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giovedì 1 settembre 2011

Altre poesie per settembre


Settembre è un mese dolce: l’estate ormai volge al termine e l’autunno comincia a mostrare i primi segni. Nella dorata luce settembrina seguiamo Attilio Bertolucci per le strade della sua città, Parma, mentre va alla ricerca dei ricordi di un altro settembre. E in una giornata di pioggia assistiamo con Hermann Hesse alla fine dell’estate con un po’ di nostalgia.

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ATTILIO BERTOLUCCI

GLI ANNI

Le mattine dei nostri anni perduti
i tavolini nell’ombra soleggiata dell’autunno,
i compagni che andavano e tornavano, i compagni
che non tornarono più, ho pensato ad essi lietamente.
Perché questo giorno di settembre splende
così incantevole nelle vetrine in ore
simili a quelle d’allora, quelle d’allora
scorrono ormai in un pacifico tempo,
La folla è uguale sui marciapiedi dorati,
solo il grigio e il lilla
si mutano in verde e rosso per la moda,
il passo è quello lento e gaio della provincia.

(da La capanna indiana, Sansoni, 1951)

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HERMANN HESSE

SETTEMBRE

Triste il giardino: fresca
scende ai fiori la pioggia.
Silenziosa trema
l'estate, declinando alla sua fine.
Gocciano foglie d'oro
giù dalla grande acacia.
Ride attonita e smorta
l'estate dentro il suo morente sogno.
S'attarda fra le rose,
pensando alla sua pace;
lentamente socchiude
i grandi occhi pesanti di stanchezza.

(da Poesie)

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JERRY POINTS, “SEPTEMBER SUN”

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LA FRASE DEL GIORNO
Ho sognato settembre: una strada / scendeva in giri cantabili / fra colli di rosea pietra e di piante
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GIORGIO VIGOLO, Conclave dei sogni




Attilio Bertolucci (San Prospero Parmense, 18 novembre 1911 – Roma, 14 giugno 2000), poeta italiano. Le sue opere poetiche sono il risultato di una felice contaminazione tra eredità ermetica e capacità di tradurre ogni astratta eleganza in un discorso poetico naturale.


mercoledì 31 agosto 2011

Forough Farrokhzad

 

Ho scelto alcune delle poesie scritte nella sua breve vita da una donna libera e tumultuosa, l’iraniana Forough Farrokhzad, nata a Teheran nel 1935, sposa a 17 anni, subito madre e divorziata. Sono la testimonianza poetica di una donna appassionata che si trovava a vivere in un paese in contraddizione, dove se non era data la libertà politica, la libertà sessuale era perlomeno sopportata nella borghesia colta. L’Iran degli anni ‘50 e ‘60 con lo Scià e la “dolce vita” persiana, ben diverso dalla teocrazia instaurata successivamente da Khomeini: e infatti la rivoluzione islamica del 1979 mise al bando le opere della Farrokhzad. Forough viaggiò in Germania e Francia, soggiornò a lungo in Italia, girò film e documentari. Si legò a un altro poeta, Nader Naderpur, vivendo di provocazioni che la portarono a sfidare le autorità religiose e i letterati più conservatori: chiedeva con insistenza di poter godere del proprio corpo, contestava il ruolo della donna nel matrimonio tradizionale e nella società. Poi trovò l’amore della sua vita, lo scrittore e regista Ebrahim Golestan: una passione tempestosa, un prendersi e lasciarsi, litigi e rappacificazioni. Aveva litigato furiosamente con lui il 14 febbraio 1967: stava tornando da una visita alla madre e si recava al cinema per assistere a un film italiano quando per evitare uno scuolabus si schiantò con la sua jeep: l’incidente pose fine alla sua vita a soli 32 anni.

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da MURO, 1958

CANTO DI BELLEZZA

Sulle tue spalle, rocce di granito dure e superbe
cascate di luce, ruscella l’onda dei miei capelli.

Sulle tue spalle, muro di cinta di un mirifico castello
danzano, come rami del salice, le ciocche dei miei capelli.

Le tue spalle, torri di ferro,
le tue spalle, fulgenti di sangue e di vita,
hanno il colore di un braciere di rame.

Nel silenzio, nel tempio del desiderio,
addormentata vicino a te,
i segni dei miei baci sulle tue spalle,
come morsi ardenti di serpenti.

Le tue spalle, nella rifrazione del sole
sotto le gocce chiare e tiepide di sudore
sfavillano come cime di montagne.

Le tue spalle, Mecca dei miei sguardi appassionati,
le tue spalle, sigillo di preghiera...

(traduzione di Gina Lagorio)

 

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da RIVOLTA, 1957

PECCATO

Ho peccato, peccato, quanto piacere
nell’abbraccio caldo e ardente ho peccato
fra due braccia ho peccato
accese e forti di caldo rancore, ho peccato.

In quel luogo di buio silenzio appartato
nei suoi occhi colmi di segreti ho guardato,
nel palpito del petto furioso il mio cuore
tremava nei suoi occhi di desiderio in preghiera.

In quel luogo di buio silenzio appartato
accanto a lui al suo fianco sconvolta
la sua bocca desiderio versava tra le labbra mie,
scappata, io, dalle pene del folle mio cuore.

Gli sussurrai piano piano la melodia dell’amore:
ti voglio, ti voglio, anima mia
ti voglio, ti voglio, abbraccio che infiamma
ti voglio, amore mio pazzo.

Il desiderio nei suoi sguardi fiamme avvampava,
il vino nero nella coppa tremava e danzava.
Il mio corpo sul tenero letto
sul suo petto ubriaco oscillava.

Ho peccato, peccato, quanto piacere
accanto all’estatico fremito di un corpo.
Oddio, mio Dio, che cosa ho mai fatto
in quel luogo di buio silenzio appartato?

(Traduzione di Domenico Ingenito)

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da UN’ALTRA NASCITA, 1964

SALUTERÒ DI NUOVO IL SOLE

Saluterò di nuovo il sole,
e il torrente che mi scorreva in petto,
e saluterò le nuvole dei miei lunghi pensieri
e la crescita dolorosa dei pioppi in giardino
che con me hanno percorso le secche stagioni.
Saluterò gli stormi di corvi
che a sera mi portavano in offerta
l’odore dei campi notturni.
Saluterò mia madre, che viveva in uno specchio
e aveva il volto della mia vecchiaia.
E saluterò la terra, il suo desiderio ardente
di ripetermi e riempire di semi verdi
il suo ventre infiammato,
sì, la saluterò
la saluterò di nuovo.
Arrivo, arrivo, arrivo,
con i miei capelli, l’odore che è sotto la terra,
e i miei occhi, l’esperienza densa del buio.
Con gli arbusti che ho strappato ai boschi dietro il muro.
Arrivo, arrivo, arrivo,
e la soglia trabocca d’amore
ed io ad attendere quelli che amano
e la ragazza che è ancora lì,
nella soglia traboccante d’amore, io
la saluterò di nuovo.

(Traduzione di Domenico Ingenito)

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LA FRASE DEL GIORNO
Ah, anche io sono donna, il cui cuore / nel desiderio di averti avanza e si agita, / ti amo, immagine delicata, / ti amo, desiderio impossibile
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FOROUGH FARROKHZAD, Il muro




FarrokhzadForough Farrokhzad (Teheran, 5 gennaio 1935 – Tafresh, 13 febbraio 1967), poetessa iraniana. Sfidando le autorità religiose, espresse con fermezza sensazioni e sentimenti della situazione femminile nella società iraniana degli anni cinquanta-sessanta, contribuendo al rinnovamento della letteratura persiana del '900. Morì in un incidente stradale tornado da una visita alla madre. La sua poesia fu vietata dalla rivoluzione islamica del 1979.


martedì 30 agosto 2011

Viandante tra i roveti


BLANCA WIETHÜCHTER

LA TERRA TI PORTA

Il tempo si scioglie
nell'istante.
Sei presente col tuo silenzio
costante passeggero.

La terra ti porta
sei comune progenie delle origini
incedi dal centro
come la fiamma.

Dagli alberi crescono i giorni
in cui vivi il giubilo
e visibile ti fai
nella tua voce.
Ti cerchi nell'ombra
che ti sogna:
amico viandante tra i roveti.

(da Assistere il tempo, Sinopia Libri, 2005 – Traduzione di Claudio Cinti)

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È poesia che scava all’interno, con la fatica della ricerca e la soddisfazione di chi alla fine approda anche solo a vedere un barlume rilucere, quella della boliviana Blanca Wiethüchter. Con i suoi versi piani e precisi indaga la realtà, la solleva pietra dopo pietra, penetra come uno speleologo nelle viscere della terra per conoscerne la conformazione, per comprendere i significati e i meccanismi.

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  FOTOGRAFIA © HD WALLPAPERS. COM

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LA FRASE DEL GIORNO
Del terribile fulgore che ogni giorno / registriamo / dell'uomo e della sua ferita / non può esservi oblio.
BLANCA WIETHÜCHTER, Assistere al tempo




Blanca Wiethüchter López (La Paz, 17 agosto 1947 – Cochabamba, 16 ottobre 2004), scrittrice, storica ed editrice boliviana.  È diventata una delle autrici più enigmatiche e riconosciute della letteratura boliviana del XX secolo. Ha pubblicato saggi, racconti e poesie. 


lunedì 29 agosto 2011

Il corridoio

 


DINO BUZZATI

IL CORRIDOIO DEL GRANDE ALBERGO

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FOTOGRAFIA © HOTEL ATLANTIS, DUBAI


Rientrato nella mia camera d’albergo a tarda ora, mi ero già mezzo spogliato quando ebbi bisogno di andare alla toilette.

La mia camera era quasi in fondo a un corridoio interminabile e poco illuminato; circa ogni venti metri tenui lampade violacee proiettavano fasci di luce sul tappeto rosso. Giusto a metà, in corrispondenza di una di queste lampadine, c’erano da una parte la scala, dall’altra la doppia porta a vetri del locale.

Indossata una vestaglia, uscii nel corridoio ch’era deserto. Ed ero quasi giunto alla toilette quando mi trovai di fronte a un uomo pure in vestaglia che, sbucato dall’ombra, veniva dalla parte opposta. Era un signore alto e grosso con una tonda barba alla Edoardo VII. Aveva la mia stessa meta? Come succede, entrambi si ebbe un istante di imbarazzo, per poco non ci urtammo. Fatto è che io, chissà come, mi vergognai di entrare al gabinetto sotto i suoi sguardi e proseguii, come se mi dirigessi altrove. E lui fece lo stesso.

Ma, dopo pochi passi, mi resi conto della stupidaggine commessa. Infatti, che potevo fare? Le eventualità erano due: o proseguire fino in fondo al corridoio e poi tornare indietro, sperando che il signore con la barba nel frattempo se ne fosse andato. Ma non era detto che costui dovesse entrare in una stanza e lasciare così libero il campo; forse anch’egli voleva andare alla toilette e, incontrandomi, si era vergognato, esattamente come avevo fatto io; e ora si trovava nella stessa mia imbarazzante situazione. Perciò, tornando sui miei passi, rischiavo d’incontrarlo un’altra volta e di fare ancora di più la figura del cretino.

Oppure – seconda possibilità – nascondermi nell’andito, abbastanza profondo, di una delle tante porte, scegliendone una poco illuminata e di qui spiare il campo, fin che fossi stato certo che il corridoio era assolutamente sgombro. E così feci, prima di aver analizzato la situazione a fondo.

Solo quando mi trovai, appiattato come un ladro, in uno di quegli angusti vani (era la porta della camera 90) cominciai a ragionare. Prima di tutto, se la stanza era occupata e il cliente era entrato o uscito, che avrebbe detto trovandomi nascosto dinanzi alla sua porta? Peggio: come escludere che quella fosse proprio la camera del signore con la barba? Il quale tornando indietro, mi avrebbe bloccato senza remissione. Né ci sarebbe stato bisogno di una speciale diffidenza per trovare le mie manovre molto strane. Insomma, restare là era un’imprudenza.

Adagio adagio sporsi il capo a esplorare il corridoio. Da un capo all’altro assolutamente vuoto. Non un rumore, un suono di passi, un’eco di voce umana, un cigolìo di porta che si aprisse. Era il momento buono: sbucai dal nascondiglio e a passi disinvolti mi incamminai verso la mia stanza. Lungo il tragitto, pensavo, sarei entrato un momento alla toilette.

Ma nello stesso istante, e me ne accorsi troppo tardi per potere riacquattarmi, il signore con la barba, che evidentemente aveva ragionato come me, usciva dal vano di una delle porte in fondo, forse la mia, e mi muoveva decisamente incontro.

Per la seconda volta, con imbarazzo ancora maggiore, ci incontrammo dinanzi alla toilette; e per la seconda volta nessuno dei due osò entrare, vergognandosi che l’altro lo vedesse; adesso sì c’era veramente il rischio del ridicolo.

Così, maledicendo tra me il rispetto umano, mi avviai sconfitto alla mia stanza. Come fui giunto, prima di aprire l’uscio, mi voltai a guardare: laggiù, nella penombra, intravidi quello con la barba che simmetricamente entrava in camera; e si era voltato a guardare alla mia volta.

Ero furioso. Ma la colpa non era forse mia? Cercando invano di leggere un giornale, aspettai per più di mezz’ora. Quindi aprii la porta con cautela. C’era nell’albergo un gran silenzio, come in una caserma abbandonata; e il corridoio più che mai deserto. Finalmente! Scattai quasi di corsa, ansioso di raggiungere il locale.

Ma dall’altra parte, con un sincronismo impressionante, quasi la telepatia avesse agito, anche il signore con la barba guizzò fuori dalla sua camera e con sveltezza impressionante puntò verso il gabinetto.

Per la terza volta perciò ci trovammo a fronte a fronte dinanzi alla porta e vetri smerigliati. Per la terza volta tutti e due simulammo, per la terza volta si proseguì entrambi senza entrare. La situazione era tanto comica che sarebbe bastato un niente, un cenno, un sorrisetto, per rompere il ghiaccio e voltare tutto in ridere. Me né io, né probabilmente lui, si aveva voglia di scherzare; al contrario; una rabbiosa esasperazione urgeva, un senso d’incubo, quasi che fosse tutta una macchinazione ordita misteriosamente in odio a noi.

Come nella prima sortita, finii per scivolare nel vano di una porta ignota e qui nascondermi in attesa degli eventi. Ora mi conveniva, per limitare almeno i danni, di aspettare che il barbuto, certamente appostato come me all’altra estremità del corridoio, sbucasse dalla trincea per primo: lo avrei quindi lasciato avanzare un buon tratto e solo all’ultimo sarei uscito anch’io; ciò allo scopo di imbattermi con lui non più dinanzi alla toilette bensì molto più in qua, cosicché, superato l’incontro, io rimanessi libero di agire senza noiosi testimoni. Se invece lui, prima d’incontrarmi, si fosse deciso a entrare nel locale, tanto meglio; esaudite le sue necessità, si sarebbe poi ritirato in camera e per tutta la notte non si sarebbe più fatto vivo.

Sporgendo appena un occhio dallo stipite (per la distanza non potevo vedere se l’altro stesse facendo altrettanto), restai in agguato lungo tempo. Stanco di stare in piedi, a un certo punto mi accoccolai sulle ginocchia, senza interrompere mai la vigilanza. Ma l’uomo non si decideva a uscire. Eppure egli era sempre laggiù, nascosto, nelle mie stesse condizioni.

Udii suonare le due e mezza, le tre, le tre e un quarto, le tre e mezza. Non ne potevo più.
Infine caddi addormentato.

Mi risvegliai con le ossa rotte, che erano già le sei del mattino. Sul momento non ricordavo nulla. Che cos’era successo? Come mai mi trovavo là per terra? Poi vidi altri come me, in vestaglia, rincantucciati negli anditi delle cento e cento porte, che dormivano: chi in ginocchio, chi seduto sul pavimento, chi assopito in piedi come i muli; pallidi, distrutti, come dopo una notte di battaglia.

(da In quel preciso momento, Neri Pozza, 1950)

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Cominciamo da Anacreonte per parlare di questo racconto bello e inquietante come solo Dino Buzzati (1906-1972) sapeva scriverne: il lirico greco vissuto nel VI secolo avanti Cristo ci ha lasciato questi versi: “Chi si cruccia della critica del prossimo / non avrà gran gioia nella vita”. Le convenzioni spesso non sono altro che insignificanti e inutili riti, sono segno di una fragilità ben diversa dalla timida sensibilità: diventano delle gabbie in cui ci autorecludiamo, incapaci poi di aprire la porta e spiccare il volo. Il testo di Buzzati si può leggere psicologicamente  anche come una critica del conformismo, della sua limitazione alla libertà e quindi alla crescita personale. È, comunque, il segno della grande capacità che lo scrittore bellunese aveva di scrutare dentro l’animo umano, di cogliere i lati oscuri dove si annidano le ombre..

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LA FRASE DEL GIORNO
Se non esistessero le convenzioni e i pregiudizi, l'immoralità non avrebbe motivo di sussistere. Nulla è di per sé morale o immorale.
CARLO MARIA FRANZERO, Il fanciullo meraviglioso




Dino Buzzati, all'anagrafe Dino Buzzati Traverso (San Pellegrino di Belluno, 16 ottobre 1906 – Milano, 28 gennaio 1972), scrittore, giornalista, pittore, drammaturgo e poeta italiano. Fu cronista e redattore del Corriere della Sera. Autore di romanzi e racconti surreali e realistico-magici, è celebre per Il deserto dei Tartari.


domenica 28 agosto 2011

E mi ha guardato…


GUSTAVO ADOLFO BÉCQUER

XVII. OGGI LA TERRA E I CIELI MI SORRIDONO

Oggi la terra e i cieli mi sorridono,
oggi giunge al fondo della mia anima il sole,
oggi l’ho vista…, l’ho vista e mi ha guardato…
oggi credo in Dio!

(da Rime, 1871)

 

Quattro versi soltanto, quattro versi per esprimere tutta la felicità che un uomo prova perché ha ottenuto l’attenzione della donna che ama – romanticamente idealizzata qui, secondo il gusto ottocentesco di Gustavo Adolfo Bécquer, poeta spagnolo che abbiamo più volte incontrato nel percorso del Canto delle Sirene: è l’amore che vince la morte e che sublima la realtà quotidiana. Gioia del desiderio, gioia del possibile, sensazione felice che eleva.

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RAY Mc CARTHY, “SUNFLOWER

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LA FRASE DEL GIORNO
Due idee che all' unisono sbocciano / due baci che a un tempo schioccano; / due echi che si confondono... / tutto ciò sono le nostre due anime.
GUSTAVO ADOLFO BÉCQUER, Rime




Gustavo Adolfo Claudio Domínguez Bastida, più noto come Gustavo Adolfo Bécquer (Siviglia, 17 febbraio 1836 – Madrid, 22 dicembre 1870), poeta, scrittore e giornalista spagnolo. Il suo ideale poetico è lo sviluppo di una lirica intimista, espressa con sincerità, semplicità, musicalità di forma e facilità di stile, ispirata da Heine, Byron e De Musset e che a sua volta ispirerà i modernisti spagnoli.



sabato 27 agosto 2011

Un uomo sulla spiaggia

 

CHARIS VLAVIANÒS

MEDITAZIONI D’AGOSTO

1.

Se un uomo sulla quarantina
disegna ancora mari e colombaie,
se nel suo pensiero si riflette
un sole più trasparente,
più lucido del sole reale,
se la parola "Amorgos" non è solo
la maschera di un fugace ricordo adolescenziale,
allora tra la poesia del desiderio
e la poesia della necessità
la perdita palpita davvero.

2.

I prologhi si sono consumati.
Non possono sempre sostituire l'argomento.
Deve decidere se può
reggere questa idea assoluta
anche se ha smesso di credere alla sua forza.

3.

Successive metamorfosi di paradiso.
L'occhio cerca di interpretare l'enigma della bellezza
mentre Delo emerge lentamente all'orizzonte.
L'estate sembra durare un'eternità.
La poesia comincia a inventare se stessa
nel momento in cui lui volge il viso alla luce.

(Il momento in cui l'immaginazione,
libera dalla sensazione del bianco ardente,
verticalmente si leva nel cielo.)

4.

Non una vela all'orizzonte
a lacerare la tela lontano.
L'immagine di un albero
con i rami spazzati dal vento scava lo sfondo
non è una parte del paesaggio oggi.
Eppure, c’è la vecchia signora che sale in ginocchio
tenendo stretta la sua icona.

5.

L'uomo sta camminando sulla spiaggia da solo.
È ancora commosso dal sussurro melodioso delle onde,
dal modo in cui l'acqua canta la ninna nanna alla roccia.
La natura intorno a lui
(cedri, marce barche da pesca, ciottoli)
ha una malinconica, semplice luminosità.
Se dovesse morire in questo momento,
vorrebbe essere qui,
in questo luogo, dove è già stato.
Anche per un po'.
Per ora.
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(da Poesia, 208 - Settembre 2006 - Traduzione di Nicola Crocetti)

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Un giorno caldo d’agosto. Delo, il suo mare azzurro, le sue spiagge sassose, le colline viola sullo sfondo, le case bianche con i balconi verniciati di turchese. È lì, tra le onde che sembrano cullare ogni cosa e riverberano riflessi prima di lambire barche sfasciate e sassi levigati dall’incessante muoversi del mare, che un uomo sulla quarantina medita sulla poesia e sulla sua funzione, sulla memoria, sui ricordi, sul senso della vita. L’uomo è un poeta greco, Charis Vlavianòs, nato però a Roma nel 1957, insegnante di Storia e Storia delle Idee all’American Greece College di Atene.

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FOTOGRAFIA © EZEQUIEL FILIBERTO/PEXELS

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LA FRASE DEL GIORNO
Anche noi, come l'acqua che scorre, siamo viandanti in cerca di un mare.
JUAN BALADÁN GADEA, Di solitudine e amore




Charis Vlavianòs (Roma, 1957), poeta greco. Ha pubblicato dieci raccolte di poesie, l'ultima delle quali è Sonetti della disperazione. Ha pubblicato anche una raccolta di pensieri e aforismi sulla poesia e sulla poetica intitolata L'altro posto (1994) e un libro di saggi intitolato, La poesia conta?: Pensieri sull'inutilità di un'arte (2007), nonché un libro con haiku. 


venerdì 26 agosto 2011

Non seppi il vero Amore


GUIDO GOZZANO

CONVITO

I.

M'è dolce cosa nel tramonto, chino
sopra gli alari dalle braci roche,
m'è dolce cosa convitar le poche
donne che mi sorrisero in cammino.

II.

Trasumanate già, senza persone,
sorgono tutte... E quelle più lontane,
e le compagne di speranze buone
e le piccole, ancora, e le più vane:
mime crestaie fanti cortigiane
argute come in un decamerone...

Tra le faville e il crepitio dei ceppi
sorgono tutte, pallida falange...
Amore no! Amore no! Non seppi
il vero Amor per cui si ride e piange:
Amore non mi tanse e non mi tange;
invano m'offersi alle catene e ai ceppi.

O non amate che mi amaste, a Lui
invan proffersi il cuor che non s'appaga.
Amor non mi piagò di quella piaga
che mi parve dolcissima in altrui...
A quale gelo condannato fui?
Non varrà succo d'erbe o l'arte maga?

III.

- Un maleficio fu dalla tua culla,
né varrà l'arte maga, o sognatore!
Fino alla tomba il tuo gelido cuore
porterai con la tua sete fanciulla,
fanciullo triste che sapesti nulla,
ché ben sa nulla chi non sa l'Amore.

Una ti bacierà con la sua bocca,
sforzando il chiuso cuore che resiste;
e quell'una verrà, fratello triste,
forse l'uscio picchiò con la sua nocca,
forse alle spalle già ti sta, ti tocca;
già ti cinge di sue chiome non viste...

Si dilegua con occhi di sorella
indi ciascuna. E si riprende il cuore.

“Fratello triste, cui mentì l'Amore,
che non ti menta l'altra cosa bella!”

(da I colloqui, 1911)

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Un reduce: questo è Guido Gozzano, un uomo che ha creduto di trovare nell’Amore prima e nella morte (“l’altra cosa bella”) poi la chiave che gli aprisse il senso della vita. Ma l’amore si riduce infine al lato fisico (il sesso con le attricette, le cameriere, le ragazze di vita) e diventa il rimpianto per le donne che avrebbe potuto amare – la sua opera è un susseguirsi di simili figure, dalla ciclista Graziella alla prostituta Cocotte, dalla celeberrima Signorina Felicita a Carlotta, l’amica di Nonna Speranza, un continuo esaminare l’impossibilità di amare. E la morte – che lo coglierà comunque giovane a soli 32 anni – per lui altro non è che la fine di questa finzione romantica: nel sonetto La differenza alla papera che un giorno sarà cucinata dice “tu insegni che la Morte non esiste: / solo si muore da che s'è pensato”. Ecco allora il poeta, dopo aver infine rifiutato le lusinghe delle “due cose belle”, intento in un tramonto crepuscolare a ricordare le donne che hanno attraversato la sua vita: davanti al caminetto ancora una volta Gozzano constata che non gli è possibile conoscere il vero amore, e le fiamme che ardono i ceppi riescono almeno a lenire quel gelo che gli attanaglia il cuore.

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GUIDO GOZZANO © OLYCOM S.P.A.

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LA FRASE DEL GIORNO
La Vita? Un gioco affatto / degno di vituperio, / se si mantenga intatto / un qualche desiderio.
GUIDO GOZZANO, La via del rifugio




Guido Gustavo Gozzano (Torino, 19 dicembre 1883 – 9 agosto 1916),   poeta italiano, fu il capostipite della corrente letteraria post-decadente del crepuscolarismo. Inizialmente si dedicò alla poesia nell'emulazione di D'Annunzio e del suo mito del dandy. Successivamente, la scoperta delle liriche di Giovanni Pascoli lo avvicinò alla cerchia di poeti intimisti, accomunati dall'attenzione per "le buone cose di pessimo gusto". Morì di tisi a 32 anni.