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mercoledì 7 settembre 2011

Dietro i fichidindia


GHIANNIS RITSOS

OSSERVANDO

Dietro i fichidindia passò il carrettiere con il suo cavallo.
L’ho visto – dice; conosco i fichidindia; il carrettiere non lo conosco.
Un uccello spiccò il volo dal tetto; si posò sul ramo; spiccò di nuovo il volo.
Un asciugamani sventola sulla corda del bucato – una linea azzurra,
una rossa, una arancione; – ondeggiano; su di esse distinguo
i gesti irregolari del vento (apparentemente minacciosi, – ma non lo sono).
Sono felice di vederci ancora – dice. E sono io che dètto
quello che suonano i ciechi coi loro strumenti agli angoli delle vie.
La fisarmonica e la chitarra sono vecchie maschere di eroi spaventati
perché gli eroi, più di noi tutti, hanno paura e imitano.

(Traduzione di Nicola Crocetti)

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Sembra un dipinto di Picasso raccontato in radiocronaca questa poesia di Ghiannis Ritsos: il poeta greco racconta tutta la scena, ci pone dentro essa, accanto all’uomo che interloquisce con lui. Possiamo pensare a un paesaggio greco con i suoi colori e profumi sensuali: fichidindia, case bianche, una strada polverosa su cui passa un carretto trainato da un cavallo. Il vento scuote i panni stesi ad asciugare. E, osservando il paesaggio, ascoltiamo quell’uomo parlare di musicanti ciechi, dei loro strumenti usati come maschere o come scudo nell’eroismo del vivere quotidiano.

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DAVID ARISTOTLE HAUGHTON, “CHURCH BY THE SEA”

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LA FRASE DEL GIORNO
Nube la poesia, / fors’anche luce, / non ha corpo. / Nel tuo corpo esisto
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GHIANNIS RITSOS, Erotica




Ghiannis Ritsos (Monemvasia, 1º maggio 1909 – Atene, 11 novembre 1990), poeta greco tra i maggiori del XX secolo. Fu candidato nove volte al Premio Nobel. La sua vita fu animata da un'incrollabile fede negli ideali marxisti e nelle virtù catartiche della poesia.


martedì 6 settembre 2011

La purezza del caso

 

RICHARD WILBUR

PARABOLA

Ho letto come Chisciotte nella sua cavalcata casuale
Una volta giunse a un incrocio, e temendo di perdere
La purezza del caso, non volle decidere

Dove andare, ma lasciò che scegliesse il suo cavallo.
Perché la gloria si sarebbe posata ovunque avesse svoltato.
La sua testa era orgogliosamente leggera, gli zoccoli del suo cavallo

Pesanti, e si diresse verso il fienile.

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Scegliere, infilarci noi stessi nelle strade del nostro destino, esercitare le nostre decisioni e sapere che, comunque, tutto quello che era in nostro potere l’abbiamo fatto. È quello che cerchiamo di fare più o meno tutti. Ma il poeta statunitense Richard Wilbur ci presenta sotto forma di parabola l’alternativa: un eroe romantico e astruso, Don Chisciotte, attratto dalla filosofia del caso, lascia che a scegliere per lui sia il cavallo, forse convinto come il personaggio della Variante di Lüneburg di Paolo Maurensig che “Ogni scelta implica, di per sé, l'abbandono di tutte le alternative. Se non fossimo costretti a scegliere, saremmo immortali”. Il cavallo è stanco e affamato e, naturalmente, sceglie di andare a riposare e a cibarsi nella stalla, chiudendo così la parabola e contemporaneamente i sogni di gloria del cavaliere.

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HONORÉ DAUMIER, “DON QUIJOTE”

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LA FRASE DEL GIORNO
La scelta c'è dove c'è confusione. Per la mente che vede con chiarezza non c'è necessità di scelta, c'è azione.
JIDDU KRISHNAMURTI, Un modo diverso di vivere




Richard Purdy Wilbur (New York, 1° marzo 1921) poeta e traduttore statunitense: ha caratterizzato le sue opere, scritte in forma tradizionale, con signorile eleganza e arguzia. Ha vinto il Premio Pulitzer per la poesia nel 1957 e nel 1989.


lunedì 5 settembre 2011

Capire l’amore


MARIO BENEDETTI

LUNA CONGELATA

Con questa solitudine
infida
e tranquilla

con questa solitudine
di crepe consacrate
di ululati lontani
di mostri di silenzio
di forti ricordi
di luna congelata
di notte per gli altri
di occhi spalancati

con questa solitudine
inutile
e vuota

si può a volte
capire
l'amore.

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Notte. Una notte fredda e solitaria. Fuori la città vive come un animale fantastico, con i suoi suoni di sirene, con i suoi silenzi improvvisi. E un uomo, un poeta, l’uruguaiano Mario Benedetti veglia senza riuscire a prendere sonno: sua compagna è la solitudine, calma e tranquilla, inutile apparentemente. Eppure, proprio in questa solitudine, forse proprio perché si ha la misura della sua assenza, è possibile comprendere l’amore.

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FOTOGRAFIA © DAN HELLER

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LA FRASE DEL GIORNO
Sei sola / sono solo / ma a volte / la solitudine può / essere una fiamma.
MARIO BENEDETTI




Mario Orlando Hamlet Hardy Brenno Benedetti-Farugia, noto come Mario Benedetti (Paso de los Toros, 14 settembre 1920 – Montevideo, 17 maggio 2009), poeta, saggista, scrittore e drammaturgo uruguaiano. Figlio di immigrati italiani, fece parte della Generazione del’45. Nel 1973 fu costretto all’esilio dal golpe militare. Rientrò nel 1983.


domenica 4 settembre 2011

Vola, farfalla


HUMBERTO AK’ABAL

FARFALLA

Gialla
con macchioline nere.
Sembrava pensierosa
sulla palma della mia mano,
le ho parlato
e la sua risposta è stata
più grande del silenzio.
I miei occhi distillavano
amore selvaggio.
Il vento la strappò
dalla mia mano.
Vola, vola, vola:
le gridavo.
E la farfalla andò cadendo
a poco a poco
fino a baciare la terra.

(da El animalero, 1990)

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Dalla piccola cosmogonia che fa da base alla poetica del guatemalteco Humberto Ak’abal estraggo questi versi dedicati a uno dei più eterei e meravigliosi esseri della natura, la farfalla. Emblema della trasformazione, del passaggio da uno stato terrestre ad uno aereo, dalle catene dello strisciare alla libertà del volo. È qui che si annida la forza della poesia di Ak’abal, che ha fatto propria la filosofia del suo popolo, quello Maya K’iche’, che ha rispetto della natura e di tutte le sue creature, con le quali condivide il mondo e la sua realtà. Il volo della farfalla diventa così il volo del poeta stesso.

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IMMAGINE © FONDOS GRATIS

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LA FRASE DEL GIORNO
Quali / speranze buone e quali fantasie / la crëatura per volar su nata / susciti in cuore di colui che sogna / col suo lento mutare e trasmutare, / la maraviglia delle opposte maschere, / la varia grazia delle varie specie, / in versi canterò…

GUIDO GOZZANO, Le Farfalle. Epistole entomologiche




Humberto Akʼabal (Momostenango, 31 ottobre 1952), poeta maya Kʼicheʼ guatemalteco. Scrive nella sua lingua madre, Kʼicheʼ, e poi tradcve la sua poesia in spagnolo. La sua è una poesia dalla semplicità essenziale, dalla sacralità elementare all'interno della quale parole pulsanti rivelano atti, cose ed esseri direttamente naturali.


sabato 3 settembre 2011

La porta della poesia


RUBÉN DARÍO

SU UNA PRIMA PAGINA

Penna, lascia che scorra qui la tua nera fonte.
Questo è il portico in cui l'Idea alza la fronte
luminosa e nel tempio penetra del suo rito.
Delle lettere il simbolo divino sia graffito
in gloria del veggente, la cui anima è lira.
Benedetto chi intende, benedetto chi ammira.
Di sogno, argento o neve, la bianca porta è certa.
Voi che pensate entrate, voi che sognate. È aperta.

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“La moglie del povero scrittore lo può testimoniare, l'ha visto seduto, chino sulle pagine in bianco, che si contorceva passando la penna sulla carta. Sembra una testimonianza inoppugnabile. Ma quello che ha visto è solo l'esterno. Il guscio della letteratura. Un'apparenza”. Ho pensato a questo brano di 2666 di Roberto Bolaño leggendo la poesia di Rubén Darío, poeta nicaraguense tra i massimi esponenti del Modernismo, corrente che prediligeva l’eleganza metrica e la raffinatezza narcisistica in nome di un’estetica che si sarebbe poi riversata in Europa nell’Art Nouveau e nel Liberty. Un poeta davanti alla pagina bianca, in attesa di cominciare a scrivere: l’idea che sta per trasformarsi in inchiostro, pronta a varcare quella porta, a correre lungo gli sterminati corridoi, a invadere le stanze. Che, poi, è quello che succede – in misura certamente molto più modesta – a molti di noi quando scriviamo. Quello che succede a me ogni volta che comincio un post del Canto delle Sirene: la differenza è che ormai la pagina bianca non è più di carta, ma è un riquadro di monitor dove poco alla volta i caratteri grigi vanno formandosi, uno dopo l’altro, incasellandosi in parole e frasi compiute.

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FOTOGRAFIA © LONDON MET

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LA FRASE DEL GIORNO
Ci si mette a scrivere di lena, ma c'è un'ora in cui la penna non gratta che polveroso inchiostro, e non vi scorre più una goccia di vita, e la vita è tutta fuori, fuori dalla finestra, fuori di te, e ti sembra che mai più potrai rifugiarti nella pagina che scrivi, aprire un altro mondo, fare il salto.
ITALO CALVINO, Il cavaliere inesistente




Félix Rubén García Sarmiento, conosciuto con lo pseudonimo Rubén Darío (Metapa, 18 gennaio 1867 – León, 6 febbraio 1916), poeta modernista, giornalista e diplomatico nicaraguense. Rilevante nell'opera di Darío il suo contributo al rinnovamento della poesia latino-americana, grazie all'introduzione di metriche e motivi provenienti dalla poesia francese del tempo.


venerdì 2 settembre 2011

Nei limiti mediocri dell’onesto


ALESSANDRO PARRONCHI

LIBERTÀ

Esclaves, ne maudissons pas la vie.
                                  Rimbaud

Ma dove vivi?
                     - In un mondo dove il pane
non si compra col ricatto. Dove il premio
non è, solo, di chi striscia. Dove amore
non si scambia con l'inganno, dove il vile
non è posto come esempio alla virtù.

- Questo mondo che dici è solo un sogno.
Oppure, quando esiste?

                                  - Quando puoi
sera e mattina e ogni momento stringerti
nei limiti mediocri dell'onesto,
curve le spalle al tuo lavoro, braccio
non mente o testa d'uovo o direttore
d'azienda, segretario o consulente,
ma servo, ma impiegato e salariato,
ma imputato che non fa passare sonni
tranquilli ai componenti del giurì.

- Perdi il meglio dell'oggi!
                                    - Non fa niente.
Un certo stacco dalla vita presente
mi consente più vivi scandagli in quel passato
che la memoria depura.
Il male in un momento è perdonato.
Ma il bene dura, paziente conquista,
e essendone convinto anche talvolta
m'esalto e alle mie ore son felice,
a dispetto dei molti onnipotenti.
Libertà vera è libertà dal male.
La morale del secolo somiglia
sempre a quella di donna un po' leggera.
Non ascoltarla tu se della schiera
sei di chi non dispera.
La paura del domani,
la fine orrenda del paesaggio è solo
fredda minaccia che non sfiora o tocca
la parola che disse: IL VECCHIO MONDO
PASSA ED ECCO CHE TUTTO SI RINNOVA.

(da Pietà dell’atmosfera, Garzanti, 1970)

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Il coraggio dell’onestà, dell’umiltà, della dignità: è quello che teorizza questa poesia di Alessandro Parronchi. Soltanto passando attraverso l’onestà si può raggiungere la libertà, scansando i compromessi e le prostituzioni morali che aiutano a fare carriera, a salire dal ruolo di “servo” a quello di “testa d’uovo”. E se l’onestà diventa sinonimo di mediocrità, pazienza: in quell’aurea mediocritas risiede il bene, la coscienza di fare in modo pulito il proprio lavoro, con fatica e soddisfazione; è lì che si può trovare la vera felicità, quella che i potenti inseguono nel lusso senza riuscire a trovarla: se l’epigrafe di Rimbaud recita che “Schiavi, non malediciamo la vita”, le parole che chiudono la poesia, la frase finale della Seconda Lettera di San Paolo ai Corinti, ci rammentano che la felicità non si basa sui beni terreni, a dispetto di quello che spesso siamo tentati di credere, a dispetto di quello che il mondo vuole farci credere.

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GIOVANNI BENEDETTO CASTIGLIONE; “DIOGENE CERCA L’UOMO ONESTO”

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LA FRASE DEL GIORNO
L'onestà è la più grande fra tutte le furberie perché è la sola che i disonesti non riescono mai a prevedere.
ALEXANDRE DUMAS FIGLIO




Alessandro Parronchi (Firenze, 26 dicembre 1914 – 6 gennaio 2007), poeta, storico dell'arte e traduttore italiano. Con il suo stile ricercato è passato da un ermetismo  incantato a un intimismo che trae giovamento dalla consolazione della memoria: per questo le sue poesie sono oggetto di un meditato lavorio con cui il ricordo media l’emozione.


giovedì 1 settembre 2011

Altre poesie per settembre


Settembre è un mese dolce: l’estate ormai volge al termine e l’autunno comincia a mostrare i primi segni. Nella dorata luce settembrina seguiamo Attilio Bertolucci per le strade della sua città, Parma, mentre va alla ricerca dei ricordi di un altro settembre. E in una giornata di pioggia assistiamo con Hermann Hesse alla fine dell’estate con un po’ di nostalgia.

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ATTILIO BERTOLUCCI

GLI ANNI

Le mattine dei nostri anni perduti
i tavolini nell’ombra soleggiata dell’autunno,
i compagni che andavano e tornavano, i compagni
che non tornarono più, ho pensato ad essi lietamente.
Perché questo giorno di settembre splende
così incantevole nelle vetrine in ore
simili a quelle d’allora, quelle d’allora
scorrono ormai in un pacifico tempo,
La folla è uguale sui marciapiedi dorati,
solo il grigio e il lilla
si mutano in verde e rosso per la moda,
il passo è quello lento e gaio della provincia.

(da La capanna indiana, Sansoni, 1951)

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HERMANN HESSE

SETTEMBRE

Triste il giardino: fresca
scende ai fiori la pioggia.
Silenziosa trema
l'estate, declinando alla sua fine.
Gocciano foglie d'oro
giù dalla grande acacia.
Ride attonita e smorta
l'estate dentro il suo morente sogno.
S'attarda fra le rose,
pensando alla sua pace;
lentamente socchiude
i grandi occhi pesanti di stanchezza.

(da Poesie)

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JERRY POINTS, “SEPTEMBER SUN”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ho sognato settembre: una strada / scendeva in giri cantabili / fra colli di rosea pietra e di piante
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GIORGIO VIGOLO, Conclave dei sogni




Attilio Bertolucci (San Prospero Parmense, 18 novembre 1911 – Roma, 14 giugno 2000), poeta italiano. Le sue opere poetiche sono il risultato di una felice contaminazione tra eredità ermetica e capacità di tradurre ogni astratta eleganza in un discorso poetico naturale.