lunedì 19 gennaio 2009

Ma, quella volta, qualcosa


C'è una bellissima poesia di Robert Frost, poeta americano del Novecento, che a noi lettori italiani ricorda subito una nota lirica di Montale, "Cigola la carrucola nel pozzo". È inserita nella raccolta "New Hampshire" del 1923, mentre "Ossi di seppia" è del 1925: impressionante è questa convergenza tra due poeti lontani, l'intuizione che li porta a sviluppare quasi contemporaneamente un identico tema, inconsapevoli l'uno dell'altro. La poesia di Frost:


MA, QUELLA VOLTA, QUALCOSA

Gli altri mi accusano di essermi chinato sui pozzi
In controluce sempre, senza perciò vedere
Nel pozzo a fondo più che dove l'acqua
Mi rimanda una tersa immagine di specchio
Del mio me stesso, dio da un cielo estivo
Affacciato in un serto di nuvolette e felci.
Solo una volta, tentando col mento al parapetto
Scorsi, mi parve, al di là dell'immagine,
Attraverso l'immagine, un che di bianco e incerto,
Qualcosa più del profondo, e poi lo persi.
Fu acqua a castigare quell'acqua troppo chiara.
Bastò a incresparla una goccia da una felce
Che scompigliò quel qualcosa che stava posato là in fondo,
Lo cancellò, lo confuse. Cosa era quel biancore?
La verità? Un ciottolo di quarzo? Ma, quella volta, qualcosa.


(Traduzione di Giovanni Giudici)


"Cosa era quel biancore?": è tutto qui il senso della poesia, in questa domanda che si pone Frost, affacciato allo specchio di un pozzo che gli rimanda il suo volto che assomiglia a quello di una divinità greca, così incorniciato dai tralci della vegetazione. Montale vide in quell'acqua, che aveva raccolto in un secchio, l'immagine di un ridente viso femminile, il ricordo che appariva fulmineo e iridescente e gli riportava il volto del passato. Frost invece si interroga, rimane nell'incertezza: cos'era quel biancore? Tenta qualche risposta poco convinta, rimane nel dubbio: la soluzione materialista della pietra brillante e quella più spirituale della verità non lo lasciano soddisfatto.

"Cosa era quel biancore?" E chi lo sa? Qualcosa che ci rimane nel cuore, che vive in noi: forse la magia, forse la memoria come in Montale, forse una rivelazione, forse Dio... Qualcosa che si manifesta solo di rado, come un miracolo, un meraviglioso portento. Sicuramente qualcosa che ha la stoffa leggera e inafferrabile della poesia.

Una nota tecnica: l'originale inglese di Frost, poeta molto legato, soprattutto agli inizi, a una prosodia metrica rigorosamente classica, è in endecasillabi faleci sul modello di Catullo: lo riporto così da far comprendere la musicalità tipica del suo stile. Frost nel 1913 aveva detto di sé: "Io solo fra gli scrittori inglesi mi sono consciamente proposto di ricavare musica da quello che potrei chiamare il suono del senso". Un altro punto di contatto con Montale.


FOR ONCE, THEN, SOMETHING

Others taunt me with having knelt at well-curbs
Always wrong to the light, so never seeing
Deeper down in the well than where the water
Gives me back in a shining surface picture
Me myself in the summer heaven godlike
Looking out of a wreath of fern and cloud puffs.
Once, when trying with chin against a well-curb,
I discerned, as I thought, beyond the picture,
Through the picture, a something white, uncertain,
Something more of the dephts - and then I lost it.
Water came to rebuke the too clear water.
One drop fell from a fern, and lo, a ripple
Shook whatever it was lay there at bottom,
Blurred it, blotted it out. What was that whiteness?
Truth? A pebble of quartz? For once, then, something.






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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia offre il solo modo ammissibile di dire una cosa e intenderne un'altra.
ROBERT FROST, Educazione attraverso la poesia

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