Statistiche web

sabato 14 gennaio 2012

Trincee d’amore


CARMEN YÁÑEZ

TRINCEE

Sì, ho detto di sì
Ho lasciato entrare
il cavallo di Troia.
Con lui il tormento,
il forestiero assetato.
Anonimo lui, apparizione.
La mia mano racchiudeva
gli oracoli,
la voragine.
La mia mano di linee,
millenaria e piccina
aperta a ospitare
l’odio e l’amore.
Sì
ho detto di sì
Ho esposto la mia tenda
sotto il sole.
Le mie orecchie sopportavano
le bombe e le ingiurie.
E la mia mano racchiudeva
una città morta
da non dimenticare.
Da allora,
un cervo attento al pericolo
mi abita.

(Traduzione di Raffaella Marzano)

.

L’amore è un rischio, è l’apertura verso l’altro, la caduta delle proprie difese: per amare abbassiamo i nostri ponti levatoi, lasciamo entrare il nemico dentro le mura nelle quali ci eravamo barricati. Non è un caso che ci siano proverbi che parlino di “guerra d’amore”, dove vince chi fugge, e che il poeta spagnolo Gongora auspichi campi di piume per le “battaglie d’amore”: al rapporto tra amore e guerra ho già dedicato un post. A quel filone appartiene anche questa poesia di Carmen Yáñez, miracolosamente scampata alle torture della polizia politica di Pinochet, esule in Svezia e poi in Spagna, nelle Asturie, dove vive con il marito, il celebre scrittore Luis Sepúlveda. Amore-guerra dunque, in cui noi siamo in trincea e sempre all’erta per non lasciarci travolgere…

.

THE SIEGE OF CASTLE OF LOVE

.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------
LA FRASE DEL GIORNO
Ogni amante è un soldato: anche Cupido ha i suoi accampamenti.
OVIDIO, Amori




Carmen Yáñez (Santiago del Cile, 1952), poetessa cilena. Arrestata dalla polizia  politica nel 1975, scampata alle torture, rimase in clandestinità fino al 1981, quando  si rifugiò in Svezia, dove iniziò a pubblicare le sue poesie. Nel 1997 si  trasferì a Gijón, con il marito Luis Sepúlveda.


venerdì 13 gennaio 2012

Astri di fuoco

 

SIMONE WEIL

GLI ASTRI

Astri di fuoco che abitate la notte e i cieli lontani,
Sfere mute che ruotate ciecamente sempre gelate,
Voi strappate i giorni di ieri al nostro cuore,
Ci gettate nel domani senza il nostro consenso.
Piangiamo e i nostri lamenti a voi sono vani.
Poiché dobbiamo, vi seguiremo, le braccia legate,
Gli occhi rivolti al vostro scintillio puro e amaro.
Al vostro cospetto poco importa ogni tormento.
Noi taciamo, vacilliamo sul nostro cammino.
D’improvviso è nel cuore il loro fuoco divino.

(da Poesie e altri scritti, Crocetti – Traduzione di Adriano Marchetti)

.

Simone Weil è certamente molto più nota come attivista sociale, come filosofo e come mistica cristiana – nata da famiglia ebrea, nel 1937, durante un viaggio in Italia, cadde preda di un’estasi religiosa nella chiesa di Santa Maria degli Angeli ad Assisi. Della sua vita e della sua figura già parlammo in occasione del centenario. Oggi analizziamo invece un lato più remoto e sconosciuto della pensatrice francese, che emerge dai Quaderni: una delle sue rare poesie. Simone Weil, osservando il cielo stellato, esprime l’ineluttabilità del destino umano come un percorso necessario che dobbiamo intraprendere: dette in poesia, ma più o meno sono le stesse parole di L’ombra e la grazia, raccolta dei suoi pensieri pubblicata postuma nel 1948: “Dobbiamo attraversare – e Dio prima di noi, per venire fino a noi, perché egli viene per primo – lo spessore infinito del tempo e dello spazio”.

 

VINCENT VAN GOGH, “NOTTE STELLATA”

.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------
LA FRASE DEL GIORNO
Come un gas, l'anima tende ad occupare la totalità dello spazio che le è accordato.
SIMONE WEIL, L’ombra e la grazia




Simone Adolphine Weil (Parigi, 3 febbraio 1909 – Ashford, Inghilterra, 24 agosto 1943) è stata una filosofa, mistica e scrittrice francese. Di alta statura morale, fu pensatrice profonda e intensa tanto da dar vita nella sua breve esistenza a un originale connubio di esperienze di riflessione filosofica e politica e di azione solidaristica.


giovedì 12 gennaio 2012

Non amore


ELIO PAGLIARANI

SE DOMANI TI ARRIVANO DEI FIORI

Se domani ti arrivano dei fiori
sbagli se pensi a me (io sbaglio se
penso che il tuo pensiero a me si possa
volgere, come il volto tuo serrato
con mani troppo docili a carpire
quando sulle tue labbra m'era dato
baci dalla città) non so che fiori
siano: te li ha mandati per amore
d'amore uno incontrato in trattoria
dove le mie parole spesso s'urtano
con la gente di faccia.
                                    Che figura
t'ho data, quali fiori può accordare
nella scelta all'immagine riflessa
di te?
          Non devi amarmi se ti sbriciolo
su una tovaglia lisa: e non mi ami.

(Da Inventario privato, 1959)

.

Nel meraviglioso periodo a cavallo tra gli Anni Cinquanta e Sessanta il fervore sperimentalistico e la nuova dimensione sociale data dall’industrializzazione dell’Italia e dal boom economico portarono all’apparire di testi poetici e letterari che analizzavano temi poco usati, quali il lavoro, l’economia, la vita di classe. Elio Pagliarani fu uno dei primi a utilizzare un linguaggio nuovo, adatto a questo tipo di discorso: come scrive l’autore stesso nella prefazione al Meridiano Mondadori delle sue poesie, “La premessa era quella della necessità dell’ampliamento del linguaggio poetico, anzi direi più rigorosamente della capacità di tutto il linguaggio, comune e non comune, di svolgere anche la funzione poetica; quindi lotta frontale al pregiudizio della parola poetica”. E La ragazza Carla, il poemetto più celebre di Pagliarani (“Carla Dondi fu Ambrogio di anni / diciassette primo impiego stenodattilo / all'ombra del Duomo…) ne è un esempio calzante. La poesia che propongo è invece molto particolare: ancora in endecasillabi classici – sebbene alcuni spezzati nel tipico stile di Pagliarani – ricalca però appieno la psicologia dei tempi moderni, la nevrosi e l’alienazione che l’automazione e il progresso hanno lasciato in dono a tutti i rapporti personali. Come in uno strano gioco di specchi opposti, non si riesce a capire se sia amore o non-amore, se i fiori siano stati mandati oppure no… A chiarire tutto un’altra poesia di Inventario privato: “È già autunno, altri mesi ho sopportato / senza imparare altro: ti ho perduta / per troppo amore, come per fame l’affamato / che rovescia la ciotola col tremito”.

.

image

FOTOGRAFIA © DESKTOP NEXUS

.

NOTA: Con questo post Il Canto delle Sirene inizia il suo quinto anno: voglio ringraziare tutti coloro che seguono il blog e mi ripagano così ogni giorno dell’impegno che serve per realizzarlo. Grazie, grazie e ancora grazie, amici e amiche!

.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------
LA FRASE DEL GIORNO
Che ci portiamo addosso il nostro peso / lo so, che schermaglia d’amore è adattamento, / guizzo, resistenza necessaria perché baci / la nostra storia i nostri uomo-donna / non solo all’ombra dei parchi / l’imparo ora, forse.
ELIO PAGLIARANI, Inventario privato




Elio Pagliarani (Viserba, 25 maggio 1927), poeta e critico teatrale italiano. Tra i principali esponenti della neoavanguardia, fu uno dei protagonisti del Gruppo '63, all'interno del quale occupò tuttavia una posizione autonoma e personale. La sua poesia nasce dalla cronaca e dalla vita quotidiana.


mercoledì 11 gennaio 2012

Ricordo del paradiso


JORGE CARRERA ANDRADE

CANZONE DELLA MELA

Cielo della sera in miniatura:
giallo, verde, rosso,
con una stella di zucchero
e nuvolette di raso,

mela di seno duro
con nevi morbide al tatto,
fiumi dolci al gusto,
cieli fini per l’olfatto.

Simbolo della conoscenza.
Portatrice di un messaggio superiore:
La legge della gravitazione
o quella del sesso innamorato.

Ricordo del paradiso
è la mela nelle nostre mani.
Un minuscolo cielo: nel suo tornio
un angelo di profumo sta volando.

.

La mela è presente da sempre nella storia dell’umanità: le prime coltivazioni botaniche risalgono addirittura al Neolitico. Non poteva essere che una mela dunque il frutto proibito dell’Eden, quello della conoscenza che costò il paradiso. Fu una mela – secondo la tradizione – a cadere sulla testa di Isaac Newton suggerendogli la legge di gravitazione universale. È la mela poi a simboleggiare – oltre che i Beatles, la Apple e New York – anche il sesso: nella tradizione pagana veniva consegnata alla sposa prima del matrimonio perché la mordesse e simboleggiasse così l’unione consumata. Jorge Carrera Andrade, poeta e diplomatico dell’Ecuador, ricorre a molti di questi segni per raccontare la mela, aggiungendo alla cosmogonia del mito naturalmente le immagini quasi surrealiste della prima parte: la mela diventa così un minuscolo cielo al tramonto o un delicato e profumato seno.

.

.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------
LA FRASE DEL GIORNO
Adamo era semplicemente un essere umano e questo spiega tutto. Non voleva la mela per amore della mela. La voleva soltanto perché era proibita. Lo sbaglio fu di non proibirgli il serpente, perché allora avrebbe mangiato il serpente.
MARK TWAIN, Imprecazioni d’autore




Jorge Carrera Andrade (Quito, 18 settembre 1902 – 9 novembre 1978), poeta, storico e diplomatico ecuadoriano, considerato uno dei più originali poeti dell'America spagnola contemporanea. Le sue poesie presentano elementi di simbolismo e modernismo.


martedì 10 gennaio 2012

Il tramonto in una tazza


EMILY DICKINSON

PORTAMI IL TRAMONTO IN UNA TAZZA

Portami il tramonto in una tazza
conta le anfore del mattino
le gocce di rugiada.
Dimmi fin dove arriva il mattino -
quando dorme colui che tesse
d'azzurro gli spazi.

Scrivimi quante sono le note
nell'estasi del nuovo pettirosso
tra i rami stupefatti - quanti passetti
fa la tartaruga -
Quante coppe di rugiada beve
l'ape viziosa.

E chi gettò i ponti dell'arcobaleno,
chi conduce le docili sfere
con intrecci di tenero azzurro.
Quali dita congiungono le stalattiti,
chi conta le conchiglie della notte
attento che non ne manchi una.

Chi costruì questa casetta bianca
e chiuse così bene le finestre
che non riesco a vedere fuori.
Chi mi farà uscire con quanto mi occorre
in un giorno di festa
per volare via - in pompa magna.

.

Bring me the sunset in a cup -
Reckon the morning's flagons up
And say how many Dew -
Tell me how far the morning leaps -
Tell me what time the weaver sleeps
Who spun the breadths of blue!

Write me how many notes there be
In the new Robin's extasy
Among astonished boughs -
How many trips the Tortoise makes -
How many cups the Bee partakes,
The Debauchee of Dews!

Also, who laid the Rainbow's piers,
Also, who leads the docile spheres
By withes of supple blue?
Whose fingers string the stalactite -
Who counts the wampum of the night
To see that none is due?

Who built this little Alban House
And shut the windows down so close
My spirit cannot see?
Who'll let me out some gala day
With implements to fly away,
Passing Pomposity?

(da Poesie – Traduzione di Bruna Dell’Agnese)

.

È arcinota la sensibilità di Emily Dickinson, poetessa americana che un giorno del 1856 decise di estraniarsi dal mondo e di chiudersi nella sua stanza ad Amherst, nel Massachusetts,  a inseguire, tutta vestita di bianco, le sue fantasie poetiche. Sensibilità che deflagra qui nella lunga serie di domande che vertono sui misteri dell’universo, sui cicli naturali: tenere il tramonto in una mano sarebbe comprendere finalmente il senso arcano dell’essere, cogliere la chiave di lettura di ogni cosa. Non è possibile, naturalmente, e resta solo la poesia come mezzo per uscire da quella stanza e volare liberi nel cielo sconfinato con la grazia del pettirosso e dell’ape.

.

image

LEONID AFREMOV, “GOLD SUNSET”

.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------
LA FRASE DEL GIORNO
Per fare un prato bastano / un trifoglio, un'ape, / un trifoglio, un'ape / e un sogno. / Può bastare il sogno / se le api sono poche.
EMILY DICKINSON, Poesie




Emily Elizabeth Dickinson (Amherst, 10 dicembre 1830 –15 maggio 1886), poetessa statunitense, è considerata tra i migliori lirici del XIX secolo. La sua vita fu priva di eventi esteriori: dopo i trent'anni scelse un volontario isolamento nella casa paterna. La sua poesia spazia dalle piccole cose della vita quotidiana – la natura, le stagioni – ai grandi temi dell’anima innestati sul tema della solitudine.


lunedì 9 gennaio 2012

Nelle tue pupille


RUBÉN DARÍO

RIME, XII

Non c’è l’anima? Sciocchi!
Io l’ho vista: è fatta di luce…
(Si mostra nelle tue pupille
quando mi guardi).

Non esiste il paradiso? Bugia!
Lo volete vedere? È qui.
(Mostra, ragazza gentile,
questo viso senza pari,
e che lo bagni d’oro
il sole di primavera).

Non c’è Dio? Che bestemmia!
Ho contemplato Dio...
(In quel casto e puro
primo bacio d’amore
che delle nostre anime
le nozze consacrò).

Non esiste l’inferno? Sì, esiste…
(Taci, cuore,
che questo, purtroppo, bene
lo sappiamo io e te).

(da Rime, 1887)

.

Con questi versi del poeta nicaraguense Rubén Darío siamo nell’ambito del Modernismo, corrente molto diffusa tra i poeti di lingua spagnola sul finire del XIX secolo: è la traduzione in territori più caldi e sensuali dei parnassiani francesi, la tendenza a una poesia descrittiva dove l’impeto dei sensi giunge a dare vivacità e colore. L’amore viene a risolvere questa specie di confutazione teologica sui generis, dove l’esistenza delle entità religiose soprannaturali viene dimostrata grazie all’amata: così se l’anima è la luce negli occhi di lei, se il paradiso è la contemplazione del suo viso, se Dio è presente nel primissimo bacio, allora l’inferno non può essere altro che l’assenza di tutte queste cose, la solitudine dell’innamorato.

.

image

PIERRE-AUGUSTE RENOIR, “LA NATTE“.

.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------
LA FRASE DEL GIORNO
Senza la donna, la vita è solo prosa.
RUBÉN DARÍO




Félix Rubén García Sarmiento, conosciuto con lo pseudonimo Rubén Darío (Metapa, 18 gennaio 1867 – León, 6 febbraio 1916), poeta modernista, giornalista e diplomatico nicaraguense. Rilevante nell'opera di Darío il suo contributo al rinnovamento della poesia latino-americana, grazie all'introduzione di metriche e motivi provenienti dalla poesia francese del tempo.


domenica 8 gennaio 2012

Un nido di ferro


MANOLIS ANAGNOSTAKIS

OGNI MATTINA

Ogni mattina
cancelliamo i sogni
con cautela costruiamo i discorsi
le nostre vesti sono un nido di ferro
Ogni mattina
salutiamo gli amici di ieri
le notti si dilatano come fisarmoniche
suoni, rimpianti, baci perduti.

(Insignificanti
enumerazioni
nulla, solo parole per gli altri

ma dove finisce la solitudine?)

.

“Il sogno è una seconda vita” scrisse  Gérard de Nerval in Aurelia, uno dei suoi racconti più belli: è vero, visto che la notte, dormendo, inseguiamo i fantasmi e i desideri dettati dal nostro inconscio per ore. Non poteva sfuggire a un poeta come il greco Manolis Anangnostakis, che vedeva il mondo come ostile e la poesia stessa come unico mezzo di esprimersi ma senza averne troppa fiducia, questa caratteristica del sogno: forse la vera vita è quella, il resto sono soltanto passi che compiamo per amplificare la nostra solitudine indossando la nostra maschera quotidiana.

.

PABLO PICASSO, “LE RÊVE”

.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------
LA FRASE DEL GIORNO
La società perdona spesso il criminale ma non perdona mai il sognatore.
OSCAR WILDE, Il critico come artista




Manolis Anagnostakis (Salonicco, 10 marzo 1925 - Atene, 23 giugno 2005), poeta e critico greco in prima linea nei movimenti di poesia esistenzialista sorti durante e dopo la guerra civile greca alla fine degli anni '40. Fu un leader tra i suoi contemporanei e influenzò la generazione di poeti successiva.