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mercoledì 18 febbraio 2009

L'anacoluto


Talvolta anche un errore può diventare forma artistica. Quando un periodo viene iniziato con un costrutto sintattico e poi prosegue con un altro differente, si ha in grammatica l'anacoluto

Il termine, come per tutte le figure retoriche e grammaticali, deriva dal greco: in questo caso dall'unione del prefisso negativo αν e dall'aggettivo ακόλουθος, ovverosia "che non segue", "inconseguente". È un errore di sintassi, un parlare campato in aria, un accavallarsi di frasi che qualsiasi insegnante correggerebbe in un tema. Ma... 

"- O in Milano, o nel suo scellerato palazzo, o in capo al mondo, o a casa del diavolo, lo troverò quel furfante che ci ha separati; quel birbone che, se non fosse stato lui, Lucia sarebbe mia da venti mesi..."

Chi oserebbe correggere Alessandro Manzoni, che fa parlare così Renzo Tramaglino nel capitolo XXXV dei "Promessi sposi"? Nessuno: è un artificio letterario, un'idea geniale per esprimere al meglio la passione violenta di Renzo, quell'odio sordo verso Don Rodrigo che lo ha tenuto lontano a lungo dall'amata Lucia e lo ha costretto a vivere dolori e peripezie. L'anacoluto "quel birbone che, se non fosse stato lui, Lucia sarebbe mia da venti mesi" serve a rendere la foga, la poca lucidità di Renzo nel dire quelle frasi, nel far seguire al pronome "che" un nuovo soggetto con il suo predicato. 

E quell'errore sintattico è quanto di meglio si poteva fare: in questo caso non seguire le regole diventa potenza espressiva. Romanzi e racconti possono fornire esempi infiniti, non altrettanto la poesia, più meditata, più vicina all'emozione: lì la forza dell'espressione è affidata in gran parte alle immagini. Nonostante questo, c'è un verso di "Romagna" di Giovanni Pascoli che così recita: "Io, la mia patria or è dove si vive"...


Immagine da ASCAS



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LA FRASE DEL GIORNO
La passione ottunde la facoltà di discernere, e cede in tutta serietà a stimoli che a mente fredda giudicheremmo umoristici o respingeremmo con disgusto.
THOMAS MANN, La morte a Venezia

martedì 17 febbraio 2009

Meraviglie antiche


Abbiamo già visto con il meccanismo di Anticitera l'ossessione degli antichi di misurare l'universo ed il mondo, di applicare le proprietà della fisica alla vita quotidiana. Quell'oggetto misterioso non è un'intuizione isolata nelle meraviglie tecniche e scientifiche dell'antichità: grandi matematici quali Euclide, Archimede, Ctesibio ed Erone non si limitarono allo studio dei numeri e della geometria, ma si dedicarono anche all' applicazione pratica dei principi individuati.

Un ambito di attuazione abbastanza vasto fu quello dell'idraulica: i giochi d'acqua che ornavano le fontane usufruivano della pressione dell'acqua per generare suoni e movimenti; del 275 a.C. è l'organo idraulico, strumento musicale che si avvaleva del medesimo principio. La meccanica portò a sviluppare macchine per l'uso teatrale: con carrucole, ruote, pesi e contrappesi si realizzavano dei dispositivi che simulavano gli effetti speciali: è noto agli storici del teatro il girotondo delle Baccanti attorno al dio Dioniso nella famosa tragedia di Euripide. Con il vapore veniva invece alimentata la "Eolipila", una miniturbina la cui funzione rimane sconosciuta: la azionava l'acqua vaporizzata dal calore di un fuoco acceso sotto di essa.




È anche grazie a questi piccoli esperimenti che gli uomini di oltre duemila anni fa riuscirono a costruire quelle che ancora oggi sono definite "le sette meraviglie del mondo": tutti ci siamo chiesti come sia stato possibile erigere le Piramidi, quale sforzo sovrumano sia occorso, quali tecniche siano state ideate e adoperate. Così deve essere stato per le opere andate distrutte, in particolare il Faro di Alessandria, che illuminava la notte per miglia e miglia, e i giardini di Babilonia: nessuno è più riuscito da allora a portare la vegetazione lussureggiante nel cuore dell'Iraq.

E noi, che con le nostre macchine e i nostri computer, ci crediamo padroni del mondo...




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LA FRASE DEL GIORNO
Fino a quando la macchina sia presente, si ha l'obbligo di usarla. Nessuno attinge acqua dal pozzo, quando si può girare un rubinetto.
GEORGE ORWELL, La strada di Wigan Pier

lunedì 16 febbraio 2009

La foto dell'anno 2008


È dal 1995 che viene assegnato il Premio World Press per la fotografia giornalistica più significativa. Quest'anno il vincitore è Anthony Suau, autore di questo scatto in bianco e nero.


Il fotografo americano ha colto tutta la tragedia della crisi dei mutui "subprime" immortalando per "Time Magazine" un poliziotto che controlla circospetto una casa abbandonata dai suoi abitanti, non più in grado di rimborsare il loro debito immobiliare. Armato, in una stanza dove sono ammassati inutili averi, quasi una sentinella contro la crisi.

Ad Anthony Suau andrà un premio di 10.000 euro, che gli sarà consegnato il prossimo 3 maggio in una cerimonia ad Amsterdam.

Suau è il vincitore assoluto, ma vi sono altri 63 vincitori nelle varie categorie: consiglio di visitare il sito ufficiale di World Press per ammirare fotografie davvero straordinarie.


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LA FRASE DEL GIORNO
La fotografia non mostra la realtà, mostra l'idea che se ne ha.
NEIL LEIFER

domenica 15 febbraio 2009

Cos'è la poesia? (IX)


GIORGIO VIGOLO

SCRIVERE UNA POESIA


Scrivere una poesia
sempre è un colpo di mano sull'ignoto,
un penetrare svegli
nel mistero del sogno,
un prendere possesso della notte.

Aggiramento, azione di sorpresa
sulla nostra città profonda:
forzare la sua porta,
entrare fra le case addormentate,
scoprire il loro segreto.

Perciò una poesia
si scrive di soppiatto,
all'insaputa quasi di noi stessi;
è un contrabbando fatto sui confini
sorprendendo le scolte, è un furto sacro
in cui si rischia la dannazione
o il bacio divino.

Perciò poetando non si deve quasi
vedere ciò che si scrive
nel tenebrore, nel dormiveglia,
nei frastagli del confine
che sono come i fiordi della mente
ove si penetra nei mari interni
molto addentro nei seni
di una soprannaturale calma.


(da Nuove poesie, 1966)


Proseguiamo la ricerca sull'essenza della poesia: diamo voce a Giorgio Vigolo, poeta romano nato nel 1894 che di Roma ha fatto il centro dei suoi versi con una tensione stilistica che esteriorizza l'esplorazione della memoria operandovi una trasfigurazione onirica. Vigolo ci spiega che cos'è la poesia partendo dal principio, ovvero dall'atto della scrittura, da quel momento in cui la poesia, quasi da sé, genera l'impulso di tradurre un'emozione - fili d'erba sul tetto di una chiesa, una luce che risalta tra gli alberi, un vicolo silenzioso nel pomeriggio di luglio - in versi.

Dunque la poesia è un fuoco sacro, un mistero da penetrare per vincere l'ignoto, è il rischio che il poeta corre per andare oltre la realtà, per comprendere che il mondo non si esaurisce solo nel visibile, nel finito. È la lama di luce che permette di scorgere per un breve istante il segreto che si cela nell'oscurità. Il poeta dunque è simile al profeta, che rivela al mondo la verità.



Immagine da Pinterest



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LA FRASE DEL GIORNO
Sulle mura d'incubo / dove hai passato il giorno della vita, / dove hai graffito come un carcerato, / lì è scritta la tua vera poesia / che hai dimenticato, / che non sapresti più decifrare. / 
GIORGIO VIGOLO, Canto del destino





Giorgio Vigolo (Roma, 3 dicembre 1894 – 9 gennaio 1983), poeta e scrittore italiano, esponente della “Scuola Romana”. Le sue poesie hanno un gusto barocco e classicheggiante del paesaggio, soprattutto di quello romano. Profondo conoscitore del Belli, tradusse Maestro Pulce di Hoffmann e le poesie di Hölderlin.

sabato 14 febbraio 2009

Una rosa rossa


ANONIMO

AH SE FOSSI UNA ROSA ROSSA!


Ah se fossi una rosa rossa! Allora
mi prenderesti fra le mani, offrendomi
come una grazia il tuo seno di neve.

(da Antologia Palatina, V-84)


Nulla si sa del poeta greco che scrisse questo distico, trasformato mirabilmente in tre endecasillabi dal traduttore d'eccezione, Salvatore Quasimodo. Tutto quello che ci resta sono questi versi delicati e passionali, il desiderio di trasformarsi in una rosa - rossa come il sangue e l'amore - per poter essere stretti al seno dall'amata.

Secoli e secoli sono passati, ma questa immagine ancora ci stupisce per l'amore che racchiude, per quella sottile vena di sensualità che la attraversa: l'umanità, che si è tanto evoluta sotto altri aspetti, si ritrova nell'amore ancora vicina a questi anonimi greci dei primi secoli dopo Cristo. Il sentimento è una costante...

A tutti gli innamorati, buon San Valentino!





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LA FRASE DEL GIORNO
Non c'è nulla di più dolce dell'amore. Quale dolcezza lo supera? Sputo anche il miele.
NOSSIDE, Antologia Palatina, V-170




L'Antologia Palatina è una celebre raccolta di epigrammi attribuiti a una cinquantina di poeti greci compilata a Bisanzio intorno alla metà del X secolo. I contenutisono di grande varietà, e spaziano dagli argomenti amorosi a quelli descrittivi, dai lamenti funebri ad argomenti burleschi o d'intrattenimento.

venerdì 13 febbraio 2009

Il poeta come osservatore


ALEXIS DIAZ PIMIENTA

NELLA PISCINA DELl'HOTEL SIVIGLIA


Quella ragazza dalla pelle scura,
quella che bacia e abbraccia lo straniero,
con le sue trecce false, Cuba pura
che scola birra Hatuey e usa sincera

accento, gergo e arti di terra dura,
l'arrangiarsi di poveri quartieri;
quella ragazza con la vita tesa
come un violino in preda ai desideri;

quella ragazza con la notte accesa
su tutto il corpo, che tiene distesa
tutta quell'ombra sul sole d'Europa;

quella ragazza ignora che io esisto,
che le scrivo un sonetto e che la vesto
di versi in rima, mentre lui la spoglia.


Il poeta è colui che osserva, che guarda il mondo scorrergli davanti: anche quando entra nella scena, lo fa come se si guardasse da fuori o dall'alto, da un punto di vista privilegiato. Mi sovvengono i versi di Guido Gozzano, dai "Colloqui": "Non vivo. Solo, gelido, in disparte / sorrido e guardo vivere me stesso". E anche una sua frase da "Madre d'oltre alpe", racconto inserito in "L'ultima traccia": "Il destino offre anche in provincia figure e situazioni singolari, tragiche, striduli, interessanti per chi assiste alla vita con occhi saggi e contemplativi, come ad una cosa inventata".

Eccolo dunque, il poeta: immaginiamolo seduto a un tavolino di quell'Hotel Siviglia, a Cuba, con una birra e un taccuino davanti. Osserva, perché è questo che fanno i poeti: osserva e ha un'intuizione, la poesia gli si presenta sotto forma di emozione, di sentimento. È la dolcezza con la quale vuole rivestire una povera ragazza cubana che si prostituisce con gli europei per sfuggire alla povertà. È quel senso di non poter cambiare le cose, di dover semplicemente osservare e raccontare: è tutto quello che il poeta può fare, comunicare quell'emozione, dire a noi europei con una sottile indignazione che non possiamo cambiare la vita di quella ragazza in questo modo. Osservare e riferire...




Natalia Baykalova, "Un giorno nella vita di Julia"



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LA FRASE DEL GIORNO
Io non vivo la vita, l'osservo.
GUIDO GOZZANO, L'altare del passato




Alexis Díaz Pimienta (L'Avana, 25 agosto 1966), poeta e scrittore cubano. Direttore della Cattedra di Poesia Improvvisata presso l'Università delle Arti, autore di romanzi, racconti, poesie e letteratura per bambini e ragazzi, è considerato uno dei più grandi ricercatori e professionisti dell'improvvisazione ("repentismo") a livello internazionale.


giovedì 12 febbraio 2009

Nuove disposizioni di legge


L'uomo era in bilico sull'orlo esterno del ponte, con i piedi pericolosamente in equilibrio sulla sottile striscia di pietra. Aveva scavalcato la spalletta qualche secondo prima e si sera soffermato su quel limite esiguo. Sotto, il fiume scorreva nero e minaccioso nella sera, illuminato qua e là da radi fanali.

Ettore Delmas passava di lì per caso con la sua auto: aveva deviato dal solito percorso per fare visita ad un amico convalescente. Vide tutta la scena: scavalcamento, istante di indecisione sul bordo di selce, fermata sulla sporgenza. Fermò l'auto e scese verso l'uomo, senza correre per non allarmarlo, ma con una certa urgenza nel passo. "No, non lo faccia" gli disse quando riuscì a giungergli vicino "una soluzione si trova sempre". Vide lo sguardo stupito del suicida, un lampo attraversargli gli occhi spenti sulla faccia inespressiva. Pensò: "Oddio, ora si butta!". Invece l'uomo lasciò che Ettore Delmas lo blandisse, gli raccontasse di quante belle cose può offrire la vita, delle opportunità che uno neanche si immagina. Si sentiva come "l'angelo vestito da passante" nella canzone di Modugno: erano le stesse che si dicevano in quel brano le cose che ora stava elencando allo sconosciuto di là dalla spalletta.

Alla fine, dopo tanto parlamentare, riuscì a convincerlo. L'uomo rimise una gamba a cavalcioni del ponte, quando si fermò un'altra auto e dal sedile posteriore scese un tipo elegante. "No, non lo faccia" anche lui grido! "Gliel'ho appena detto anch'io" commentò Delmas. "No, no! È a lei che mi sto rivolgendo" disse l'uomo in ghingheri, "permetta che mi presenti: Dottor Edgardo Lupori, magistrato. Dicevo: non lo faccia! Non sa che lei sta commettendo un reato?". Delmas sbiancò e riuscì a farfugliare: "Un reato? Ma se gli sto impedendo di farla finita!" "Appunto questo è il problema", ribatté il magistrato "secondo le nuove disposizioni di legge, bisogna rispettare le volontà personali: non possiamo ordinare ai medici di curare la gente, né possiamo obbligare questa ad essere curata; non possiamo impedire a chicchessia di fumare, drogarsi, stordirsi di vino o di pasticche; non possiamo prescrivere terapie psicologiche alle ragazzine anoressiche né alle bulimiche. E soprattutto non possiamo - e ribadisco non possiamo - contrastare chi ha deciso di farla finita".

"Ma in che razza di stato viviamo?" stava per dire Delmas, ma si trattenne, pensando che, viste le nuove disposizioni, questo avrebbe potuto essere configurato come oltraggio o vilipendio. "Che devo fare?" si limitò a chiedere, sconsolato. "Nulla" gli rispose il dottor Lupori "risalga in macchina e se ne vada, torni a casa da sua moglie e dai suoi figli, se ne ha, oppure vada a bersi una birra. Lei è un uomo fortunato: se invece di incontrare una persona comprensiva e di vedute progressiste come me" e qui gli fece l'occhiolino "avrebbe potuto passare seri guai. Vada, vada..." "Ma con il signore qui, come facciamo?" osò chiedere Ettore Delmas, un poco rinfrancato. "Non si preoccupi" gli sussurrò il magistrato, mettendogli una mano sulla spalla, "ci penso io. Lei vada, e passi una buona serata..."

Ettore Delmas salutò poco convinto e si allontanò. Risalì in auto e riprese la strada pensando alle stranezze della legge. Nello specchietto retrovisore riuscì a vedere il resto della scena: il dottor Lupori chiese qualcosa al tentato suicida, probabilmente quale fosse la sua volontà; questi gli fece un cenno con il capo, a Delmas sembrò un assenso. Poi, l'uomo riscavalcò la spalletta e si lasciò andare nelle acque gelide del fiume. Il magistrato prese posto nella lussuosa berlina blu e fece segno all'autista di ripartire.



Alvin Langdon Coburn, "Regent's Canal, Camden Town, London"


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LA FRASE DEL GIORNO
Le cattive leggi sono la peggior sorta di tirannia.
EDMUND BURKE