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domenica 18 aprile 2010

I lettori di poesie

Per scrivere una lettera commerciale occorre essere chiari, lineari, esporre i fatti essenziali e in un linguaggio quanto più possibile scarno ma preciso. Inutile gonfiarla con ridondanti barocchismi, costruire arzigogoli di periodi che si incastrano e si ingarbugliano in se stessi, abbandonarsi a un’enfatica retorica fuori luogo.

Così è la poesia: deve soltanto indicare la strada al lettore, porgergli gli elementi essenziali alla sua comprensione, un po’ come certi problemi matematici che spetta all’allievo poi risolvere e dimostrare. Prendiamo “Mattina” di Giuseppe Ungaretti: “M’illumino / d’immenso”. Tocca a noi che la leggiamo ricostruire tutto quello che ruota attorno ai versi, la giornata di sole, il cielo che si allarga in un orizzonte infinito, la luce che colpisce il volto e via di seguito fino a scoprire la sensazione che ha originato quei sintetici versi.

O ancora come quei detersivi concentrati che si vendono adesso: la poesia è quel denso liquido blu nella bustina, l’acqua che si aggiunge nel recipiente per diluirlo è l’esperienza del lettore: sono i suoi giorni passati, le sue vicissitudini, lo stato d’animo del momento, i ricordi, il carattere. Come ho già scritto in un vecchio post citando Octavio Paz: “Ogni lettore è un altro poeta; ogni testo poetico un altro testo”. Leggendo una poesia, oltre a udirne il suono e a figurarci le immagini che essa presenta, eseguiamo un esercizio poetico: siamo noi stessi poeti, adeguando a quelle immagini le nostre immagini. Se si dice “mare” è magari quello della nostra ultima villeggiatura, se si dice “amore” è la nostra amata/il nostro amato a cui pensiamo. È ancora Octavio Paz a parlare: “Il testo poetico deve provocare il lettore: costringerlo a udire, a udirsi”. Così entriamo nella poesia, indagando nel nostro profondo, e la rivestiamo con le nostre emozioni. E probabilmente, più l’emozione si avvicina alla nostra, più giudichiamo bella la poesia…

 

Alexander Denieka, “Donna che legge”, 1934

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LA FRASE DEL GIORNO
Leggere una poesia è udirla con gli occhi, udirla è vederla con gli orecchi.
OCTAVIO PAZ, Corrente alterna

sabato 17 aprile 2010

Verso il confine

 

DINO BUZZATI

I SETTE MESSAGGERI

Disegno di Dino Buzzati

Partito ad esplorare il regno di mio padre, di giorno in giorno vado allontanandomi dalla città e le notizie che mi giungono si fanno sempre più rare. Ho cominciato il viaggio poco più che trentenne e più di otto anni sono passati, esattamente otto anni, sei mesi e quindici giorni di ininterrotto cammino.

Credevo, alla partenza, che in poche settimane avrei facilmente raggiunto i confini del regno, invece ho continuato ad incontrare sempre nuove genti e paesi; e dovunque uomini che parlavano la mia stessa lingua, che dicevano di essere sudditi miei.

Penso talora che la bussola del mio geografo sia impazzita e che, credendo di procedere sempre verso il meridione, noi in realtà siamo forse andati girando su noi stessi, senza mai aumentare la distanza che ci separa dalla capitale; questo potrebbe spiegare il motivo per cui ancora non siamo giunti all’estrema frontiera.

Ma più sovente mi tormenta il dubbio che questo confine non esista, che il regno si estenda senza limite alcuno e che, per quanto io avanzi, mai potrò arrivare alla fine.

Mi misi in viaggio che avevo già più di trent’anni, troppo tardi forse. Gli amici, i familiari stessi, deridevano il mio progetto come inutile dispendio degli anni migliori della vita. Pochi in realtà dei miei fedeli acconsentirono a partire. Sebbene spensierato – ben più di quanto sia ora! – mi preoccupai di poter comunicare, durante il viaggio, con i miei cari, e fra i cavalieri della scorta scelsi i sette migliori, che mi servissero da messaggeri. Credevo, inconsapevole, che averne sette fosse addirittura un’esagerazione.

Con l’andar del tempo mi accorsi al contrario che erano ridicolmente pochi; e si che nessuno di essi è mai caduto malato, né è incappato nei briganti, né ha sfiancato le cavalcature. Tutti e sette mi hanno servito con una tenacia e una devozione che difficilmente riuscirò mai a ricompensare.

Per distinguerli facilmente imposi loro nomi con le iniziali alfabeticamente progressive: Alessandro, Bartolomeo, Caio, Domenico, Ettore, Federico, Gregorio. Non uso alla lontananza dalla mia casa, vi spedii il primo, Alessandro, fin dalla sera del mio secondo giorno di viaggio, quando avevamo percorso già un’ottantina di leghe.

La sera dopo, per assicurarmi la continuità delle comunicazioni, inviai il secondo, poi il terzo, poi il quarto, consecutivamente, fino all’ottava sera di viaggio, in cui partì Gregorio. Il primo non era ancora tornato.

Ci raggiunse la decima sera, mentre stavamo disponendo il campo per la notte, in una valle disabitata. Seppi da Alessandro che la sua rapidità era stata inferiore al previsto; avevo pensato che, procedendo isolato, in sella a un ottimo destriero, egli potesse percorrere, nel medesimo tempo, una distanza due volte la nostra; invece aveva potuto solamente una volta e mezza; in una giornata, mentre noi avanzavamo di quaranta leghe, lui ne divorava sessanta, ma non di più.

Così fu degli altri. Bartolomeo, partito per la città alla terza sera di viaggio, ci raggiunse alla quindicesima; Caio, partito alla quarta, alla ventesima solo fu di ritorno. Ben presto constatai che bastava moltiplicare per cinque i giorni fin lì impiegati per sapere quando il messaggero ci avrebbe ripresi.

Allontanandoci sempre più dalla capitale, I’itinerario dei messi si faceva ogni volta più lungo. Dopo cinquanta giorni di cammino, I’intervallo fra un arrivo e l’altro dei messaggeri cominciò a spaziarsi sensibilmente; mentre prima me ne vedevo arrivare al campo uno ogni cinque giorni, questo intervallo divenne di venticinque; la voce della mia città diveniva in tal modo sempre più fioca; intere settimane passavano senza che io ne avessi alcuna notizia.

Trascorsi che furono sei mesi – già avevamo varcato i monti Fasani – I’intervallo fra un arrivo e l’altro dei messaggeri aumentò a ben quattro mesi. Essi mi recavano oramai notizie lontane; le buste mi giungevano gualcite, talora con macchie di umido per le notti trascorse all’addiaccio da chi me le portava.

Procedemmo ancora. Invano cercavo di persuadermi che le nuvole trascorrenti sopra di me fossero uguali a quelle della mia fanciullezza, che il cielo della città lontana non fosse diverso dalla cupola azzurra che mi sovrastava, che l’aria fosse la stessa, uguale il soffio del vento, identiche le voci degli uccelli. Le nuvole, il cielo, I’aria, i venti, gli uccelli, mi apparivano in verità cose nuove e diverse; e io mi sentivo straniero.

Avanti, avanti! Vagabondi incontrati per le pianure mi dicevano che i confini non erano lontani. Io incitavo i miei uomini a non posare, spegnevo gli accenti scoraggiati che si facevano sulle loro labbra. Erano già passati quattro anni dalla mia partenza; che lunga fatica. La capitale, la mia casa, mio padre, si erano fatti stranamente remoti, quasi non ci credevo. Ben venti mesi di silenzio e di solitudine intercorrevano ora fra le successive comparse dei messaggeri. Mi portavano curiose lettere ingiallite dal tempo, e in esse trovavo nomi dimenticati, modi di dire a me insoliti, sentimenti che non riuscivo a capire.

Il mattino successivo, dopo una sola notte di riposo, mentre noi ci rimettevamo in cammino il messo ripartiva nella direzione opposta, recando alla città le lettere che da parecchio tempo io avevo apprestate.

Ma otto anni e mezzo sono trascorsi. Stasera cenavo da solo nella mia tenda quando è entrato Domenico, che riusciva ancora a sorridere benché stravolto dalla fatica. Da quasi sette anni non lo rivedevo. Per tutto questo periodo lunghissimo egli non aveva fatto che correre, attraverso praterie, boschi e deserti, cambiando chissà quante volte cavalcatura, per portarmi quel pacco di buste che finora non ho avuto voglia di aprire. Egli è già andato a dormire e ripartirà domani stesso all’alba.

Ripartirà per l’ultima volta. Sul taccuino ho calcolato che, se tutto andrà bene, io continuando il cammino come ho fatto finora e lui il suo, non potrò rivedere Domenico che fra trentaquattro anni. Io allora ne avrò settantadue. Ma comincio a sentirmi stanco ed è probabile che la morte mi coglierà prima. Così non lo potrò mai più rivedere.

Fra trentaquattro anni (prima anzi, molto prima) Domenico scorgerà inaspettatamente i fuochi del mio accampamento e si domanderà perché mai nel frattempo, io abbia fatto così poco cammino. Come stasera. il buon messaggero entrerà nella mia tenda con le lettere ingiallite dagli anni, cariche di assurde notizie di un tempo già sepolto; ma si fermerà sulla soglia, vedendomi immobile disteso sul giaciglio, due soldati ai fianchi con le torce, morto.

Eppure, va, Domenico, e non dirmi che sono crudele! Porta, il mio ultimo saluto alla città dove io sono nato. Tu sei il superstite legame con il mondo che un tempo fu anche mio. I più recenti messaggi mi hanno fatto sapere che molte cose sono cambiate, che mio padre è morto che la Corona è passata a mio fratello maggiore, che mi considerano perduto, che hanno costruito alti palazzi di pietra là dove prima erano le querce sotto cui andavo solitamente a giocare. Ma è pur sempre la mia vecchia patria.

Tu sei l’ultimo legame con loro, Domenico. Il quinto messaggero, Ettore, che mi raggiungerà, Dio volendo, fra un anno e otto mesi, non potrà ripartire perché non farebbe più in tempo a tornare. Dopo di te il silenzio, o Domenico, a meno che finalmente io non trovi i sospirati confini. Ma quanto più procedo, più vado convincendomi che non esiste frontiera.

Non esiste, io sospetto, frontiera, almeno non nel senso che noi siamo abituati a pensare. Non ci sono muraglie di separazione, né valli divisorie, né montagne che chiudano il passo. Probabilmente varcherò il limite senza accorgermene neppure, e continuerò ad andare avanti, ignaro.

Per questo io intendo che Ettore e gli altri messi dopo di lui, quando mi avranno nuovamente raggiunto, non riprendano più la via della capitale ma partano innanzi a precedermi, affinché io possa sapere in antecedenza ciò che mi attende.

Un’ansia inconsueta da qualche tempo si accende in me alla sera, e non è più rimpianto delle gioie lasciate, come accadeva nei primi tempi del viaggio; piuttosto è l’impazienza di conoscere le terre ignote a cui mi dirigo.

Vado notando – e non l’ho confidato finora a nessuno – vado notando come di giorno in giorno, man mano che avanzo verso l’improbabile mèta, nel cielo irraggi una luce insolita quale mai mi è apparsa, neppure nei sogni; e come le piante, i monti, i fiumi che attraversiamo, sembrino fatti di una essenza diversa da quella nostrana e l’aria rechi presagi che non so dire.

Una speranza nuova mi trarrà domattina ancora più avanti, verso quelle montagne inesplorate che le ombre della notte stanno occultando. Ancora una volta io leverò il campo, mentre Domenico scomparirà all’orizzonte dalla parte opposta, per recare alla città lontanissima l’inutile mio messaggio.

(da I sette messaggeri, 1942)

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Questo è uno dei più bei racconti di Dino Buzzati: il viaggio che il protagonista intraprende risulta alla fine un’analogia della vita. Si cammina giorno dopo giorno, riposando notte dopo notte, e ci si allontana sempre di più dai giorni dell’infanzia e dalle nostre radici verso un confine ignoto e incerto: il tempo scorre in un’attesa continua pregna di dubbi, ansie e incertezze che spingono talvolta a ripensare il senso di quel viaggio, senza però mai interrompere la rincorsa al regno di cui si sospetta l’esistenza.

I calcoli matematici del tempo che passerà tra l’arrivo di un messaggero e quello dell’altro formano una progressione angosciante, i loro messaggi sempre più incomprensibili rendono ancora più lontana la città che simboleggia le proprie origini. Il principe si trova solo nella sua ricerca della conoscenza, perso nelle sabbie del tempo. Come l’uomo che nel suo cammino si interroga sullo scopo della propria vita..

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LA FRASE DEL GIORNO
Ho visto correre il tempo, ahimè, quanti anni e mesi e giorni, in mezzo a noi uomini, cambiandoci la faccia a poco a poco; e la sua velocità spaventosa, benché non cronometrata, presumo sia molto più alta di qualsiasi media totalizzata da qualsiasi corridore in bicicletta, in auto o in aeroplano-razzo da che mondo è mondo.
DINO BUZZATI, Dino Buzzati al Giro d’Italia




Dino Buzzati, all'anagrafe Dino Buzzati Traverso (San Pellegrino di Belluno, 16 ottobre 1906 – Milano, 28 gennaio 1972), scrittore, giornalista, pittore, drammaturgo e poeta italiano. Fu cronista e redattore del Corriere della Sera. Autore di romanzi e racconti surreali e realistico-magici, è celebre per Il deserto dei Tartari.


venerdì 16 aprile 2010

La forza persistente del ricordo


LUCÍA RIVADENEYRA

DICONO

Dicono che un buon bagno
cancella tutto.

Io è da anni che mi bagno
---------------- mi strofino
---------------- mi arrosso
e non ho potuto strapparmi
---------------- le tue mani.



La forza persistente del ricordo è la protagonista di questa breve poesia della messicana Lucía Rivadeneyra, cinquantatreenne giornalista e docente all’Università Autonoma del Messico. Il ricordo che diventa presenza fisica dell’altro, memoria della sua assenza che vive sotto pelle, che circola ancora nel sangue, tanto che in un’altra poesia la Rivadeneyra arriva a dire: “Oggi più che mai lecco il tuo ricordo / come se ti tenessi tra le labbra. / (…) Palpo il mio disabitato corpo / stringo dolorosa / le mie zone erogene”. Un dolore però cercato, chiamato nel corso del tempo (“è da anni”), e inevitabilmente ritrovato nel proprio essere, tanto da essere alla fine piacevole come un’abitudine.

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Dipinto di Lee Price

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LA FRASE DEL GIORNO
Fa tanto bene a ripensù a l’amore / ne li momenti de malinconia. / Provi una specie di nun so che sia, / come un piacere de sentì dolore.
TRILUSSA, Momenti scemi




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Lucía Rivadeneyra (Morelia, 26 agosto 1957), poetessa messicana. Insegnante di giornalismo e letteratura all’UNAM, ha pubblicato numerose raccolte dove protagonisti sono l’amore appassionato, l’erotismo e la solitudine.



giovedì 15 aprile 2010

Dove sono i giorni di ieri?

“Dov’è la vita che abbiamo persa vivendo? Dov’è la saggezza che abbiamo persa nel sapere? Dov’è il sapere che abbiamo perso mettendo insieme nozioni?”

Belle domande, queste di Thomas Stearns Eliot. Dove sono i giorni di ieri? Che ne è stato della scampagnata con la tovaglia a quadri, il cestino da picnic posato sopra, la bottiglia di vino bianco e l’anguria messi in fresco nell’acqua del torrente? Che ne è stato dei pomeriggi di spiaggia trascorsi a raccontarsi, a giocare a bocce, a riempire le caselle bianche della Settimana Enigmistica? Che ne è stato della luna di burro che si sdoppiava nel mare mentre la nostra ombra diventava tutt’uno con quella di un’altra persona? Che ne è stato dell’amore che abbiamo coltivato con tanta passione, che abbiamo fatto sbocciare e fiorire? E dei giorni di studio e di lavoro, messi in fila come un lunghissimo rosario?
E ancora: che ne è stato di ciò che abbiamo perso, delle occasioni fuggite, delle strade non prese? Che cosa sarebbe successo se quel giorno avessimo detto sì oppure no, se avessimo temporeggiato, se fossimo andati in un posto invece che in un altro, se avessimo incontrato una persona invece di un’altra?
E dov’è l’ingenuità dell’infanzia? Che ne è stato di quella dolce ignoranza che aveva in sé la sua saggezza? Eravamo sacchi vuoti da riempire ma avevamo già un’anima, una nostra capacità di distinguere bene e male, una morale, un’etica. In quei sacchi abbiamo messo molta farina, e ora non sappiamo più che cosa c’era sul fondo.
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Fotografia © Sergiu Popovici

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LA FRASE DEL GIORNO
Pensa che questo dì mai non raggiorna! 
DANTE ALIGHIERI, Purgatorio, XII, 84

mercoledì 14 aprile 2010

L’amore di Attila József


ATTILA JÓZSEF

TI BENEDICO CON TRISTEZZA, CON ALLEGRIA


Ti benedico con tristezza, con allegria
temo per te con tutto quello che ho di amabile
ti custodisco con le palme che implorano
coi campi di grano con le nuvole.

Il tamtam dei tuoi piedi è una musica fatale
il muro che ti ho eretto contro è un crollo eterno
oscillo sull'orlo dell'abisso
nel tuo respiro io mi avviluppo.

Che tu m'ami o non m'ami fa lo stesso
che ti compenetri cuore a cuore,
ti vedo ti sento e ti canto
con te rispondo a Dio.

All'alba il bosco si sgranchisce
mille braccia aumentano si distendono
staccano la luce del cielo
per adagiarla sul cuore innamorato.


(da "Non ho padre né madre", 1929 - trad. Edith Bruck)

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Attila József era un sognatore. E per questo credeva che la poesia fosse un’arma. La usò in politica finendo con l’essere denunciato per vilipendio alla religione e con l’essere bollato come nemico della patria, l’Ungheria. Lui, rivoluzionario, fu espulso dal partito comunista. La usò anche in amore, finendo come una falena intorno alla fiamma: Attila si uccise nel 1937 a 32 anni, dopo aver sofferto di disturbi nervosi sorti dopo che la sua amata gli venne strappata per la differenza di classe sociale.

Con la lucidità intellettuale che lo caratterizza dipinge una poesia d’amore dove la donna amata diventa centro dell’universo e suscita un desiderio di protezione – un po’ come nella bellissima canzone “La cura” di Franco Battiato. E non è neppure necessario che lei lo ricambi: è un sentimento unilaterale e violento quello che il poeta prova, un amore universale che si compenetra nel puro essere della natura.

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Fotografia © Brahmanatara

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LA FRASE DEL GIORNO
Amami come se tu / lo volessi / come se il mio cuore / fosse il tuo cuore.
ATTILA JÓZSEF, No ho padre né madre




Attila József (Budapest, 11 aprile, 1915 - Balatonszárszó, 3 dicembre 1937), poeta ungherese,  incompresa voce del proletariato. Studiò lettere e filosofia a Szeged, Parigi e Vienna; fu redattore della rivista letteraria Szép Szó Il tono della sua lirica è dato dalle amare esperienze dell'infanzia e della giovinezza e dalla sua adesione al socialismo.


martedì 13 aprile 2010

Del passato

Non è difficile definire il passato: altro non è che la nostra vita, la somma di giorni che dalla nascita al momento presente si sono succeduti con i loro errori e i loro trionfi, con gli amori e le delusioni, i sogni e le illusioni, le bellezze e le bruttezze. Perché “il passato è la sostanza di cui è fatto il tempo”, come scrive Jorge Luis Borges in un racconto di “Aleph”, “L’attesa”.
L’americano Wendell Berry rileva che “Il passato è quello che ci definisce. Possiamo cercare a torto o a ragione di sfuggirgli o di sfuggire alle brutture che contiene, ma ci riusciremo solo se gli aggiungeremo qualcosa di migliore”. Un serpente che si morde la coda: per migliorare il nostro passato dobbiamo migliorare il nostro presente, comportandoci in modo da migliorare così anche il futuro. Non è facile, e lo conferma un famoso passo del “Grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald: “Così procediamo a fatica, barche contro corrente, risospinti senza sosta nel passato”. Perché – è sempre Francis Scott Fitzgerald (“L’età del jazz e altri scritti”) - “Ritrovare il passato e scoprirlo inadeguato al presente è ancora più triste di quel che non sia il fatto che esso vi eluda e rimanga per sempre una concezione armoniosa della memoria”.
È anche l’altro lato della medaglia: il suo fascino consiste nell’essere irrimediabilmente perduto e immodificabile. La sua certezza, i suoi confini ben delineati, i paletti piantati e irremovibili lo fanno apparire come una specie di età dell’oro (chi dice di no vada a guardarsi un paio di album di fotografie che tiene nel cassetto). “Là dove noi non siamo, si sta bene. Nel passato noi non ci siamo più, ed esso ci appare bellissimo” constata amaramente il celebre drammaturgo russo Anton Cechov. Riecheggia Marcel Proust: “I veri paradisi sono i paradisi che si sono perduti” scrive nel “Tempo ritrovato”. E il latino Orazio nella sua “Ars poetica” si definiva “Laudator temporis acti”, lodatore del passato. E ancora Hermann Hesse nella poesia “Laguna”: “Anch'io sono figlio di un tempo passato, l'oggi mi è estraneo, né odioso né adorato”. E, come si è detto, è facile capire perché: “Solo ciò che è trascorso o mutato o scomparso ci rivela il suo volto reale” nota Cesare Pavese in “Terra d’esilio”, uno dei suoi racconti.
C’è chi invece si ancora nel presente, come il poeta latino Marziale. In questo epigramma (VIII, 69) “si tocca” e rivendica tutta la bellezza del presente: “Ammiri solo gli antichi, Vacerra / e lodi i poeti solo se sono già morti. / Scusami, Vacerra, ma non val la pena / che io, per piacerti, muoia”.
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Fotografia dal web
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LA FRASE DEL GIORNO
Ciò che abbiamo vissuto non si può annullare, ciò che è stato è indistruttibile. 
GIORGIO SCERBANENCO, La sabbia non ricorda

lunedì 12 aprile 2010

Il vento e l’arboscello


UMBERTO SABA

L’ARBOSCELLO

Oggi il tempo è di pioggia.
Sembra il giorno una sera,
sembra la primavera
un autunno, ed un gran vento devasta
l'arboscello che sta - e non pare - saldo;
par tra le piante un giovanetto alto
troppo per la sua troppa verde età.
Tu lo guardi. Hai pietà
forse di tutti quei candidi fiori
che la bora gli toglie; e sono frutta,
sono dolci conserve
per l'inverno quei fiori che tra l'erbe
cadono. E se ne duole la tua vasta
maternità.

(da Il canzoniere, 1951)

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Un giorno di primavera come ne capitano: pioggia, vento, freddo. E ci scappa di dire che sembra novembre. Lì nel giardino una giovane pianta da frutta - un susino, un albicocco, un pero – si piega al forte vento e sembra spezzarsi da un momento all’altro, rimanendo però sempre in piedi. Al poeta triestino Umberto Saba sembra un adolescente alto e magro, troppo alto e troppo magro per la sua età, colpito da grandi sventure: quei fiori che la tempesta gli strappa sono le speranze che se ne vanno, le occasioni che fuggono e che non si concretizzeranno più. La moglie di Saba invece, che con il poeta guarda la scena dalla finestra, si dispiace, con il senso pratico e materno delle donne, per quei fiori perduti che non diventeranno frutti e poi marmellate: partecipa di quell’inespresso dolore con pietà tutta femminile.

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John Shanabrook, "Alberi nella tempesta"

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LA FRASE DEL GIORNO
C’era, mal visto nel luogo, un fanciullo. / Le sue speranze assieme alle faville / del focolaio si alzavano. Alcuna / guarda! - è rimasta.
UMBERTO SABA, Il Canzoniere




Umberto Saba, pseudonimo di Umberto Poli (Trieste, 9 marzo 1883 – Gorizia, 25 agosto 1957), poeta italiano tra i massimi del ‘900. Di famiglia ebraica, fu avviato agli studî commerciali, e fu per lunghi anni direttore e proprietario di una libreria antiquaria a Trieste. La sua poesia, quasi intimo diario e confessione, indaga le cose ultime, la donna, l’amore, il senso atavico del dolore. La sua opera è raccolta nel Canzoniere.