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martedì 13 luglio 2010

Cos’è la poesia? (XVI)


BRUNO CANDÉAS 

INGRANAGGIO

Poesia
Non si modella
Si trasforma.
Non si copia
Si crea.
Ha dita
Nei piedi
Per camminare
Nella striscia
Senza squilibrarsi.
Poesia è macchina
E pulsazione.

(da “Férias do Gueto”, 2004)

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Ecco un’ennesima prova in cui un poeta si interroga sull’essenza della poesia. Le risposte sono, come succede, sempre personali e incapaci di aderire esaurientemente alla difficile domanda.

Bruno Candéas è un giovane poeta brasiliano, nato nel 1980: come tanti altri, concorda sul fatto che la poesia nasce da sé, che si impone come una rivelazione. E sa diffondersi in modo autonomo, penetrare i cuori, colpire le anime, incamminarsi nella strettoia sospesa nel vuoto che ancora le concede la moderna società. Con i piedi, con le dita, con il cuore che pulsa…

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Immagine © Naza 1000

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LA FRASE DEL GIORNO
Lo stato del mondo reclama a gran voce che la poesia lo salvi
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LAWRENCE FERLINGHETTI, Poesia come arte che insorge




Bruno Candéas (Recife, 2 maggio 1980), poeta brasiliano. Considerato tra i più caustici e creativi della sua generazione, ha pubblicato Poeta nu na alcova (2002), Filé 1.99 (2003),  A Trégua dos dictadores (2004), Ghetto holidays (2004), Indigestual (2006).


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lunedì 12 luglio 2010

Se dico città

ÀNGELS GREGORI

CITTÀ

Se dico città,
dirò Londra e Berlino, Verona e Parigi,
e dirò Gandia e Cannes e Buenos Aires.
Dirò Napoli e Budapest, Praga, Istanbul,
e dirò l'agosto a Cadaqués e un ottobre in Toscana.
Se dico città,
dirò un amore ad ogni angolo,
dirò un ricordo che non vuole staccarsi,
dirò piazze e soli in differenti cieli
e notti d'estate che scappano attraverso i vetri della finestra.
Se dico città,
dirò i luoghi dove mi devono cercare
se mi perdo ed è difficile trovarmi.
Se dico città capirai che,
a volte, fuggire
vuol dire anche non volersene andare.

E l'Italia è una donna.

(da Parlano le donne – Poetesse catalane del XXI secolo, Pironti, 2008)

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Àngels Gregori è una giovane poetessa catalana – è nata nel 1985 - vincitrice del Premi Amadeu Oller de Poesia 2003 e del Premi Ausias March de Poesia 2007. Questa sua lirica è un omaggio al viaggio, anche a quello del sogno, all’idea romantica del viaggiare, del vagabondare per città sconosciute. Àngels ci dice in poesia quello che in “Viaggio in Portogallo” scriveva José Saramago: “Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: «Non c'è altro da vedere», sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito”.

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Fotografia © Gianni Berengo Gardin

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LA FRASE DEL GIORNO
Chi viaggia senza incontrare l'altro, non viaggia, si sposta.
ALEXANDRA DAVID-NÉEL




Àngels Gregori i Parra
(Oliva, 14 gennaio 1985), poetessa e manager culturale catalana. Si distingue nel campo della ricerca sulle geografie letterarie e ha diretto il Festival della Poesia Oliva sin dalla sua nascita, nel 2005. Nel 2003 ha ricevuto il Premio Amadeu Oller per i giovani inediti con la raccolta di poesie Bambolines.


domenica 11 luglio 2010

Variazioni su Orazio

ORAZIO

CARMINA, I,11

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati!
Seu plures hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum, sapias, vina liques, et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

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FOTOGRAFIA © IL MERCURIO


“Tradurre è anzitutto comprendere, ma non è poi semplicemente riprodurre quanto si è compreso”.
Questo scriveva il linguista Benvenuto Aronne Terracini. Tradurre poesia non è semplice: occorre entrare nella mente dell’autore e riuscire ad esprimere quei concetti in un’altra lingua. Molti non ci si provano neppure, lasciano la via della metrica e si limitano a trasporre i versi in frasi. Il vero poeta invece se ne frega talvolta di essere letterale, afferra il concetto e lo esplora, lo porta fino ai limiti del possibile, lo conduce per mano dalla lingua originale all’altra. Come al solito, gli esempi sono sempre più efficaci di qualsiasi discorso. Vediamo come questo celebre brano di Orazio, quello del “carpe diem” è stato tradotto, o meglio “interpretato” da alcuni grandi poeti.

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EDOARDO SANGUINETI

IMITAZIONE DA ORAZIO

tu non cercare, è illecito sapere, che fine a me, che fine a te,
Leuconoe, ci hanno dato gli dei, e non tentare
calcoli babilonici: meglio è subire quello che sarà,
se molti inverni ci ha assegnato Giove, o questo è l’ultimo,
che adesso, contro le scogliere, fiacca il mare
Tirreno: rifletti bene, versati il vino, e taglia la tua lunga
speranza in breve spazio: mentre parliamo, è già fuggito, a noi ostile,
il tempo: vivi questo tuo giorno, e non fidarti niente di un domani:

(da Il gatto lupesco – Poesie 1982-2001, Feltrinelli, 2002)

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FRANCO FORTINI

NON DOMANDARE

Non domandare, è male, la fine mia, la tua.
Non cercar gli oroscopi. Ti basti,
quel che sarà, patire.
Altri inverni verranno o questo è l’ultimo
che ora affanna ai promontori il mare
Tirreno. Tu che sai,
versa altro vino: la vita è breve, è lunga
la speranza. Recidila. Ti parlo e
l’ora va. Ridi al giorno. Altro non c’è.

(da Composita solvantur, Einaudi, 1994)

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GIOVANNI PASCOLI

PENSIAMO A VIVERE

Non cercare così - che non si può - quale a me, quale a te
Sorte, o Candida, sia data da Dio; lascia di leggere
Quelle cifre Caldee. Prenditi su quel che viene, e via!
O che abbiamo più verni anche, oppur sia l’ultimo questo, che
ora il mare tirreno urta ed infrange alle scogliere, tu
spoglia il vino nel filtro, e, s’è così breve la nostra via,
lunga non la voler tu la speranza. Ecco, parliamo e un po’
questa vita fuggì. L’oggi lo sai: non il domani, oh! No.

(da Traduzioni e riduzioni, Zanichelli, 1913)

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LA FRASE DEL GIORNO
Un concetto è lo stesso sia per un filosofo cinese che per uno ungherese o inglese. Chiunque in realtà può esporlo con le proprie parole. Il concetto quindi, in quanto spiritualità, è dell’umanità intera.
ATTILA JÓSZEF




Quinto Orazio Flacco (Venosa, 8 dicembre 65 a.C. – Roma, 27 novembre 8 a.C.), poeta latino. Può essere definito come il più classico dei poeti latini sia per il contenuto sia per la perfezione formale della sua poesia. Egli ha infatti cantato un atteggiamento morale e uno stile di vita ispirati alla semplicità, al distacco dalle passioni e al senso della misura. 


Edoardo Sanguineti (Genova, 9 dicembre 1930 – Genova, 18 maggio 2010), poeta, scrittore e politico italiano, che fece parte del Gruppo 63. La sua poetica è una disgregazione sperimentale del linguaggio, andata attraverso l’assemblage verso una forma più diaristica e concreta.


Franco Fortini, nato Franco Lattes (Firenze, 10 settembre 1917 – Milano, 28 novembre 1994), poeta, critico letterario, saggista e intellettuale italiano. La sua poesia è testimonianza anche ideologica delle lotte di classe del primo dopoguerra, voce progressista e coscienza critica del fallimento degli ideali.


Giovanni Pascoli (San Mauro di Romagna, 31 dicembre 1855 – Bologna, 6 aprile 1912), poeta e accademico italiano, eccelso latinista, figura emblematica della letteratura di fine Ottocento. Nonostante la sua formazione eminentemente positivistica, è il maggiore esponente del Decadentismo.



sabato 10 luglio 2010

La fortezza di Fenestrelle

«Uno dei più straordinari edifizi che possa aver mai immaginato un pittore di paesaggi fantastici: una sorta di gradinata titanica, come una cascata enorme di muraglie a scaglioni, un ammasso gigantesco e triste di costruzioni, che offriva non so che aspetto misto di sacro e di barbarico, come una necropoli guerresca o una rocca mostruosa, innalzata per arrestare un'invasione di popoli, o per contener col terrore milioni di ribelli. Una cosa strana, grande, bella davvero. Era la fortezza di Fenestrelle».


Così scriveva Edmondo De Amicis nel 1904 in “Alle porte d’Italia”. Parlava del Forte di Fenestrelle, una fortezza che si estende per tre chilometri con un dislivello di 635 metri e che occupa 1.300.000 metri quadrati con i suoi tre forti, con le sette ridotte e i 28 risalti collegati da due scale – una coperta di 4.000 gradini e una di 2.500 – e da 14 ponti.

 

- Il Palazzo degli Ufficiali -

Il Forte, che si trova nella parte più occidentale del Piemonte, a pochi chilometri dal confine francese, è una struttura serpentina degna del buzzatiano “Deserto dei Tartari”: costruito infatti per essere il corpo di guardia della Val Chisone nel 1727, pure non vi fu combattuta nessuna battaglia, a dispetto dei tre milioni di colpi di cannone che poteva sparare e dei cinque ponti levatoi che consentivano ai soldati di spostarsi agevolmente da una postazione all’altra. Si possono visitare anche le cucine, con i forni dove si cuoceva il pane, e la ghiacciaia, che veniva riempita con la neve impastata a paglia perché si potesse conversare nelle brevi estati montane. Il Palazzo degli Ufficiali ospita oggi gli uffici del Forte e il Museo del 3° Reggimento Alpini. Il Palazzo del Governatore è sede di mostre oltre alla permanente “Gli animali del Governatore”.

 

- La camera di prigionia del Cardinal Pecca -

Il lato oscuro del Forte di Fenestrelle è quello di carcere: sotto la dominazione napoleonica vi fu rinchiuso il cardinal Bartolomeo Pecca, segretario di papa Pio VII. Nel 1790 vi prestò servizio anche Xavier De Maistre, autore di “Viaggio intorno alla mia camera”. Vi passarono, nobili, monarchici, oppositori di Bonaparte, ecclesiastici. Tornato ai Savoia, ospitò prigionieri politici, carbonari e liberali. Nel 1863 divenne campo di concentramento, il primo lager italiano, a danno dei soldati papalini e napoletani catturati dai piemontesi. Tornò a essere carcere per oppositori – nel 1883 vi transitò anche Vincenzo Gioberti  - fino al 1920, persa ormai la sua importanza strategica: le sue armi furono smantellate durante la I Guerra Mondiale e furono inviate sul fronte orientale. Gli ultimi fuochi furono sussulti partigiani nel 1944, poi il degrado e la rovina, fino al 1990, quando l’Associazione Progetto San Carlo – una onlus formata da soli volontari – iniziò a prendersi cura del Forte e a portarlo agli splendori odierni.


 

- La scala coperta -


Però, lì nella Piazza d’armi, mentre soffia il vento fresco delle montagne, pare, come parve al De Amicis «di sentire ruggire di sotto le batterie, o di veder tra le casematte rimbalzar le granate degli assedianti sollevando tempeste di schegge, e soldati boccheggiar per le scale, e giù nella valle, e poi fianchi del monte, saltar in aria cassoni d'artiglieria, e masse di truppa sbaragliarsi urlando per i boschi, sparsi d'affusti stritolati e di membra umane».

Niente paura: una sosta al Café des Forçats ci ristorerà… allora, pronti alla visita? Scarpe comode e maglie da indossare nei sotterranei.


FORTEZZA DI FENESTRELLE image

Indirizzo:    Via del Forte – 10060  FENESTRELLE (TO) 
Telefono:    0121.83.600 
Fax:    0121.88.4642
  E-mail:    info@fortedifenestrelle.com

Da Settembre a Giugno
Lun - Giov - Ven - Sab - Dom: 09.00-18.00
Luglio e Agosto tutti i giorni con il medesimo orario.

COME ARRIVARCI: dalla tangenziale di Torino imboccando a Stupinigi la SS23 del Sestriere oppure l'autostrada di recente costruzione passante per Orbassano/Volvera. Dalla val di Susa immettersi sulla SS24 direzione Cesana Torinese quindi seguire la SS23 direzione Sestriere e proseguire verso Fenestrelle.

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LA FRASE DEL GIORNO
Buona guardia, vecchio gigante solitario. — Ma non è già solitario il vecchio gigante. La sua solitudine non è che apparenza. Egli ha delle corrispondenze segrete e degli accordi misteriosi.
EDMONDO DE AMICIS, Alle porte d’Italia

venerdì 9 luglio 2010

P.S. E così dimenticammo le rose

DINO CAMPANA

IN UN MOMENTO

In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose

P.S. E così dimenticammo le rose.
(per Sibilla Aleramo)

(da Canti orfici, Vallecchi, 1928)

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Dino Campana conobbe la scrittrice Sibilla Aleramo nell’estate del 1916 – lui trentenne, lei sulla soglia dei quaranta – e intrecciò con la donna una relazione che risulterà appassionata e tumultuosa, pur nella sua brevità. All’inizio del 1917, dopo un incontro a Marradi nel periodo di Natale, l’amore tra il poeta e la scrittrice si interruppe definitivamente. Di lì a poco Campana entrerà nell’Ospedale psichiatrico di Castel Pulci.
Questa bellissima poesia resta a testimonianza di quell’amore irrazionale e impossibile secondo le convenzioni morali dell’epoca. Nel suo illogico esistere a dispetto della differenza di età e della malattia del poeta, dimostra, a noi che leggiamo quei versi del 1917 con la mentalità di un secolo dopo, ancora una volta la forza irresistibile testimoniata anche da Shakespeare in “Romeo e Giulietta”: «Con le ali dell'amore ho volato oltre le mura, perché non si possono mettere limiti all'amore e ciò che amor vuole amore osa».
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LA FRASE DEL GIORNO 

Quando l'amore se ne va, allora si sente il bisogno di affermarlo.
IGINIO UGO TARCHETTI, Fosca




Dino Carlo Giuseppe Campana (Marradi, 20 agosto 1885 – Scandicci, 1º marzo 1932), poeta italiano. l’unico accostabile ai “maudits” del Decadentismo europeo quali Rimbaud. La sua poesia brucia le scorie della tradizione di Carducci e D’Annunzio con un atteggiamento visionario che va oltre le cose e i dati realisticamente intesi. Di lui è nota l’appassionata relazione con Sibilla Aleramo.


giovedì 8 luglio 2010

Scioglilingua italiani

Lo scioglilingua è un gioco di parole costituito da una frase o serie di vocaboli, che con frequenti allitterazioni e con gruppi consonantici complicati, non può essere pronunciata in fretta senza andare incontro a inciampi verbali. Il senso della frase non riveste molta importanza, in effetti costituisce un gioco o un esercizio per superare difficoltà di pronuncia. I dialetti ci vanno a nozze, e vi sono anche casi sorprendenti, come il bergamasco e il cagliaritano privi di consonanti…

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DALL’ANTICA ROMA

O Tite tute Tati tibi tanta tyranne tulisti. (Ennio, Annali, I)

O Tito Tazio, tiranno, tu ti attirasti disgrazie tanto grandi!

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DALL’ITALIA

Trentatré trentini entrarono in Trento tutti e trentatré trotterellando.

Apelle figlio d'Apollo fece una palla di pelle di pollo, tutti i pesci vennero a galla per vedere la palla di pelle di pollo fatta da Apelle figlio d'Apollo.

Sopra la panca la capra campa, sotto la panca la capra crepa.

Se l'arcivescovo di Costantinopoli si disarcivesconstantinopolizzasse Voi, vi disarcivescostantinopolizzereste come si è disarcivescostantinopolizzato lui?

Se oggi seren non è doman seren sarà, se non sarà seren si rasserenerà.

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DA MILANO

Ti che te tachet i tacch tàcum i tacch a mi - mi tacàtt i tacch a ti ti che tachet i tacch? Tàcheti ti i tò tacch ti che te tachet i tacch.

Tu che attacchi i tacchi attaccami i tacchi – io attaccare i tacchi a te che attacchi i tacchi? Attàccateli tu i tuoi tacchi, tu che attacchi i tacchi.

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DA BERGAMO

A’ chela aca là' che la a' en chela ca' là.

Guarda quella vacca là che entra in quella casa.

A o a ae, e öe i ae ie!

Vado ad api e voglio le api vive.

L'öle l'è lé, l'ula l'è là. Ol löm gh'l'al lé lü?

L’olio è lì, l’ampolla è là. Il lume ce l’ha lì lei?

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DA GENOVA

In sciû meu neu gh'e noe nai neue.

Sul molo nuovo ci sono nove navi nuove.

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DA VENEZIA

I gà igà i gài ai pài pèi pòi.

Hanno legato i galli ai pali per i polli.

Ti che te tachi i tachi, ti me tachi i me tachi? Mi tacarte i tachi a ti? Tachite ti i to tachi che mi me taco i me tachi.

Tu che attacchi i tacchi mi attacchi i miei tacchi? Io attaccare i tacchi a te? Attàccateli tu i tuoi tacchi, che io attacco i miei.

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DA TRIESTE

Cossa ocori che te cori cò no ocori che te cori, cò ocori che te cori no te cori.

A cosa serve che tu corra quando non serve correre, quando occorre correre non corri.

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DA BOLOGNA

Te ti tott ont int un tacc.

Sei tutto unto in un tacco.

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DALLA TOSCANA

O Tito, tu t'ha' ritinto i' tetto, ma tu 'un t'intendi tanto di tetti ritinti.

O Tito, tu hai ridipinto il tetto, ma tu non ti intendi tanto di tetti ridipinti.

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DA NAPOLI

A ccuoppo cupo poco pepe cape.

In un cartoccio stretto poco pepe entra.

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DA BARI

Ce 'nge namascì sciamaninn', ce non 'nge namascì non ge ne sim' scenn'!

Se dobbiamo andare, andiamo! Ma se non dobbiamo andare, non andiamocene!

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DA LECCE

Tritici cicerieddhri intr'a tritici piatticeddhri.

Tredici ceci piccoli in tredici piatti piccoli.

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DALLA CALABRIA

Aju u vaju u viju duv'aju u vaju u jocu.

Devo andare a vedere dove devo andare a giocare.

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DALLA SICILIA

Sasà savia a susiri e sei, sunnu i sei e sei, sa si sasà si susiu e sei.

Sasà doveva alzarsi alle sei, sono le sei e sei, chissà se Sasà si è alzato alle sei.

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DA CAGLIARI

Eu oi oìa u ou e u oìa.

Io oggi vorrei un uovo e un’oliva.


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LA FRASE DEL GIORNO
Il linguaggio è un labirinto di strade. Vieni da una parte e ti sai orientare; giungi allo stesso punto da un'altra parte, e non ti raccapezzi più.
LUDWIG WITTGENSTEIN, Ricerche filosofiche

mercoledì 7 luglio 2010

La Calabria di Franco Costabile

“Buon per lui gli studi letterari non lo hanno fatto diventare un letterato, cioè nulla hanno potuto contro la sua natura di paesano meridionale. Nella veemenza del suo risentimento (un dolore più antico di lui, un bisogno di giustizia inappagato da secoli) non troviamo enfasi oratoria, ma la misteriosa forza di persuasione di una poesia naturale”. Così il poeta e critico Libero Bigiaretti presentava nella prefazione a “La rosa nel bicchiere” la poesia di Franco Costabile, calabrese di Sambiase, nato nel 1924 e poi trasferitosi a Roma, dove fu allievo di Ungaretti.

E la Calabria, con i suoi dolori e le sue miserie, con l’emigrazione e la povertà, con la disperazione e l’orgoglio trasmette ai versi la sua asprezza, troncandoli, spezzandoli, lanciandoli in appassionate nostalgie, in dolci illusioni che talora mitigano il risentimento, l’indignazione. Nessuna enfasi, dice bene Bigiaretti, ma una sincerità a volte brutale che dipinge la sua terra e le sue verità. Un dolore che diventa stanchezza e che porta Costabile a togliersi la vita a 41 anni, nel 1965. Ungaretti scrive per lui questo epitaffio: «“Con questo cuore troppo cantastorie” / dicevi ponendo una rosa nel bicchiere / e la rosa s'è spenta poco a poco / come il tuo cuore, si è spenta per cantare / una storia tragica per sempre».

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DA “LA ROSA NEL BICCHIERE”, Canesi, 1961

LA ROSA NEL BICCHIERE


Un pastore
un organetto
il tuo cammino.
Calabria,
polvere e more.

Uova
di mattinata
il tuo canestro.
Calabria,
galline
sotto il letto.
Scialli neri
il tuo mattino
di emigranti.
Calabria,
pane e cipolla.

Lettera
dell'America
il tuo postino.
Calabria,
dollari nel bustino.

Luce
d'accetta
l'alba
dei tuoi boschi.
Calabria,
abbazia di abeti.

Una rissa
la tua fiera.
Calabria
d'uva rossa
e di coltelli.

Vendetta
il tuo onore.
Calabria
in penombra
canne di fucili.

Vino
e quaglie,
la festa
ai tuoi padroni.
Calabria,
allegria
di borboni.

Carrette
alla marina
la tua estate.
Calabria,
capre sulla spiaggia.

Alluvioni
carabinieri,
i tuoi autunni.
Calabria,
bastione
di pazienza.

Un lamento
di lupi,
i tuoi inverni.
Calabria,
famigliola
al braciere.

Francesco di Paola
il tuo sole.
Calabria,
casa sempre aperta.

Un arancio
il tuo cuore,
succo d'aurora.
Calabria,
rosa nel bicchiere.

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AUSTRALIA


Era come te
nella vigna
un giorno di marzo
di vento e di sole.
Di tanto, o padre,
non t'è rimasto
che qualche cartolina
a un angolo,
sul vetro della cristalliera.



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MIO SUD


Mio sud,
mezzogiorno
potente di cicale,
sembra una leggenda
che vi siano
torrenti a primavera.

Mio sud,
inverno mio caldo
come latte di capre,
già si dorme
fratello e sorella
senza più gusto.

Mio sud,
pianura mia,
mia carretta lenta.
Anime di emigranti
vengono la note a piangere
sotto gli ulivi,
e domani alle nove
il sole già brucia,
i passeri
a mezz'ora di cammino
non hanno più niente da cantare.

Mio sud,
mio brigante sanguigno,
portami notizie della collina.
Siedi, bevi un altro bicchiere
e raccontami del vento di quest'anno.

Mio treno di notte
lento nella pianura
Battipaglia... Salerno...
mio paesano, stanco sulla valigia,
come vagabondo.

Mio questurino
davanti a un'ambasciata,
potevi startene adesso in collina
a dare sotto le foglie il verderame,
sentire l’aria la terra,
le ragazze dell'altro versante
darti una voce.
Potevi essere
anche un perito agrario
se a casa potevano,
intenderti di migliorie, d'allevamenti,
e pensare un trapianto a primavera.
O forse eri solo un manovale,
lavoravi a giornate, forse non lavoravi.
Adesso un silenzio, il giorno:
da qui a lì, e niente succede.


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Fotografie con Licenza Gnu
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LA FRASE DEL GIORNO
Qui non vorrei morire dove vivere / mi tocca, mio paese, / così sgradito da doverti amare.
 
VITTORIO BODINI, La luna dei Borboni e altre poesie




Francesco Antonio Costabile (Sambiase, 27 agosto 1924 – Roma, 14 aprile 1965), poeta ermetico italiano. La sua poetica mescola le suggestioni e l'essenzialità dell'ermetismo con la sensibilità per le vicende umane e sociali propria del neorealismo: il destino della Calabria nel secondo Dopoguerra, il dramma delle emigrazioni, povertà, criminalità organizzata e assenza dello stato.