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giovedì 12 maggio 2011

Due isole d’ombra


ENRIQUILLO SANCHEZ

STAVO NEL TUO SENO COME UNA BELVA MUTA

Stavo nel tuo seno come una belva muta.
Stavo nel tuo seno come un angelo affamato.
Dal tuo seno al tuo seno c’è una strada.
Dal tuo seno al tuo seno ci sono due delfini.
Il tuo seno destro naviga verso il sinistro.
Il tuo seno sinistro naviga verso l’oblio.
Non ho bocca per il delfino.
Ho occhi in eccesso per la rosa.
Stavo nel tuo seno come una pioggia interrotta.
Stavo nel tuo seno come una daga sottile.
Sulla riva del vento stanno i tuoi seni.
Sull’orlo di un puledro che galoppa.
Nei miei occhi navigano e ai miei occhi ritornano.
Navigano da un porto che l’acqua interroga.
Sono due banchi di pesci che nuotano verso la mia lingua.
Sono due isole d’ombra in cui la tigre salta allegramente.

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Abbiamo già incontrato la voce poetica del dominicano Enriquillo Sanchez in occasione dei versi per San Valentino: ritroviamo qui la sua vena giocosamente ironica virata in un sensuale erotismo. Un inno al seno femminile scritto con accenti surrealisti, dove i protagonisti si alternano: ora è il poeta in primo piano, ora il seno, anzi i seni, nella loro dualità.

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Dipinto di Fernando Ureña Rib

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LA FRASE DEL GIORNO  
I seni sono una sorta di coraggio in una donna. 
RAMÓN GÓMEZ DE LA SERNA, Seni




Enriquillo Sánchez Mulet (Santo Domingo, 25 agosto 1947 – 13 luglio 2004), poeta, scrittore e giornalista dominicano. Appartenente al gruppo El Puño, insieme a Miguel Alfonseca e René del Risco Bermúdez, fondò, con Guillermo Piña Conteras la rivista ¡Ahora! per la Letteratura e la Cultura Nazionale, che diresse dal 1977 al 1979.


mercoledì 11 maggio 2011

L’inesprimibile nulla

 

GIUSEPPE UNGARETTI

ETERNO

Tra un fiore colto e l'altro donato
l'inesprimibile nulla.

(da Allegria di naufragi, Vallecchi, 1919)

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L’essenzialità ermetica trova il suo maestro in Giuseppe Ungaretti: è lui infatti a condensare concetti nell’esiguo spazio della parola, delle parole raccolte in un brevissimo verso; è lui che concentra nel frammento l’intero, come in questa Eterno: partendo da un dato naturale esprime la meraviglia della scoperta dell’eternità. “Il mistero c’è, è in noi. Basta non dimenticarcene. Il mistero c’è e col mistero, di pari passo, la misura; ma non la misura del mistero, cosa umanamente insensata; ma di qualche cosa che in un certo senso al mistero s’opponga, pure essendone per noi la manifestazione più alta: questo mondo terreno considerato come continua invenzione dell’uomo” scrive nelle Ragioni di una poesia. L’inesprimibile, certo… Ma, detto in versi, suona meglio.

Sembra una poesia scritta facilmente, stesa come uno slogan pubblicitario: in realtà sottende un lavorio testimoniato dalle varianti: su «Lacerba» dell’8 maggio 1915 si intitolava Eternità e “l’inesprimibile nulla” era “l’inesprimibile vanità”; inoltre, un’altra brevissima strofa la completava: “Fiore doppio / nato in grembo alla madonna / della gioia”. Era pleonastica, possiamo dire ora davanti alla perfetta incisività di Eterno, tanto che anche Ungaretti se ne rese conto: la eliminò sin dalla successiva edizione, quella di Allegria di naufragi, pubblicata da Vallecchi nel 1919.

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Fotografia © Public Domain Pictures

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LA FRASE DEL GIORNO  
La poesia è forma per natura sua estremamente sintetica. 
GIUSEPPE UNGARETTI, Ragioni di una poesia




Giuseppe Ungaretti (Alessandria d’Egitto, 8 febbraio 1888 – Milano, 1º giugno 1970) è uno dei tre grandi poeti dell’Ermetismo italiano. Trasferitosi a Parigi nel 1912, prese parte alla Prima guerra mondiale nelle trincee del Carso e poi in Champagne. Dal 1935 al 1942 insegnò in Brasile e dal 1947 al 1965 fu professore di letteratura moderna alla Sapienza.


martedì 10 maggio 2011

Luna e mare


RENZO LAURANO

SOLO MARE


Luna e nel solo mare
ieri notte in battello
eravamo in un bagno
molle e vago di luna.

Nella barca nessuna
donna ma languidezza
femminina e fu dolce
ricordare ogni bella.


(da Chiara ride, Mondadori, 1934)

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“Nella mia poesia, che è tanto turbata inquieta e sommossa dal mio «mal di Liguria» o «amor di Liguria», il mare-mare, quel «mare in persona» io lo conosco benissimo”. E il mare è protagonista anche di questa poesia del sanremese Renzo Laurano, dato per morto sul fronte russo e poi miracolosamente tornato, insegnante, critico e persino fondatore del Club Tenco. Il mare e la luna, che si uniscono per ricreare un dolce languore e portare alla memoria del poeta l’immagine delle donne amate.

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LA FRASE DEL GIORNO  
Nella memoria splendono i velieri, / vascelli a vele date a tutti i venti, / immagine di me, quando un naviglio / fui, tutta insegna candida, a splendore / spampanato, da ingenuo
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RENZO LAURANO, Gli Angeli di Melozzo da Forlì




Renzo Laurano, pseudonimo di Luigi Asquasciati, (Sanremo, 2 febbraio 1905 – 16 maggio 1986), poeta italiano. Fondatore del Club Tenco e presidente della commissione di selezione delle canzoni per il Festival di Sanremo, organizzò numerosi premi letterari. La sua poesia ha giochi estetici ed eleganti toni parnassiani.


lunedì 9 maggio 2011

I mari del Sud

 

CESARE PAVESE

I MARI DEL SUD

(a Monti)

Camminiamo una sera sul fianco di un colle,
in silenzio. Nell'ombra del tardo crepuscolo
mio cugino è un gigante vestito di bianco,
che si muove pacato, abbronzato nel volto,
taciturno. Tacere è la nostra virtù.
Qualche nostro antenato dev'essere stato ben solo
- un grand'uomo tra idioti o un povero folle -
per insegnare ai suoi tanto silenzio.

Mio cugino ha parlato stasera.
Mi ha chiesto
se salivo con lui: dalla vetta si scorge
nelle notti serene il riflesso del faro
lontano, di Torino. "Tu che abiti a Torino…"
mi ha detto "…ma hai ragione.
La vita va vissuta
lontano dal paese: si profitta e si gode
e poi, quando si torna, come me a quarant'anni,
si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono".
Tutto questo mi ha detto e non parla italiano,
ma adopera lento il dialetto, che, come le pietre
di questo stesso colle, è scabro tanto
che vent'anni di idiomi e di oceani diversi
non gliel'hanno scalfito. E cammina per l'erta
con lo sguardo raccolto che ho visto, bambino,
usare ai contadini un poco stanchi.

Vent'anni è stato in giro per il mondo.
Se n'andò ch'io ero ancora un bambino portato da donne
e lo dissero morto. Sentii poi parlarne
da donne, come in favola, talvolta;
ma gli uomini, giù gravi, lo scordarono.

Un inverno a mio padre già morto arrivò un cartoncino
con un gran francobollo verdastro di navi in un porto
e augurî di buona vendemmia. Fu un grande stupore,
ma il bambino cresciuto spiegò avidamente
che il biglietto veniva da un'isola detta Tasmania
circondata da un mare più azzurro, feroce di squali,
nel Pacifico, a sud dell'Australia. E aggiunse che certo
il cugino pescava le perle. E staccò il francobollo.
Tutti diedero un loro parere, ma tutti conclusero
che, se non era morto, morirebbe.
Poi scordarono tutti e passò molto tempo.

Oh da quando ho giocato ai pirati malesi,
quanto tempo è trascorso. E dall'ultima volta
che son sceso a bagnarmi in un punto mortale
e ho inseguito un compagno di giochi su un albero
spaccandone i bei rami e ho rotta la testa
a un rivale e son stato picchiato,
quanta vita è trascorsa. Altri giorni, altri giochi,
altri squassi del sangue dinanzi a rivali
più elusivi: i pensieri ed i sogni.
La città mi ha insegnato infinite paure:
una folla, una strada mi han fatto tremare,
un pensiero talvolta, spiato su un viso.
Sento ancora negli occhi la luce beffarda
dai lampioni a migliaia sul gran scalpiccìo.

Mio cugino è tornato, finita la guerra,
gigantesco, tra i pochi. E aveva denaro.
I parenti dicevano piano: "Fra un anno, a dir molto,
se li è mangiati tutti e torna in giro.
I disperati muoiono così".
Mio cugino ha una faccia recisa.
Comprò un pianterreno
nel paese e ci fece riuscire un garage di cemento
con dinanzi fiammante la pila per dar la benzina
e sul ponte ben grossa alla curva una targa-réclame.
Poi ci mise un meccanico dentro a ricevere i soldi
e lui girò tutte le Langhe fumando.
S'era intanto sposato, in paese. Pigliò una ragazza
esile e bionda come le straniere
che aveva certo un giorno incontrato nel mondo.
Ma uscì ancora da solo. Vestito di bianco,
con le mani alla schiena e il volto abbronzato,
al mattino batteva le fiere e con aria sorniona
contrattava i cavalli. Spiegò poi a me,
quando fallì il disegno, che il suo piano
era stato di togliere tutte le bestie alla valle
e obbligare la gente a comprargli i motori.
"Ma la bestia" diceva "più grossa di tutte,
sono stato io a pensarlo. Dovevo sapere
che qui buoi e persone son tutta una razza".

Camminiamo da più di mezz'ora. La vetta è vicina,
sempre aumenta d'intorno il frusciare e il fischiare del vento.
Mio cugino si ferma d'un tratto e si volge: "Quest'anno
scrivo sul manifesto: - Santo Stefano
è sempre stato il primo nelle feste
della valle del Belbo -  e che la dicano
quei di Canelli". Poi riprende l'erta.
Un profumo di terra e vento ci avvolge nel buio,
qualche lume in distanza: cascine, automobili
che si sentono appena; e io penso alla forza
che mi ha reso quest'uomo, strappandolo al mare,
alle terre lontane, al silenzio che dura.
Mio cugino non parla dei viaggi compiuti.
Dice asciutto che è stato in quel luogo e in quell'altro
e pensa ai suoi motori.

Solo un sogno
gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta,
da fuochista su un legno olandese da pesca, il cetaceo,
e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole,
ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue
e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia.
Me ne accenna talvolta.
                                       Ma quando gli dico
ch'egli è tra i fortunati che han visto l'aurora
sulle isole più belle della terra,
al ricordo sorride e risponde che il sole
si levava che il giorno era vecchio per loro.

(da Lavorare stanca, 1936)

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“Se figura c’è nelle mie poesie, è la figura dello scappato di casa che ritorna con gioia al paesello dopo averne passate d’ogni colore e tutte pittoresche, pochissima voglia di lavorare, molto godendo di semplicissime cose… contento di seguir la natura e godere una donna, ma anche contento di sentirsi solo e disimpegnato, pronto ogni mattino a ricominciare: I mari del Sud, insomma”: così Cesare Pavese in poche parole scriveva nel Mestiere di vivere il 10 novembre del 1935.

I mari del Sud impersona uno dei temi principali di Pavese, il viaggio come fuga dalla propria terra e ritorno ad essa (“Un paese ci vuole, non fosse per il gusto di andarsene via” scrive nella Luna e i falò, e ancora: “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”) e lo fa con uno stile prosaico, cronachistico, avvicinandosi al racconto più che al poemetto, infilandovi l’emblema mitografico delle colline, delle Langhe, della terra. I mari del Sud, quelli, sono invece l’evasione, la fuga, l’immaginazione, sono i grandi romanzieri americani da lui letti e tradotti, sono Melville e Hemingway, Faulkner e Steinbeck. Si va lungo i mari del Sud, e poi si torna al paesello. Sempre.

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Fotografia © Nova Scotia Museum, Halifax

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LA FRASE DEL GIORNO  
Perché il solo lavoro non basta a me e ai miei; / noi sappiamo schiantarci, ma il sogno più grande / dei miei padri fu sempre un far nulla da bravi. / Siamo nati per girovagare su quelle colline, / senza donne, e le mani tenercele dietro la schiena. 
CESARE PAVESE, Lavorare stanca




Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908 – Torino, 27 agosto 1950), scrittore, poeta, traduttore, saggista e critico letterario italiano. Nato poeta con Lavorare stanca, si è poi dedicato alla narrativa scrivendo romanzi famosissimi: Paesi tuoiLa luna e i falòLa casa in collina. I suoi temi principali sono il mito e la terra.


 

domenica 8 maggio 2011

Figli e madri


BERNARDO BERTOLUCCI

SU UNA FOTOGRAFIA

Che voglia di scappar via
di Roma, senza dire niente
in famiglia e alla gente
che mi saluta per via,
se scopro che cosa muta
sulle gote e nella pupilla
di mia madre - come brilla
e arde la figura seduta
felice ed obbediente
della bruna
giovane in una fotografia?

Perdonami, se sai amare le viltà
di tuo figlio, intento a soffrire?
A voce alta, per farti sentire.

(da In cerca del mistero, Gremese, 1983)

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Un poeta anomalo per celebrare la Festa della Mamma: il regista Bernardo Bertolucci, figlio del più celebre Attilio, le cui poesie propongo invece spesso. Il Premio Oscar, ai tempi di questi versi, ha 42 anni e vive a Roma, la madre si trova invece nel Parmense: da una vecchia fotografia nasce la voglia di incontrarla, di raggiungerla abbandonando ogni cosa.

Da Torino, dove mi trovo per l’84a Adunata Nazionale degli Alpini, rivolgo un augurio a tutte le mamme, e naturalmente, soprattutto alla mia: auguri, mamma!

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Pablo Picasso, “Madre e figlio”, 1921

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LA FRASE DEL GIORNO  
È difficile dire con parole di figlio / ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio. / Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore / ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore . 
PIER PAOLO PASOLINI, Poesie in forma di rosa




Bernardo Bertolucci (Parma, 16 marzo 1941), regista, sceneggiatore e produttore cinematografico italiano. Annoverato tra i maggiori cineasti del cinema internazionale, ha diretto film di notevole successo come L'ultimo imperatore, che gli valse l'Oscar al miglior regista e alla migliore sceneggiatura non originale.


sabato 7 maggio 2011

Per sapere di te

 

JUAN GUSTAVO COBO BORDA

TRE ANNI DOPO

Mi manca ancora tanto per sapere di te,
ancora ignoro tutto,
perché il bacio è un’altra forma di interrogarti.
Per questo, man mano che il desiderio
diventa sogno,
soffio sul tuo volto
affinché gli occhi, aprendosi,
riconoscano in questa freschezza insospettata
la loro confidenza più intima.
Ancora mi manca tanto per sapere di te,
ancora ignoro tutto,
ma questa luce che ti disegna,
mentre cammini nuda nella stanza,
e ti fissa nel suo ocra dorato,
è già sufficiente, e mi basta.

(da Offerta sull’altare del bolero, 1981)

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Quanto si conosce di un’altra persona? E quanto tempo ci vuole per conoscerla? E ancora, riusciremo mai a conoscerla tutta, nonostante una lunga frequentazione? Sono domande che ci pongono questi versi del poeta, critico letterario, giornalista e diplomatico colombiano Juan Gustavo Cobo Borda. Naturalmente non si può ridurre tutto a una mera formula matematica, le risposte sono varie e mutevoli, soggette a ulteriori varianti (chi guarda con gli occhi dell’amore, chi invece già sulla china del disinganno, chi obnubilato dalla routine). Io so che è sempre piacevole però scoprire utilizzando il metodo suggerito da Cobo Borda…

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Dipinto di Jack Vettriano

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LA FRASE DEL GIORNO  
È
così trascurabile ogni poesia amorosa, / così pleonastica, / che non posso evitare di scriverla. 
JUAN GUSTAVO COBO BORDA, Russando al sole come una foca delle Galápagos




Juan Gustavo Cobo Borda (Bogotá, 10 ottobre 1948), poeta, giornalista e diplomatico colombiano. Ispirata da Borges e Kavafis, la sua poesia è la linea trasversale dei suoi scritti. Ha ricoperto anche incarichi diplomatici che lo portarono ad essere ambasciatore in Argentina, Spagna e Grecia.


venerdì 6 maggio 2011

Sebbene invisibile


GUSTAVO ADOLFO BÉCQUER

XVI. SE AL FRUSCIO DELLE CAMPANELLE BLU

Se al fruscio delle campanelle blu
sul tuo balcone
credi che sospirando passi il vento
mormorante,
sappi che nascosto tra le verdi foglie
sospiro io.

Se al risuonare confuso alle tue spalle
di un vago rumore,
credi che per nome ti abbia chiamato
una voce lontana,
sappi che tra le ombre che ti circondano
ti chiamo io.

Se si turba impaurito a notte fonda
il tuo cuore,
al sentire sulle tue labbra un soffio
avvolgente,
sappi che, sebbene invisibile, al tuo fianco
respiro io.

(da Rime, 1871)

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No, non è uno stalker, come potrebbe sembrare a prima vista, ma la voce delicata di un poeta che non riesce ad esprimere il suo amore. Il sentimento non è presente, ma assume i toni ora malinconici del passato, ora dolci del desiderio ancora da appagare, attraverso le parole di Gustavo Adolfo Bécquer, poeta spagnolo dell’Ottocento. Un amore idealizzato ma non per questo meno vero, un amore profondo e unilaterale che vive della bellezza ammirata e che riesce a manifestarsi solo nell’immaginazione, anche lì sommessamente: un piccolo suono, un refolo di vento, un soffio nella notte.

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L. BURGESS, “THE GAZING BALL”

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LA FRASE DEL GIORNO  
L’amore non è realizzazione, è amore. 
GIORGIO SAVIANE, Il terzo aspetto




Gustavo Adolfo Claudio Domínguez Bastida, più noto come Gustavo Adolfo Bécquer (Siviglia, 17 febbraio 1836 – Madrid, 22 dicembre 1870), poeta, scrittore e giornalista spagnolo. Il suo ideale poetico è lo sviluppo di una lirica intimista, espressa con sincerità, semplicità, musicalità di forma e facilità di stile, ispirata da Heine, Byron e De Musset e che a sua volta ispirerà i modernisti spagnoli.