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venerdì 14 gennaio 2011

Juan Larrea

 

Una figura molto particolare del Surrealismo spagnolo fu Juan Larrea: per molto tempo addirittura venne messa in dubbio la sua esistenza, si pensava che il suo fosse un nom de plume o un eteronimo. Le sue poesie venivano infatti presentate da un altro poeta spagnolo, Gerardo Diego, che le pubblicava sulla rivista Carmen. Diego in realtà non faceva altro che tradurre i versi di Larrea, scritti in francese, la lingua ufficiale del Surrealismo, cui peraltro egli non aderì mai ufficialmente. Le sue poesie non sono mai state raccolte in volume.

Nato nei paesi baschi, a Bilbao, nel 1895, Larrea lavorò all’Archivio storico nazionale di Madrid prima di trasferirsi a Parigi e intraprendere la strada della poesia a contatto con i dadaisti e i surrealisti: divenne amico di  César Vallejo e fondò con lui una rivista dalla breve durata, solo due numeri. Alla morte prematura di Vallejo si trasferì ancora una volta, a New York – erano gli anni della guerra di Spagna - “mi trovai a navigare nel grande oceano della Cultura”. Dopo la seconda guerra mondiale trovò finalmente la sua collocazione in Argentina, dove rimase ad insegnare letteratura e a onorare la memoria di Vallejo con una rivista di studi dedicati all’amico.

La poesia di Larrea è un ibrido: non è spagnola e non è francese, ma ha influenzato molto i surrealisti spagnoli, da Gerardo Diego a Vicente Aleixandre, dal Garcia Lorca di Poeta in Nueva York all’Alberti degli angeli. Vittorio Bodini nota che “quello che più sorprende nelle visioni o equivalenze d’atmosfere che Larrea pesca dal proprio fondo è la straordinaria attitudine delle cose a compier atti o a provar sentimenti che siamo ben lontani da prevedere, ma la forza di persuasione del poeta ce li fa accettare nel modo più piano”. La sua ricerca è all’interno del dramma metafisico umano, è un affidarsi allo strumento della parola per cercare di distinguere tra uomo e poeta con uno stile che talora fa pensare alla scrittura automatica ma che non transige mai dalla logica. Nota ancora Bodini: “Ciò che cerca è l’estensione dell’io sino a includere i più remoti angoli dell’universo, l’annessione dell’altra faccia della vita, sogno ed inconscio, la dislocazione di sé, la moltiplicazione del reale in ipotesi”.

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SEQUENZA DI SUONI ELOQUENTI...

Sequenza di suoni eloquenti tendenti a splendore poesia
è questo e questo e questo
E ciò che giunge a me in qualità di innocenza oggi
che esiste perché io esisto e perché il mondo esiste
e perché tutti e tre possiamo correttamente cessar di esistere

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O DI OCEANO

Antonio
le navi caricano e scaricano come gli occhi dei testimoni
ma con tutto ciò son ben lontano dall'amare la boxe
lontano dalla vita lontano dalla morte
lontano dal pensare alla spugna bucherellata di punti di vista
Sui lillà di carne che assorbono l'equinozio
guarda questo colore di frase guarda questi nodi di ruscello
guarda questa speranza che cambia livello sotto i tuoi occhi
e queste pieghe di speranza che la rivestono
Vecchia zitella il mare
s'allontana soave
Ha un nodo alla gola ma io son lontano
lontano dalla morte lontano dalla vita
lontano dal circondare d'attenzione le  mie vecchie ossa di prateria
avendo come sola esperienza le nebbie

Antonio amico mio
non ci sarebbero volti senza paesaggi dopo la pioggia

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SPINE QUANDO NEVICA

(Nell'orto di Fray Luis)

Sognami sognami presto stella di terra
coltivata dalle mie palpebre afferrami per le mie anse d'ombra
stregami d'ali di marmo in fiamme stella stella nelle mie ceneri

Potere poter trovare infine sotto il mio sorriso la statua
d'una sera di sole i gesti a fior d'acqua
gli occhi a fior d'inverno

Tu che nell'alcova del vento stai vegliando
l'innocenza del dipendere dalla volante bellezza
che si tradisce nell'ardore con cui le foglie cercano il petto più debole

Tu che prendi luce e abisso ai margini di questa carne
che cade ai miei piedi come vivezza ferita

Tu che in selve d'errore eri smarrita

Fa' conto che un'oscura rosa del mio silenzio viva senza lottare e senza uscita

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NON ESSERE ALTRO

Non essere altro che un filamento di terra ma implicato nella caccia
ai daini
una combinazione
di alito e di povere
avere un gilè senza un'ombra di edera
e un po' di sera fra i mattoni del cuore.

(da Poesia española. Antología 1915-1931, Madrid, 1932 – Trad. Vittorio Bodini)

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LA FRASE DEL GIORNO
Parzialmente seduto su un filone d’anima non oso / dondolarmi per paura che cielo e terra facciano stridere i cardini della nostra vita privata. 
JUAN LARREA




Juan Larrea (Bilbao, 13 marzo 1895 – Córdoba, 9 luglio 1980), scrittore e poeta spagnolo appartenente alla generazione del '27. La sua poesia, appartenente alla corrente creazionista, originale per l'architettura della metafora, ha influito su Rafael Alberti, Vicente Aleixandre e Gerardo Diego.



giovedì 13 gennaio 2011

Museo del ‘900


Chi a Milano passava per Piazza del Duomo nel corso degli ultimi tre-quattro anni poteva vedere il lato sinistro del Palazzo dell’Arengario chiuso da un cantiere. Tavole di legno impedivano l’accesso a quello che fino a quel momento era stato l’ufficio dell’Azienda di Promozione Turistica del Comune. Sulle assi era preannunciata l’apertura del Museo del ‘900 ed era possibile ottenere dei gadgets elettronici utilizzando un collegamento Bluetooth.

Ora il Museo del ‘900 è finalmente aperto: è stato inaugurato il 6 dicembre 2010 nei quattro piani dell’edificio, originario degli Anni Trenta ed esempio di arte razionalista. Praticamente si esce dalla fermata Duomo della metropolitana e si entra nell’esposizione, che conta ben 400 opere. Ad accogliere i visitatori sulla rampa elicoidale nera c’è l’enorme Quarto stato di Pelizza da Volpedo, celeberrima tela del 1902, quasi a sancire la fine di un’epoca e l’ingresso in un’altra. E infatti ci si imbatte subito dopo nelle avanguardie: Braque, Picasso, Klee, Matisse, Kandinskij, Modigliani. Ecco subito dopo i futuristi: Balla, Boccioni, Carrà, Depero, Funi, Soffici.

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Carlo Carrà, “Natura morta”

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È un’orgia di dinamismo e sperimentalismo, un’evoluzione distintamente percepibile: ci si precipita a leggere sulle didascalie il materiale usato, come per i collage di Soffici. Si guardano quei libri di Marinetti, consapevoli di trovarsi di fronte a un pezzo di storia della letteratura. Si rimane ad osservare Forme uniche della continuità nello spazio, la scultura di Boccioni, e viene la tentazione di togliere di tasca una moneta da 20 centesimi per confrontarla.


Umberto Boccioni,Forme uniche della continuità nello spazio”

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Amedeo Modigliani, "Ritratto di Paul Guillaume”

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Paul Klee, "Wald Bau"


 Si sale di un piano e si trovano gli Anni ‘20, ‘30 e ‘40:  le fabbriche di Sironi, le donne di Casorati, le figure metafisiche di De Chirico, le bottiglie di Morandi, le impressionanti sculture di Martini, l’astrattismo, l’arte monumentale, le sculture di Melotti, il postimpressionismo.  Il terzo piano ci porta alle opere polimateriche di Alberto Burri e nella Milano a cavallo tra gli Anni ‘50 e i ‘60: le invenzioni di Piero Manzoni, dalla Merda d’artista all’Uovo con impronta, l’arte informale di Vedova, Capogrossi, Novelli, Accardi e Tancredi. E ancora la pop-art italiana con Adami, Baj, Schifano, Rotella, Boetti, Pistoletto, Calzolari, Kounellis. La torre dell’Arengario ospita i famosi “tagli” di Lucio Fontana e una sua enorme installazione del 1970 con luci al neon, ricreata per il Museo in accordo con la Fondazione Fontana. Da lassù si gode anche una visuale insolita di Piazza del Duomo.


Lucio Fontana, “Signorina seduta”


L’installazione di Lucio Fontana

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MUSEO DEL '900
Palazzo dell'Arengario
Piazza Duomo (MM Duomo)
Milano

ORARI DI APERTURA:
LUN.  14.30 - 19.30
MAR. MER. VEN. e DOM.  9.30 - 19.30
GIO. e SAB.  9.30 - 22.30

Dal 7 dicembre 2010 al 28 febbraio 2011 l’ingresso è gratuito grazie alla sponsorizzazione di Bank of America Merrill Lynch.


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LA FRASE DEL GIORNO
L'arte non riproduce il visibile; piuttosto, crea il visibile.
PAUL KLEE

mercoledì 12 gennaio 2011

Ascolto il canto delle sirene

 

 

GIUSEPPE UNGARETTI

NASCE FORSE

C'è la nebbia che ci cancella

Nasce forse un fiume quassù

Ascolto il canto delle sirene
del lago dov'era la città

(da L’Allegria, Preda, 1931)

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“Ne L’Allegria convivono due tendenze di poetica. La prima spinge a caricare la parola fino al limite della rottura, secondo l’intensificazione caratteristica del grido espressionistico. La seconda conduce invece a valorizzare l’alone di indefinitezza della parola, creandole attorno isole di silenzi così da potenziarne le suggestioni e il mistero. La compresenza di queste due ragioni espressive determina la sospensione della poesia ungarettiana, a livello del primo libro, tra Espressionismo e Simbolismo”. Questo commento di Romano Luperini mi sembra che si attagli bene a Nasce forse, poesia di Giuseppe Ungaretti, una delle prime dell’Allegria.

Possiamo immaginare un paesaggio cancellato dalla nebbia, dove tutto è possibile e la realtà appare sotto una diversa forma: la percezione dei sensi è tradita, le morgane ingannano, potrebbero esserci le Sirene nell’ombra. È il momento in cui il poeta, chiuso nella sua solitudine, diventa consapevole della propria funzione.

Ho scelto questa poesia di Ungaretti per un motivo preciso: oggi il blog compie tre anni (sembra ieri…) e ha assunto strada facendo sempre più  quella connotazione che avevo in mente quando l’ho aperto: “Ferma la tua nave e il nostro canto ascolta” dicono le Sirene ad Ulisse nel XII canto dell’Odissea. Non mi ricordo se ho già detto perché il blog si chiama così: comunque quel sabato 12 gennaio 2008 scelsi quel titolo tra i tanti che mi frullavano in testa perché la poesia doveva essere centrale – non solo quella dei poeti, anche la “poesia” dell’arte, della fotografia, del viaggio, del vivere. Quella che ci chiama con voce soave, ma che – a differenza delle Sirene – non ci vuole distruggere: al contrario, ci arricchisce.

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Fotografia © Jaroslav Stryjewski

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LA FRASE DEL GIORNO
L’esperienza poetica è esplorazione di un personale continente d’inferno, e l’atto poetico, nel compiersi, provoca e libera, qualsiasi prezzo possa costare, il sentire che solo in poesia si può cercare e trovare libertà.
GIUSEPPE UNGARETTI, L’Allegria




Giuseppe Ungaretti (Alessandria d’Egitto, 8 febbraio 1888 – Milano, 1º giugno 1970) è uno dei tre grandi poeti dell’Ermetismo italiano. Trasferitosi a Parigi nel 1912, prese parte alla Prima guerra mondiale nelle trincee del Carso e poi in Champagne. Dal 1935 al 1942 insegnò in Brasile e dal 1947 al 1965 fu professore di letteratura moderna alla Sapienza.


martedì 11 gennaio 2011

La voce del silenzio

  

ADOLFO CASAIS MONTEIRO

LA PAROLA IMPOSSIBILE

Mi hanno dato il silenzio per serbare dentro di me
la vita che non si scambia con parole.
Me l'hanno dato per serbare dentro di me
le voci che solo in me sono vere.
Me lo hanno dato per serbare dentro di me
l’impossibile parola della verità.
Mi hanno dato il silenzio come una parola impossibile,
nuda e chiara come il fulgore di una lama invincibile,
per serbare dentro di me,
per ignorare dentro di me,
l’unica parola senza travestimento
la Parola che mai si proferisce.

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Che cosa è difficile trovare in questi tempi moderni dove le macchine regnano ovunque? Il silenzio. Molti adesso ne sono spaventati e riempiono il loro vuoto con la musica delle cuffiette, così come i locali lasciano in sottofondo una inutile musica da atmosfera. Ma il silenzio consente di ritrovarci soli con noi stessi, ci permette di entrare in armonia con la natura – chi si è soffermato in montagna a contemplarlo sa che cosa intendo. Il silenzio è anche un messaggio, sa farsi parola, e lo sapevano gli oratori latini che affidavano alle pause significati profondi.

È quello che ci dice anche il poeta portoghese Adolfo Casais Monteiro, esponente modernista affascinato dal surrealismo: il silenzio come mezzo per raggiungere dentro di noi la verità.

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Fernand Khnopff, "Il silenzio", part.

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LA FRASE DEL GIORNO
Forse solo il silenzio esiste davvero.
JOSÉ SARAMAGO, Memoriale del convento




Adolfo Vítor Casais Monteiro (Porto, 4 luglio 1908 – San Paolo, Brasile, 24 luglio 1972), poeta, traduttore, critico e romanziere portoghese. La sua opera poetica, iniziata nel 1929 con Confusione, è stata influenzata dal primo modernismo portoghese, avvicinandosi stilisticamente all'estetismo di André Gide.



lunedì 10 gennaio 2011

Il sangue sa solo di sangue

  

ANNA ACHMATOVA

IL MIELE SELVATICO SA DI LIBERTÀ

Il miele selvatico sa di libertà,
la polvere del raggio di sole,
la bocca verginale di viola,
e l’oro di nulla.
La reseda sa d’acqua,
e l’amore di mela,
ma noi abbiamo appreso per sempre
che il sangue sa solo di sangue...

Invano il procuratore romano,
tra gridi sinistri della plebe,
lavò davanti al popolo le mani,
e invano la regina di Scozia
tergeva da rossi schizzi
le palme affusolate, nell’afosa
oscurità del palazzo reale...

1933

(da Il giunco)

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“Tutto l'oceano del grande Nettuno potrà lavar via, interamente, questo sangue dalla mia mano? No, piuttosto, questa mia mano tingerà d'incarnato i mari innumerevoli, facendo del verde un unico rosso!” recita la Lady Macbeth shakespeariana. E Ponzio Pilato si lavò le mani del metaforico sangue  di Cristo dopo averlo condannato. Il sangue è spesso, versarlo significa versare la vita che esso contiene. E lo sa bene Anna Achmatova, il cui marito Nikolaj Gumilev venne fucilato dai bolscevichi nel 1921. Sa quanto sia importante il suo ruolo di forza vitale – non a caso i popoli dell’antichità vi legavano poteri magici e divinatori; e il sangue di Gesù è alla base del mistero cristiano. Ed ecco allora questo confronto con oggetti e sentimenti che hanno un sapore diverso, ben delineato nella sua delicatezza. Il sangue invece sa solo di sangue…

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Fotografia © Freepngimg

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LA FRASE DEL GIORNO
Tutta l'acqua dei fiumi non potrebbe lavare la mano insanguinata di un omicida.
ESCHILO, Coefore




Anna Andreevna Achmatova, pseudonimo di Anna Andreevna Gorenko (Bol'soj Fontan, 23 giugno 1889 – Mosca, 5 marzo 1966), poetessa russa. Fu osteggiata dal regime sovietico per il suo “estetismo” e per il “disimpegno" politico”. La sua poesia spesso scarna, libera dalle analogie simboliche, scolpita fino all'osso, si veste di un’ironia e di una malinconia che sconfinano nel disincanto.


domenica 9 gennaio 2011

Ti invaghisti di un’ombra

 

PEDRO SALINAS

I. TU VIVI SEMPRE NEI TUOI ATTI

Tu vivi sempre nei tuoi atti.
Con la punta delle dita
sfiori il mondo, gli strappi
aurore, trionfi, colori,
allegrie: è la tua musica.
La vita è ciò che tu suoni.

Dai tuoi occhi solamente
emana la luce che guida
i tuoi passi. Cammini
fra ciò che vedi. Soltanto.

E se un dubbio ti fa cenno
a diecimila chilometri,
abbandoni tutto, ti lanci
su prore, su ali,
sei subito lì; con i baci,
coi denti lo laceri:
non è più dubbio.
Tu mai puoi dubitare.

Perché tu hai capovolto
i misteri. E i tuoi enigmi,
ciò che mai potrai capire,
sono le cose più chiare:
la sabbia dove ti stendi,
il battito del tuo orologio
e il tenero corpo rosato
che nel tuo specchio ritrovi
ogni giorno al risveglio,
ed è il tuo. I prodigi
che sono già decifrati.

E mai ti sei sbagliata,
solo una volta, una notte
che t'invaghisti di un'ombra
- l'unica che ti è piaciuta -
Un'ombra pareva.
E volesti abbracciarla.
Ed ero io.

(da  La voce a te dovuta, 1933)

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Abbiamo già letto poche settimane fa una poesia di Pedro Salinas da La voce a te dovuta: là eravamo già molto avanti nella storia d’amore tra il poeta e Katherine Prue Reding, la studiosa americana trentacinquenne che divenne sua amante. Qui invece siamo all’inizio, alla poesia numero uno – tutti i componimenti di questa raccolta sono indicati solo con il numero romano. Siamo dunque nella primavera del 1932, quando Pedro e Katherine si incontrano a Madrid: è evidente da questo ritratto che Salinas ne traccia che l’americana era per lui una dea, che restò folgorato da quel suo agire da donna emancipata (“La vita è ciò che tu suoni”, “Cammini fra ciò che vedi”, “Tu mai puoi dubitare”). Una donna consapevole della sua bellezza e della sua forza, libera di agire e di decidere, anche di sbagliare per capriccio, di “invaghirsi di un’ombra”.

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Henri Matisse, “Jeune femme le visage enfoui dans les bras

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LA FRASE DEL GIORNO
Le donne hanno due modi d'amare che possono discendere uno dall'altro: amano col cuore e con i sensi. 
ALEXANDRE DUMAS FIGLIO, La signora delle camelie




Pedro Salinas y Serrano (Madrid, 27 novembre 1891 – Boston, 4 dicembre 1951), poeta spagnolo appartenente alla generazione del 1927. La voce a te dovutaRagione d’amore e Lungo lamento formano una trilogia poetica sull’amore per Katherine Prue Reading, docente americana, interrotto dopo il tentato suicidio della moglie Margarita.


sabato 8 gennaio 2011

Amore senza ritorno


UMBERTO SABA

IL FANCIULLO E L’AVERLA


S'innamorò un fanciullo d'un'averla.
Vago del nuovo - interessate udiva
di lei, dal cacciatore, meraviglie -
quante promesse fece per averla!

L'ebbe; e all'istante l'obliò. La trista,
nella sua gabbia alla finestra appesa,
piangeva sola e in silenzio, del cielo
lontano irraggiungibile alla vista.

Si ricordò di lei solo quel giorno
che, per noia o malvagio animo, volle
stringerla in pugno. La quasi rapace
gli fece male e s'involò. Quel giorno,

per quel male l'amò senza ritorno.


(da Uccelli, 1950)
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È un apologo questa poesia di Umberto Saba, una favola. E come ogni favola ha la sua morale, anzi più d’una: il desiderio che, appagato, diventa routine; la libertà agognata; il rimpianto per le cose perdute. Quell’averla – un uccello della famiglia dei passeri – può essere l’amico o l’amata cui neghiamo interesse, cui facciamo del male e che poi si allontana da noi lasciandoci il rammarico di essere stati la causa di tale allontanamento. È solo allora che possiamo comprendere il dolore causato: il prezzo da pagare, in una specie di contrappasso, è la meritata sofferenza, acuita dall’eternità della pena.

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Fotografi © Wojsyl
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LA FRASE DEL GIORNO
Nulla si è ottenuto, tutto è sprecato, quando il nostro desiderio è appagato senza gioia. Meglio essere ciò che distruggiamo, che inseguire con la distruzione una dubbiosa gioia.
WILLIAM SHAKESPEARE, Macbeth, atto III, scena III





Umberto Saba, pseudonimo di Umberto Poli (Trieste, 9 marzo 1883 – Gorizia, 25 agosto 1957), poeta italiano tra i massimi del ‘900. Di famiglia ebraica, fu avviato agli studî commerciali, e fu per lunghi anni direttore e proprietario di una libreria antiquaria a Trieste. La sua poesia, quasi intimo diario e confessione, indaga le cose ultime, la donna, l’amore, il senso atavico del dolore. La sua opera è raccolta nel Canzoniere.