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venerdì 14 maggio 2010

Pasolini e i sonetti “anarchici”

PIER PAOLO PASOLINI

COME SE FOSSI APPENA GIUNTO A ROMA

Come se fossi appena giunto a Roma,
e trovassi una immensa città sotto la pioggia,
con quartieri sconosciuti e inconoscibili,
di cui si sanno leggende – o di cui parla

uno dei mille treni o tram che passano lontani,
<appena percettibili>, la cui parabola
si perde su soglie quasi ultraterrene,
non so immaginare in quali strade,

in quali case, con che gente possa
stare uno come te; da dove parta
e dove giunga la tua macchina nel fango;

il forestiero è separato dal tuo mondo
da un inverno piovoso, troppo tiepido per lui,
e si guarda intorno come se atterrito rinascesse.

(da L’hobby del sonetto)

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Come poeta Pasolini era uno sperimentatore: cercava nuove strade attraverso la forma e la lingua per dare nuova vita alla poesia, per esprimere in maniera nuova il già detto. Se linguisticamente si affidò al dialetto di “Poesie a Casarsa” (1942) e “La meglio gioventù” (1954), qui troviamo una innovazione stilistica, il sonetto elaborato, non nella sua stesura classica che prevede le due quartine e le due terzine rimate, ma in una forma sostanzialmente libera, anarchica, dove le rime non sono più necessarie e dove neanche l’endecasillabo è più essenziale. Già nelle “Ceneri di Gramsci” del resto aveva giocato con la terzina impura.

Ne escono sonetti “sui generis” dedicati a Ninetto Davoli (questo è quello indicato con il numero 96) nei quali Pasolini riversa il suo dolore, la sua ansia interiore, lo struggimento esistenziale.
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Fotografia © Daniele Riva

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LA FRASE DEL GIORNO
Sopravviviamo: ed è la confusione / di una vita rinata fuori dalla ragione.

PIER PAOLO PASOLINI, Poesia in forma di rosa




Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 – Roma, 2 novembre 1975), poeta, sceneggiatore, attore, regista, scrittore e drammaturgo italiano. Culturalmente versatile, si distinse in numerosi campi, lasciando contributi anche come pittore, romanziere, linguista, traduttore e saggista.


giovedì 13 maggio 2010

Dopo la festa


CORRADO GOVONI

LA TROMBETTINA

Ecco che cosa resta
di tutta la magia della fiera:
quella trombettina,
di latta azzurra e verde,
che suona una bambina
camminando, scalza, per i campi.
Ma, in quella nota sforzata,
ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi,
c'è la banda d'oro rumoroso,
la giostra coi cavalli, l'organo, i lumini.
Come nel sgocciolare della gronda,
c'è tutto lo spavento della bufera,
la bellezza dei lampi e dell'arcobaleno;
nell'umido cerino d'una lucciola
che si sfa su una foglia di brughiera,
tutta la meraviglia della primavera.

(da Quaderno dei sogni e delle stelle, 1924)

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“Ho sempre amato le cose tristi, la musica girovaga, i canti d’amore cantati dai vecchi nelle osterie, le preghiere delle suore, i mendichi pittorescamente stracciati e malati, gli autunni malinconici pieni di addii…” scriveva Corrado Govoni a un amico nel 1904. Una predisposizione dunque innata alla malinconia crepuscolare, che resterà sotto traccia anche quando si cimenterà con i temi del Futurismo. La tristezza che segue la festa, il circo, la banda di questa poesia sono dunque consoni alle sue corde, e Govoni ne approfitta per cimentarsi sul tema con la sua predilezione per le analogie, per gli inventari di oggetti, per le immagini evocate.

Questa prolissità è anche il suo limite: l’abbandono gioioso all’immagine è privo della capacità di scegliere, di sottacere, che sarà cara agli Ermetici, cui Govoni apre la strada.

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Raoul Dufy, “I passanti”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ecco è fuggito | il dì festivo, ed al festivo il giorno | volgar succede, e se ne porta il tempo | ogni umano accidente.
GIACOMO LEOPARDI, Canti




Corrado Govoni (Tàmara, 29 ottobre 1884 – Lido dei Pini, 20 ottobre 1965), poeta e scrittore italiano. Dopo una prima esperienza crepuscolare aderì al futurismo, staccandosene in seguito per proseguire su una strada più personale, capace di coniugare toni crepuscolari, liberty e simbolisti.


mercoledì 12 maggio 2010

Borges e i ricordi impossibili


JORGE LUIS BORGES

ELEGIA DEL RICORDO IMPOSSIBILE

Che cosa non darei per la memoria
di una strada sterrata fra muri bassi
e di un alto cavaliere che riempie l'alba
(lungo e sdrucito il poncho)
in uno dei giorni della pianura,
un giorno senza data.
Che cosa non darei per la memoria
di mia madre che contempla il mattino
nella tenuta di Santa Irene,
ignara che il suo nome sarebbe stato Borges.
Che cosa non darei per la memoria
d'essermi battuto a Cepeda
e di aver visto Estanislao del Campo
salutare la prima pallottola
con l'esultanza del coraggio.
Che cosa non darei per la memoria
di un portone di villa segreta
che mio padre spingeva ogni sera
prima di perdersi nel sonno
e spinse per l'ultima volta
il 14 febbraio del '38.
Che cosa non darei per la memoria
delle barche di Hengist,
mentre perdono il mare dalle sabbie danesi
per debellare un'isola
che ancora non era l'Inghilterra.
Che cosa non darei per la memoria
(l'ho avuta e l'ho perduta)
di una tela d'oro di Turner,
vasta come la musica.
Che cosa non darei per la memoria
di aver udito Socrate
quando la sera della cicuta
serenamente analizzò il problema
dell'immortalità,
alternando i miti e le ragioni
mentre la morte azzurra lo invadeva
dai piedi fatti gelidi.
Che cosa non darei per la memoria
di te che avessi detto che mi amavi
e di non aver dormito fino all'alba,
straziato e felice.

(da La moneta di ferro, 1976)

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Borges fu poeta negli anni della gioventù e in quelli della vecchiaia, come un serpente che si morde la coda. “Elegia del ricordo impossibile” è naturalmente degli anni più maturi, quando il poeta registra le emozioni della memoria e tenta un bilancio della propria vita. In questi bellissimi versi ripercorre la strada dei ricordi perduti per sempre ma ancora inscritti in maniera residuale nell’anima o nel cervello, un po’ come il virus della varicella che rimane per anni nel midollo spinale e all’improvviso si sveglia generando il famigerato “fuoco di Sant’Antonio”. Sono ricordi di famiglia, come quello della madre ragazza o del padre nell’ultima sera della sua vita. Sono ricordi di antenati coraggiosi come il bisnonno Colonnello Suarez e il nonno Francisco Borges. Sono ricordi di eventi a cui non si è neppure assistito, remoti addirittura come la partenza delle navi danesi nelle saghe nordiche, come la sera in cui Socrate, condannato a morte, si sedette a bere la cicuta. Sono ancora ricordi di altre persone, sono i desideri che non si sono appagati, sono le felicità che abbiamo soltanto immaginato, sono i sogni che abbiamo creduto veri.

Perché Borges, come il Gozzano che non amava che le rose non còlte, ha nostalgia delle strade non prese, della vita che poteva essere e non è stata, del non vissuto: “Dove sarà la vita che non vissi / e che poteva essere mia?”

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René Magritte, “Le blanc seing”

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LA FRASE DEL GIORNO
Dio o Chissà o Nessuno, non l’oblio / io chiedo ma la sua perenne immagine.
JORGE LUIS BORGES, La moneta di ferro




Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo (Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986), scrittore, poeta, saggista, traduttore e accademico argentino. Creatore di un genere oggi designato “borgesiano”, a definire una concezione della vita come storia, come finzione, come opera contraffatta spacciata per veritiera, come fantasia o come reinvenzione della realtà.


martedì 11 maggio 2010

Ayrton


MARIO BENEDETTI

REQUIEM PER AYRTON SENNA

Ieri sera, quando ho saputo che Ayrton Senna
si era immolato sul circuito di Imola
mi ha invaso una compassione polverosa,
una tristezza residua

Non ho mai provato ammirazione per la Formula Uno
ma questo paulista temerario ed euforico
che sfidava la morte su bolidi di fuoco
dilapidava un coraggio così terzomondista
che non si poteva che sostenerlo quando per esempio
sottometteva il primo mondo di Alain Prost

Biografia di orizzonti curvilinei
costellata di trionfi in extremis
trascorreva laggiù
caldo di minacce
meteorite terrestre e bruciacchiato
incredulo e credente
spietato e pietoso
artigiano del proprio martirio

intempestivo e drastico
veloce come un singhiozzo
usciva dalla pista e dalla primavera
i sogni si accodavano senza avanguardia
e nessuno potrà più issarli a trecento all’ora
e mentre i professionisti della sensazione ci stordiscono
omaggio e pena ci fanno silenziosi.

(da “Inventario tres”)

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Sono trascorsi sedici anni da quando Ayrton Senna usciva di pista dopo pochi giri nel Gran Premio di San Marino di Formula 1 e il piantone dello sterzo della sua Williams gli devastava il petto. Era il 1° maggio del 1994, una domenica in cui tutto il mondo rimase con il fiato sospeso in attesa di notizie dall’ospedale dove il pilota brasiliano era stato ricoverato. Troppo forte era stato lo choc per chi era davanti ai televisori: il giorno prima, durante le prove di qualificazione, sullo stesso circuito era morto l’austriaco Ratzenberger ma il circus non si era voluto fermare. Lo stesso Senna, prima della gara, aveva deposto un mazzo di fiori nel punto in cui era morto il pilota.

Si era capito subito che il simpatico Ayrton, allegro e triste al contempo come tutti i brasiliani, non ce l’avrebbe fatta. La notizia fatale arrivò in serata, una sera di primavera con le foglie nuove e rigogliose e i fiori ad abbellire i giardini. Sembrava troppo forte e ingiusto quel contrasto: un uomo di 34 anni, bello, ricco e famoso, se ne andava così.

Anche il poeta uruguayano Mario Benedetti fu molto colpito e dedicò a Senna questa poesia, nella quale rivendica anche l’orgoglio terzomondista, la capacità di Ayrton di battagliare con i grandi piloti europei e di sottometterli: celebri furono i prolungati duelli con il francese Alain Prost. Ma tutto passa in secondo piano dietro la scomparsa di un uomo. Restano solo la pena e la tristezza, il dolore e la memoria. Il processo ai vertici della Williams è finito in un nulla di fatto, come spesso capita in Italia, Ayrton invece brilla nel cielo dei miti.

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LA FRASE DEL GIORNO
Ognuno lascia la vita come se l’avesse cominciata allora.
EPICURO, Esortazioni




Mario Orlando Hamlet Hardy Brenno Benedetti-Farugia, noto come Mario Benedetti (Paso de los Toros, 14 settembre 1920 – Montevideo, 17 maggio 2009), poeta, saggista, scrittore e drammaturgo uruguaiano. Figlio di immigrati italiani, fece parte della Generazione del’45. Nel 1973 fu costretto all’esilio dal golpe militare. Rientrò nel 1983.


lunedì 10 maggio 2010

Bergamo 2010, lunga emozione

C’è voluta più di un’ora per compiere il lungo percorso della sfilata per le vie di Bergamo in occasione della 83a Adunata Nazionale degli Alpini di ieri. Con senso dell’ospitalità, il cielo orobico ha consentito a chi veniva da lontano di sfilare sotto il sole, inondando solo emiliani e lombardi con una pioggia dapprima fine, poi più sostenuta.

I quattro chilometri della sfilata sono stati per me un’ora vissuta come un incessante brivido, una pelle d’oca continua e indescrivibile, una lunga emozione che conserverò tra i miei ricordi più belli. Sfilare tra due ali di folla che inneggia e canta insieme a te nonostante la pioggia è un evento davvero impagabile.

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Preceduti dalla fanfara di Esino Lario marciavamo cantando “Aprite le porte”, “La bandiera dei tre colori”, “Valore alpino” e tutta la città cantava al nostro passaggio. “E la bandie-e-ra dei tre colo-o-ri / è sempre stata la più bella, / noi vogliamo sempre quella, / noi vogliam la libertà, / la libertà, la libertà”, la voce mi si incrinava nel canto, le gocce sulla mia faccia non si poteva capire se fossero pioggia o lacrime. “Ecco l’Italia che vogliamo” titola oggi l’editoriale dell’Eco di Bergamo: è quello che ho pensato sfilando, guardando i volti delle persone assiepate dietro le transenne, incuranti del maltempo, che si sgolavano a incitare e si spellavano le mani per applaudire, le ragazze e i ragazzi che sono rimasti per ore a seguire la sfilata, gli immigrati che si mescolavano ai bergamaschi, ai lombardi, ai piemontesi, ai friulani. È quello che mi sono detto ogni volta che alzavo una mano per salutare chi era affacciato alle finestre, a chi sventolava il tricolore dai balconi, a chi urlava “Viva gli Alpini!” e se era una signora, si rispondeva di rimando “Viva le mamme!”. Un’Italia che sa quali sono i valori da applicare ma che troppo spesso lo dimentica. Non è un caso che gli unici fischi siano venuti quando due politici hanno solo tentato di indossare il cappello alpino non avendone il diritto: il ministro della difesa Ignazio La Russa, arrivato con l’accoglienza delle Frecce Tricolori e partito un’ora dopo per Beirut, e Antonio Di Pietro; “Nooo! Nooo!” si è levato dalle schiere che passavano salutando il Labaro. Mancava l’alpino DOC Franco Marini, bloccato dalla nube islandese, ma per tutte le 12 ore e mezza del corteo è rimasto al suo posto il Carabiniere Giovanardi. A sfilare siamo stati in 100.000 ma in città, tra amici, mogli, fidanzate e simpatizzanti sono affluiti in 500.000.

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Al termine di Via Angelo Maj, dove la sfilata entrava nel suo clou imboccando il lungo Viale Papa Giovanni XXIII, Bergamo mostrava i suoi impareggiabili effetti speciali: sullo sfondo Città Alta con le Mura venete pavesate di tricolori e Porta San Giacomo illuminata di bianco, rosso e verde, più indietro le colonne di Porta Nuova rivestite con i colori della bandiera, ma soprattutto la gente ammassata sulle tribune con impermeabili, giacche antipioggia e ombrelli. È lì che l’emozione ha raggiunto il suo picco: era ormai scesa la sera. E la pioggia, la maledetta pioggia che da tre ore ci inzuppava, ha aggiunto un tocco di magia con i riflessi delle luci sull’asfalto, e un pizzico di eroismo per quanti hanno sfidato gli elementi per rendere omaggio a ciò che il Corpo rappresenta: la memoria storica, la solidarietà, il volontariato. “E gli Alpini dissero: donare vuol dire amare” recitava uno striscione. La gente sugli spalti lo sapeva, e lo sapevano quelli sulle tribune, i politici regionali che molto devono alle penne nere soprattutto in fatto di protezione civile. Faceva un certo effetto vederli ritmare con le mani il nostro passo, le nostre canzoni, con un’allegria che vorremmo vedere più spesso sulle loro facce. Così come l’emozione: è accaduto quando un reduce della guerra d’Abissinia, un novantasettenne di Asiago, ha voluto alzarsi dalla sua carrozzina per compiere a piedi una decina di metri della sfilata davanti al Labaro nazionale decorato da centinaia di medaglie d’oro: per onorare il loro sacrificio, avrà pensato, questo che io compio è solo un piccolo sacrificio, ma non posso fare a meno di compierlo.

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A noi di Lecco, cui è toccato sfilare per ultimi tra le sezioni italiane, un privilegio raro: precedere la sezione ospitante. Dietro di noi si accendeva il boato della folla – quasi un urlo da stadio – all’arrivo dei Gruppi di Bergamo: “Bèrghem! Bèrghem!” si levava dalle transenne, “Bèrghem! Bèrghem!” rispondeva la massa che sfilava in ordinate file da nove, ed erano più di 10.000 gli alpini orobici. Dopo l’ammainabandiera, conclusa la festa e passata la “stecca” a Torino, che ci ospiterà il 6, 7 e 8 maggio 2011 nell’ambito dei festeggiamenti per il Cinquecentenario dell’Unità, è stato il momento di riprendere il treno con un po’ di magone e tornare a casa. E lì sono venute le dolenti note, dalle Ferrovie: treni strapieni e inadeguati, orari assolutamente folli, mancanza di informazioni e maleducazione. La Polizia Ferroviaria ci ha “consigliato” di girare per la stazione e per i sottopassaggi fino all’arrivo del treno, due ore dopo! Non dovevamo intasare l’atrio. Abbiamo telefonato a famigliari e amici per farci venire a prendere in auto. Aspettandoli, commentavamo: certo, se a far funzionare gli apparati statali ci fossero gli Alpini, tutto questo macello non sarebbe accaduto…

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LA FRASE DEL GIORNO
Berghem de sass.
MOTTO DEL GRUPPO ARTIGLIERIA DA MONTAGNA “BERGAMO”

domenica 9 maggio 2010

La mamma è come il mare

 

JUAN RAMÓN JIMÉNEZ

MADRE

Giunto, ti dico, madre,
che tu sei come il mare; che sebbene le onde
dei tuoi anni si alternino e ti mutino.
il tuo luogo è il medesimo
al passo del mio cuore.

Non occorre misura
né calcolo per conoscere il cielo
della tua anima;
il colore, ora eterna,
la luce del tuo occaso,
ti rivelano, oh madre, tra le onde,
eterna e nota nel loro mutare.

(da Diario di poeta e di mare, 1918)

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Dedico questa poesia di Juan Ramon Jiménez a tutte le mamme, perché conosco quanto amore riversano: “Una mamma è questo mistero: / tutto comprende tutto perdona, / tutto soffre, tutto dona” recitano i versi di una poesia di Francesco Pastonchi. Ed è vero: una mamma è come il mare, sconfinato è il suo amore, per quanti dispiaceri i figli possano darle. E in un sereno tramonto ci accoglierà sempre con il suo abbraccio.

Naturalmente la dedico anche alla mia, insieme alla pianta di gardenie che le ho regalato. Auguri, mamma!

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Gustav Klimt, “Le tre età della donna”, particolare

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LA FRASE DEL GIORNO
Una mamma è come un albero grande / che tutti i suoi frutti ti dà: / per quanti gliene domandi / sempre uno ne troverà. 
FRANCESCO PASTONCHI, Che cos’è una mamma




JimenezJuan Ramón Jiménez (Palos de Moguer, 24 dicembre 1881 - San Juan, Portorico, 29 maggio 1958), poeta spagnolo premiato con il Nobel nel 1956, fu uno dei principali esponenti della Generazione del ’14 e del Modernismo. La sua ricerca poetica lo portò a privilegiare la poesia nuda ed essenziale, fatta solo di immagine e di parola al di là della musicalità esteriore.


sabato 8 maggio 2010

Alpini a Bergamo

È in corso a Bergamo l’83a Adunata Nazionale degli Alpini, che farà probabilmente segnare un inarrivabile record di presenze: in città per domani, giornata che culminerà con la lunghissima sfilata per le vie del centro, sono attese almeno cinquecentomila persone. Tutti i palazzi, tutte le strade sono pavesate di tricolori ormai da settimane, e non solo a Bergamo, ma in tutta la provincia e nelle zone limitrofe. Una bella risposta a chi non crede nel Centocinquantenario dell’Unità d’Italia viene proprio dalla Città dei Mille, che fornì il maggior numero di volontari alla spedizione di Garibaldi del 1859. E infatti l’Adunata del 2011 si terrà a Torino, il 7 e 8 maggio, nell’ambito dei festeggiamenti ufficiali.


Perché gli Alpini amano l’Italia, questa loro Patria, rigorosamente in maiuscolo, che si traduce in migliaia di comuni dove la presenza delle “penne nere” è da sempre sinonimo di altruismo, di solidarietà, di pace. Sì, di pace: perché come è evidenziato in moltissimi canti alpini, in loro non c’è odio, non c’è tracotanza, non c’è spirito guerriero nel senso peggiore. C’è amore alla vita, c’è la rassegnata accettazione del dovere, c’è il ricordo dei propri famigliari, c’è la perenne memoria dei commilitoni lasciati sui campi di battaglia, c’è la solidarietà, c’è il senso dell’onore, c’è un sentimento religioso che si esprime nella frase evangelica “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”.

Un amore che va anche contro gli ostacoli apparentemente insormontabili, contro la rassegnazione e l’indifferenza, contro i soprusi, come recitano questi versi della “Preghiera del Ribelle”, scritta dal Beato Teresio Olivelli, sacerdote che passò dall’impegno nel fascismo alla guerriglia partigiana sui monti e che finì i suoi giorni in un campo di sterminio nazista: “Sui monti ventosi e nelle catacombe delle città, / dal fondo delle prigioni / noi Ti preghiamo. / Sia in noi la pace che Tu solo puoi dare. / Dio della pace e degli eserciti, / Signore che porti la spada e la gioia / ascolta la preghiera di noi / ribelli per amore”.

Ecco perché gli Alpini sono in prima linea quando c’è da ricostruire. L’elenco delle catastrofi in cui sono intervenuti comincia ad essere ahimè molto lungo: Friuli 1976, Valtellina 1987, Armenia 1989, Piemonte 1994, Abruzzo 2009 solo per citare le più note. Dove c’è bisogno l’Alpino c’è, dove c’è da dare una mano, è presente, perché è nel suo DNA questo sacrificarsi per gli altri, caratteristica comune alle genti di montagna. Colletta alimentare, iniziative locali, l’Ospedale da campo, la Protezione civile, pulizia di boschi e di torrenti, ripristino di sentieri e strade segnati dalle frane: l’Alpino non lesina i suoi aiuti, si mette a disposizione.

E allora oggi e domani eccoci a fare festa, a incontrare vecchi amici, a socializzare con la gente del posto: a Bergamo è facile, sono tutti Alpini! Ma le Adunate che più mi sono rimaste nel cuore sono quelle lontane, quelle che mi hanno riempito di gioia per l’affetto della gente. Pescara nel 1989, Bari nel 1993, Catania nel 2002, Latina nel 2009. Mio papà ricorda commosso quella di Napoli del 1974. Perché non è un mettersi in mostra, non vuol dire sfilare per essere ringraziati, è un messaggio alla nazione: ovunque c’è bisogno, potete contare su di noi, dalle Alpi a Lampedusa.


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Fotografie e loghi © ANA

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LA FRASE DEL GIORNO
Vi diranno che sono patrioti. Ma se gli chiedete della Patria, vi parlano del loro pae­se. Come si può fare sulle Alpi a riconoscere le patrie? Di qua o di là della frontiera al diritto o all'inverso della montagna. Lo stesso cielo, lo stesso bosco, lo stesso pra­to. E se si confina coi tedeschi si parla anche tedesco, se coi francesi si parla anche francese. Le patrie si imparano a scuola, si conoscono nelle storie. 
DNA ALPINO, ispirato a uno scritto di Curzio Malaparte