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giovedì 25 agosto 2011

Attimi segreti

 

ASTRID TOLLEFSEN

GLI ATTIMI SEGRETI

Gli attimi segreti
ci profumano accanto
sia presto che tardi
nel giorno,
gli attimi segreti
alzano i loro visi verso noi
sia presto che tardi
nella vita.
In questa luce di rugiada,
in questa oscurità di fiori
restiamo vicini
fin tanto che…

(da Ogni giorno è con noi, 1973 – Traduzione di Renato Pavese)

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Ci sono sensazioni che ci sorprendono, attimi che luccicano sulla superficie uniforme del giorno: il profumo di una rosa, l’aroma del caffè, il sorriso di una donna incrociata per la strada, il pulviscolo dorato che nuota in un raggio di sole, il tramonto che accende il suo spettacolo svoltato un angolo, la luce della luna che ci coglie improvvisa nella sera. Ognuno ha i suoi: piccole delizie che costellano lo scorrere delle ore o che arrivano dopo tanto tempo come vecchi amici. Gli “attimi segreti” che dipinge in questi versi la poetessa modernista norvegese Astrid Tollefsen..



JACK VETTRIANO, “PENSIERI”

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LA FRASE DEL GIORNO
Tu non vuoi poter gridare, / tu non vuoi poter bere, / ma soltanto sapere / che tutto ciò che hai sognato è vero
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ASTRID TOLLEFSEN, Ogni giorno è con noi




Astrid Wictoria Tollefsen (Horten, 11 dicembre 1897 – 9 ottobre 1973), poetessa norvegese. Debuttò con i suoi versi modernisti nel 1947 con la raccolta Ritratto allo specchio. Nel 1967 fu insignita del Premio della Critica Norvegese per la raccolta Eventi.


mercoledì 24 agosto 2011

L’esatto sorriso delle astrazioni

 

VITTORIO BODINI

POSSIBILE CHE POLVEROSE CICOGNE

Possibile che polverose cicogne
trapassino le crune dei campanili?
Che l'esatto sorriso delle astrazioni
baleni dalle velette, per le stanze
ove l'odore degli agrumi e il vento
di scirocco escludono ogni memoria?
Cresciuti fra la secca polvere e i fiori rubati
- gelsomini e garofani e polvere che dà barbagli -,
nuovi fanciulli ora tremano al buio degli anditi
ove li attira col suo caldo fiato la lasciva paura.
(Era un confine ogni albero che il treno varcava
spogliando i rami del loro fogliame di corvi,
e quel delirio d'ali nere nell'aria
arsi frammenti erano d'una lettera
che tenteremmo invano di ricomporre.)

(da La luna dei Borboni e altre poesie, Mondadori, 1952)

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Poesia di memoria questa di Vittorio Bodini: il poeta salentino è tornato nella sua terra dopo aver vissuto a Firenze e a Roma, dopo essersi trasferito come lettore di italiano in Spagna: ritrova i forti contrasti del Sud, dove l’aridità stessa del suolo assurge a metafora della vita condotta in quelle contrade – siamo nei primissimi Anni ‘50, occorre ricordarlo – con un’esistenza limitata e senza sbocchi. È un Sud che vive del mito, delle sue ancestrali tradizioni, degli odori e degli aromi che vengono dalle piante, dei segreti. Un Sud dal quale l’autore è fuggito conquistando metro per metro la sua nuova libertà. I fanciulli curiosi della vita che ritrova in quei suoi luoghi gli ricordano il ragazzo che era, ma ora – professore quasi quarantenne di Letteratura Spagnola  – non è più in grado di ricostruire quel tempo misterioso.

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FOTOGRAFIA © ZAPPUDDU

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LA FRASE DEL GIORNO
Quanti fili spezzati / di vite, di romanzi / fra le acacie, sui prati. / Quante strade percorse / camminando / sopra i passi d'un altro.

VITTORIO BODINI, Dopo la luna




martedì 23 agosto 2011

Gli anni sbiancati dall’acqua


THOMAS BELLER

VICINO AL TEMPO

Nel
Calcare dei gusci
Stanno scritti
Gli anni sbiancati
Dall’acqua

Maree
Anni sciacquati

I tuoi capelli
I tuoi capelli divenuti
Bianchi

Silenziose bandiere al vento.

(da Entferntes Lachen. Ausgewählte Gedichte, 2003)

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Il tempo e la sua ossessione sono una costante che attraversa gran parte della poesia e della letteratura dell’età industriale: siamo tutti quanti soggetti al suo scorrere, alle modifiche che esso attua nelle nostre vite. Volgiamo indietro lo sguardo come il Bufalo Bill di De Gregori per il quale “vent’anni sembran pochi poi ti volti a guardarli e non li trovi più”. E così il tempo trascorso, svanito marea dopo marea, anno dopo anno, riaffiora improvviso in questa poesia del tedesco Thomas Beller.

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FOTOGRAFIA © FLAG WALLPAPERS

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LA FRASE DEL GIORNO
Il tempo guarirà tutto. Ma che succede se il tempo stesso è una malattia?
WIM WENDERS, PETER HANDKE e RICHARD REITINGER, Il cielo sopra Berlino




Thomas Beller
(Meldorf, 28 agosto 1970), fotografo, poeta e scrittore tedesco. Le sue poesie sono state finora pubblicate in otto volumi singoli, oltre ad antologie e riviste letterarie. Lavora da tempo come artista nel campo della fotografia e ha già pubblicato a livello internazionale. Il suo lavoro è caratterizzato da un alto livello di forza espressiva.


lunedì 22 agosto 2011

Poesie o lavanderia?


TED KOOSER

SCEGLIENDO UN LETTORE

Per prima cosa, mi piacerebbe che fosse bella,
e camminasse con grazia sulla mia poesia
nel momento più solitario di un pomeriggio,
i capelli ancora umidi sul collo, lavati
da poco. Dovrebbe indossare
un impermeabile, vecchio, un po’ sporco
perché non ha abbastanza soldi per la lavanderia.
Tirerà fuori gli occhiali, e lì,
nella libreria, sfoglierà
le mie poesie, poi metterà di nuovo il libro
sullo scaffale. E si dirà:
“A quel prezzo, posso far lavare
il mio impermeabile alla tintoria.” E lo farà
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(da Sure Signs, 1980)

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Un gioco ironico questo messo in versi dal poeta statunitense Ted Kooser: immaginarsi un lettore delle proprie poesie, uno dei tanti che affollano le librerie. Kooser sceglie una bella donna, le conferisce grazia e dignità, la sensualità dei capelli umidi sul collo. Ma è una donna che deve fare i conti con il denaro, deve compiere scelte su cosa comprare e cosa no. Commuove allora quel finale: il libro sfogliato, una scorsa veloce alle poesie e la decisione di impiegare il denaro per ridare lustro alla propria persona, lavando l’impermeabile.

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FOTOGRAFIA © SAINT MARY-OF-THE-WOODS COLLEGE

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LA FRASE DEL GIORNO
Ogni scelta implica, di per sé, l'abbandono di tutte le alternative. Se non fossimo costretti a scegliere, saremmo immortali.
PAOLO MAURENSIG, La variante di Lüneburg




Ted Kooser (Ames, Iowa, 25 aprile 1939) è un poeta statunitense. È stato Poeta laureato alla Libreria del Congresso dal 2004 al 2006. Le sue poesie sono caratterizzate da uno stile semplice e colloquiale e hanno spesso come temi il Midwest, l’amore, il tempo e la famiglia.


domenica 21 agosto 2011

Il furto della Gioconda


Cento anni fa, la notte tra domenica 20 e lunedì 21 agosto 1911, il dipinto più famoso del mondo, la Gioconda di Leonardo da Vinci  venne rubato dal Louvre di Parigi. Il furto del secolo. A prelevare il pannello di pioppo di 77 cm x 53 e a nasconderlo sotto il cappotto prima di eclissarsi nella notte parigina fu un decoratore e imbianchino italiano emigrato in Francia dalla provincia di Varese, Vincenzo Peruggia. Secondo alcune fonti, si era nascosto in un armadio per le scope durante l’orario di apertura ed era poi sgattaiolato fuori; secondo altre si presentò alle 7 del mattino vestito con l’uniforme bianca degli inservienti del museo, che il 21 era chiuso. Comunque sia, il compito gli fu facilitato dall’aver lavorato alla messa in opera della teca che custodiva il dipinto, posto allora nel Salon Carré, e dall’aver conosciuto in tal modo le abitudini delle guardie: uscì mentre una di esse era andata a farsi riempire un secchio d’acqua e se ne andò in taxi. Il mattino del 22 agosto il pittore Louis Béroud si presentò presto al Louvre per eseguire uno schizzo preparatorio per l’opera che intendeva dipingere, Mona Lisa au Louvre, e trovò il muro vuoto. Chiese allora ai guardiani, che gli dissero che forse era nell’atelier fotografico. Non c’era…

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Prima di arrivare a Vincenzo Peruggia, altri furono sospettati: persino Guillaume Apollinaire, che fu arrestato e passò qualche giorno in prigione, e Pablo Picasso, tirato in ballo da Apollinaire, che venne a lungo interrogato dalla Gendarmerie: i due avevano manifestato l’intenzione di svuotare i musei distruggendo le opere in essi esposti per sostituirle con le proprie. Boutade da artisti megalomani, nulla più. E poi le autorità francesi pensarono anche che si trattasse di un affronto degli odiatissimi tedeschi. Non era vero, naturalmente. Il Louvre rimase chiuso per un’intera settimana per agevolare le indagini: quando riapri, al posto dell’illustre Monna Lisa era appeso un ritratto eseguito da Raffaello Sanzio, quello del letterato Baldassarre Castiglione.

La polizia bussò anche alla porta di Vincenzo Peruggia, a Parigi: la Gioconda era nascosta sotto il letto, ma nessuno pensò di perquisire l’appartamento, si accontentarono dell’alibi – naturalmente falso – fornito dall’imbianchino. Rimase lì per quasi due anni, fino a quando Peruggia si trasferì a Firenze. E lì divenne impaziente, contattò il proprietario di una galleria d’arte, Adolfo Geri, e gli disse che voleva restituire il dipinto alla sua patria, l’Italia. Si diceva un convinto patriota e pensava che un’opera di tal fatta dovesse essere esposta in un museo italiano. Un errore era alla base delle sue convinzioni: la Gioconda fu dipinta in Francia e non, come credeva lui, sottratta a un museo italiano durante le spoliazioni effettuate dalle truppe di Napoleone. Geri mise in contatto Peruggia con il direttore degli Uffizi, Giovanni Poggi. L’incontro avvenne all’Hotel Tripoli, in Via de’ Cerretani: Peruggia chiese 500.000 lire per le spese sostenute, Poggi chiese invece di poter autenticare l’opera. Nel frattempo, l’imbianchino andò a spasso per Firenze: fu lì che la polizia, allertata da Geri e Poggi, lo arrestò.

Il processo non andò poi tanto male per Vincenzo Peruggia: fu dichiararono “mentalmente minorato” e condannato a una pena di un anno e quindici giorni di prigione, poi ridotta di cinque mesi. Ma attirò le simpatie di molti, che vedevano nel suo furto un gesto romantico: lui stesso alimentò quell’immagine dichiarando di aver trascorso due anni meravigliosi guardando la Gioconda appesa sopra il tavolo della cucina.

Il dipinto invece cominciò il suo pellegrinaggio per tornare al Louvre: rimase esposto agli Uffizi, poi a Roma, a Palazzo Farnese, ambasciata di Francia, e alla Galleria Borghese in occasione del Natale 1913. Poi fu messo su un treno e inviato a Modane, dove le autorità francesi ne ripresero possesso. Fece tappa a Bordeaux e a Tolosa; il presidente della Repubblica in persona, insieme ai rappresentanti del governo, lo accolse nel Salon Carrè: Monna Lisa era finalmente tornata a casa.

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FOTOGRAFIE © MUSEO DEL LOUVRE

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LA FRASE DEL GIORNO
Mentre la ritraeva, c’era gente che cantava e suonava, e buffoni che la facevano restare allegra, per ridurre quella malinconia che si suole avere nella pittura di un ritratto.

GIORGIO VASARI, Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori et scultori italiani

sabato 20 agosto 2011

Una bagnante


RENZO LAURANO

PELLICANO

Irene bagnante che in punta
di piedi, elevata e congiunta
t’incidi, staccata dal mare,
il recto ora il verso iridare
lasciandoti, sai che a uno strano
pellicano
sui lidi terreni somigli?
Il volto nel piccolo vano
dei seni divisi assottigli.

(da "Gli Angeli di Melozzo da Forlì", 1939)

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Renzo Laurano, poeta di Sanremo, fondatore del Club Tenco, non è considerato secondo me in merito al suo valore. Certo, non raggiunge il livello di altri liguri suoi contemporanei come Montale e Sbarbaro, ma le sue poesie hanno un fascino discreto che probabilmente deriva dalla costante presenza del mare: “Nella mia poesia, che è tanto turbata inquieta e sommossa dal mio «mal di Liguria» o «amor di Liguria», il mare-mare, quel «mare in persona» io lo conosco benissimo”. Così anche in questa lirica il mare è protagonista condividendo la scena con la ragazza: questa è notata per la posa particolare, come sorpresa nell’atto di offrirsi al mare, che con le sue onde gioca ad accarezzarla.

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HERB RITTS, “WOMAN IN SEA”, 1988

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LA FRASE DEL GIORNO
Il mare spesso parla con parole lontane, dice cose che nessuno sa. Soltanto quelli che conoscono l'amore possono apprendere la lezione dalle onde, che hanno il movimento del cuore.
ROMANO BATTAGLIA, Una rosa dal cuore




Renzo Laurano, pseudonimo di Luigi Asquasciati, (Sanremo, 2 febbraio 1905 – 16 maggio 1986), poeta italiano. Fondatore del Club Tenco e presidente della commissione di selezione delle canzoni per il Festival di Sanremo, organizzò numerosi premi letterari. La sua poesia ha giochi estetici ed eleganti toni parnassiani.


venerdì 19 agosto 2011

Amore senza nome


ANNA MONTERO

TI HO DATO IL NOME PIÙ BELLO

Ti ho dato il nome più bello
e un lago dove il tempo si ferma
ti ho vestito di dubbi
e di una certezza profonda
 
amore che ogni notte
sgrani la luce
del collare dei giorni
 
Ti ho dato il nome più bello
e una strada coperta di schiuma
 
amore senza nome
dove il tempo passa e fa il nido.

(da Arbres de l'exili, Ed. Gregal, València, 1988)

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La poetessa e traduttrice catalana Anna Montero ama la poesia minimale, silenziosa, che tenta di catturare l’istante della realtà che si cela dietro i versi. La vita viene accettata così come è, senza tempeste, senza lampi, ma con la consapevolezza che dietro la superficie apparente delle cose si può trovare la chiave che apre le porte del mistero. Così è l’amore, un universale sentimento che scorre – bella l’immagine di un uccello migratore – e fa il nido.

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FOTOGRAFIA © LLADRÓ

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LA FRASE DEL GIORNO
Amore, fra gli dèi l'amico degli uomini, il medico, colui che riconduce all'antica condizione. Cercando di far uno ciò che è due, Amore cerca di medicare l'umana natura.
PLATONE, Simposio




Anna Montero Bosch (Logroño, 3 dicembre 1954), poetessa e traduttrice catalana. La sua produzione è stata classificata come "poesia pura e insinuante, dal tono dolce e dall'atmosfera delicata", che si compone di "brevi poesie che ci parlano di amore, poesia e sogni, sempre con un tono esistenziale che riflette l'angoscia di la mancanza di senso e il vuoto del mondo".