnato, sembra essere giunto proprio per cogliere quell'attimo, quella ragazza affacciata a una finestra.




Roy Lichtenstein, "Ragazza alla finestra"


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LA FRASE DEL GIORNO
Tidide magnanimo, perché mi domandi della mia nascita? Quale è il nascere delle foglie tale anche degli uomini: le foglie ora le spande il vento a terra, ora ne genera nuovamente la selva nella stagione di primavera.
OMERO, Odissea




Giorgio Caproni (Livorno, 7 gennaio 1912 – Roma, 22 gennaio 1990), poeta, critico letterario e traduttore italiano. Partito come preermetico attirato da uno scabro espressionismo, approdò a un ermetismo rivestito di un impressionismo idillico. Nella sua poesia canta soprattutto temi ricorrenti (Genova, la madre e Livorno, il viaggio, il linguaggio), unendo raffinata perizia metrico-stilistica a immediatezza e chiarezza di sentimento.


domenica 8 marzo 2009

Omaggio alle donne


"Donna è il nome più nobile / che si possa dare all'anima. / Molto più nobile che vergine." Così Maurizio Cucchi in La luce del distacco" rende omaggio all'altra metà del cielo. Ne ravvisa la sensibilità, la capacità di provare emozioni. E lo scrittore tedesco Jean Paul aveva scritto: "Nelle donne tutto è cuore, persino la testa".

Guido Gozzano invece si perde nell'arcano mondo femminile, in quella bellezza che nasconde sensazioni che a lui - e a tutti noi maschi - resteranno precluse: "Donna, mistero senza fine bello" è un verso quasi proverbiale della celebre "Signorina Felicita".

Vede maggiormente il lato sensuale Cesare Pavese, che in "Feria d'agosto" rileva: "Una donna, una che trasforma il remoto sapore del vento in sapore di carne".

Ma quello che più conta è che senza le donne non si può stare: "Un uomo suppone una donna, la donna" (ancora Cesare Pavese, id.); "C'è il deserto se manca lei" (John Steinbeck, "La santa rossa"); "Le donne sono una vite su cui gira tutto" (Lev Tolstoj, "Anna Karenina").

E allora una mimosa per tutte e una richiesta a tutti noi maschietti: maggiore rispetto, non solo l'8 marzo... 



Henri Matisse, "Fiori"


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LA FRASE DEL GIORNO
Non fosse la donna / il giorno sarebbe senz'albore, / senza cielo sul capo / si andrebbe.
CAMILLO SBARBARO, Donna cielo