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mercoledì 10 dicembre 2008

L'archivio di Life


Il gruppo americano Time Inc., proprietario della rivista "Life", importante punto di vista tra gli Anni '30 e i '70, ha deciso di mettere a disposizione gratuitamente su Internet milioni di immagini, tutte quelle nell'archivio della rivista.

L'iniziativa inedita è subito divenuta oggetto di controversie; sebbene la società dichiari di aver messo in rete solo le immagini prese da fotografi stipendiati e di possederne quindi i diritti, gli eredi e i possessori dei diritti dei fotografi più famosi, come Pierre Boualt, Robert Capa e Cartier-Bresson, battono già cassa.

Il sito invece è più democratico: mischia foto belle ad altre meno riuscite, nomi celebri ad altri sconosciuti. Solo il 3% delle foto presenti furono pubblicate su "Life", così diventa arduo cercare una determinata fotografia, lo sbarco in Normandia visto da Capa, per esempio: accanto vi saranno altre foto, altre versioni, diversi punti di vista. Un altro limite è la estrema concisione delle definizioni a corredo. Accanto alle foto anche un celebre filmato, l'assassinio di Kennedy ripreso da Abraham Zapruder: è la perla tra i video.

L'accordo per la messa in rete è stato siglato con Google. "Life", che ha cessato le pubblicazioni nel 2007, dopo essersi trasformato in mensile nel 1972, così risorge dalle sue ceneri. Il suo presidente, Andy Blau, ha dichiarato con entusiasmo alla stampa: "Avevamo un archivio di immagini gigantesco in un deposito del New Jersey. È una rinascita". I navigatori appassionati di storia e fotografia avranno un nuovo paradiso in cui immergersi, salvo che i diritti d'autore non lo prosciughino, lasciandolo un deserto sacrificato al dio denaro. La macchina di "Life" sarà a pieno regime ad inizio 2009 con oltre dieci milioni di foto. Ma già adesso se ne possono consultare due milioni all'indirizzo ospitato da Google.

Gli utenti, che possono consultare il sito in sedici lingue, possono guardare le immagini, stamparle, utilizzarle a scopi didattici. Naturalmente non sarà possibile farne un uso commerciale: per acquistare i diritti occorrerà rivolgersi all'agenzia Getty. Le fotografie sono anche acquistabili già incorniciate on line: il prezzo varia tra i 79 e i 109 dollari. Su Google invece la definizione è stata ridotta per evitare la rivendita.

A febbraio un'altra iniziativa, il sito Life.com, finanziato dalla pubblicità con il partenariato di Getty: proporrà una "visione del mondo attraverso l'immagine", 3000 fotografie nuove ogni giorno.










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LA FRASE DEL GIORNO
Fotografare è trattenere il respiro quando le nostre facoltà convergono per captare la realtà fugace; a questo punto l'immagine catturata diviene una grande gioia fisica e intellettuale. Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore.
HENRI CARTIER-BRESSON, Contrasto

martedì 9 dicembre 2008

Il ritorno del vinile


Non va in pensione, sebbene abbia compiuto da poco i sessant'anni: anzi, superati gli acciacchi dell'età, ritorna trionfalmente in auge. È il vecchio disco di vinile. "Ricordi" ha inaugurato una sezione apposita per gli LP, anche "Fnac" ha il suo angolo del 33 giri.

Messi in soffitta sul finire degli Anni '80 con l'avvento del chirurgico compact-disc, sempre perfetto e sicuro di sé, ora il gracidante ed imperfetto LP irrompe di nuovo nelle nostre vite. Naturalmente sono i giovani a pretenderlo, la generazione che non lo ha mai ascoltato e che si è formata sul download e sull'MP3, sugli iPod: dal consumo di musica disordinato passano all'acquisto dei grandi classici su 33 giri, dai Led Zeppelin ai Rolling Stones, da Neil Young a Bob Dylan.

Tornare a mettere piede in un negozio di dischi ha un fascino particolare e i discografici in crisi profonda seguono la moda e rilanciano stampando i dischi in vinile anche di artisti contemporanei: seguono questo fenomeno che attrae i ragazzi tra i 16 e i 25 anni. Marianne Faithfull ha chiesto espressamente l'uscita su questo formato della sua ultima fatica, imitando i White Stripes.

Così il 33 giri esce dalle nicchie dei collezionisti e scavalca la crisi del CD, strozzato sia dalla pirateria, sia dall'esosità dei discografici. Non è ancora un consumo notevole, resta marginale certo, ma risponde alla voglia del pubblico di possedere un oggetto bello esteticamente, artisticamente abbigliato, che suona in modo più caloroso dell'asettico erede e concorrente. Per il 2009 molte case hanno annunciato la pubblicazione di pezzi introvabili.

Io preferisco il suono pulito del CD e la comodità dell'MP3. Ma il mio giradischi è sempre là, posato al culmine dello stereo. Se è il caso, sono pronto.





Fotografia: Scudit


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LA FRASE DEL GIORNO
La forza del godimento e quella del ricordo dipendono l'una dall'altra.
HERMANN HESSE, Album illustrato

lunedì 8 dicembre 2008

Albero o presepio?

 

LUCIANO DE CRESCENZO

ZIO ALFONSO


Zio Alfonso era “laureato” in Presepi: sapeva tutto sulle tradizioni di Natale, sul primo presepe fatto da San Girolamo nel quattrocento e su quello realizzato otto secoli dopo da San Francesco. Per lui via San Gregorio Armeno, strada napoletana dove artisti artigiani fabbricano presepi, era un luogo sacro pari a San Pietro.
A suo dire l’umanità si divideva in due grandi gruppi nemici fra loro: i presepisti e gli alberisti. “È una suddivisione - diceva lo zio - così importante che dovrebbe comparire sui documenti di identità, né più né meno di come appare il sesso e il gruppo sanguigno. Altrimenti può accadere che un disgraziato scopre, solo a matrimonio avvenuto,di essersi unito ad un essere umano di tendenze natalizie diverse. L’alberista ama la forma ed il denaro, laddove il presepista tiene in maggior conto i contenuti e i sentimenti. Purtroppo quasi tutte le donne sono alberiste e io anche per questo non mi sono mai voluto sposare…”.
Il momento magico del presepe era “l’apertura dello scatolone”. Il 25 novembre zio Alfonso prendeva da sopra un armadio della sua camera da letto un enorme scatolone di cartone contenente tutti i pastori. Dopodiché poggiava il prezioso carico sul tavolo da pranzo e dava inizio alla “presentazione” davanti a tutta la famiglia. Uno alla volta, i pastori venivano liberati dalle loro carte protettive per poi essere solennemente presentati in particolare a noi ragazzi, ovvero a me, a mia sorella ed ai miei cuginetti, venuti apposta per la cerimonia.
“Questo è Benito che non ha voglia di lavorare e che dorme sempre. Questo invece è il padre di Benito che pascola le pecore, e queste sono la pecore. Questo è il prete che legge il giornale e questo è il cacciatore con il fucile. Ed ecco a voi il “pastore della meraviglia”. Dovete sapere, ragazzi, che quando nacque Gesù tutto il mondo si fermò per un minuto; accaddero cose incredibili: gli uccelli si bloccarono in aria, i fiocchi di neve restarono sospesi a metà strada fra cielo e terra, l’acqua dei fiumi smise di scorrere, e il pastore delle meraviglie restò con la bocca spalancata a guardare il bambino Gesù. “E anche noi restavamo a bocca aperta a guardare i pastori che zio Alfonso tirava fuori dalla scatolone. Questi, oltretutto, erano praticamente immortali: anche se da un anno all’altro avevano perso qualche pezzo per strada, continuavano a fare il proprio dovere nel presepe. Un pastore senza una gamba veniva strategicamente piazzato dietro un cespuglio e quello senza un braccio lo si nascondeva dietro un albero. C’era un pastore soprannominato Pasqualino Passaguai, che con il tempo aveva perso l’ottanta per cento delle proprie membra, e precisamente le gambe, le braccia e una buona parte del busto. Ebbene zio Alfonso lo collocava dietro una finestra in modo che facesse capolino solo con la testa.
Poi c’erano tante piccole astuzie alle quali eravamo molto affezionati, tipo l’enteroclisma nascosto dietro le montagne per avere l’acqua del fiumiciattolo che scorreva veramente e le lampadine dietro il fondale per fare le stelle. “I buchi delle stelle - sentenziava zio Alfonso - devono essere piccolissimi perché più sono piccoli e più la luce si rifrange sui bordi e parte in due direzioni; allora sì che sembrano stelle!!!” Il fondale in genere veniva fatto con la carta della zucchero: quella carta di colore blu che si usava tanti anni fa e che ora non si usa più -……..e spero tanto che qualcuno la rimetta in commercio.

È ormai giunto il tempo di fare il presepio... e l'albero.

Questo breve racconto, intitolato "Zio Alfonso" è dell'umorista napoletano Luciano De Crescenzo e l'ho trovato sulla rivista dell'Associazione Italiana Amici del Presepio.

A quale categoria vi iscrivete? Io a entrambe: nella mia casa ci sono sia l'albero che il presepe, per creare quell'atmosfera che sa tanto di Natale!


Presepe a Monte di Rovagnate (Lecco), 2007


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LA FRASE DEL GIORNO
Felice, felice Natale, che possa riscattarci dalle delusioni dei nostri giorni d'infanzia; che possa ricordare al vecchio i piaceri della sua gioventù; che possa trasportare il marinaio e il viaggiatore migliaia di miglia lontano, di ritorno al caminetto della sua casa tranquilla!
CHARLES DICKENS, Il circolo Pickwick, 1836




Luciano De Crescenzo (Napoli, 18 agosto 1928), filosofo, scrittore, regista e attore italiano. È noto per la sua attività di divulgazione in varie discipline tra cui filosofia, letteratura e mitologia greca e romana e soprattutto per la sua produzione come saggista grazie alla quale riescie a spiegare in maniera semplice argomenti ostici di queste discipline.


domenica 7 dicembre 2008

Oh bej Oh bej


Non è più la stessa la "Fiera degli Oh bej Oh bej" a Milano. L'ultima violenza è stata il trasloco, da un paio d'anni, a Largo Cairoli, la piazza antistante il Castello Sforzesco, e all'interno del Parco Sempione - in verità solo il viale adiacente alle mura.

Era molto più raccolta e suggestiva nel suo scenario naturale, attorno alla Basilica di Sant'Ambrogio: nella piazza, in Largo Gemelli, Via Lanzone, Via Necchi e Via Santa Valeria. I lavori che bloccano da anni la piazza e gli scontri con gli autonomi hanno spinto la giunta Moratti al trasferimento.

Ora la "Fiera degli Oh bej Oh bej" con tutti quei gazebo bianchi è un asettico mercato come tanti se ne vedono nelle nostre città e i nostri paesi, solo un po' più grande. Gli antiquari, i rigattieri e i venditori di libri usati sono sempre meno, in compenso trionfano i venditori di "firuni", le classiche castagne cotte e conservate, legate in collane con lo spago. E questi possono ancora chiamarsi tradizionali. Legati al Natale sono i fioristi, con i loro abeti e i rami dorati, con le decorazioni per la casa e anche i mestieranti. Del tutto fuori luogo le bancarelle di pura merceologia, con i dimostratori dell'utensile per lavare i vetri o per tagliare le verdure o del panno magico.

Poi c'è la catena, una sorta di franchising, dei grandi camion di venditori di dolciumi, di panini alla piastra, di torroni. E accanto a loro i piccoli furgoni dei caldarrostai e dei venditori di frittelle calde. Tutti questi odori - il fritto, il fumo della carne arrostita, il tostato delle castagne, l'aroma delle olive ammassate in grandi recipienti - si mescolano nell'aria. Il sapore etnico è dato dai mercanti africani e sudamericani con i loro oggetti in legno, gli incensi, l'abbigliamento nazionale.

Le tradizioni milanesi - la Fiera risale al XVI secolo - vanno scomparendo, mentre altre, di recente origine, prosperano: intendo i mercatini di Natale dell'Alto Adige, nati solo nel 1989 ma già capaci di attirare gente a migliaia con le loro caratteristiche bancarelle. Gli "Oh bej Oh bej" hanno un non so che di stanco, di stantio, e non giova di certo il trasloco, se non per la più facile accessibilità dovuta allo spazio più largo. Il suk dei centri sociali e degli abusivi, che si estendeva nel budello di Via Caminadella, è stato definitivamente estirpato, anche se il primo giorno a Piazzale Cadorna si è verificato qualche contrasto con le forze dell'ordine.

La fiera rimane aperta dal 5 all'8 dicembre, la fermata della metropolitana è Cairoli, sulla Linea 1 rossa. Dal Castello si può raggiungere a piedi in pochi minuti il centro con i suoi ricchi negozi.


Foto: βΩχ


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LA FRASE DEL GIORNO

Rimpianto (s.m): ciò che si sedimenta nella coppa della vita.
AMBROSE BIERCE, Il dizionario del diavolo

sabato 6 dicembre 2008

Quel turco di Babbo Natale


Babbo Natale, per gli anglosassoni Santa Claus, non è come vuole una leggenda metropolitana il parto dei pubblicitari della Coca Cola negli Anni Trenta che portò alle famose immagini di Haddon Sundbloom riprodotte ovunque: non è in effetti altri che San Nicola, di cui oggi ricorre la venerazione.

Per inciso, la Coca Cola non fece altro che appropriarsi a fini promozionali della poesia di un oscuro autore newyorkese, "La notte di Natale", scritta nel 1823: San Nicola vi è raffigurato come un uomo tarchiato dagli occhi scintillanti e dalla barba bianca, con dei vestiti rossi bordati di pelliccia e lucidi stivali neri. La fantasia di un illustratore, Thomas Nast, creò l'immagine iconografica tuttora in auge. L'idea dello scrittore portò invece a spostare la tradizionale venuta di Santa Claus dal 6 dicembre al 25.

Dunque, spazzato via l'equivoco, la slitta con conseguente serie di renne e di casa in Lapponia, a Rovaniemi per la precisione, Babbo Natale è San Nicola, che fu vescovo di Mira, città della Turchia identificata con l'odierna Demre. Il santo era un taumaturgo, ovvero compiva miracolose guarigioni, spesso di bambini. La sua figura si fuse qua e là nell'Europa con miti antichi ed oscuri, come lo "Spazzacamino" tedesco, e adottandone altri in qualità di assistenti, ad esempio i folletti o il truce "Pietro il Nero" olandese o il "Cavalier Rupprecht", un uomo dalla faccia paurosa tinta di nero.

Il San Nicola più tradizionale, quello che si attaglia in maniera più precisa, è il Saint Nicholas svizzero, abbigliato come un vescovo con lunga veste bianca, mantello rosso, cappello a punta e bastone pastorale. Il Père Noël francese è una via di mezzo tra San Nicola e Babbo Natale: alto e magro, ha una veste vescovile rossa, copricapo di pelo e rumorosi zoccoli di legno.

Che sia un ciccione vestito di rosso, un vescovo che si circonda di personaggi inquietanti, una bambina con una corona di luci, una vecchietta che vola a cavallo di una scopa o Gesù Bambino, si può concludere che, se ci sono tanti modi di rappresentare un simbolo, unico e comune a tutto il mondo è il gesto d'affetto, il dono.




Sandi Gore Evans, "Tis the season to be Jolly"




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LA FRASE DEL GIORNO
Qualche bambino affacciato per caso alla finestra si metteva a gridare: «Mamma! Mamma! Guarda! C'è Babbo Natale che arriva!» E lungo il suo itinerario i cuori all'improvviso si sentivano lieti, gli uomini perdonavano agli uomini, gli occhi inesplicabilmente si riempivano di tenero pianto, vecchi esosi usurai sentivano nel petto qualcosa di strano come non avevano mai provato.
DINO BUZZATI, Il panettone non bastò

venerdì 5 dicembre 2008

L'ultimo Valeri



DIEGO VALERI

VOI PINI CHE DANZATE IN TONDO


Voi, pini, che danzate in tondo
così diritti e svelti, la testa nelle nuvole,
voi, bellissimi, siete
la grazia del luogo e dell’ora,
siete la pinetina che consola
il poveruomo dagli occhi sfiniti,
il vecchio, pazzo sempre di luce,
di verde, di nuvole.

(da Poesie inedite «o come», 1977)


L'ultima raccolta di Diego Valeri uscì postuma nel 1977, curata dall'amico poeta Carlo Betocchi per l'editore genovese San Marco dei Giustiniani. Quattordici poesie infilate via via in una busta dall'autore malato con l'intenzione di farne una nuova opera. Vengono pubblicati con il titolo di "Poesie inedite «o come»". Il curatore li commenta così: "Sono versi che, come la gran parte di quelli di Valeri, restano intesi a dar conto della sua domesticità con quanto lo circonda; quel che dell’universo gli è più vicino e lo tocca: e che avviene nel tempo, nel suo che è così misurato, a confronto dell’altro, di quello del vento, che non ha limiti".

Avevamo già visto la propensione di Diego Valeri per la natura, quel suo sereno lavoro di osservazione, il paragonare i sentimenti interiori alle manifestazioni esteriori della realtà. Il poeta ormai novantenne è ancora più saldo nelle sue convinzioni e sembra avvertire maggiormente il senso spirituale che alberga nelle cose, la loro bellezza che si trasforma in una grazia senza tempo e senza confine.




Abraham Efimovic Arkhipov, "tramonto in un paesaggio invernale"



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LA FRASE DEL GIORNO
Dove ti posso io cogliere, o natura infinita?
JOHANN WOLFGANG GOETHE




Diego Valeri (Piove di Sacco, 25 gennaio 1887 – Roma, 27 novembre 1976), poeta, traduttore e accademico italiano, fu ordinario di Letteratura Francese all’Università di Padova per oltre vent’anni, tranne nel periodo 1943-45 quando riparò in Svizzera come rifugiato politico.


giovedì 4 dicembre 2008

Giorgio Soavi


Lunedì scorso è morto a Milano lo scrittore Giorgio Soavi. Era nato a Broni, nell'Oltrepò pavese nel 1923. Collaborò per anni alla terza pagina del Giornale di Indro Montanelli con la sua scrittura di raffinato osservatore della realtà, che venava di ironia, sempre in maniera garbata.

La sua passione principale però erano le arti figurative, soprattutto dell'amico Alberto Giacometti, scultore svizzero. La sua sensibilità lo portò a tracciare con le parole i ritratti di grandi artisti contemporanei: Giorgio De Chirico, Francis Bacon, Balthus, Velly. Un esempio del suo stile è questa descrizione dello studio di Giacometti:

"L'ultima volta che ho dato un'occhiata allo studio di Giacometti a Parigi per poter guardare avevo messo una sull'altra delle cassette di birra trovate per strada e di lassù, guardando in quella stanzetta ormai vuota avevo visto posato su un piccolo tavolino un bouquet di fiori che un'ammiratrice aveva messo là. Erano i fiori, le ossa, i fili, i rammendi, la siepe d'aria, l'imbastitura dei suoi disegni. Non erano fiori qualsiasi, perché si erano immedesimati in lui".

Le poesie si concentrano in tre raccolte: "La moglie che dorme" del 1963, "Poesie per noi due" del 1972 e "Femminile" del 2002. La sua poetica ironica e scanzonata è chiara in questo testo:


NOVITÀ DEL GIORNO D'OGGI

Ho parlato con Dante
il quale mi ha giurato
che Beatrice non è mai esistita.
Ho sentito, al telefono, Petrarca,
il quale, sotto giuramento,
dice che Laura non si è vista mai.
Ma tu ci sei.
Perché mi togli il sonno,
o ti lamenti per il mal di gola.
E quando, piena di raffreddore,
vorresti delle mele,
dici: abore, portami delle bele.
Quindi esisti, perché si ride:
anzi: si scoppia a ridere
coniugando la emme di amore
che diventa abore:
tu sei il nuovo alfabeto italiano,
tu sei la risata intorno ai tuoi dolori,
alla tua febbre, al tuo gran bale.


(da "Femminile", 2002)


La sua opera narrativa più riuscita è "Un banco di nebbia" del 1955, che disegna un bozzetto del Ventennio fascista: "La storia di chi, vivendo in modo incolpevole e felice, può trovarsi da una parte sbagliata o colpevole" come definì egli stesso l'opera. Il fascismo resta però sullo sfondo, è un'atmosfera nella quale cresce il protagonista - e Soavi era un ventenne ai tempi di Salò e racconta la guerra "dall'altra parte". La presa di coscienza si fonde con il bisogno di evadere dalla provincia, che confluirà poi nell'intramontabile sogno americano.

La sua capacità di cogliere l'essenza di una persona, affinata con i "medaglioni" sugli artisti, gli ha consentito di scrivere due importanti biografie: quella di Adriano Olivetti, "Una sorpresa italiana" gli valse nel 2002 il Premio Biella Letteratura e Industria; quella dell'amico Indro Montanelli, "Due complici che si sono divertiti a vivere e a scrivere" è un omaggio che mette in risalto anche la vita privata del grande giornalista. Nella poliedrica opera di Soavi va segnalata anche una curiosa collaborazione, "Lettere d'amore sulla bellezza", romanzo epistolare scritto a quattro mani con Vittorio Gassman.





Giorgio Soavi - Immagine da Il Giornale dell'Arte



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LA FRASE DEL GIORNO
Italiani, così ingenui, immaturi, proprio come popolo. Intendi? Vogliono soprattutto l'ordine e credono di riceverlo dalle categorie che stanno sotto di loro, glielo dovrebbe mandare il Signore attraverso le sue mani, bello e fatto. Hanno capito che per averlo bisogna combattere e allora rinunciano. Preferiscono ogni sorta di compromesso, fosse anche Gesù, ma non sono mai in piena luce, come dovrebbero stare i fanatici.
GIORGIO SOAVI, Com'erano loro




Giorgio Soavi (Broni, 26 novembre 1923 – Milano, 1º dicembre 2008), scrittore, poeta e giornalista italiano. È noto soprattutto come ironico narratore delle debolezze e dei peccati della borghesia (Le spalle coperte, 1951; Un banco di nebbia, 1955; Virus, 1967; Il Conte, 1983; Passioni, 1993).