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sabato 7 gennaio 2012

Centenario di Giorgio Caproni

 

Il 7 gennaio del 1912 nasceva a Livorno il poeta Giorgio Caproni, uno dei grandi del Novecento. Nel 1922 si trasferì con i genitori a Genova, dove svolse svariati mestieri – violinista, commesso, impiegato – prima di diventare maestro elementare. Durante la guerra combatté sul fronte occidentale e poi sui colli della Val Trebbia con la Resistenza. Insegnò in Val Trebbia e a Roma, dove si trasferì nel 1939 e dove rimase fino alla morte, avvenuta il 22 gennaio 1990.

I critici concordano sul lento maturare dell’itinerario poetico di Caproni, che partì come pre-ermetico attirato dall’espressionismo più scabro per approdare a un ermetismo rivestito di un impressionismo idillico. Adele Dei nota: “Il percorso è dalla immediatezza, dalla giovanile felicità sensoriale, alla complessità, all'ingorgo, anche emotivo, fino ad approdare a una limpidezza cristallina, a una tensione lucidissima, a una miracolosa semplicità ritrovata”. Questo anche grazie alla costruzione di una biografia poetica della madre-giovinetta Annina, che gli consente di cogliere gli ambienti popolari e urbani nella loro essenza, Genova e Livorno in particolare. “Alla viva partecipazione alle vicende della storia che ha caratterizzato il Caproni uomo” scrive Pier Vincenzo Mengaldo “si contrappone nel poeta un sentimento dell’esistenza e dell’umanità come innocenza originaria sottratta alla storia: ne è immediata figura formale, nel continuo gioco di specchi fra vita e poesia, precisamente la ‘semplicità’ linguistica e l’incanto popolare della pronuncia che Caproni possiede così intimamente per natura, e un po’ coltiva”. Ne esce una sensualità carnosa, una realtà affabulata, che si risolve in idillio e in elegia con l’accurato uso delle rime e delle assonanze, di versi brevi e asciutti.

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da IL SEME DEL PIANGERE, 1959

PREGHIERA

Anima mia, leggera
va’ a Livorno, ti prego.
E con la tua candela
Timida, di nottetempo
fa’ un giro; e, se n’hai il tempo,
perlustra e scruta, e scrivi
se per caso Anna Picchi
è ancora viva tra i vivi.

Proprio quest’oggi torno,
deluso, da Livorno.
Ma tu, tanto più netta
di me, la camicetta
ricorderai, e il rubino
di sangue, sul serpentino
d’oro che lei portava
sul petto, dove s’appannava.

Anima mia, sii brava
e va’ in cerca di lei.
Tu sai cosa darei
se la incontrassi per strada.

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PER LEI

Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.
Rime che a distanza
(Annina era così schietta)
conservino l'eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.

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da IL MURO DELLA TERRA, 1975

 

ARALDICA

a R.

Amore, com'è ferito
il secolo, e come siamo soli
- tu, io - nel grigiore
che non ha nome. Finito
è il tempo dell'usignolo
e del leone. Il blasone
è infranto. Il liocorno
orma non ha lasciato
sul suolo: l'Ombra, è in cuore.

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da ERBA FRANCESE, 1978

 

KODAK

Mia figlia come una fidanzata.

Ah vacanza, seduti
all'ombra d'una verde arcata
della Tour Eiffel.

        Parliamo
di nulla.
        O ce ne stiamo muti.

Roma è lontana.

        Un passero.

Una coppia eccitata
che scrive una cartolina.

Tutto uno squillante stormo
(ci uniamo) di saluti.

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da IL FRANCO CACCIATORE, 1982

 

BIGLIETTO LASCIATO PRIMA DI NON ANDAR VIA

Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.                      

Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

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LA FRASE DEL GIORNO
Imbrogliare le carte, / far perdere la partita. / È il compito del poeta? / Lo scopo della sua vita.
GIORGIO CAPRONI, L’opera in versi




Giorgio Caproni (Livorno, 7 gennaio 1912 – Roma, 22 gennaio 1990), poeta, critico letterario e traduttore italiano. Partito come preermetico attirato da uno scabro espressionismo, approdò a un ermetismo rivestito di un impressionismo idillico. Nella sua poesia canta soprattutto temi ricorrenti (Genova, la madre e Livorno, il viaggio, il linguaggio), unendo raffinata perizia metrico-stilistica a immediatezza e chiarezza di sentimento.


venerdì 6 gennaio 2012

L’Epifania è così mite qui


ATTILIO BERTOLUCCI

ROMA

a Berta e Muzio

L'Epifania è così mite qui
come se già fosse aprile, ma le nuvole
sono quelle dell'anno nuovo
che inumidiscono gli occhi,
a guardarle,
perché così simili a quelle
degli anni che non sono più.

Si muovono lente,
bianche o d'un grigio chiaro
sul cielo celeste tramutantesi in azzurro
volgendo l'ora al mezzogiorno
che ci chiama alla Messa.

Quando usciremo dall'incenso in fretta
verso la casa che ride nell'alto
sole dell'una, la città
che non ci lascia ricordare neve e sole sulla neve e brina
ci avrà abbracciati, dolce meretrice,
ci avrà vinti per sempre.

(da La lucertola di Casarola, 1997)

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In questa giornata dell’Epifania accompagniamo Attilio Bertolucci e la moglie per le strade di Roma, meravigliandoci anche noi della mitezza del clima che fa di una mattinata di sole quasi un anticipo di primavera. Abbandoniamoci come il poeta ai ricordi, operazione agevolata da ogni fine e inizio d’anno. E infine lasciamoci ammaliare dalle bellezze della Città Eterna, dalle sue strade, dai suoi monumenti, dalle borgate che sanno di storia. In quella femminile dolcezza festeggiamo la Befana, che tutte le feste si porta via con la sua scopa…

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FOTOGRAFIA © CINZIA OLIAS

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LA FRASE DEL GIORNO
Roma è inconoscibile, si rivela col tempo e non del tutto. Ha un'estrema riserva di mistero e ancora qualche oasi.
ENNIO FLAIANO, La Fiera Letteraria, 14 marzo 1971




Attilio Bertolucci (San Prospero Parmense, 18 novembre 1911 – Roma, 14 giugno 2000), poeta italiano. Le sue opere poetiche sono il risultato di una felice contaminazione tra eredità ermetica e capacità di tradurre ogni astratta eleganza in un discorso poetico naturale.


giovedì 5 gennaio 2012

Mare, cielo, spiaggia o fuoco


LUZ MÉNDEZ DE LA VEGA

ENIGMI

E tutta l’aria che non sa
che è azzurro e nube e cielo.
E tutto il mare che non sa
che è sale e onda e spuma.
E tutta la terra che non sa
che è spiaggia e montagna e alberi.
E tutto il fuoco che non sa
che è ardore e fiamma e cenere.
E tutta io che non so quel che sono
se sono mare, cielo, spiaggia o fuoco
o tutte le cose che sono o non sono
- quelle che penso e quelle che sogno -
o che forse non sono che un altro sogno
che non saprò mai. Che non saprò mai!
chi ha sognato.

(da Le parole e l'ombra, 1983)

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Poetessa, scrittrice, saggista, giornalista, docente di letteratura, femminista convinta: è Luz Méndez de la Vega, gloria letteraria del Guatemala, dove nacque nel 1919. Sua è questa poesia in cui si parla della ricerca della propria identità, impastata di sogni e di realtà, di desideri e di concretezze. Siamo fatti di momenti, di ricordi, di passioni, di quello che abbiamo e di quello che ci manca, di ciò che vorremmo essere e di ciò che realmente siamo. Tessera dopo tessera, come un puzzle, ci costruiamo. Perché, scrive Luz Méndez de la Vega in un’altra poesia della raccolta: “Questa sono io / inerte e minuscolo / centro / dell’universo stesso”.

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RENÉ MAGRITTE, GOLCONDE”

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LA FRASE DEL GIORNO
La parola che perfora muri / scavalca abissi / annulla distanze / e penetra in noi / intensa / per rimanere.
LUZ MÉNDEZ DE LA VEGA, Le parole e l'ombra




Luz Méndez de la Vega (Retalhuleu, 2 settembre 1919), scrittrice, giornalista, attrice e poetessa guatemalteca. Come docente di letteratura si occupò di recuperare le opere delle scrittrici guatemalteche


mercoledì 4 gennaio 2012

Politicamente scorretta


LUIS ALBERTO DE CUENCA

DICHIARAZIONE DI PRINCIPI


Sii gentile, dimmi cose politicamente
scorrette. Un esempio:
che sei bionda. Un altro esempio: che l’Occidente
non ti sembra un mostro di barbarie
dedito al sordido complotto
di prendersi sulle spalle il pianeta. Un altro: che il multi-
culturalismo è un nuovo fascismo,
solo più cattivo, o che godi
a colpire un maestro o uno psicologo,
o che il Mediterraneo ti terrorizza.
Dimmi cose che portano al fuoco
direttamente, dimmi atrocità
che contestano verità assolute
come: “Non credo all’uguaglianza”. O dimmi
cose terribili come che mi ami
anche se non sono del tuo stesso sesso,
che mi ami interamente, alla follia,
per sempre, come hanno amato finora
le femmine della Terra.


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Il politically correct è una cosa che non ho mai apprezzato: è soltanto ipocrisia per lavarsi le coscienze, è un modo di esprimersi che tende a uniformarci tutti in nome di un buonismo multiculturale – altra cosa che non ho mai sopportato. Ho invece sempre gradito chi dice pane al pane e vino al vino, chi non ha timore di esprimere la propria opinione, anche quando va contro il sentire generale. In fondo, questa uniformità di sentimento non è lo scopo finale del Grande Fratello orwelliano?  Luis Alberto de Cuenca, poeta spagnolo, ex direttore della Biblioteca Nazionale e Ministro della Cultura del governo Aznar, ce l’ha proprio con il “politicamente corretto” e chiede all’amata di agire esattamente al contrario, sfidando i luoghi comuni, l’ideologia imperante nei media: in una parola le chiede di pensare con la propria testa e di amare con il cuore.
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BALTHUS, “LA PATIENCE”
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LA FRASE DEL GIORNO
La libertà di pensare è il coraggio di imbattersi nei propri demoni.
ALAIN DE BOTTON, Esercizi d’amore




Luis Alberto de Cuenca Prado (Madrid , 29 dicembre 1950), poeta, filologo, ellenista, traduttore, saggista, editorialista, critico ed editore letterario spagnolo. La sua opera è stata definita una "poetica transculturalista": una lirica ironica ed elegante, a volte scettica, a volte disinvolta, in cui il trascendentale convive con il quotidiano.



martedì 3 gennaio 2012

Beatrice sui tuoi seni


GIOVANNI GIUDICI

ALLA BEATRICE

Beatrice sui tuoi seni io ci sto alla finestra
arrampicato su una scala di corda
affacciato dal fuori in posizione precaria
dentro i tuoi occhi celeste vetro
dentro i tuoi vizi capitali
dentro i tuoi tremori e mali

Beatrice sui tuoi seni io ci sto a spiare
ciò che fanno seduti intorno a un tavolo
i tuoi pensieri su sedie di paglia
ospiti appena arrivati o sul punto di partire
raccolti sotto la lampada gialla
uno che ride uno che ascolta e uno che parla

Beatrice dai tuoi seni io guardo dentro la casa
dalla notte esteriore superstite luce
nella selva selvaggia che a te conduce
dalla padella alla brace
estrema escursione termica che mi resta
più fuoco per me tua minestra

Beatrice – costruttrice
della mia beatitudine infelice

Beatrice dai tuoi seni io vengo a esplorare com’è
la stanza dove abitare
se convenienti vi siano i servizi
e sufficiente l’ordine prima di entrare
se il letto sia di giusta misura
per l’amore secondo natura

Beatrice dunque di essi non devi andare superba
più che dell’erba il prato su cui ci sdraiamo
potrebbero essere stracci non ostentarli
per tesori da schiudere a viste meravigliate
i tuoi semplici beni di utilità strumentale
mi servono da davanzale

Beatrice – dal verbo beare
nome comune singolare

(da O beatrice, Mondadori, 1972)

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Giovanni Giudici ha sempre amato contaminare alto e basso, lingua di ogni giorno e voce letteraria impastando in tal modo le sue visioni tra mondo reale e mondo onirico, i famosi “effetti ottenuti lavorando sulla lingua, sui sentimenti, sul nulla, per cui una poesia si dice poesia”. Così, anche in questo omaggio al seno femminile travestito da filastrocca intellettuale, Giudici disegna una favola in cui la bellezza viene abitata come una stanza, assunta come punto di vista su luoghi e sensazioni. L’io narrante si affaccia a quella finestra di carne per osservare l’esistere, per incarnare l’essere nel grigiore della vita quotidiana: e l’ossimoro “beatitudine infelice” esprime al meglio quel senso di refrattarietà che talora si prova davanti alle cose.

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PIERRE-AUGUSTE RENOIR, “PORTRAIT DE SUZANNE VALADON”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ma non dimenticare che vedere non è / sapere, né potere, bensì ridicolo / un altro voler essere che te.
GIOVANNI GIUDICI, La vita in versi




Giovanni Giudici (Porto Venere, 26 giugno 1924 – La Spezia, 24 maggio 2011), poeta e giornalista italiano. Della sua formazione cattolica e del suo lavoro nell'industria ha fatto i poli di una tensione che lo trascende e caratterizza il suo impegno civile. Numerose le sue traduzioni: Frost, Sylvia Plath, Orten, Pound, Ransom e Puškin.


lunedì 2 gennaio 2012

Altre poesie per gennaio


Due poeti del Novecento italiano per raccontare un’altra volta gennaio, e cominciare il quinto anno del Canto delle Sirene: il romano Giorgio Vigolo illustra un mattino limpido e gelido che ridona lucentezza alle cose, come cristallizzate dal pieno dell’inverno; il fiorentino Alessandro Parronchi coglie una simile visione di vento e di luci nel buio della lunga notte invernale.

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA


GIORGIO VIGOLO

GENNAIO

Dopo la notte di diluvio il limpido
vento di tramontana
fa miracoli sulle facciate
delle case specchiandovi nei foschi
intonachi il lampo dei boschi
risorti nel turchino degli sfondi.

Cantano le montagne attraversate
dal gran respiro; e dal fondo dei borri
il soffio di rovaio
leva odori di funghi di castagno.
I cavalli galoppano
sopra vie di diamante
e fumano dal manto sauro e baio;
nell'arco delle grotte
gioiellate di ghiaccio
è santo il mio gennaio.

(da Canto del destino, Neri Pozza, 1959)

 

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ALESSANDRO PARRONCHI

ANCORA INVERNO

Fiochi albori rasentano la strada,
rigido è il biancospino ai tetti ameni
delle ville deserte, un'eco solo
della lor vita rompono i latrati
la pace della notte: ecco, una lampada,
che nessuno ha sospeso, arde, scintilla
a un ignoto balcone.
E dai palazzi strascica nel lume
di luna una lontana
brigata, un soffio di scirocco porta
rumore di fontane
da una valle scoscesa tra gli ulivi.
Frammenti di bei giorni illuminati
e di prati portati via dal vento
risorgono indecisi. Sarà giorno...
Altre luci più rosa già al crepuscolo
son prossime, a me care
anime nel fruscio
degli alberi sorridono in segreto.

(da I visi, 1943)

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LA FRASE DEL GIORNO
È di gennaio. Al guizzo delle stelle / la stanca luna si diffonde tanto / che pare un'alba a fiore di lagna.
SILVIO CATALANO, Sette sassi




Giorgio Vigolo (Roma, 3 dicembre 1894 – 9 gennaio 1983), poeta e scrittore italiano, esponente della “Scuola Romana”. Le sue poesie hanno un gusto barocco e classicheggiante del paesaggio, soprattutto di quello romano. Profondo conoscitore del Belli, tradusse Maestro Pulce di Hoffmann e le poesie di Hölderlin.


Alessandro Parronchi (Firenze, 26 dicembre 1914 – 6 gennaio 2007), poeta, storico dell'arte e traduttore italiano. Con il suo stile ricercato è passato da un ermetismo  incantato a un intimismo che trae giovamento dalla consolazione della memoria: per questo le sue poesie sono oggetto di un meditato lavorio con cui il ricordo media l’emozione.



domenica 1 gennaio 2012

Per l’anno nuovo


ANDREJ VOZNESENSKIJ

AUGURIO PER L'ANNO NUOVO ALL'AMATA


Alla finestra cariàtidi.
E nelle case tacchi.
Ali
     a reazione
                      di alberi
sfondano i soffitti!

Che meraviglie ci si profetizzano?
Quale nuova sciarada
in questa purità di conifere,
in questi globi fiammanti?

Oh, la ragazza col mandolino!
Inebriando e rimbrottando,
divampa come un mandarino
la buccia del ciuffo rossiccio.

Prende a ruzzare come una scolara,
rosicchia gli aghi dell'albero...
Che vorrà,
                da che cosa sarà punta
nell'anno successivo?

Buffoneggia, si fa timida.
Alle finestre una nera neve.
E la portiera in bianco
come un uomo selenico.

“Spegni,dunque!Spegni!”
L'amore è sempre
                           vigilia.
Ha in sé
             l'Anno Nuovo
                                 dell'anima.

E l'irruenza dell'albero
è come una donna nel buio -
tutta nel futuro, tutta perle,
con aghi sulle labbra!

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“L’amore è sempre / vigilia. Ha in sé / l’Anno Nuovo / dell’anima”: vive di questi bellissimi versi la poesia dedicata alla donna amata da Andrej Voznesenskij, architetto russo che ha prestato alla poesia un po’ delle forme della sua arte costruendo forme linguistiche moderne. È con questo augurio che inauguriamo allora il 2012: l’amore-vigilia, la passione che è sempre attesa, il desiderio che incendia l’anima e la fa sentire viva.
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MOLLIE ERKENBRACK, “CAROLYN AS RUSSIAN”
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LA FRASE DEL GIORNO

Chi può determinare dove finisce il vecchio e comincia il nuovo? Non è un giorno di festa, non è un compleanno né un capodanno. È un evento grande o piccolo. Qualcosa che ci cambia e che idealmente ci dà speranza. Un nuovo modo di vivere e di vedere il mondo, liberarsi delle vecchie abitudini, dei vecchi ricordi. La cosa importante è non smettere mai di credere che si può sempre ricominciare. Ma c'è un'altra cosa importante da ricordare. In mezzo a tanto schifo ci sono alcune cose alle quali vale la pena di aggrapparsi.

KIP KOENIG, Grey’s Anatomy, Stagione 2, Episodio 13




VoznesenskijAndrej Andreevič Voznesenskij, Mosca, 12 maggio 1933 - 1° giugno 2010), poeta russo. Architetto, scoprì la sua vocazione poetica pubblicando il suo primo libro nel 1958. Nei suoi versi interpretò in quegli anni il disagio e le passioni delle giovani generazioni.