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mercoledì 11 febbraio 2009

Apologia dei portici


Sono stato a Busseto, ho camminato sotto i portici. Adoro camminare sotto i portici da sempre: credo che sia per quel senso di protezione che danno, per quel farti sentire in una casa.

La funzione dei portici non è altro che quella di porre in contatto lo spazio privato della casa con quello pubblico della strada: sono un luogo di incontro e di comunicazione, sicuro e ospitale. Non è un caso che i bar vi pongano i loro tavolini trasformandone ampi tratti in un salotto dove conversare.

Tutto il contrario di certi lunghi viali cittadini aperti al vento e agli elementi: lì si perde quella finalità, diventano solo vie di scorrimento, dove non si sosta, ma si percorre.

Ecco perché amo le città ed i paesi che conservano tratti porticati: mi vengono in mente Merano, Bolzano, San Pellegrino ma anche i portici più moderni di Lignano Pineta e di Corso Vittorio Emanuele a Milano. Tutto il fascino sta nel “tetto”, nelle colonne.


Merano, Via Portici / Laubenstrasse


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LA FRASE DEL GIORNO
Guardate cosa vuol dire l'arte! Sono quasi cinquant'anni che vedo tutti i santi giorni quel porticato, e soltanto adesso mi accorgo che è bello!
GIOVANNI GUARESCHI, Gente così

martedì 10 febbraio 2009

Il discorso mancato di Pio XI


Pochi giorni dopo aver celebrato il 17° anniversario di pontificato, il 10 febbraio 1939 moriva in Vaticano papa Pio XI: la salute del pontefice, quasi ottantaduenne, era malandata, e certo non gli giovò il periodo in cui si trovò ad essere a capo della Chiesa. Era preoccupato per le misure adottate dal regime fascista e per le infami leggi razziali che erano state appena adottate, era impensierito dalle incrinature diplomatiche tra Stato e Chiesa seguite al Concordato del 1929.

Fa luce sugli ultimi giorni di Pio XI il gesuita Giovanni Sale su Avvenire. Il redattore della "Civiltà Cattolica" spiega, sulla base di documenti consultati nell'Archivio Vaticano: «Un dossier della Segreteria di Stato, sistemato e accompagnato da opportuni commenti da monsignor Domenico Tardini, a quel tempo segretario della congregazione degli Affari ecclesiastici straordinari, contiene importanti documenti, relativi ad alcune questioni trattate dal Papa nelle ultime settimane di vita. Non mancano osservazioni sulla materia razziale o sui provvedimenti contro la dottrina cattolica che amareggiavano il cuore del papa. Preoccupazioni che gli provocavano delle vere e proprie crisi cardiache». 

A testimonianza il gesuita aggiunge una trascrizione datata 28 dicembre 1938, finora inedita, con la quale il nunzio apostolico in Italia Francesco Borgongini Duca riferiva il colloquio con Galeazzo Ciano: «In seguito al vulnus del Concordato, il decennale della Conciliazione si presenta piuttosto male: tutti i cattolici si sentono umiliati, senza nessuna nostra colpa; però è un fatto che da quando funziona l’asse Roma-Berlino, sono cominciati i nostri dolori e siete arrivati a vulnerare il Concordato. Voi potete comprendere come tutti i cattolici ne siano allarmatissimi. Di più, S. E. il Capo del Governo [Mussolini] ha trattato troppo male il Papa, ed una Sua augusta Lettera è stata lasciata senza esser presa in considerazione e senza risposta». 

In un discorso ai cardinali per il Natale 1938, lo stesso Pio XI aveva dimostrato tutta la sua tristezza: «Dobbiamo purtroppo dire che l’auspicato decennale, così come a Noi viene od è fatto venire, non può portare la serena letizia, alla quale sola vorremmo far luogo, ma piuttosto arreca vere e gravi preoccupazioni e amare tristezze. Tristezze amare davvero, quando si tratta di vere e molteplici vessazioni — non diciamo proprio generali — ma certo molto numerose e in luoghi parecchi, contro l’Azione Cattolica, questa risaputa pupilla degli occhi Nostri, la quale — lo si è dovuto riconoscere e confessare anche dalla manomissione delle diverse sedi e dei loro archivi — la quale Azione Cattolica non fa né politica né non desiderate concorrenze, ma unicamente intende a fare dei buoni cristiani viventi il loro cristianesimo, e perciò stesso elementi di primo ordine per il bene pubblico, massime in un paese cattolico come l’Italia, e come anche i fatti hanno dimostrato». 

La scomparsa di Pio XI impedì i festeggiamenti per il decennale del Concordato, che la Chiesa intendeva svolgere senza la partecipazione del governo: il discorso di Papa Ratti, visionato e lievemente ritoccato dal card. Pacelli, sarebbe stato molto duro con Mussolini e avrebbe toccato il nervo scoperto delle persecuzioni razziali. Purtroppo, rimase negli archivi vaticani, e solo nel 1959 sarebbe stato in parte pubblicato, con il consenso di Giovanni XXIII.

La storia fatta con i "se" avrebbe di che costruire ponti e castelli in aria su questo fantomatico discorso: sarebbe potuto cambiare il corso della Seconda Guerra Mondiale, almeno per l'Italia?



Fotografia © Nicola Perscheid



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LA FRASE DEL GIORNO
La verità e la giustizia sono anche le sole vere e solide basi del benessere degli individui e dei popoli ancora, mentre sta scritto nel libro divino: Miseros facit populos peccatum.
PIO XI, Allocuzione ai cardinali, 24 dicembre 1938



lunedì 9 febbraio 2009

Ungaretti e l'immenso

 

GIUSEPPE UNGARETTI

MATTINA


M'illumino
D'immenso
.

Santa Maria la Longa, 26 gennaio 1917

(da Allegria di naufragi, 1919)


Caratteristica dell'Ermetismo è la scarnificazione del verso e della poesia: un condensare l'espressività nelle parole, un ridurre al minimo - come i cuochi preparano certe salse a base di vino, lasciando bollire a lungo per avere un liquido molto denso: da una bottiglia di Bonarda non ricavano che pochi cucchiai di sugo.  La poesia più "ermetica" in questo senso è senza dubbio "Mattina" di Giuseppe Ungaretti, quella che tutti conoscono a memoria per la sua brevità. Scarna, essenziale. Un verbo e un sostantivo preceduti da un'unica lettera apostrofata: anche questa elisione serve a "ridurre". Eppure, ogni parola, lasciata decantare e purificata, è evocativa: il titolo "Mattina" ci guida ad immaginare un bel giorno soleggiato, davanti all'orizzonte di una marina, dove la luce viene a rappresentare l'essenza dell'immensità del cosmo. "Cielo e mare" era in effetti il primo titolo di questa minuscola poesia scritta il 26 gennaio 1917 a Santa Maria la Longa, in zona di guerra, in un paesaggio innevato. Ancora una volta dunque Ungaretti, come per "Nostalgia" e "Bosco Cappuccio" esulava attraverso la poesia dai campi di battaglia, dalle trincee, evadendo verso il ricordo di un luogo caro.


Fotografia © Free4Kwallpapers




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LA FRASE DEL GIORNO
Trovata la via della logica, un ciottolino può diventare un macigno o viceversa, e tenersi sul filo in bilico, e può passargli sotto per godersi l'ombra, un uomo tranquillo, non più sgomento di un granellino di sabbia.
GIUSEPPE UNGARETTI, Ragioni d'una poesia




Giuseppe Ungaretti (Alessandria d'Egitto, 8 febbraio 1888 – Milano, 1º giugno 1970) è uno dei tre grandi poeti dell’Ermetismo italiano. Trasferitosi a Parigi nel 1912, prese parte alla Prima guerra mondiale nelle trincee del Carso e poi in Champagne. Dal 1935 al 1942 insegnò in Brasile e dal 1947 al 1965 fu professore di letteratura moderna alla Sapienza.


domenica 8 febbraio 2009

La legge di Eluana


Quella di Eluana Englaro è una vicenda che scuote le coscienze: non può lasciare insensibili i cattolici, che vedono messo in discussione il diritto della vita; e non può, del resto, non smuovere i laici, che si battono per la libertà di morire. È questione di delicatissimi diritti personali e di dignità. Ne è nata invece una spaccatura non solo nella già martoriata società italiana, ma anche nella gestione dei poteri dello stato, con il decreto del governo cui il presidente Napolitano non ha voluto apporre la firma dopo aver indebitamente tentato di influenzarne la stesura. Uno sfruttamento politico del caso era proprio quello che non ci serviva, adesso.

Tutta la vicenda è stata gestita male dal principio: i giudici non si possono arrogare i compiti legislativi che spettano al Parlamento, si devono limitare ad applicare la legge e ad interpretarne i punti oscuri. Il potere legislativo, dal canto suo, ha tardato ad analizzare gli eventi, a dibattere e a legiferare su questo campo molto sentito, che coinvolge anche il testamento biologico. Dopo la prima sentenza su Eluana, che risale a molto tempo fa, sarebbe stato doveroso.

Il risultato, come sempre in Italia, è questo muro contro muro, questo scendere in piazza di opposte fazioni che non si rispettano: il rigurgito anticlericale con tutti i suoi luoghi comuni da un lato, i rosari e le fiaccole dall'altro nel solito gioco in cui il dialogo è limitato all'urlo e all'insulto, alla malcelata ironia, al disprezzo puro. Ci si è messo pure il signor Englaro a parlare di sua figlia "violentata", e questo se lo poteva risparmiare: "violentata" dalle cure delle suore, delle infermiere, dei medici? Lo si può perdonare solo per il tormento che deve subire dai media, morbosi ed ossessivi come in ogni occasione, dalla casa del delitto di Cogne ai mocassini di Alberto Stasi, dal maglioncino verde di Raffaele Sollecito alla Bibbia di Olindo Romano.

Il fatto è che Eluana non ha scelto l'eutanasia: è in coma e non può descrivere quello che prova. La "sua" scelta è quella del padre e della tutrice, che si rifanno a frasi gettate là in un comune discorso. Questa morte programmata da altri fa inorridire: "Nessuno tocchi Caino", per carità, siamo contro la pena di morte. E questa cos'è? Ma davvero vogliamo che altri decidano per noi? Che i genitori, i figli, i giudici, il TAR, il governo abbiano l'ultima parola sulle nostre vite? Se è vero, non è più uno Stato, è un incubo!

Personalmente avrei preferito il silenzio, e - secondo le mie convinzioni - non sospenderei l'alimentazione ad Eluana, non avendo alcuna certezza su quello che proverà: neppure la scienza con tutte le sue pretenziose conoscenze è in grado di dirlo; anzi, secondo il medico che cura Eluana, "il tradizionale sentire medico ne è urtato" (intervista a Mente Critica). Eluana, il cui corpo vive e respira autonomamente, morirà di sete! Ma quello che penso non conta: quello che conta è l'assurdo vuoto legislativo che fa dell'Italia uno "stato di diritto" solo quando le sentenze fanno comodo.

Foto: Corriere.it


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LA FRASE DEL GIORNO
Le leggi sono come le ragnatele, le quali, se acchiappano le mosche, sono sfondate dai mosconi.
FRANCESCO BACONE



sabato 7 febbraio 2009

La malinconia di Hesse


HERMANN HESSE

ALLA MALINCONIA

Nel vino e negli amici ti ho sfuggita,
poiché dei tuoi occhi cupi avevo orrore,
io figlio tuo infedele ti obliai
in braccia amanti, nell'onda del fragore.

Ma tu mi accompagnavi silenziosa,
eri nel vino ch'io bevvi sconsolato,
eri nell'ansia delle mie notti d'amore,
perfino nello scherno con cui ti ho dileggiata.

Ora conforti tu le mie membra spossate,
hai accolto sul tuo grembo la mia testa
ora che dai miei viaggi son tornato:
giacché ogni mio vagare era un venire a te.


(Traduzione di Mario Specchio)


Questa è una delle mie poesie preferite in assoluto. Hermann Hesse testimonia l'inanità degli sforzi umani, l'impossibilità di sfuggire al proprio destino: così il bohemien rappresentato dallo scrittore tedesco prova in tutti i modi ad allontanarsi dalla malinconia; ma non serve a nulla stordirsi con il vino, riempirsi di ebbrezza, abbandonarsi alle braccia calde delle donne se quella malinconia è dentro di noi.

Hesse non era propriamente un poeta: le liriche sono la parte meno rilevante della sua opera. Tuttavia si può apprezzare il tentativo di trasformare il linguaggio creativo in simbolo del mondo e della vita: la sua non è una poetica originale, ma, come egli stesso sottolinea in "Bekenntnis des Dichters", l'intenzione è quella di "aprire sempre di nuovo il mondo delle immagini, il mondo dell'anima".


Munch

Edward Munch, "Malinconia"



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LA FRASE DEL GIORNO
Poeta è qualcosa che si può soltanto essere, ma non diventare.
HERMANN HESSE, Orme di sogni



venerdì 6 febbraio 2009

Corriere dei Piccoli in mostra


Cocco Bill, il cow-boy disegnato da Jacovitti, commenta: "Mondo cannone, che mostra esplosiva!": si tratta di "Corriere dei Piccoli - storie, fumetto e illustrazione per ragazzi", esposizione organizzata alla Rotonda di Via Besana a Milano da Comune e Fondazione Corriere della Sera.

Il settimanale "Corriere dei Piccoli", che fu popolarissimo tra i ragazzi di molte generazioni, uscì in edicola per la prima volta il 27 dicembre 1908, voluto dal direttore del "Corriere della Sera", Luigi Albertini. La rassegna ripercorre questa lunga avventura, durata quasi un secolo (l'ultimo numero fu stampato nel 1996), mettendo in mostra materiali grafici tratti dall'Archivio storico del celebre quotidiano di Via Solferino e fumetti, disegni, bozzetti e vignette prestati da artisti, eredi e collezionisti.




Il "Corriere dei Piccoli" divenne già dai primordi una fucina per disegnatori e scrittori che avrebbero lasciato il segno con i loro personaggi: Sergio Tofano nel 1917 vi lanciò il signor Bonaventura, divenuto il vero simbolo del "Corrierino"; Carlo Bisi si cimentò nelle storie del Sor Pampurio; Dino Buzzati affidò ai fumetti "La famosa invasione degli orsi in Sicilia"; Grazia Nidasio creò Violante, Valentina Mela Verde, il Dottor Oss e la Stefi; Dino Battaglia, Sergio Toppi, Benito Jacovitti, Hugo Pratt, Milo Manara, Bonvi, Tullio Altan e Bruno Bozzetto collaborarono con i loro personaggi: Cocco Bill e Trottalemme, il sergente Kirk, la Pimpa, il signor Rossi, Topo Gigio, il prof. Lambicchi e tanti altri raccontano le loro storie attraverso quelle tavole colorate.

L'allestimento è ampliato con balocchi d'epoca, giocattoli derivati dalle strisce americane e dalle storie del "Corriere dei Piccoli", con marionette dei fratelli Colla e pupazzi dei personaggi del settimanale, divenuti poi famosi anche in televisione. Ai bambini di oggi è dedicato uno spazio per familiarizzare con oggetti ed eroi dei loro coetanei passati attraverso un secolo.



CORRIERE DEI PICCOLI
storie, fumetto e illustrazione per ragazzi
Rotonda di Via Besana
MILANO

dal 22 gennaio al 17 maggio 2009
Tutti i giorni: 9.30-19.30
Lunedì: 14.30-19.30
Giovedì: 9.30-22.30

Ingresso: Euro 8,00 (gruppi 6,50; scuole 4,50)



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LA FRASE DEL GIORNO
I fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli uomini il nulla nel tutto.
GIACOMO LEOPARDI, Zibaldone, II, 43, 2

giovedì 5 febbraio 2009

Proverbi di febbraio


Fevrê l'è cürt, ma se 'l se volta indré l'è un türch.
(Febbraio è corto, ma se si volta è un turco)

Ritrovo questo proverbio brianzolo nel genovese "Frevâ o curto l'è pezo che o turco": è quello che viene spesso definito "il colpo di coda dell'inverno", il ritorno della neve e del gelo, che cambia faccia al febbraio quasi primaverile e ne fa un "turco", il feroce nemico della cristianità combattuto per secoli. Da notare l'anagramma alla base del proverbio. Un'altra variante brianzola dice che "Fevrê l'è cürt, ma l'è dür 'mè 'n mür" (Febbraio è corto, ma duro come il muro). Questi suoi rigori, associati alla brevità, sembrano voler indicare un mese "denso", che assomma tutti i suoi mali perché non li può diluire come gli altri mesi con più giorni. Del resto l'italiano ha "Febbraio febbraietto, corto e maledetto". Nel Cremonese è attestato "Febràar febrarìin, catìif e picenìn", nel Ferrarese "Fevrar fevrarott pez ad tutt" (Febbraio febbraiotto peggio di tutti). Bello il salentino "Febbraru mienzu duce e mienzu maru" (Febbraio, mezzo dolce  mezzo amaro)


L'aqua de fevrê la impient el granê.
(L'acqua di febbraio riempie il granaio)

Come si è visto era per gennaio segno di fertilità la neve, ora con l'avanzare della stagione è bene che sia l'acqua a fornire nutrimento alle piantine. Attestato anche in Umbria. In Valle d'Aosta il proverbio è rovesciato: "Si février est sec et beau garde du foin pour les chevaux" (se febbraio è secco e bello, tieni da parte il fieno per i cavalli).


Se te vöret restà senza miê, mètela al sû de fevrê.
(Se vuoi restare senza moglie, mettila al sole di febbraio)

Bonariamente misogino questo proverbio che alla fine significa solo che non è salutare esporsi al sole debole di febbraio. In genovese troviamo "Mouxo de ma, su de fevrà, cianze de donna, no te fià" (Onda di mare, sole di febbraio, pianto di donna non ti fidare).



Katie Pertiet, "Violette di febbraio"



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LA FRASE DEL GIORNO
Febbraio è un mese di languori, il cuore del mondo è greve, ignaro ancora dell'inquieto aprile e del vigoroso maggio.
WILLIAM SOMERSET MAUGHAM, Lettera d'amore