venerdì 16 gennaio 2009

Rebora e la guerra disumana


È disumana la guerra, anche se praticata dai primordi dell'umanità, quando orde di cavernicoli si affrontavano nelle brughiere armati di clave. Con il passare dei secoli ha affinato i suoi strumenti di morte: le lance, le alabarde, le catapulte romane, gli archibugi, i cannoni, i carri armati, la bomba atomica...

È disumana perché aliena, allontana gli uomini dalle loro occupazioni quotidiane, li spinge ad addentrarsi in un mondo che non appartiene al loro vissuto. Significativo è questo passo da una lettera di Clemente Rebora, scritta in zona di guerra il 7 dicembre del 1915:

"Ma non chiedermi notizie - la vita (sono come un Ugolino anonimo, fra lezzo di vivi e morti, imbestiato e paralizzato per la colpa e la pietà, e l'orrendezza degli uomini - di fronte a Gorizia) ch'io lordo nella gora del tempo, è quella di un troglodita che chiude un cuore. Non il pericolo continuo - diviene una triviale monotona abitudine, il macello perpetuo a cui siamo esposti; non tanto nemmeno il patimento fisico (fango e gelo, barbuto e baffuto e rasato in capo come un galeotto - «menzogna», e sofferenza d'ogni intorno, indicibilmente), ma l'interiore è terribile - e voi non potete farvene idea; «per questo» la guerra continua..."

(Lettera ad Antonio Banfi, da "Tra melma e sangue", Interlinea, 2008)

Rebora era entrato in guerra da interventista poco convinto. Ma, catapultato negli orrori del Carso e del Podgora, aveva saputo rendere l'umanità superstite in tanta bestialità, in tanto "macello", come già si è visto parlando di "Voce di vedetta morta", una delle sue poesie più accorate e più crude. Per lui la guerra finì subito: la vigilia di Natale del 1915, ormai prossimo ad una attesa licenza,fu vittima di shell-shock quando gli esplose vicino un colpo di obice da 305. Quel proiettile lo lasciò vivo ma scioccato, pellegrino tra i nosocomi militari, costretto a guardare l'orrore dentro di sé. Quel tiro da 305 cambiò anche la sua vita, che, attraverso un lungo e travagliato percorso mistico, è poi sfociata nel sacerdozio cattolico.

È disumana la guerra: ci spossessa della nostra umanità. Scrive Rebora in un'altra lettera, indirizzata a Lavinia Mazzucchetti il 3 dicembre 1915: "Cento mila Poe, con la mentalità però tra macellaio e routinier, condensati in una sola espressione, potrebbero dar vagamente l'idea dello stato d'animo di qui. Si vive e si muore come uno sputerebbe".


Fotografia: Department of Defense



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LA FRASE DEL GIORNO
Nessuno infatti, è così stolto da preferire la guerra alla pace, poiché in tempo di pace sono i figli che portano alla sepoltura i padri, mentre in tempo di guerra sono i padri che seppelliscono i figli.

ERODOTO, Storie, I, 87

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