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mercoledì 7 ottobre 2015

Una lingua che non li contempli

 

KOSTAS MONDIS

DEL “SEMPRE” E DEL “MAI”

È strano che non si sia trovata
in tutto il mondo alcuna lingua
che non li contempli nel suo vocabolario,
che abbia capito che non esistono,
che abbia capito che sono dei raggiri.

(da Poesia, 307 – Settembre 2015 - Traduzione di Filippomaria Pontani)

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L’epigramma è una forma di poesia che ben si attaglia alla cultura greca: con la sua brevità folgorante sa colpire diritto al bersaglio e segnare il punto con arguzia, efficacia e spesso una vena sottilmente tagliente. Il poeta greco-cipriota Kostas Mondis si sofferma sulla vana esistenza delle parole “sempre” e “mai”, illusioni per chi è costretto a vivere in un continuo presente.

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Boetti

ALIGHIERO BOETTI, “NELLA TUA VITA ERRANTE O FRATELLO MIO”

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LA FRASE DEL GIORNO
“Sempre” e “mai” sono due parole che dovresti sempre ricordare di non usare mai.
WENDELL JOHNSON




Kostas Mondis (Famagosta, 18 febbraio 1914 – Nicosia, 1 marzo 2004), poeta, romanziere e drammaturgo cipriota. Nelle sue opere ha utilizzato tutta la ricchezza del patrimonio linguistico, storico e tradizionale dell'ellenismo, tracciando con forza poetica il carattere dei valori radicati della nazione greca.


martedì 6 ottobre 2015

Alla gioia

 

JOSÉ HIERRO

GIOIA

Giunsi attraverso il dolore alla gioia
Da esso ho saputo che l’anima esiste.
Per il dolore, là nel mio regno triste,
albeggiava un sole misterioso.

Era la gioia nel mattino freddo
e il vento folle e caldo che ti investe.
(L’anima che vide le primavere
verdi come d’incanto si spezzò.)

Ora la sento di più. Guardo al cielo
e mi risponde quando le domando
dopo il dolore per la mia ferita.

E mentre la mia mente si rischiara
prego le divinità della vita
per l’uomo che sono stato in tristezza.

(da Alegría, 1947)

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Qualche giorno fa Massimo Gramellini scriveva sulla Stampa a proposito del nuovo film della Pixar Inside Out, che vede protagoniste le emozioni nella testa di una ragazzina: “Ci vuole genio per trasformare le emozioni umane nei personaggi di una storia. E ci vuole coraggio per rivendicare, tra queste emozioni, il ruolo fondamentale della tristezza, raffigurata come una bambina occhialuta, goffa e blu: il colore dello spirito. Per buona parte del film la tristezza si accompagna alla gioia come un intralcio, una ganascia conficcata nelle ruote dell’ottimismo e della felicità. Ma alla fine la sua importanza verrà riconosciuta”. Ha pienamente ragione: la tristezza, il dolore, che questa società demonizza, è una parte fondamentale dei nostri sentimenti, non è semplicemente il contraltare della gioia ma è una passione naturale capace, come scrive nella sua poesia lo scrittore madrileno José Hierro, di renderci vivi, di guidarci sulla strada della gioia.

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Nordic

FOTOGRAFIA © NORDIC PHOTOS

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LA FRASE DEL GIORNO
Tocca la vita le sue palme / e suona i suoi strumenti. / Forse incendia la sua musica / solo per farci dimenticare. / Ma ci sono cose che non muoiono / e altre che mai vissero. / E ce ne sono che riempiono tutto  / il nostro universo.

JOSÉ HIERRO, Alegría




José Hierro del Real (Madrid, 3 aprile 1922 – 21 dicembre 2002), poeta spagnolo della generazione detta “sradicata” influenzato dalla poesia di Gerardo Diego. Incarcerato per quattro anni dopo la guerra civile, divenne araldo della “poesia testimoniale”, passando nel tempo a temi esistenziali.


lunedì 5 ottobre 2015

Mio finché guardo

 

WISŁAWA SZYMBORSKA

ELEGIA DI VIAGGIO

Tutto è mio, niente mi appartiene,
nessuna proprietà per la memoria,
e mio finché guardo.

Dee appena ricordate, già incerte
delle proprie teste.

Della città di Samokov solo la pioggia,
nient’altro che la pioggia.

Parigi dal Louvre fino all’unghia
si vela d’una cateratta.

Del boulevard Saint-Martin restano scalini
e vanno in dissolvenza.

Nient’altro che un ponte e mezzo
della Leningrado dei ponti.

Povera Uppsala,
con un briciolo della grande cattedrale.

Sciagurato ballerino di Sofia,
corpo senza volto.

Ora il suo viso senza occhi,
ora i suoi occhi senza pupille,
ora le pupille di un gatto.

L’aquila del Caucaso volteggia
sulla ricostruzione d’una forra,
l’oro falso del sole
e le pietre finte.

Tutto è mio, niente mi appartiene,
nessuna proprietà per la memoria,
e mio finché guardo.

Innumerevoli, inafferrabili,
ma distinti fino alla fibra,
al granello di sabbia, alla goccia d’acqua
- paesaggi.

Neppure un filo d’erba
conserverò visibile.

Benvenuto e addio
in un solo sguardo.

Per l’eccesso e per la mancanza
un solo movimento del collo.

(Elegia podróżna, da Sale, 1962 – Traduzione di Pietro Marchesani)

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Che cosa riportiamo dai viaggi? Qualche biglietto, brochures di musei, delle fotografie, una cartina un poco logorata, magari anche sporcata di caffè o unta di qualche cibo locale. Ma soprattutto – come nota la poetessa polacca Premio Nobel Wisława Szymborska  – dai viaggi riportiamo solo pochi ricordi, riportiamo effimere visioni che ci restano negli occhi, impressioni che iscriviamo da qualche parte nella corteccia cerebrale mentre tutto il resto scompare nel presente del viaggio, nel quale possedevamo invece quel mondo come nostro.

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Treno

FOTOGRAFIA © WE♥IT

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LA FRASE DEL GIORNO
Come sempre suole accadere in un lungo viaggio, alle prime due o tre stazioni l’immaginazione resta ferma nel luogo da dove sei partito, e poi d’un tratto, col primo mattino incontrato per via, si volge verso la meta del viaggio e ormai costruisce là i castelli dell’avvenire
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LEV TOLSTOJ, I cosacchi




Wisława Szymborska (Kórnik, 2 luglio 1923 – Cracovia, 1º febbraio 2012), poetessa e saggista polacca, insignita del Premio Nobel per la Letteratura nel 1996 “per una poesia che, con ironica precisione, permette al contesto storico e biologico di venire alla luce in frammenti d'umana realtà”.


domenica 4 ottobre 2015

Il ricordo dei tuoi giorni grigi

 

LEONARDO SCIASCIA

AD UN PAESE LASCIATO

Mi è riposo il ricordo dei tuoi giorni grigi,
delle tue vecchie case che strozzano strade,
della piazza grande piena di silenziosi uomini neri.
Tra questi uomini ho appreso grevi leggende
di terra e di zolfo, oscure storie squarciate
dalla tragica luce bianca dell’acetilene.
È l’acetilene della luna nelle notti calme,
nella piazza le chiese ingramagliate d’ombra;
e cupo il passo degli zolfatari, come se le strade
coprissero cavi sepolcri, profondi luoghi di morte.
Nell’alba, il cielo come un freddo timpano d’argento
a lungo vibrante delle prime voci; le case assiderate;
in ogni luogo la pena di una festa disfatta.
E i tramonti tra i salici, il fischio lungo dei treni;
il giorno che appassiva come un rosso geranio
nelle donne affacciate alla prora aerea del viale.
Una nave di malinconia apriva per me vele d’oro,
pietà ed amore trovavano antiche parole.

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Il ricordo del paese natale, Racalmuto, borgo dell’Agrigentino, riaffiora nella memoria di Leonardo Sciascia, che lo abbandonò per vivere prima a Roma, poi a Caltanissetta e infine a Palermo: le strade, la grande piazza dove gli uomini si fermano a chiacchierare, a parlare del duro lavoro nelle miniere di zolfo e di sale, la bellezza del cielo all’alba e al tramonto, per quanto lontane, restano dentro. Sono le radici mai recise di quel povero paese, “il paese del sale, il mio paese / che frana - sale e nebbia – / dall’altipiano a una valle di crete; / così povero che basta un venditore / d’abiti smessi - ridono appesi alle corde / i colori delle vesti femminili – / a far festa, o la tenda bianca / del venditore di torrone”.

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Sciascia

RACALMUTO, MONUMENTO A LEONARDO SCIASCIA – FOTO © SCALIA

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LA FRASE DEL GIORNO
Il tema dell'esilio (l'esilio che generazioni di siciliani, per sfuggire alla povertà dell'isola, hanno sofferto e soffrono) si lega amaro e dolente, ma splendido nella memoria dei luoghi perduti.
LEONARDO SCIASCIA, La corda pazza. Scrittori e cose della Sicilia




Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989), scrittore e poeta italiano.  Spirito libero e anticonformista, lucidissimo e impietoso critico del nostro tempo, all'ansia di conoscere le contraddizioni della sua terra e dell'umanità, unì un senso di giustizia pessimistico e sempre deluso.


sabato 3 ottobre 2015

Nella lingua dei passeri

  

SA’DĪ YŪSUF

TEATRO DI BURATTINI

La ragazza che canterà le sue poesie nella lingua dei passeri
sale i suoi sei gradini
annoda con seta scadente la tenda del palcoscenico
Ride…
Le porgo l’estremità del filo. Mi prende in giro: adori le mie gambe!

Rido…
All’ingresso della tenda, la scatola di legno dove adesso i passeri aspettano
l’istante della loro nascita da un mucchio di becchi assetati,
ali spezzate e rami che saranno dipinti. Nella scatola di legno
una corona di carta dorata.
Il re fellone
aspetta di prendere vita dalle dita del burattinaio.
Il sole cede il passo all’acquazzone
e l’orto ode il palpito nel grido del bambino. Eccoti qua
in piedi come un custode,
le gioie, le canzoni e il calpestio della corona inizieranno a breve.

La ragazza che saliva riposa.
I piccoli verranno allo spettacolo
ma torneranno alla dura realtà
dove i re sono ancora re
e dove la ragazza che imita gli uccelli abita una casa nel nulla…

Londra, 24/09/06

(Da Canto del pescatore e Poesie di New York, Beirut)

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Sa‘dī Yūsuf, poeta iracheno, traduttore di García Lorca, Kavafis e Ritsos, si distingue spesso per l’irrompere della realtà nei versi: anche qui, sebbene l’immagine sia rivestita di una sorta di favolistico rosa o azzurro, adatto appunto ad un teatro di burattini nel parco, il senso del tragico spunta improvviso a ricordare che infine la vita non è sogno.

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Vergara

FOTOGRAFIA © SADY VERGARA

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LA FRASE DEL GIORNO
Siamo tutti costretti, per rendere sopportabile la realtà, a coltivare in noi qualche piccola pazzia
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MARCEL PROUST, All’ombra delle fanciulle in fiore




Sa‘dī Yūsuf (Abu al-Khasib, 1934), poeta, giornalista, editore e attivista politico iracheno.  Influenzato dal verso libero, il suo lavoro prima dell'esilio nel 1970 è fortemente influenzato dalle sue simpatie socialiste e panarabe; in seguito ha preso una svolta più introspettiva e lirica. Ha tradotto in arabo Garcia Lorca,  Ritsos, Whitman e Kavafis.


venerdì 2 ottobre 2015

Carezze cieche

 

ANTONIA POZZI

UN’ALTRA SOSTA

a L.B.

Appoggiami la testa sulla spalla:
ch'io ti carezzi con un gesto lento,
come se la mia mano accompagnasse
una lunga invisibile gugliata.
Non sul tuo capo solo: su ogni fronte
che dolga di tormento e di stanchezza
scendono queste mie carezze cieche,
come foglie ingiallite d'autunno
in una pozza che riflette il cielo.

Milano, 23 aprile 1929

(da Parole, 1939)

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Un sogno di ragazza, quello della diciassettenne Antonia Pozzi: un amoroso gesto più materno che sensuale per l’amica Lucia, cui la poesia è dedicata, una condivisione di tenerezza che nell’abbraccio racchiude - con infinita sensibilità - tutto il mondo.

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Toulouse-Lautrec

HENRI DE TOULOUSE-LAUTREC, “LES AMIES”

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LA FRASE DEL GIORNO
Rinascere – non sai: / come la prima carezza vergine / della luce / sul volto di una terra cieca
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ANTONIA POZZI, Parole




Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un'amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l'influsso della lirica di Rilke.


giovedì 1 ottobre 2015

Poesie per ottobre II

 

Sparge le sue foglie ottobre, le consegna al vento, alle piogge, perché rientrino nel ciclo della vita: come nota il Premio Nobel spagnolo Juan Ramón Jiménez, prepara la natura al lungo riposo invernale, e lo fa con grazia e bellezza, riempiendo i boschi e i giardini di colori, quell’ottobre rosso” sorpreso in un parco milanese tra le moderne madri del dopoguerra dal poeta Luciano Erba.


parco_sempione

.FOTOGRAFIA © ALBERTO CANE BLOG


JUAN RAMÓN JIMÉNEZ

AUTUNNO

Sparge ottobre, col dolce movimento,
del sud, le rosse e le dorate foglie,
e nel cader delle sue chiare spoglie,
porta il pensiero all'infinito attento.

Che amena pace in questo stacco lento
da tutto; o prato bello, che i tuoi fiori
sfogli; oh già fredda, tu, acqua, che irrori
col tuo cristallo abbrividito il vento!

Incantamento d'oro, cella pura,
ove in anima il corpo è tenerezza,
gettato sopra un verde di collina!

In un crollo continuo di bellezza,
la vita si denuda, e si matura
la sua luce di verità divina.

(Otoño, da Sonetti spirituali, 1917 – Traduzione di Oreste Macrì)

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LUCIANO ERBA

VANITAS VARIETATUM

Io talvolta mi chiedo
se la terra è la terra
e se queste tra i viali del parco
sono proprio le madri.
Perché passano una mano guantata
sul dorso di cani fedeli?
perché bambini scozzesi
spiano dietro gli alberi
qualcuno, scolaro o soldato
che ora apre un cartoccio
di torrone o di zucchero filato?
Ottobre è rosso e scende dai monti
di villa in villa
e di castagno in castagno
si stringe ai mantelli
accarezza il tricolore sul bungalow
nel giorno che i bersaglieri
entrano ancora a Trieste.
Tutto è dunque morbido sotto gli alberi
presso le madri e i loro mantelli aranciati
la terra, la terra e ogni pena d’amore
esiste altra pena?
sono di là dai cancelli: così le Furie
e le opere non sono finite.
 
Ma queste non sono le madri
io lo so, sono i cervi in attesa.

 
(da Il male minore, Mondadori, 1960)

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LA FRASE DEL GIORNO
Nella nebbia d’ottobre / tutto il rosso è rosa.
JUAN RAMÓN JIMÉNEZ, Pietra e cielo




JimenezJuan Ramón Jiménez (Palos de Moguer, 24 dicembre 1881 - San Juan, Portorico, 29 maggio 1958), poeta spagnolo premiato con il Nobel nel 1956, fu uno dei principali esponenti della Generazione del ’14 e del Modernismo. La sua ricerca poetica lo portò a privilegiare la poesia nuda ed essenziale, fatta solo di immagine e di parola al di là della musicalità esteriore.


Luciano Erba (Milano, 18 settembre 1922 – 3 agosto 2010), poeta, critico letterario, traduttore del secondo Novecento, appartenente alla Quarta generazione della Linea Lombarda. Insegnò Letteratura Francese e Letterature Comparate  all’Università Cattolica di Milano.