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mercoledì 14 settembre 2011

Ciò che nessuno osserva

 

EMILY DICKINSON

LOTTARE A VOCE PIENA

Lottare a voce piena, è coraggioso –
ma so più generoso
chi attacca dentro il petto
la cavalleria del dolore –

chi vince, e le nazioni non vedono –
chi soccombe – e nessuno osserva –
i cui occhi morenti nessun paese
guarda con amore di patria –

Confidiamo che in piumata processione
gli angeli sfilino per loro –
schiera dopo schiera, con i passi a cadenza –
e le uniformi di neve.

(da Centoquattro poesie, Einaudi, 2011 – Traduzione di Silvia Bre)

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Questi sono tempi di sfrenato esibizionismo, di gente che crede che esistere sia apparire in televisione, mettersi a urlare e a litigare nei contenitori di vuoto del pomeriggio. Tutto il contrario della gratuità di questi versi di Emily Dickinson, dove le azioni non sono sminuite dal non essere palesi, dal non essere osservate e analizzate. Avranno altra ricompensa: quella dello spirito, degli angeli vestiti di bianco, non quella umana che lascia il tempo che trova. Del resto, in un’altra lirica, molto più famosa, la poetessa americana scrisse: “Che grande peso essere qualcuno! / Così volgare - come una rana, / che gracida il tuo nome - tutto giugno / ad un pantano in estasi di lei!”

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WILLIAM ADOLPHE BOUGEREAU, “ANGELI CHE SUONANO IL VIOLINO”

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LA FRASE DEL GIORNO
Esultanza è l’andare / di un’anima di terra verso il mare, / oltre le case, oltre i promontori – / dentro l’eternità profonda.
EMILY DICKINSON, Centoquattro poesie




Emily Elizabeth Dickinson (Amherst, 10 dicembre 1830 –15 maggio 1886), poetessa statunitense, è considerata tra i migliori lirici del XIX secolo. La sua vita fu priva di eventi esteriori: dopo i trent'anni scelse un volontario isolamento nella casa paterna. La sua poesia spazia dalle piccole cose della vita quotidiana – la natura, le stagioni – ai grandi temi dell’anima innestati sul tema della solitudine.


martedì 13 settembre 2011

L’incarnazione delle parole

 

ALBERTO BEVILACQUA

È STATO FORSE

È stato forse
un fortuito incontro di strade
quella metà del nostro segreto
che hai lasciato
a me come incombenza:
è dura, adesso,
il doverla accoppiare
- il problema, vedi, sta nella parola,
puoi dirle tutte le parole che sai,
puoi scavarle dentro la tua vita
farti sanguinare le dita,
gridarle col silenzio nella gola:
ma nessuna, credimi, nessuna
aspetta più l'incarnazione,
tantomeno
gli essenziali alfabeti.

(da Legami di sangue, Mondadori, 2003)

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Confesso di non avere letto molto di Alberto Bevilacqua come prosatore, forse solo La califfa, che risale alle sue prime produzioni – è un romanzo del 1964 dal quale l’autore stesso ha tratto un film con una bellissima colonna sonora di Ennio Morricone. Ma mi piace tantissimo l’Alberto Bevilacqua poeta: i suoi versi più datati vivono di una sensualità sanguigna, si lanciano all’inseguimento di un ricordo, si ritrovano in un amore carnale. I suoi versi più recenti, come questi del 2003 e quelli di  Tu che mi ascolti. Poesie alla madre, sono pura poesia, scavano alla ricerca delle radici, risalgono fino all’infanzia ricostruendo e valutando nuovamente la realtà sulla base del vissuto, individuano i collegamenti tra allora e adesso. Come ha rilevato Maurizio Cucchi, “Amore ed erotismo, consapevolezza degli indissolubili legami non solo con la propria terra d'origine, ma anche con le figure parentali, costituiscono altri elementi irrinunciabili della sua poesia, la cui tendenza, evidente anche nella sua più recente raccolta ("Legami di sangue"), parrebbe quella di ricondurre incessantemente al presente suggestioni, vicende, situazioni prelevate da una memoria anche remota”.

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UNA CELEBRE IMMAGINE DAL WEB

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LA FRASE DEL GIORNO
Il tempo sparso nella calca del mondo / non ha che un moto d'avvio sulla moviole: / lo scatto iniziale / del suo buio trasparente di luce.
ALBERTO BEVILACQUA, Legami di sangue




Alberto Bevilacqua (Parma, 27 giugno 1934 - Roma, 9 settembre 2013), scrittore e regista italiano, celebre per i romanzi “La Califfa”, “Questa specie d’amore” e “Il curioso delle donne”, è stato anche sceneggiatore, giornalista e poeta. Sensualità, nostalgia e disillusione sono tra i suoi temi prediletti.


lunedì 12 settembre 2011

Montale e il temporale d’agosto

 

EUGENIO MONTALE

ARSENIO

I turbini sollevano la polvere
sui tetti, a mulinelli, e sugli spiazzi
deserti, ove i cavalli incappucciati
annusano la terra, fermi innanzi
ai vetri luccicanti degli alberghi.
Sul corso, in faccia al mare, tu discendi
in questo giorno
or piovorno ora acceso, in cui par scatti
a sconvolgerne l'ore
uguali, strette in trama, un ritornello
di castagnette.
 
È il segno d'un'altra orbita: tu seguilo.
Discendi all'orizzonte che sovrasta
una tromba di piombo, alta sui gorghi,
più d'essi vagabonda: salso nembo
vorticante, soffiato dal ribelle
elemento alle nubi; fa che il passo
su la ghiaia ti scricchioli e t'inciampi
il viluppo dell'alghe: quell'istante
è forse, molto atteso, che ti scampi
dal finire il tuo viaggio, anello d'una
catena, immoto andare, oh troppo noto
delirio, Arsenio, d'immobilità...
 
Ascolta tra i palmizi il getto tremulo
dei violini, spento quando rotola
il tuono con un fremer di lamiera
percossa; la tempesta è dolce quando
sgorga bianca la stella di Canicola
nel cielo azzurro e lunge par la sera
ch'è prossima: se il fulmine la incide
dirama come un albero prezioso
entro la luce che s'arrosa: e il timpano
degli tzigani è il rombo silenzioso.
 
Discendi in mezzo al buio che precipita
e muta il mezzogiorno in una notte
di globi accesi, dondolanti a riva, -
e fuori, dove un'ombra sola tiene
mare e cielo, dai gozzi sparsi palpita
l'acetilene -
finché goccia trepido
il cielo, fuma il suolo che t'abbevera,
tutto d'accanto ti sciaborda, sbattono
le tende molli, un fruscio immenso rade
la terra, giù s'afflosciano stridendo
le lanterne di carta sulle strade.
 
Così sperso tra i vimini e le stuoie
grondanti, giunco tu che le radici
con sé trascina, viscide, non mai
svelte, tremi di vita e ti protendi
a un vuoto risonante di lamenti
soffocati, la tesa ti ringhiotte
dell'onda antica che ti volge; e ancora
tutto che ti riprende, strada portico
mura specchi ti figge in una sola
ghiacciata moltitudine di morti,
e se un gesto ti sfiora, una parola
ti cade accanto, quello è forse, Arsenio,
nell'ora che si scioglie, il cenno d'una
vita strozzata per te sorta, e il vento
la porta con la cenere degli astri.

(da Ossi di seppia, Carabba, 1928)

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Trent’anni fa, Il 12 settembre 1981, si spegneva a Milano Eugenio Montale, uno dei massimi poeti italiani del Novecento, vincitore del Premio Nobel per la Letteratura nel 1975. E lo ricordiamo con questa sua poesia-autoritratto, che incorona Arsenio, l’alter ego del poeta: una magnifica descrizione di un temporale d’agosto (e si preannuncia già la Bufera, successiva raccolta) che è una tempesta dell’anima, uno sconvolgimento anche interiore. Ma passa il temporale e Arsenio-Montale non è in grado di coglierlo, non riesce a raggiungere la liberazione, immobile mentre tutto attorno sciaborda e il vento furioso scuote le tende. Rimane a terra con il suo male di vivere, con quella che diverrà per i critici la famosa “teologia negativa montaliana”: nessuna salvezza è possibile per la sua “vita strozzata”.

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ILLUSTRAZIONA DA PINTEREST

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LA FRASE DEL GIORNO
E senti allora, se pure ti ripetono che puoi, fermarti a mezza via o in alto mare, che non c'è sosta per noi, ma strada, ancora strada, e che il cammino è sempre da ricominciare.
EUGENIO MONTALE, Poesie disperse, A galla




Eugenio Montale (Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981), poeta e scrittore italiano, Gli fu conferito il Premio Nobel per la Letteratura nel 1975 “per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni”, ovvero la “teologia negativa” in cui il "male di vivere"  si esprime attraverso la corrosione dell'Io lirico tradizionale e del suo linguaggio.

domenica 11 settembre 2011

Dieci anni


WISŁAWA SZYMBORSKA

FOTOGRAFIA DELL’11 SETTEMBRE

Saltarono dai piani in fiamme, giù
… uno, due, altri ancora
più in alto, più in basso.

Una fotografia li ha colti mentre erano vivi
e ora li preserva
sopra il suolo, diretti verso il suolo.

Ognuno di loro ancora intero
con il proprio volto
e il sangue ben nascosto.

C’è ancora tempo,
perché i loro capelli siano scompigliati,
e perché chiavi e spiccioli
cadano dalle loro tasche.

Essi si trovano ancora nel reame dell’aria,
entro i luoghi
che hanno appena aperto.

Ci sono soltanto due cose che posso fare per loro
… descrivere questo volo
e non aggiungere una parola finale.

(da Attimo, 2002)

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Dieci anni. Sembra ieri, ma dieci anni sono passati dal “giorno nero dell’umanità”, e se consideriamo i cambiamenti avvenuti, possiamo renderci conto di quanto tempo sia passato dal crollo delle Torri Gemelle centrate dagli aerei di linea guidati da terroristi kamikaze. L’11 settembre del 2001 c’erano ancora Saddam Hussein in Iraq e il regime dei talebani in Afghanistan, protagonisti della sanguinosa “guerra al terrore” che ancora si trascina in territorio afghano; c’era Bin Laden, la mente del piano terroristico, da pochi mesi catturato e ucciso. C’erano capi di stato che sono stati spazzati via dalle rivolte nei paesi arabi. C’era un altro papa, Giovanni Paolo II – e sua è quella frase sul “giorno nero dell’umanità”. C’era un altro presidente americano, il contestato George W. Bush, mentre adesso c’è Obama che più che al terrorismo deve pensare alla devastante crisi economica. Eppure, ogni volta che pensiamo a quell’attacco all’America, riviviamo la stessa emozione, ripensiamo a quelle immagini: gli aerei, la palla di fuoco nelle Torri, la gente coperta di polvere, le persone che si gettavano dalle torri in fiamme scegliendo di non finire divorate dal fuoco ma sfracellandosi al suolo. Quel giorno eravamo tutti pietrificati davanti a quella scena: la CNN ritrasmessa dalle televisioni di tutto il mondo, la mandava di continuo. E l’ha vista e ne è rimasta colpita anche la poetessa polacca Wisława Szymborska, Premio Nobel 1996: questa è la poesia che tributò in occasione del primo anniversario dell’11 settembre.

Sono passati dieci anni ed è accaduto esattamente ciò che pensavamo quel pomeriggio dolcemente caldo di settembre: il mondo non è più lo stesso.

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LA FRASE DEL GIORNO
Il crollo delle torri del World Trade Center e l'incendio al Pentagono sono quel tipo di avvenimenti che ciascuno pensa destinati a mutare il corso della storia, senza peraltro sapere in quale direzione. Momento raro, intenso, veglia d'armi, attesa.
MARC AUGÉ




Wisława Szymborska (Kórnik, 2 luglio 1923), poetessa e saggista polacca, insignita del Premio Nobel per la Letteratura nel 1996 “per una poesia che, con ironica precisione, permette al contesto storico e biologico di venire alla luce in frammenti d'umana realtà”.


sabato 10 settembre 2011

L’amore a mano aperta

 

EDNA ST. VINCENT MILLAY

IO NON TI DO AMORE COME FANNO

Io non ti do il mio amore come fanno
le altre ragazze, in uno scrigno freddo
d’argento e perle, né ricco di gemme
rosse e turchesi, chiuso, senza chiave;

né in un nodo, e nemmeno in un anello
lavorato alla moda, con la scritta
‘semper fidelis’, dove si nasconde
un’insidia che ottenebra il cervello.

L’Amore a mano aperta, questo solo,
senza diademi, chiaro, inoffensivo:
come se ti portassi in un cappello

primule smosse, o mele nella gonna,
e ti chiamassi al modo dei bambini:
- Guarda che cos’ho qui! – Tutto per te -

(da L’amore non è cieco, Crocetti, 1991 – Traduzione di Silvio Raffo)

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“Edna St. Vincent Millay ha scritto alcuni dei più bei sonetti del secolo” ha rilevato Richard Wilbur nella prefazione delle opere scelte della poetessa americana, prima donna a vincere il Premio Pulitzer nel 1922. È vero: sonetti d’amore come questo, che tra l’altro non si sa se riferito a un uomo o una donna, essendo lei apertamente bisessuale. Una poesia romantica e femminile quella di Edna St. Vincent Millay (1892-1950), apparsa nella meravigliosa età del jazz di Fitzgerald ed Hemingway, ma a lungo ignorata dopo la sua scomparsa a vantaggio del modernismo di Eliot, Auden e Pound. Una poesia capace di emozionare con quella sua schietta eleganza, ma anche di ragionare fuori dagli schemi. Scrive infatti Silvio Raffo nella prefazione alla raccolta che contiene questo sonetto: “Edna è una donna d'intelligenza troppo autonoma, spiritosa ed acuta per adattarsi a qualsivoglia rassicurante modello (culturale, poetico); e femminile di quella femminilità, nemmeno poi così rara che usa la ragione ancor più fruttuosamente di quanto non ascolti il cuore. Il suo segno peculiare resta sì l'anticonformismo, ma si tratta di un anticonformismo dell'intelligenza che non celebra mai nessun mito e rivendica come unico diritto quello di non lasciarsi imbrigliare da alcun luogo comune, tanto meno dall'illusione”.

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EDNA ST. VINCENT MILLAY AL VASSAR COLLEGE © ARNOLD GENTHE

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LA FRASE DEL GIORNO
Questo ho sempre saputo: Amore altro non è /  un vasto fiore assalito dal vento, / una grande marea che batte un lido incerto / freschi relitti seminando raccolti alle tempeste.
EDNA ST. VINCENT MILLAY




Edna St. Vincent Millay (Rockland, 22 febbraio 1892 – Austerlitz, 19 ottobre 1950), poetessa e attivista femminista statunitense. Fu insignita del Premio Pulitzer per la Poesia nel 1923. Il poeta Richard Wilbur scrisse di lei che “ha scritto alcuni dei più bei sonetti del secolo”.


venerdì 9 settembre 2011

Le promesse del nascere


GIUSEPPE UNGARETTI

ULTIMI CORI PER LA TERRA PROMESSA, 3

Quando un giorno ti lascia,
Pensi all’altro che spunta.

È sempre pieno di promesse il nascere
Sebbene sia straziante
E l’esperienza d’ogni giorno insegni
Che nel legarsi, sciogliersi o durare
Non sono i giorni se non vago fumo.

(da Il taccuino del vecchio, Mondadori, 1960)

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Ecco la vita: un giorno, una sera, una notte, un altro giorno, un’altra sera, un’altra notte… E in mezzo le nostre speranze, le nostre illusioni, i nostri tormenti, le gioie e le delusioni. Il terzo degli Ultimi cori per la Terra Promessa, come raccontò lo stesso Giuseppe Ungaretti, fu ispirato da un viaggio in Egitto con l’amico poeta Leonardo Sinisgalli, e precisamente suggerito dal paesaggio desertico della necropoli di Saqqarah. E fu ancora Ungaretti a dettarne la chiave di lettura: “Sono tutti motivi che per l’autore stesso non dovrebbero più contare come suoi nell’opera, se ad essa egli è riuscito a dare vita di poesia”. Come poi disse in un’intervista, la poesia della vecchiaia, per l’esperienza raggiunta, se si riesce a trovare la parola necessaria, è “la poesia più alta da lasciare”. Così la luce di quel deserto egiziano rinnova l’antica riflessione già presente nell’Allegria e nel Sentimento del tempo, ma adesso c’è una rassegnazione leopardiana a corromperla, c’è la vita vissuta con tutti i suoi dolori e le sue perdite. E “non sono i giorni se non vago fumo”.

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FOTOGRAFIA © FREE EXTRAS
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LA FRASE DEL GIORNO
E tu certo comprendi / il perché delle cose, e vedi il frutto / del mattin, della sera, / del tacito, infinito andar del tempo.
GIACOMO LEOPARDI, Canti




Giuseppe Ungaretti (Alessandria d'Egitto, 8 febbraio 1888 – Milano, 1º giugno 1970) è uno dei tre grandi poeti dell’Ermetismo italiano. Trasferitosi a Parigi nel 1912, prese parte alla Prima guerra mondiale nelle trincee del Carso e poi in Champagne. Dal 1935 al 1942 insegnò in Brasile e dal 1947 al 1965 fu professore di letteratura moderna alla Sapienza.


giovedì 8 settembre 2011

Quando ti colga la pioggia


ANTONIA POZZI

BARCHE

Come una barca
da carico, a sera,
quando il maltempo viene sul lago –
se non è nel suo porto
toglie l'áncora
e si accinge a tornare –

e a lungo costeggiando va,
mentre un uomo, da bordo, contro il fondo
la sua pertica spinge e dalla riva
un vecchio, incappucciato – perché già
piove –
accompagna la gomena
fin ch'è doppiata
laggiù
la punta –
ed oramai la barca
più
non si vede –

così tu sai –
non è vero –
quale è il tuo villaggio, la tua casa,
quando ti colga la pioggia
in un porto straniero –
e la notte.

25 settembre 1933

(da Parole, 1939)

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Basta una similitudine a fare una poesia. Così alla base di questi versi di Antonia Pozzi i marinai di lago che si accingono a rientrare prima che si scateni il temporale e che le onde si gonfino mettendo a rischio la stabilità della barca, il carico e la loro stessa vita, rappresentano l’uomo in difficoltà nelle bufere dell’esistere. Ognuno di noi sa che può, in tali frangenti, contare su qualcuno, ha un porto sicuro dove rifugiarsi, e Antonia conferma all’amato di essere lei quel riparo.

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LAZISE, IL PORTO © DANIELE RIVA

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LA FRASE DEL GIORNO
Com'è dolce guardare il mare da terra!
ARCHIPPO




Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), poetessa italiana. Laureatasi in Filologia con una tesi su Flaubert, si tolse la vita dopo una contrastata storia d’amore. Il suo diario poetico Parole fu pubblicato postumo, nel 1939: composto a partire dai diciassette anni, riflette un'amara e inquieta sensibilità in cui si avverte l'influsso della lirica di Rilke.