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sabato 7 marzo 2009

Ancora di poesia e canzoni


Si era già parlato lo scorso anno su questo blog della differenza tra canzoni e poesia, del perché non si può considerare un testo scritto per una canzone pura poesia.

Ora il dibattito viene nuovamente alimentato dalla decisione del Ministero della Pubblica Istruzione di inserire testi di Giorgio Gaber nelle antologie scolastiche. In un elzeviro sulla "Stampa" di mercoledì 4 marzo, il poeta milanese Maurizio Cucchi, rileva: "È chiaro che - se la musica è Allevi, la poesia è De André, il teatro (e ancora la poesia, sempre tirata in ballo a sproposito) è Gaber - il mercato ha invaso il territorio dell'estetica. La faccenda si mette male. Ieri Montale, oggi Gaber. Domani il vincitore di Sanremo?"

Cucchi fa riferimento ad un'altra querelle, quella scoppiata tra il violinista Uto Ughi e il nuovo "idolo della musica classica contemporanea", Giovanni Allevi: anche lì, con il ricciuto pianista, la cultura viene spinta ancora un po' verso il basso, umiliata, immolata sull'altare della mediocrità in nome del facile consumo, della diffusione di massa, del famigerato mercato. È lo stesso meccanismo perverso che in televisione premia programmi risibili e diseducativi in nome dello share. La vera poesia langue sugli scaffali, nei libri che non vengono pubblicati e divulgati, nei testi che la scuola non legge e non commenta, accontentandosi di un livellamento che con il tempo spianerà la cultura italiana verso il basso - e già nella società si intravedono i suoi effetti nefasti... 



Vincent Van Gogh, "La lettrice di romanzi"


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LA FRASE DEL GIORNO
Una poesia è linguaggio ritmico, non linguaggio ritmato (canto) né mero ritmo verbale (Proprietà generale della lingua, senza escludere la prosa)
OCTAVIO PAZ, Corrente alterna

venerdì 6 marzo 2009

Stanislaw Jerzy Lec


Cento anni fa nasceva a Lviv (ora in Ucraina, ma allora città polacca con il nome di Lwów) l'aforista e poeta Stanislaw Jerzy Lec. Dopo problemi in gioventù per le sue idee rivoluzionarie, Lec, la cui famiglia aveva origini ebraiche,  finì in un campo di concentramento tedesco, dal quale fuggì rocambolescamente per unirsi ai partigiani. Nel dopoguerra fu ambasciatore a Vienna per la Repubblica di Polonia. Morì a Varsavia nel 1966.

Graffiante sulla scia di Karl Kraus, del quale respirò la comune aria mitteleuropea, ma meno caustico, Lec innestò nell'aforisma il gene dell'assurdo - quell'assurdità che sembra spesso governare la vita. I suoi "pensieri spettinati" sono un classico molto citato del genere.


Da "PENSIERI SPETTINATI"

Ha una coscienza pulitissima: mai usata.

Tutti vogliono il vostro bene: non fatevelo portar via.

Rifletti, prima di pensare.

Anche i masochisti confessano, se torturati: lo fanno per riconoscenza.

La tecnica arriverà a un tale perfezionamento che l'uomo potrà fare a meno di se stesso.

C'è gente profondamente credente: aspetta solo una religione.

Bisogna essere decisi anche per tergiversare.

Si può chiudere un occhio sulla realtà, ma non sui ricordi.

La somma degli angoli di cui ho nostalgia è certamente superiore a 360.

Non aspettatevi troppo dalla fine del mondo!

E se fossimo soltanto il ricordo di qualcuno?

Due linee parallele s'incontrano all'infinito – e ci credono.

Si abbracciarono così stretti che non rimase spazio per i sentimenti.

Tutto è illusione. Compresa la frase precedente.




Stanislaw Jerzy Lec (Wikipedia)


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LA FRASE DEL GIORNO
La nostra ignoranza raggiunge mondi sempre più lontani.
STANISLAW JERZY LEC, Pensieri spettinati




Stanisław Jerzy Lec (Leopoli, 6 marzo 1909 – Varsavia, 7 maggio 1966), scrittore, poeta e aforista polacco. La sua opera dissacra ogni sistema politico basato sull'autoritarismo e si batte contro ogni morale quando questa viene eretta a sistema, mettendo alla berlina non questa o quella assurdità, ma la stessa assurdità che si sostituisce alla vita e alla realtà stessa.


giovedì 5 marzo 2009

Proverbi di marzo


"Marz marzott fiö d'un baltrocch fiö d'una baltroca
o ch'el piöf o ch'el tira vent o ch'el fioca.
(Marzo marzotto figlio di un farfallone, figlio di una baldracca / o piove o tira vento o nevica).

La volubilità classica di marzo, mese di transizione tra due stagioni, è rappresentata in moltissimi proverbi, tanto che in italiano lo si trova spesso associato all'aggettivo "pazzerello". Un altro detto brianzolo recita infatti: "Marz pazzerell, al vet ul sû, al derva l'umbrell" (vede il sole e apre l'ombrello). Certo, più efficace è quel paragone con una donna di non specchiati costumi, leggera e mutevole. Nelle Marche si dice "Marzu pazzerellu, Pasqua cò l'ombrellu", in Salento "Marzu ete pacciu" (marzo è pazzo).


"Marz pulverent, per fà séghel e furmènt".
(Marzo polveroso, per fare segale e grano).

La saggezza contadina, basata sull'osservazione delle varie annate, così ha stabilito: marzo deve essere asciutto (polveroso e ventoso), per ottenere poi in estate un buon raccolto di cereali, in particolare i citati segale e frumento, anche perché, come attestato in Sicilia, "Marzu, centu vagna e una asciuca" ("bagna per cento ma basta uno ad asciugare", per il calore del sole). Analoghi al brianzolo il proverbio veneto: "Marso ventoso, april temperado, beato el contadin che el gà semenà" e quello abruzzese "Marz'assutte e aprile bbagnate, biate lu campagnole che ha sementate". 



"A San Giüsepp fiurés ul perseghètt"
"A San Giüsepp, föra scarp e culsètt"
(A San Giuseppe fiorisce il pesco / A San Giuseppe fuori scarpe e calze)

Per assonanza con San Giuseppe, ecco due proverbi che descrivono gli effetti della primavera che comincia: "fiorisce il pesco" e si possono togliere "le scarpe e le calze". Così i veneti dicono "De San Isepo no se scalda pì el leto", ovvero non c'è più bisogno dello scaldino usato anticamente per scaldare il letto, e i cremonesi "Per San Giüzèp se smòorsa 'l muculèt" (si spegne la candela, perché le giornate si allungano).


Robert Furber, "March"


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LA FRASE DEL GIORNO
Eppure un guizzo solo di primavera basta a rendere allegra l'anima vedova, a mutare in piani di esaltata Arlecchina queste ostinate gramaglie.
GESUALDO BUFALINO, Il malpensante

mercoledì 4 marzo 2009

Lo stupore della primavera


SALVATORE QUASIMODO

SPECCHIO


Ed ecco sul tronco
si rompono gemme:
un verde più nuovo dell'erba
che il cuore riposa:
il tronco pareva già morto,
piegato sul botro.

E tutto mi sa di miracolo;
e sono quell'acqua di nube
che oggi rispecchia nei fossi
più azzurro il suo pezzo di cielo,
quel verde che spacca la scorza
che pure stanotte non c'era.

(da Acque e terre, 1931)


Sempre la primavera ci stupisce con il suo risveglio: ci pare un miracolo nuovo tutti gli anni, eppure è da milioni di anni che il ciclo delle stagioni si ripete. Così, ogni marzo, ci lasciamo stupire da questo rinnovamento e ci abbandoniamo anche noi alla rinascita dopo il lungo letargo invernale.

Anche Salvatore Quasimodo si identificò in questo risveglio dipingendo un'immagine di primavera in una poesia di "Acque e terre", opera del 1930 che raccoglieva i suoi primi componimenti: così, d'improvviso, tutto diverso nel solito mondo: sui rami spuntano le gemme, escono con forza ancestrale dalla corteccia; la vita si rinnova anche nel colore dell'erba, fa risorgere il tronco ricurvo sul dirupo, rende più azzurro il cielo che si rispecchia nell'acqua stagnante. Ed ecco lo stupore, l'emozione: quello che fa di un pensiero una poesia...


Fotografia © Publicdomainpictures



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LA FRASE DEL GIORNO
La primavera è il tempo dei progetti e dei propositi.
LEV TOLSTOJ, Anna Karenina




Salvatore Quasimodo (Modica, 20 agosto 1901 – Napoli, 14 giugno 1968), poeta e traduttore italiano, esponente di rilievo dell'ermetismo.  Essenziale ed epigrammatico, ha  temperato gli influssi originari in un linguaggio poeticamente sempre più autonomo, che libera un’intensa sensualità in trepide visioni. Premio Nobel per la letteratura 1959 “per la sua poetica lirica, che con ardente classicità esprime le tragiche esperienze della vita dei nostri tempi”.


martedì 3 marzo 2009

Luzi e il vento di quaresima


MARIO LUZI

NELLA CASA DI N., COMPAGNA D'INFANZIA


Il vento è un aspro vento di quaresima,
geme dentro le crepe, sotto gli usci,
sibila nelle stanze invase, e fugge;
fuori lacera a brano a brano i nastri
delle stelle filanti, se qualcuna
impigliata nei fili fiotta e vibra,
l'incalza, la rapisce nella briga.
Io sono qui, persona in una stanza,
uomo nel fondo di una casa, ascolto
lo stridere che fa la fiamma, il cuore
che accelera i suoi moti, siedo, attendo.
Tu dove sei? sparita anche la traccia...
Se guardo qui la furia e se più oltre
l'erba, la povertà grigia dei monti.

(da Primizie del deserto, Schwarz, 1952)


Perché questa poesia di Mario Luzi è un capolavoro? Perché è divisa in due parti simmetriche di sette versi ciascuna e la prima, apparentemente solo paesistica, giustifica la seconda, della quale diventa una lunga analogia.

È l'inizio di marzo e soffia il vento. Per le strade ci sono ancora le stelle filanti, rimasugli del trascorso carnevale e il vento le lacera con la sua forza quando queste si impigliano in qualcosa. C'è tutta una serie di parole e di verbi che prefigurano la seconda parte: aspro, geme, sibila, lacera. Quel senso doloroso che sottintendono esplode quando entra in scena il poeta, "né giovane né vecchio", quasi quarantenne, che si trova nella casa di una compagna d'infanzia della quale è ignoto il destino. Quella "briga" d'eco dantesca è una chiave che chiude la prima strofa e permette di aprire la seconda. "Briga" è la bufera infernale del V canto dell'Inferno, qui il vento forte che spazza le vie, ma anche il tormento del poeta che medita sulla precaria esistenza umana, su quella forza inesorabile che la governa. Dove sarà N.? Neppure una traccia di lei è rimasta in quella casa: resta soltanto la testimonianza della violenza della vita, la "furia" del tempo che scorre e che separa le vite, che cancella i ricordi e riempie di tristezza. Fuori il paesaggio è quello povero di sempre, modesto e ignaro del tormento di Luzi.




Dipinto di Ray Hendershot


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LA FRASE DEL GIORNO
All'origine, in quell'attimo o evo quando da tutto il non amore si libera un sorriso appena conscio della profondità che cela e sfavilla l'incontro dei pensieri, snida l'oscurità del passato, traversa gli anni da cima a fondo.
MARIO LUZI, Il pensiero fluttuante della felicità




Mario Luzi (Castello di Firenze, 20 ottobre 1914 – Firenze, 28 febbraio 2005), poeta italiano, fu uno dei grandi rappresentanti dell’Ermetismo. Più volte candidato al Nobel, fu insignito della Legion d’Onore. Fu Accademico della Crusca e senatore a vita.



lunedì 2 marzo 2009

Il destino del dialetto


Il dialetto è lingua o un retaggio del passato che è bene far scomparire? E, con il passare del tempo, non sarà poi l'italiano il dialetto e l'inglese la lingua? Sono temi attuali, questi, che il 23 febbraio hanno trovato spazio anche su Avvenire, quotidiano dal quale ho tratto questa intervista di Ilario Lombardo a Davide Van De Sfroos, cantore del dialetto "laghée".






Davide Van de Sfroos 
«È l’anima nobile di un popolo, guai a vergognarsene» 
Ci fosse una Nashville italiana lui salirebbe sul palco acclamato come Johnny Cash. Non canta però le vallate del Tennessee come i folk singer o i menestrelli country: la sua musica si porta dietro invece gli umori della sua gente e le storie che i venti tramandano sulle coste del lago di Como. Davide Van de Sfroos, nato Davide Bernasconi, porta già nel nome d’arte il dialetto come lingua d’elezione delle sue ballate. «Vanno di contrabbando» o «vanno di frodo», questo significa: un riferimento esplicito a quei mitici avventurieri che lungo il confine tra la Svizzera e il comasco, facevano del contrabbando un’arte e un mestiere. Cantautore osannato come un mito locale dai lariani, Van de Sfroos fa il balzo verso una platea nazionale con il suo ultimo album Pica!. E l’Italia fa la conoscenza del laghée.

È una variante del comasco, ma quale è la sua particolarità?
«È fantastico dal punto di vista metrico e ritmico. È diretto, più duro, con le "u" simili al sardo o al rumeno, è molto roots, radicale. Ti permette di sperimentare vie musicali ardite. Ha sfumature rock ’n roll, oniriche, etniche. È fatto di magia e di mistero. Ha ascendenze francesi, spagnole, celtiche. Ha tante influenze dentro, eppure è qualcosa di unico. Le sue vocali molto trascinate e le forti troncature possono ricordare alcune varianti del francese. A New Orleans pensavano fosse il cajun dei francesi canadesi immigrati in Louisiana, oppure, visto il cognome, il fiammingo».

Come lei, molti altri musicisti che cantano in dialetto sono in prima fila nella difesa della propria lingua territoriale. Il miglior modo per preservarla?
«Il dialetto è una lingua che è esistita prima di noi. Ha un retaggio di influenze e di testimonianze immenso. Sarebbe un errore collocare il dialetto dentro una bacheca perché non sarebbe più una cosa viva. È chiaro che se tieni alla conservazione del territorio, al patrimonio culturale e naturale, non puoi non fare la stessa cosa con il dialetto che è l’anima nobile di un popolo. L’errore che si fa è quello di accomunarlo al popolaresco o al vezzo goliardico, invece c’è tutto un mondo che in dialetto si esprime: c’è gente che è nata, vissuta e morta parlando il dialetto, che ha tramandato storie del luogo in questa lingua perché ha tutta una gamma di espressioni e di sfumature adatte. È popolare e con l’espressività immediata delle persone che si trovano in uno stato confidenziale. Parlarlo per tenerlo vivo: è l’unico modo per salvare il dialetto».

Chi sono i nemici del dialetto?
«Prima il dialetto veniva associato alla vergogna. Oggi invece nelle scuole mi invitano a parlare dell’importanza culturale del dialetto. E spesso a invitarmi sono le stesse maestre che prima si raccomandavano con i genitori di non parlare in dialetto per evitare gli strafalcioni in italiano dei figli. Forse si sono rese conto di cosa potevano perdere. Il problema oggi è che sta diventando una cosa di nicchia destinata a scomparire, e custodirlo è difficile perché con l’avvento dei nuovi media si parla tanto l’inglese»

Pensa che solo il dialetto possa raccontare le storie delle sue canzoni?
«Appena entri in un paese la prima cosa che noti è l’accento e la cadenza. Ecco, il dialetto è la credibilità necessaria per raccontare in maniera iperrealista la storia avvenuta in quel luogo. E nelle mie storie i personaggi sono eroi semplici, persone al limite della legalità e della società, borderlines, sciagurati dalla vita politicamente scorretta ma con una visione della vita affascinante e che a modo loro hanno lasciato dei segni. Il dialetto è l’integrità di questa tradizione».

Nel mondo della discografia, però, la canzone dialettale sembra considerata, con diffidenza, musica in italiano minore. Forse perché c’è un limite regionale nel comprenderla?
«Non credo. L’errore delle radio e dei produttori di dischi è quello di fare l’equazione dialetto=canto delle mondine e folklore di paese. Invece basta pensare a cosa ha fatto De André con il gallurese e il genovese. Il dialetto è identità ma non è un muro di divisione. In tutte le regioni dove siamo stati in concerto, abbiamo avuto successo e affetto. Guardavano a noi con la curiosità che si riserva a musicisti che vengono da un determinato territorio e si esprimono nella lingua di quel territorio. È un destino comune a tutti i cantanti dialettali. Poi se guardi a nomi come i 99 Posse, iTazenda, i vari gruppi salentini, noti come le contaminazioni rock, blues, reggae li fanno amare anche fuori dalla propria regione. Anche all’estero, dove ognuno porta un pezzo d’Italia. Fa ridere, ma una volta mi trovavo in una radio di Berlino e mi hanno paragonato a Youssou N’Dour: io che in Italia sono considerato un cantante del profondo nord».



In questi tempi di triste omologazione, dove si globalizza tutto, dall'abbigliamento dei ragazzi alle catene di "ristoranti" con cibo predeterminato uguale in tutto il mondo, persistono eroici resistenti: che siano i paladini del "mangiare lento" (ma perché battezzarsi "slow food"?) o i difensori della lingua ancestrale che ognuno di noi si porta dentro. Contaminati già dall'italiano, i dialetti scompariranno, diverranno lingue morte senza l'autorevolezza del greco e del latino. E nessuno canterà più in napoletano o in milanese o nel laghée di Van De Sfroos: il mondo perderà quel tocco non "folkloristico" ma puramente emozionale, il legame con un passato che ha memoria di campi lavorati e di antichi borghi operai. Anch'io - e un po' mi vergogno a dirlo - non penso in dialetto, ma in italiano, ed è sempre stato così, dai tempi dell'asilo: siamo stati programmati a parlare una lingua che non è quella dei nostri avi in nome di un interesse superiore. Ma questo non vuol dire dover abbandonare alla deriva culturale i dialetti: sarebbe come cedere la gestione della cucina italiana a Mac Donald's. Esagerazione? Sentite cosa scrisse lo storico Giuseppe Galasso sul Corriere della Sera del 27 novembre 2007: "L'ultimo grido della moda universitaria sembra sia la rinuncia alle lingue nazionali. Tutto in inglese. Così, si dice, si attirano gli studenti stranieri e gli studenti locali fanno un percorso, da subito; internazionale. Sarà, ma qualcosa mi preoccupa. Adeguarsi a una lingua imperiale è un atto saggio e funzionale a molti scopi pratici. Ma così la tutela delle culture europee perde di senso, e il plurilinguismo non è una risposta. Le lingue sono l'essenza di tradizioni e culture: via le lingue, addio".  





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LA FRASE DEL GIORNO
Un populu | mittitulu a catina | spugghiatulu | attuppatici a vucca | è ancora libiru. || Livatici u travagghiu | u passaportu | a tavola unni mancia | u lettu unni dormi | è ancora riccu. || Un populu, diventa poviru e servu | quannu ci arrubbano a lingua | addutata di patri: è persu pi sempri. (Un popolo rimane libero anche se lo mettono in catene, se lo spogliano di tutto, se gli chiudono la bocca; un popolo rimane ricco anche se gli tolgono il lavoro, il passaporto, la tavola su cui mangia, il letto in cui dorme. Un popolo diventa povero e servo quando gli rubano la lingua ereditata dai padri: allora sì, è perso per sempre!)
IGNAZIO BUTTITTA, Lingua e dialettu

domenica 1 marzo 2009

Marzo, ventoso e adolescente


Definisce bene marzo il poeta goriziano Carlo Michelstaedter: "adolescente". Il suo comportamento è quello dei ragazzi che si trovano in quell'età di mezzo, formativa, spesso soggetto a sbalzi d'umore, a repentine ribellioni, a capricci immotivati e a subitanei ravvedimenti. È il vero anno che nasce, quello delle stagioni, con il risveglio della natura, con il passaggio a giorni più lunghi, sereni e luminosi. Ma ancora, come tutte le cose nuove, non c'è la pratica, non c'è la "mano": sembra che l'atmosfera si stia mettendo alla prova con quel vento, quel sole, quelle piogge, quelle nevicate che sembravano relegate nel ricordo... Marzo, adolescente e fragile.


Marzo ventoso
mese adolescente
marzo luminoso
marzo impenitente.


CARLO MICHELSTAEDTER, da "Marzo", Poesie, 1910

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"Marzo, fanciullo dal lungo sbadiglio,
i tuoi capricci incantevoli
come risa dopo le lacrime
sono trastulli di nuvole e sole.
Col tuo fresco fiato che sa di viole
appanni il verde novizio dei colli,
l'impiumo leggero degli alberi,
per poi rischiararli improvviso.


ARTURO ONOFRI, da "Marzo", Arioso, 1921

*

Rompendo il sole tra i nuvoli bianchi a l'azzurro
sorride e chiama O primavera, vieni!»


GIOSUE CARDUCCI, da "Vere novo", Odi barbare, 1884

*

Come la mano si apre marzo,
Come la mano sul mandolino
Si toglie amore il solino
E salta, saltella scalzo.


RAFFAELE CARRIERI, "Marzo", Canzoniere amoroso, 1958



Kathy Pertiet, "March daffodil"


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LA FRASE DEL GIORNO
Marzo è un fanciullo che ride da un occhio,
dall'altro piange.

DIEGO VALERI, Storiella di marzo